Beni comuni e amministrazione condivisa Il punto di Labsus

Libertà e socialità, dove ha inizio la sussidiarietà

La sussidiarietà non si genera spontaneamente: le occorre un “supplemento di saggezza” perché possa generare una società più solidale, giusta, libera e responsabile

La sussidiarietà è un principio complesso e articolato, nel senso che non è definibile senza prendere in considerazione una serie di valori che chiama in causa e combina sapientemente. Il concetto che deriva da questo sostantivo non è definibile attraverso un solo aggettivo e coinvolge una serie di comportamenti che non si riducono a una sola azione o a un singolo comportamento.
La sussidiarietà pone insieme in virtuosa concordanza libertà, responsabilità, autorità, uguaglianza e solidarietà, ma non è riconducibile a una soltanto di tali componenti. Per capire l’essenza di questa idea composita, che coinvolge l’uomo nella sua interezza e contribuisce a definire le modalità relazionali con cui si organizza in società complesse, è necessario cogliere alcuni suoi fondamenti.

Alcuni presupposti e riferimenti

È bene chiarire subito le coordinate antropologiche di questo principio che precedono quelle condizioni che da queste discendono e danno origine alle conformazioni sociali e politiche che possono dirsi improntate a tale idea. Queste ultime sono date da contesti in cui generalmente esiste un forte senso dell’autonomia e il rispetto delle componenti sociali (individui, associazioni ecc.) che concorrono alla definizione di obiettivi e azioni di interesse generale in un certo ambito sociale e amministrativo (sussidiarietà orizzontale) o/e da organizzazioni politico-istituzionali che promuovono un’ampia e diffusa articolazione del potere, come nel caso delle strutture federali (sussidiarietà verticale).
Come noto, l’idea di sussidiarietà affonda le sue radici nel pensiero greco e più precisamente viene elaborata come principio ordinatore della società naturale da Aristotele nella sua Politica; cioè nella descrizione della vita e dell’organizzazione della città. Ma è anzitutto all’uomo che bisogna guardare, al suo comportamento sociale, alla sua psicologia relazionale ed è nella sua natura empatica e socievole che la sussidiarietà prende forma, non senza, però, che questi ne abbia maturato prima una piena coscienza. L’uomo è infatti misura di tutte le cose, ripeteva Protagora. Se il filosofo greco attribuiva al singolo una centralità nell’ambito della conoscenza, più tardi San Tommaso avrebbe individuato nella persona il metro di ogni formazione sociale, conciliando la Città di Aristotele con l’ideale cristiano del Bene comune. Questi presupposti costituiscono i vertici di un triangolo su cui si regge e opera la sussidiarietà: la persona umana, i suoi valori naturali e universali, la comunità in cui vive.

Un punto nodale: l’uomo

Nel 1956, a un congresso internazionale dei medici cattolici, papa Pio XII affermava alcuni principi che della sussidiarietà esprimevano elementi di notevole valenza sociale, e che si possono sintetizzare nell’antica verità: “la società è per la persona, e non la persona per la società”. Il papa ricordava come l’individuo non solamente fosse “anteriore alla società per la sua origine”, ma come egli fosse superiore ad essa “anche per il suo destino”. La società è “il mezzo universale voluto dalla natura” per mettere le persone in rapporto fra loro, facendole collaborare al fine di ottenere risultati che i singoli non sarebbero in grado di conseguire. Il cooperare insieme genera nuovi valori e una dignità che la società possiede e manifesta in quanto tale: è il bene comune. Ma questi valori “superiori” che la società esprime “sono a loro volta dalla natura messi in relazione con l’individuo e con la persona”; e, dunque, posti al servizio della sua piena realizzazione.
Papa Francesco, rifacendosi alle considerazioni di Pio XII, è entrato ancora più in profondità, spostando il confine del principio di sussidiarietà alle soglie della coscienza e, senza alterare il quadro di riferimento del suo predecessore, ha saputo leggere attraverso i valori che sorreggono quel principio anche l’ultimo atto dell’esistenza umana. Affrontando un tema difficile come quello del “fine vita” il papa ha parlato di “dimensione personale e relazionale della vita e del morire”, di proporzionalità della cura, di libera scelta del paziente, di prossimità responsabile di parenti, amici e personale medico, di uguaglianza terapeutica, di solidarietà nel “limite che tutti ci accomuna”, di dignità dell’essere umano.

Un “supplemento di saggezza”

Secondo il papa, la medicina ha il dovere di venire in aiuto dell’uomo affinché si ristabiliscano le sue funzioni biologiche, qualora queste non fossero più in grado di provvedere autonomamente al sostentamento della vita, ma occorre che sappia ritirarsi quando questi interventi sono controproducenti dal punto di vista morale e del bene della persona. Gli interventi sul corpo umano “non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute”. È necessario “un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”. Secondo il pontefice, quindi, è “moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico” che è dato dalla “proporzionalità delle cure”.
Posto che le “decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità”, se va a lui la titolarità, “ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità”, il criterio che detta la scelta e la misura dell’intervento è quello della sussidiarietà. Il malato infatti può richiedere questo “aiuto” sia con le cure sia con la loro cessazione nell’atto di assumere “responsabilmente il limite della condizione umana mortale”. Dunque, anche riguardo alla condizione estrema dell’uomo, occorre una “ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete”, senza mai prescindere dalla dimensione personale.

