La sussidiarietà orizzontale sta già nella Costituzione anche se non c ' è la parola.
Sussidiarietà ed economia

Per una welfare community

A Roma, si è discusso di un nuovo modello di welfare

La presentazione del libro di Emmanuele Francesco Maria Emanuele su "Il terzo pilastro. Il non profit motore del nuovo welfare" (ESI, 2008), ha offerto lo spunto per riflettere su un nuovo disegno istituzionale per supportare il principio di sussidiarietà. Nel suo libro Emanuele suggerisce di avviare un percorso riformatore della Costituzione e di adeguamento del Libro I, Titolo II del codice civile al fine di dare nuovo slancio all’azione delle fondazioni nella società.

La disciplina delle fondazioni è scarna e, secondo Emanuele, deve rimanere tale ma deve ampliare i margini dell’autonomia statutaria. Tema-chiave da tempo segnalato dal mondo delle fondazioni di origine bancaria (vd. la relazione del Presidente ACRI Guzzetti del 26). Questo consentirebbe alle stesse di indossare diverse panni per diverse funzioni. La riforma della Costituzione, invece, servirebbe a dare nuovo slancio al principio di sussidiarietà orizzontale e, quindi, al ruolo della società civile. La direzione dell’autore non è toccare la struttura delle fondazioni, ma il terzo settore ha bisogno di un nuovo disegno istituzionale. Alla tavola rotonda introdotta e moderata da Giuseppe Roma (CENSIS), sono intervenuti Gregorio Arena (LABSUS), Antonio Marzano (CNEL), Franco Bassanini (ASTRID) e Giuseppe De Rita (CENSIS).

Roma, welfare e politica

Giuseppe Roma tenta una sintesi dei driving concepts del libro di Emanuele. Secondo Roma l’autore offre una lettura anche della politica recente attraverso una lettura del welfare state. Il modello italiano di welfare è un modello egoistico e clientelare. Spesa pubblica senza responsabilità dei cittadini. Si è offerta una certezza sociale costosa ai cittadini senza richiedere nel contempo un impegno, una condivisione e una partecipazione dei cittadini stessi.

L’idea di Emanuele è che una economia di mercato matura debba creare ricchezza per distribuirla. Ma come si fa a far ciò senza dilapidare il denaro pubblico? Il terzo pilastro è la risposta. Il welfare state così come concepito da noi non può reggere più per i suoi presupposti (presenza pubblica eccessiva) che per i suoi costi (spesa pubblica fuori controllo). Tra spesa pubblica e mercato esiste una terza via, quella del privato sociale, il Terzo Settore.

L’obiettivo delle politiche sociali in origine era anche quello di fare leva sulla responsabilizzazione degli individui. Terzo settore non si è sviluppato perché la regolazione fiscale ostacola anziché incentivare percorso. L’individuo e le articolazioni della società civile possono muoversi avendo di mira il bene comune. Il terzo pilastro va pertanto ulteriormente sviluppato.

Emanuele fornisce la dimostrazione econometrica che regolando in maniera meno burocratica il terzo settore si possono avere più servizi a un costo minore.
Ma il punto è che la politica non lascia libero il campo. La proposta di Emanuele è quella di liberare il terzo settore da vincoli impropri e dargli lo spazio che esso ha in altri paesi. La crisi del nostro welfare lascia molti dei bisogni dei cittadini non soddisfatti. Maggiore capacità dello Stato di controllare senza spendere.
Scambio tra imprese con finalità sociali e Stato che si ritira ma soddisfa un ventaglio più ampio di bisogni dei cittadini. Questi sono i driving concepts di Emanuele.

Ma la politica lo consentirà?

Arena, un nuovo modello di società
Secondo Gregorio Arena l’importanza di questo libro deriva dal fatto che esso, parlando del terzo settore, in realtà dimostra la centralità di un nuovo modo di essere cittadini e della sua importanza per il futuro di questo Paese.
Oggi, la cittadinanza attiva è la principale risorsa per riprenderci. Bisogna sviluppare questo progetto. E lo si deve fare intervenendo su tre fronti.

