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Ecomuseo Casilino “Ad duas lauros”, valorizzare le risorse per riconnettere il tessuto sociale

- 16 ottobre 2016

Ecco sei anni fa nel quadrante est di Roma, tra la Prenestina e la Casilina, è nato l’Ecomuseo Casilino “Ad duas lauras”, il primo progetto di ecomuseo urbano a Roma e, forse, uno dei più riusciti in assoluto. Ci siamo fatti raccontare la loro storia dal comitato scientifico che lo presiede.

Iniziamo dal contesto. Il territorio di riferimento dell’ecomuseo è il comprensorio casilino, che per buona parte coincide con il quartiere di Tor Pignattara. Puoi spiegare che quartiere è?
Da un punto di vista urbanistico Tor Pignattara era un quartiere a forte vocazione agricola: un tempo qui c’era l’agro romano e, tuttora, il cuore del Comprensorio Casilino sono gli spazi verdi. Oltre a questo c’è un grande patrimonio storico, architettonico e culturale di cui sul nostro sito si possono vedere le principali attrazioniresistenzaSotto l’aspetto sociologico è sempre stato un quartiere di migranti, a partire dagli anni ’30 quando è stato oggetto di una forte migrazione nazionale. Negli ultimi anni la narrazione giornalistica ha ridotto la complessità del quartiere al problema dell’immigrazione e della convivenza con l’islam, ma una simile lettura non tiene conto né del dato storico a cui accennavo prima, né del fenomeno della gentrificazione. Nel giro di dieci anni, infatti, sono arrivati tanti italiani che hanno portato nuove aspettative e, almeno in parte, cambiato pelle al quartiere. In generale qui c’è una storia molto ricca che nessuno ricorda: battaglie politiche, lotta per le case popolari, immigrazione e tanto altro. Guardando la storia di questo quartiere ci si rende conto che Tor Pignattara è come un “tessuto molle”: prende tutto quello che arriva e lo reinterpreta, accoglie e rielabora, perché in fondo è, ed è sempre stato, un laboratorio politico.

Voi chi siete esattamente? Cercando l’Ecomuseo Casilino su internet ci si imbatte in diversi soggetti: Comitato di quartiere, Ecomuseo, Osservatorio Casilino, Scuola Popolare ecc. Che rapporto intercorre tra loro? Sono tutti soggetti diversi? Siete sempre voi?
Alla base di molti dei progetti da voi citati c’è il comitato di quartiere, che si occupa di favorire i servizi e la cura del nostro quartiere. Da questo nucleo nascono delle idee che, però, diventano progetti autonomi, così possiamo essere più inclusivi e coinvolgere anche altre realtà associative, rispettando lo spazio di ciascuno.

acquedottoCom’è nata e come si è sviluppata l’idea dell’ecomuseo?
L’area dell’ecomuseo è un’area dove non c’era nessun piano urbanistico, così – intorno al 2010 – è iniziata la spinta dei costruttori per edificare la zona e sfruttare i suoi numerosi spazi verdi. Dalla paura dei residenti per questa prospettiva è nato l’Osservatorio Casilino, un collettore di varie realtà con l’obiettivo di fronteggiare la minaccia della cementificazione. Sapevamo che quella singola azione non sarebbe bastata. Era necessario contrapporre qualcosa di concreto a quella spinta, così, anche grazie al Professor Padiglione, abbiamo pensato di mettere a sistema tutte le risorse presenti sul territorio ed è nata l’idea dell’ecomuseo. Poi è passato un po’ di tempo senza fare passi avanti per la sua realizzazione, ma quando nel 2012 fu approvato il progetto di cementificazione di quest’area si è ricompattato tutto il fronte. Fortunatamente il passaggio di amministrazione ci ha consentito di lavorare intensamente e strappare impegni politici; così – nel 2014 – Caudo e Masini firmarono il tombamento del progetto di costruzione. Aver vinto quella battaglia, oltre a darci fiducia, ha fatto in modo che esplodessero i progetti culturali che fino a quel momento avevamo solo pensato. La paura del cemento ci bloccava, per cui nel momento in cui quella tensione è scesa, è esploso tutto quello di positivo che si poteva fare.
L’altro stimolo forte sono stati i fatti di cronaca che sono avvenuti qui in quel periodo, in particolare il duplice omicidio di padre e figlio cinese e l’omicidio di un ragazzo pakistano, e la conseguente immagine del quartiere che è stata proiettata a livello nazionale, quei due omicidi hanno fatto si che il quartiere diventasse il set perfetto per una serie di spot giornalistici. Questo per noi ha avuto un effetto di detonazione forte, ci siamo sentiti aggrediti e volevamo assolutamente contrapporre qualcosa.

