Interventi

Bersani e Lupi: il 118 secondo noi

Interviste

I due intervistati sono, rispettivamente, l'attuale ministro dello Sviluppo economico nel Governo Prodi e il responsabile dell'Intergruppo parlamentare sulla sussidiarietà.

I due intervistati sono, rispettivamente, l’attuale ministro dello Sviluppo economico nel Governo Prodi e il responsabile dell’Intergruppo parlamentare sulla sussidiarietà.

Con questo articolo Labsus desidera avviare un confronto permanente sul tema con il mondo delle istituzioni e della politica.

Che cosa rappresenta per lei l’articolo 118, ultimo comma, della Costituzione?

BERSANI. Quest’articolo corrisponde all’idea di uno Stato moderno che dispone di meccanismi di partecipazione attiva. Oggi nessun organismo sociale complesso può vivere senza garantirsi una flessibilità ed un’articolazione sufficiente a cogliere la complessità dei problemi. Partecipare non è solo un fatto democratico, ma aiuta a rendere effettiva e adeguata la risposta ai bisogni complessi che uno Stato non è in grado di affrontare.

LUPI. Una grande conquista per tutti coloro che da una vita credono che la sussidiarietà sia la base della costruzione di una società più giusta. E’ il riconoscimento della giusta funzione dello Stato e che il protagonista dello Stato è la persona.

Che significato attribuisce alla parola "autonoma iniziativa"?

B. L’autonoma iniziativa implica un soggetto in condizione di porsi in modo attivo per dare una risposta che sta fuori da lui stesso, più estesa rispetto a sé. Tale iniziativa deve però inquadrarsi dentro concetti socialmente utili e rendersi compatibile con impostazioni programmatiche affermate in modo partecipato. Autonoma iniziativa è un concetto che presuppone reciprocità, partecipazione attiva e una decisione democratica in grado di modificare i suoi orientamenti e di essere aperta a chi sonda terreni nuovi.

L. Partendo dal riconoscimento che il protagonista è il cittadino, lo Stato ha il compito di dargli la possibilità di agire con autonomia anche nelle sue condizioni concrete. Lo Stato interverrà dove il cittadino non riesce ad agire da solo per risolvere il problema. La questione attuale risiede nel giusto equilibrio tra i due soggetti. Per anni nella nostra società c’era un forte squilibrio tra poteri, frutto dell’idea che lo Stato era il "sovrano" e che il cittadino è il suo suddito.

Riconoscere questo nuovo spazio ai cittadini può portare ad una rinuncia ad intervenire da parte dei soggetti pubblici?

B. Questo è un rischio che da sempre si teme, ma io, francamente, non ci credo: perché all’aumentare dell’offerta corrisponde anche un aumento della domanda. Estendere una risposta partecipata in modo civile, non residuale in termini qualitativi, significa far crescere la consapevolezza dei cittadini di avere dei diritti che poi pretendono di essere riconosciuti, che devono essere esigibili.

L. No, anzi. Questo chiarimento in merito ai due poteri permette ad entrambi i soggetti di agire meglio e con più efficienza. Il fatto che il pubblico faccia ciò che gli spetta e riconosca al privato la capacità e il potere di intervenire risolve una delle tante contraddizioni di cui siamo stati vittima troppo a lungo. Accettare questo non vuole assolutamente dire che ci si dimentica dell’ "ultimo", del più sfortunato. Anzi, attraverso questa azione si possono meglio destinare le risorse per rispondere a tutte le esigenze.

Il primo esempio di sussidiarietà che le viene in mente.

B. E’ un esempio "storico": il badantato dei bambini nelle corti bracciantili emiliane d’inizio secolo. La vera storia degli asili nido di Reggio Emilia in realtà nasce da lì.

L. Tutte le erogazioni di servizio alle persone. Per esempio, l’assistenza o l’educazione. E’ stato ampiamente dimostrato che in questo settore ‘meglio e efficiente’ è sinonimo di servizio gestito dal cittadino. Il pubblico però deve creare le condizioni per agire. Quanto di meglio c’è in quello che viene fatto in questo campo è realizzato dal non profit: il valore aggiunto è rappresentato dal valore ideale con cui si agisce e dalla assunzione di responsabilità diretta.

Questo protagonismo dei cittadini rischia di mettere in crisi le forme tradizionali di rappresentanza o si può considerare come una nuova forma di partecipazione?

B. No, questo protagonismo è assolutamente positivo. I tradizionali meccanismi di rappresentanza se riescono ad arricchirsi, abbracciando queste nuove forme, si rendono più legittimi. Diversamente rischiano di diventare dei simulacri.

L. E’ assolutamente una nuova forma. Di più: fa ritornare al cuore del concetto di rappresentanza. La politica nasce come espressione massima della messa al servizio del popolo. Se la politica negli ultimi anni è venuta meno nel rapporto fiduciario è proprio perché ha interrotto un confronto indispensabile, continuo e costruttivo con i cittadini, che rappresentano l’humus della democrazia. Senza l’humus il terreno su cui si costruisce diventa sterile.

Come definisce la cittadinanza attiva? E quale ruolo assegna alle organizzazioni del terzo settore?

B. Cittadino attivo è un cittadino consapevole di essere nella città, di non essere una monade; è un cittadino che comprende che le cose si muovono sulle gambe degli uomini, che non vanno aspettate. I movimenti, le organizzazioni del terzo settore mettono questi cittadini consapevoli nella condizione di potersi esprimere in modo efficace, reale: non solo di sognare di partecipare, ma di partecipare effettivamente.

L. Un ruolo da protagonisti. Fino ad oggi, prima di questa piccola "rivoluzione", al massimo ci consideravano (dico "ci", perché anche io provengo dal mondo del terzo settore) come quelli che intervenivano proprio "quando non si poteva fare nulla". Insomma, si traduceva semplicemente nello scaricare il problema sulla spalle degli altri. La recente modifica del titolo V è un ulteriore tassello del riconoscimento che la sussidiarietà è un pilastro della democrazia.

La recente legge "+ dai – versi" voluta dal terzo settore e riconosciuta dall’Intergruppo per la sussidiarietà di cui faccio parte e dal Governo è la più grande conquista: la possibilità che il cittadino possa destinare direttamente parte delle sue risorse al nonprofit, detraendole dal proprio reddito, credo che sia il passaggio definitivo dalla vecchia concezione a quella nuova, e riconosce la piena titolarità della cittadinanza attiva.



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