Il primo è il volontariato: non c’è un riconoscimento vero nel nostro ordinamento. La legge 266 del 1991 disciplina il volontariato all’interno del paradigma bipolare. I cittadini sono pazienti, sudditi. I volontari sono qualcosa di strano. Ai cittadini non spetta occuparsi dell’interesse generale. Ecco perché si sono introdotti meccanismi di controllo e selezione del volontariato che soffocano l’espansione del settore. La legge andrebbe modificata perché contrasta col 118, ultimo comma. Secondo questa disposizione costituzionale, i cittadini possono prendere iniziative e quindi non sono utenti ma alleati. Non si tratta di dare appalti o esternalizzare funzioni amministrative a privati. Si tratta di lasciare che siano i cittadini attivi a occuparsi di questioni di interesse generale. Si spezza così la logica della diffidenza, e si concepisce l’interesse pubblico come affare di tutti i cittadini. I cittadini sono alleati delle amministrazioni nel perseguimento dell’interesse generale. Non soggetti che vanno controllati.

Vi sono poi cittadini attivi che non sono volontari. I cittadini anche non iscritti a organizzazioni stabili di volontariato. E coloro che si attivano lo possono fare perché hanno interesse a farlo, cioè per tutelare in maniera mediata un interesse egoistico. Ma nel farlo si prendono cura dell’interesse generale.
Il secondo fronte è, dunque, quello della cura spontanea dei beni comuni. Fare cose concrete semplici alla portata di tutti. Non c’è richiesta di sostegno amministrativo ma concretezza della soluzione dei problemi. Esistono pure i meta-beni comuni: ad esempio, la legalità, il capitale sociale, la fiducia nei rapporti con le istituzioni. Sono tutti elementi che danno coraggio al cittadino, sviluppano partecipazione, e la convinzione che le cose possono migliorare. E’ una forma di democrazia anche questa. In passato la partecipazione democratica era nei partiti, al voto o nel sindacato. Ora la partecipazione si può e si deve esplicare anche nella cura dei beni comuni. È una scuola di partecipazione.

Il terzo fronte è quello della sussidiarietà: amministrazione e cittadino sono alleati per realizzare interesse generale, ma in realtà è l’uguaglianza sostanziale l’obiettivo ultimo. C’è sicuramente un ponte con l’art. 3, secondo comma della Costituzione. Nello schema bipolare, tuttavia, è la Repubblica rimuovere gli ostacoli, mente il cittadino rimane passivo. Invece, oggi i cittadini sono alleati della Repubblica nella rimozione degli ostacoli che impediscono il loro pieno sviluppo. In sintesi, la Costituzione ci da uno strumento ulteriore per la tutela della dignità della persona e del pieno sviluppo. La risposta sta, dunque, non nel ritrarsi bensì nella condivisione delle risorse. A pag 452 del suo libro, Emanuele afferma che la nuova forma di partecipazione alla vita pubblica codificata nell’art. 118 rappresenta la nuova frontiera della democrazia, la nuova frontiera del benessere collettivo. L’autodeterminazione della società civile nel risolvere le emergenze della collettività è una dimensione che, secondo l’Autore, va recuperata per liberare la vita sociale dal rapporto bipolare.

C’è una norma quella sui microprogetti di arredo urbano che sembra muovere proprio in questa direzione. Essa applica l’art. 118 u.c. Cost. riempiendo un vuoto fra Costituzione e realtà quotidiana. Viene riconosciuta la possibilità per gruppi di cittadini di richiedere di intervenire e avere in cambio un vantaggio fiscale. Abbiamo una realtà concreta (perché accade tutti i giorni che cittadini si prendano spontaneamente cura delle proprie comunità) e una legge che ora prevede e incentiva questa realtà. E questa disposizione era davvero necessario perché l’inerzia nella cura dei beni pubblici è endemica. Lo Stato ha fallito o fatto disastri. Occorre un piano nazionale di manutenzione civica dei beni comuni per sostenere i cittadini che si danno già da fare e per arruolarne altri.

Questo è il modello di nuova società che, secondo Arena, il libro di Emanuele sembra preconizzare.

Marzano, per una cultura propositiva
Dobbiamo tenere conto della cultura propositiva. Bisogna fare un elogio della cultura propositiva. Nella nostra cultura, invece, prevale oggi l’elogio del potere o la mera critica fine a se stessa. Quando capita che c’è una commissione istituita per fare proposte si tende a trascurarla o a dire che non è importante. Importante è quello che si fa, non quello che si pensa si dovrebbe fare. Occorre, invece, fare un elogio della cultura propositiva, non della cultura elogiativa o critica.