borghettoQuali sono i vostri obiettivi? Il vostro è un progetto maggiormente improntato alla tutela di ciò che c’è o alla proposta di cose nuove?
Il primo obiettivo è quello di rendere la comunità consapevole delle sue risorse e di avere un riconoscimento istituzionale delle risorse e del patrimonio presente sul territorio. Spesso in città i palazzi ci tolgono la visuale di quello che c’è dietro, ci costringono nei soliti percorsi e si perde la voglia di scoprire il proprio quartiere. Per cui un patrimonio come questo è difficile conoscerlo se qualcuno non te lo spiega. Poi noi abbiamo anche tante proposte, come il recupero dei casali storici.

Come è strutturato l’ecomuseo?
L’ecomuseo è strutturato per percorsi identificati, che rappresentano la complessiva offerta di fruizione del territorio. Questi percorsi sono ospitati dall’infrastruttura tecnologica, che si compone principalmente di un sito web navigabile anche da smartphone, sull’app ci stiamo lavorando. Un discorso centrale è rappresentato dal modello di fruizione promosso, che vede i sui pilatri nei concetti di fruizione lenta e responsabile. Organizziamo anche visite guidate, però l’infrastruttura è lì, sempre disponibile.

catacombe

Come li avete progettati questi percorsi?
In primo luogo, abbiamo mappato le risorse culturali divise per tematismi, nel caso specifico: antropologia, archeologia, storia del 900, arte e cultura, urbanistica e paesaggio, natura ed ambiente, sacro e religioso. Per ogni tematismo sono stati realizzati laboratori di progettazione partecipata ed esplorazione urbana, attraverso cui restituire alla comunità la mappatura preliminare per arricchirla sia in termini di significati che di risorse. La bellezza dell’ecomuseo, tuttavia, è anche la sua fluidità, per cui alcune cose adesso le leveremo e ne aggiungeremo delle altre e ognuno potrà fare il percorso che vuole.
In generale abbiamo sviluppato questi percorsi partendo da diverse spunti. Ad esempio il percorso della spiritualità nasce dal lavoro svolto da Carmelo, che per motivi di ricerca ha imparato molto sui luoghi di culto di Tor Pignattara e ha voluto mettere a disposizione della comunità le conoscenze che aveva sviluppato. Il percorso naturalistico, invece, ha visto impegnati i volontari del WWF per spiegare la campagna che abbiamo qui. Oppure, il percorso antropologico, che è stato molto complicato da declinare perché, da un lato, si rischiava di etnicizzare troppo, dall’altro vedeva il rischio opposto di sviluppare un percorso basato sulla mitizzazione dell’autenticità autocton; nonostante questo, durante il laboratorio partecipato sono venute fuori molte idee e una grande curiosità per il passato che hanno consentito di tirare fuori un’idea piuttosto equilibrata.

A Tor Pignattara negli anni si è creato un vero e proprio patrimonio di street art, come è successo?
muroIl processo è iniziato alla fine degli anni ’10 del 2000. Possiamo dire che la partenza l’ha data la galleria di arte contemporanea Wunderkammern quando convinse un condominio ad ospitare l’opera di Escif “L’orecchio destro”. Contemporaneamente un gruppo di street artist (Diavù, Iacurci e altri) decoravano 20 metri di muro ferroviario a Via Alessi. Poi il comitato di quartiere organizzò un intervento di street art all’ex ASL Roma C, una sorta di cartolina di quartiere (molto ecomuseale) e l’associazione “Punto di svista” si attivò per un murales a Largo Pettazzoni: una poesia di borgata in quello che viene chiamato il muro della memoria (e da qualcuno “il muro dei morti”).

Leggi qui la seconda parte dell’intervista.

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