La rete delle responsabilità

Quanto detto finora, implica che la sussidiarietà promuova l’idea dell’autonomia della persona che si muove liberamente nella società in cerca della propria definizione e realizzazione. Come ricorda Giovanni Jervis, il soggetto della modernità è “l’individuo psicologicamente autonomo” o, meglio, “l’individuo capace di scegliersi specifiche responsabilità, di capirne il significato, di mantenervisi fedele”. Dal rapporto che l’uomo stabilisce con la comunità in cui vive, si genera un legame di reciproca responsabilità che trascende il singolo soggetto e lo pone in relazione diretta con il tutto e in posizione sinergica rispetto alla comunità di riferimento. L’uno non può più prescindere dall’altra e questa è tenuta a promuovere la realizzazione di questo nel proprio interesse generale. Il prototipo di ogni responsabilità è, secondo Hans Jonas, quella che descrive la condizione del bambino nella società, dove la sussidiarietà si manifesta ontologicamente.
Il filosofo tedesco ritiene che la responsabilità della società si manifesti “intensa, inequivocabile e cogente” nel neonato che la “reclama per sé”, in vista di diventare egli stesso un soggetto libero, investito di responsabilità verso gli altri e verso la sua comunità. Il bambino infatti “unisce in sé il potere autolegittimantesi del già-esserci e l’impotenza esigente del non-essere-ancora” e mostra “l’incondizionato essere-fine-a-se-stesso di ogni creatura vivente e il dover-divenire delle relative facoltà di adeguarsi a quel fine”. Il principio di sussidiarietà agisce di fronte alla lacuna che si trova nello “stare sospeso dell’essere inerme sul non essere”, in quella fase di impotenza del bambino che anela e ha diritto a diventare uomo. Secondo Jonas, nella “non-autosufficienza di ciò che è generato è per così dire ontologicamente programmato che i procreatori lo tutelino dal rischio di ricadere nel nulla e ne assistano il divenire ulteriore”.

Quando le responsabilità diventano un “bene comune”

Lungo la catena del divenire del bambino-persona-cittadino, la responsabilità non si colloca solo nella maternità/paternità dell’essere, ma partecipano alla funzione sussidiaria di preservare e migliorare la sua vita “tutti coloro che aderiscono all’ordine della procreazione” e, quindi, “tutti coloro che si concedono alla vita; in breve la famiglia umana di volta in volta esistente”, fino allo Stato.  Tollerare che un bambino muoia di fame, scrive Jonas, “è una colpa contro la prima e più fondamentale fra tutte le responsabilità”. Nel divenire di ogni bambino, a cui si dà una reale prospettiva e opportunità di libera affermazione nella società, “l’umanità ricomincia il suo cammino sotto il segno della moralità”. Grazie alla sussidiarietà, la responsabilità collettiva si fa garante dell’uguaglianza sostanziale, si rafforza dello spirito solidaristico e si ricongiunge con la libertà che, a sua volta, riconosce nella comunità uno spazio d’azione naturale.
Se il fondamento morale della sussidiarietà è dunque nell’uomo e la sua forza sta nella capacità di ordinare responsabilmente i valori necessari dell’essere umano, l’orizzonte delle sue finalità si colloca nella comunità. Questa è la condizione originaria in cui si dispiega la sua azione per consentire all’uomo di agire e di inseguire la propria felicità. La comunità è il luogo della prossimità, della comunione di valori e della solidarietà dove si formano interessi condivisi che rispondono anche a esigenze individuali e dove è possibile immaginare un’armonia funzionale fra valori soggettivi e valori oggettivi. Tale è la consonanza fra i valori che la sussidiarietà riesce ad orchestrare nella comunità, orientando in primo luogo la libertà che è “un atteggiamento dello spirito”, il solo, per Adriano Olivetti, in grado di intuire e accogliere “sino in fondo ogni imprevedibile umana esigenza”.

Limiti, presupposti e prospettive

Saremmo tentati di affermare che la sussidiarietà sia un “principio naturale” perché fondata sulle necessità umane della libertà e della socialità e quindi della partecipazione civica. Essa asseconda in maniera discreta la propensione naturale di ogni individuo di stabilire e regolare le proprie relazioni e consente nella vita associata, anche in forme complesse, una migliore fisiologia dei rapporti sociali e istituzionali. Questa però non si genera spontaneamente e non scaturisce con immediatezza come la pietà, l’amore, la solidarietà, il senso di giustizia e di libertà, ma le occorre la mediazione della ragione o quel “supplemento di saggezza” perché possa essere la risultante del processo di armonizzazione di questi valori più istintivi.
In altre parole, la sussidiarietà funziona in un sistema normativo bilanciato che le permetta di espandersi e ritrarsi sia sull’asse orizzontale, quello primario, etico e sociale, sia su quello verticale, meccanico e istituzionale, funzionale al primo. Oggi esiste una piattaforma costituzionale che riconosce al principio un valore primario e una possibilità concreta di applicazione, l’articolo 118 ultimo comma della costituzione italiana, ma occorre anche un’educazione alla sussidiarietà che sappia suggerire ai cittadini, singoli e associati, un modo diverso di attivarsi per progettare insieme e intorno ai beni comuni un futuro comune. Occorre cambiare il modo di stare nella società, è necessario costruire, scrive Gregorio Arena, “un modello di società caratterizzato dalla presenza diffusa di cittadini attivi, cioè di cittadini autonomi, solidali e responsabili”.

Foto in anteprima di Rob Walsh da Unsplash