Emanuele rappresenta bene questa cultura della proposta. Egli mette a confronto l’economia di mercato con l’economia collettivista. Due grandi esperimenti. E la sperimentazione ci ha indicato che l’economia di mercato sviluppa energie. Ma in Italia questa energia è quella delle PMI e dei lavoratori che spesso diventano PMI. Essa accresce la ricchezza disponibile. Per utilizzarla in teoria a fini sociali e di redistribuzione. L’economia collettivista realizza, invece, maggiore eguaglianza, ma nella povertà.

L’economia di mercato presenta, purtroppo, grossi problemi sotto il profilo della distribuzione della ricchezza o del reddito. Ci sono i mercatisti ma pure i burosauri che negano l’esistenza di questi problemi. E invece bisogna essere liberisti consapevoli del disagio sociale e del modo di funzionare dello Stato e della burocrazia. Non si può certo prescindere dal mercato. Ma lo stesso Beveridge, uno dei primi liberisti della storia, teorizzò la necessità di un sistema di welfare. Ci vuole eguaglianza delle opportunità. Altrimenti le differenze rimangono.

Allora, secondo Marzano, bisogna ragionare sui limiti del welfare pubblico, e cioè:
– i potenziali incentivi all’inattività. I benefici sociali possono incentivare all’ozio se fossero troppo elevati;
– il costo della burocrazia;
– l’eccesso di pressione fiscale: il welfare si deve finanziare con pressione fiscale e alla pressione fiscale esiste un limite: blocca le energie se troppo elevata. Se lo Stato tassa troppo, i cittadini cominciano a pensare che non valga la pena di lavorare tanto.

E specularmente occorre considerare quali sono gli effetti positivi di un welfare privato. Un maggiore impiego di risorse private consentirebbe, ad esempio, una minore pressione fiscale e un aumento della domanda. Si ha anche un effetto di sostegno all’economia. Un’ipotesi implicita è che però l’economia deve essere competitiva. Altrimenti l’aumento della domanda si trasforma in maggiori importazioni. Uno degli aspetti positivi del terzo pilastro è, poi, che il terzo settore libera risorse pubbliche. Esiste, dunque, anche un effetto supply side, cioè non solo sulla domanda. Minore pressione incentiva maggiore produzione. Infine, si deve anche considerare che in tema di welfare si tende a litigare. La lite non è utile. E il metodo per la ripartizione delle risorse dovrebbe essere meno litigioso. Occorre ridurre anche il conflitto sociale. In una società piena di disuguaglianze il rischio di acuire la litigiosità è enorme.

Infine, se i cittadini sviluppano l’inclinazione ad aiutare gli altri, questo aiuta ad avere minore conflitto sociale. Quanto costa la conflittualità sociale? Nessuno ha mai voluto fare questo calcolo. Emanuele l’ha fatto e ha riscontrato che il risparmio sarebbe enorme.

Bassanini, la rivincita della società civile

La parola “sussidiarietà” è stata introdotta dalla legge n. 59 del 1997, definita “legge Bassanini”. Ed è stata introdotto come un principio di delega al legislatore per riorganizzare l’insieme delle istituzioni e dell’amministrazione pubblica. Questa è la ragione per cui Bassanini ritiene di essere stato invitato.
Le vicende di questi ultimi mesi successive alla stampa del lavoro Emanuele hanno confermato la bontà del suo approccio.
Assieme a Quadro Curzio, Bassanini ha presentato il volume "Institutions for social Well-Being. Alternatives for Europe". E in questo libro molti degli autori sostengono una tesi fondata, e cioè che nei paesi a economia matura e democrazia liberale, i sistemi di welfare più diffusi e sviluppati siano meno efficaci nel reggere la crisi. La crisi sta dimostrando che i paesi con sistemi di welfare moderni reggono meglio. Ma tra le ragioni genetiche della crisi c’è anche la ricerca di garanzie non offerte dal sistema del welfare.
Se questo è vero, allora Emanuele ha ragione nel sostenere che la spesa sociale non va tagliata (p. 465). Ed è anche vero che a subire meno gli effetti della crisi sono proprio i paesi che hanno evitato la deriva assistenzialista e welfare delle opportunità e hanno saputo conciliare economia di mercato competitiva nella globalizzazione con un sistema di welfare moderno ed efficiente.

La spesa sociale va, dunque, riorientata per rendere il sistema più equo ed efficiente. Tra gli obiettivi di questo ripensamento della spesa sociale vi dovrebbe essere, ad esempio, quello di incrementare la natalità con l’ampliamento dell’offerta di asili nido e scuole materne. In Francia ci sono 28 posti ogni 1 bambini, in Nord Europa tra i 5 e i 7 posti ogni 1 bambini. In Italia siamo intorno a 1 posti ogni 1. L’Italia soffre di due anomalie pesanti nel sistema dei paesi a eco matura: basso tasso di natalità e occupazione femminile. Perché è inadeguata l’offerta di asili nido e scuole materne.
La sfida per i paesi europei è quella di saper conciliare la competitività delle economie con sistema di welfare che sia compatibile, in grado di garantire soddisfazione bisogni essenziali senza appesantire la competitività.

Una delle ricette fondamentali per raggiungere questi obiettivi è senz’altro il welfare mix proposto da Emanuele: le gambe del welfare dell’offerta di servizi sociali devono essere tre e non due. Stato, mercato e terzo settore. Zagrebelsky ha posto la questione se dobbiamo chiamarlo “primo settore”.
Ma sicuramente va riorganizzato. Il primo pilastro cioè lo Stato deve ripensarsi. Bassanini è meno convinto di Emanuele che occorrano modifiche costituzionali. La riforma complessiva proposta da Emanuele sta già nella Costituzione.

Il sistema del welfare e dei servizi alla persona e della tutela dei diritti storicamente prende avvio nel privato sociale. Venne poi la stagione dominata poi dal individualismo statalistico liberale. La legge Crispi pubblicizzò opere pie in IPAB e casse di risparmio e monti di pietà che erano espressione della società che si auto-organizza non per la difesa del profitto ma in base al principio della solidarietà per articolare le comunità intermedie. Poi venne la cultura marxista statalista che porta con sé la contrapposizione tra Stato e cittadini e la convinzione che questi ultimi si organizzino per intervenire in economia solo in forma di impresa lucrativa e, dunque, l’impresa è vista come proiezione di interessi individuali. Lo Stato liberale aggiunge due sole forme: il partito di massa e il sindacato come cinghia di trasmissione dei partiti, ma rifiuta le comunità intermedie. Mentre l’impresa è a tutela degli interessi individuali.

Ma la Costituzione agli articoli 2 e 3 riconosce che i diritti inalienabili non sono fondati dallo Stato e le formazioni sociali. La sussidiarietà orizzontale sta già nella Costituzione anche se non c’è la parola. Lo dimostrano gli scritti di Tosato sul principio di sussidiarietà, quelli di Benvenuti e di Esposito i quali dimostrano come la Costituzione accetti l’idea di un’articolazione pluralistica della società che il sistema istituzionale avrebbe dovuto rispettare. Le sentenze Zagrebelsky nn. 3 e 31 del 23 riconoscono il pluralismo. L’art. 118 è applicazione di questo sistema. Le IPAB tornano private. Le fondazioni bancarie mantengono la propria autonomia: e se il legislatore fosse intervenuto con la riforma Tremoni, la Corte costituzionale avrebbe affermato quanto detto per le IPAB.
Ma negli anni successivi alla Costituzione la cultura dominante era un mix statalista-liberale-individualista e statalista-marxista e informava di sé tutti gli organi giudiziari: il rifiuto delle comunità intermedie era pressoché unanime.

Oggi sappiamo che lo Stato da solo non ce la fa. Ma sappiamo anche che non esiste solo il fallimento dello Stato. Anche il mercato fallisce. Le parole di Tremonti sul terzo settore nel suo ultimo libro (La paura e la speranza) sono pagine significative. Tremonti aveva cercato di riportare le fondazioni sotto il controllo di istituzioni pubbliche. Oggi riconosce che non era quella la strada da percorrere.

Per concludere, sulle proposte di Emanuele, forse quella di ulteriori riforme costituzionali non è la più importante. Deve essere fatta una riforma del settore, ma non con legge delega. Ma soprattutto rivedere la disciplina fiscale e attuare l’art. 23.

Ma ci sono due questioni più difficili ancora da affrontare. Anzitutto, l’idea diffusa del primato della politica. Arte nobile, ma c’è bisogno di buona politica. È tornata dominante l’idea che la politica decida tutto. Le critiche sulla autoreferenzialità delle fondazioni bancarie derivano dal fatto che non si fanno più dettare legge dai partiti. Non tutto deve essere deciso a maggioranza e deve essere riferito al Parlamento o al governo. In secondo luogo, la cultura dei soggetti collettivi: è difficile che si riconosca ad associazioni e fondazioni di essere soggetti. Il libro di ASTRID su “Dove lo stato non arriva” ha questo obiettivo. ASTRID stessa è un soggetto collettivo e non pubblica mai come “Autori Vari” i suoi libri. Ci sono 35 soci che lavorano per elaborare insieme idee. I libri di vari autori sono altra cosa. Eppure alcuni editori si rifiutano di pubblicare libri collettivi. Questo è il portato di una vecchia idea e di una vecchia cultura. Vedo in questa abitudine culturale la persistenza della convinzione che dietro contributi intellettuali non ci possano essere dei soggetti collettivi. ASTRID è l’autore. Un libro di ASTRID è il frutto del confronto e della elaborazione comune di una comunità di pensiero. Eppure per alcuni editori questo conta meno del contributo individuale di qualche accademico di chiara fama che scrive da solo, chiuso nel suo studio in un dipartimento universitario. Questo è il rifiuto di una cultura nuova, di un mondo diverso in cui le forme di espressione delle risorse umane di pensiero, lavoro, impegno, partecipazione sono molto più articolate e ricche. Non priviamoci di questa ricchezza.

De Rita, individualismo statalista addio
L’individualismo statalista è il segno, la cifra su cui si è andata evolvendo la società italiana. Ancora oggi facciamo i conti con esso. Lo Stato provvede a tutto. E’ la nostra cifra. Per fortuna negli ultimi anni è arrivata un’ondata di iniziative sociali spontanee. L’individuo cerca di sfruttare lo Stato, lo Stato cerca di opprimere l’individuo. Ci vuole una definizione per sintetizzare questa ondata: non profit, terzo pilastro, terzo settore, sociale privato, cittadinanza attiva, volontariato, onlus, imprenditorialità sociale, sussidiarietà.

Ma perché arriva questa ondata contraria all’individualismo statalista? Essa origina dalla incapacità della classe dirigente post-risorgimentale di capire il problema. Come Emanuele mette in luce (p. 75) Crispi percepiva l’autonomia sociale come un attentato allo stato. E questa convinzione si salda con lo strano e deviante modo di concepire il liberalismo e la parità di bilancio di Quintino Sella. Perché? All’epoca c’era capacità di vivere al di là dello Stato. Pensiamo alle opere pie, alle attività sociali cattoliche e massoniche, a persone come i Montini e gli altri bresciani che in tempo di non expedit hanno creato banche, giornali, industrie, e ricostruito Brescia senza soldi pubblici.

Esisteva allora una dimensione naturale risorgimentale laica che contava su impegno laico e civico. Esisteva la scuola privata ad esempio.
Oggi assistiamo al ritorno di una dimensione e di una visione non statalista e non individualista, ma lo viviamo in maniera disordinata. Va prima fatta crescere. Senza volerla subito regolare e imbrigliare perché non dobbiamo dimenticare che il regolatore ha ancora una cultura statalista e vuole imprigionare la novità che questo ritorno rappresenta.

La nuova ondata di impegno civico nasce vent’anni fa e ha creato una dimensione sociale dirompente. La prima conferenza del volontariato è del 1987 (Governo Goria). Il volontariato si è poi pian piano allargato. L’Italia, del resto, è un popolo di volontari. Basta guardare il materiale presente sul sito di Arena. Esiste un volontariato ecologico, monumentale, sociale, ecc.
È una realtà infinita che non può auto-rappresentarsi. Nel CNEL ci sono 12 persone in rappresentanza di questo mondo. È utile, ma non è tutto. Perché quelle 12 persone non saranno ma in grado di riprodurre la ricchezza sociale che si trova andando in giro.

Una dimensione di questo genere ha un problema: gran parte del volontariato grava sulla famiglia. Solo la famiglia fa volontariato. C’è un meccanismo che si riconduce alla famiglia. Con Crispi la famiglia non c’era. L’individualismo statalista è stato poi una delle pietre miliari del fascismo. Anche la dimensione della prima repubblica era sostanzialmente statalista. Anzi, vi è stata in quel periodo storico l’accentuazione perfida e furbastra di individualismo statalista. Questa dinamica si è rotta e la società civile torna. Non opere pie, ma con fondazioni bancarie che sono le eredi delle casse di risparmio che preti o baroni avevano creato. Tornano spinte senza caratteristiche strutturali da soggetto collettivo. Abbiamo un mondo della sussidiarietà ma non abbiamo capacità di fare soggetto collettivo perché l’individualismo è ancora intriso nella nostra cultura. Vince ancora ed è difficile fare soggetti collettivi. Le opere pie ci hanno messo 7 anni per essere quello che erano diventate. Venivano da una dimensione strutturalmente sociale. Oggi abbiamo tante sigle ma non niente o nessuno che le guidi verso una dimensione politica o pubblica (di opinione pubblica) per proteggerne gli interessi.

La tentazione allora è di “regolare” conferendo magari dignità costituzionale a questa multiforme realtà. Invece, dovremmo dare a questo mondo più codice civile, più vantaggi fiscali, più spazio per consentire ai soggetti collettivi di auto-organizzarsi. Vi è un’ansia di irreggimentare. Lasciamo, invece, che i soggetti di questo microcosmo si aggreghino da soli, altrimenti rischiamo di inaridire la multiformità dei mille fiori che il risveglio della società civile sta facendo sbocciare. Diversamente, lo statalismo vincerà ancora e comprimerà ancora la società civile come fece con Crispi, Sella e Mussolini. La parte più cinica vuole il fallimento di questa stagione. Quello di Emanuele è un libro per esperti, ma è anche un libro squisitamente politico. Egli suggerisce di far allargare, fiatare e respirare questo terzo settore non dando delega a nessuno (onlus, cooperative sociali, ecc.). Solo così garantiremo il ritorno di un vecchio ceppo della società italiana che come un fiume carsico sta gradualmente riaffiorando.

Emanuele, dal welfare state al welfare mix
L’Autore ha ringraziato i presenti per aver avuto la pazienza di ascoltare argomenti e tematiche tanto diversi. Finanza, economia, matematica, diritto costituzionale, sociologia dell’associazionismo, cittadinanza attiva, inni alla libertà e alla partecipazione. Ad Emanuele premeva ricordare che senza le intuizioni dei consiglieri di Stato e dei giudici costituzionali non ci sarebbero queste dimensioni. Anche i politici hanno fatto la loro parte negli ultimi anni. Banca d’Italia, Ragioneria di Stato hanno pure ascoltato queste voci. Tutti questi soggetti hanno avvertito che il mondo stava cambiando. E soprattutto si sono accorti della spiritualità che connota questo mondo.

Bassanini è stato invitato perché senza il suo impegno personale il mondo delle fondazioni non avrebbe raggiunto riconoscimento costituzionale. E ha fornito un contributo costante come nell’ultima pubblicazione di ASTRID su “Dove lo Stato non arriva” che contiene due eccellentissime pagine di Bassanini sulla autoreferenzialità delle fondazioni e sui limiti della ostruzione istituzionale che le fondazioni hanno patito.

Negli USA il 6% del PIL è prodotto dal non profit ed è destinato ad aumentare. Nella città di New York esso occupa il 7% della forza lavoro. L’economia sociale in Europa si attesta attorno al 6%. Nel 27 le fondazioni bancarie hanno distribuito in Italia più di un miliardo di euro.

Il libro cerca di dimostrare che bisogna intercettare il cambiamento nella società e prendere coscienza delle dimensioni economiche di questa realtà in movimento. In Europa i coniugi Blair, ad esempio, hanno messo su una rete filantropica da 31 milioni di euro. Bill e Melinda Gates hanno fatto anche di più negli USA (oltre 4 milioni di euro). Lo Stato è in crisi. L’intervento nella società è una ricetta keynesiana. Obama tenta di aggiornarla. Ma la pressione fiscale non è incrementabile. Anche i privati sono in crisi. Il mercato libero a tutti i costi e la deregulation hanno portato alla crisi.

Nel momento in cui ci si accorge che né lo Stato, né il mercato sono in grado di dare tutte le risposte, dal basso riemerge il fiume carsico della società civile e si riaffaccia prepotentemente con una soluzione salvifica. Emanuele lo definisce terzo pilastro. Qui Emanuele riconosce la lungimiranza del pensiero di Cassese che dopo la riforma del 118 ha sottolineato la rottura del paradigma bipolare nei rapporti tra Stato e cittadino. E la sintonia con il punto di vista di Arena è piena.

Ma vale la pena completare e rafforzare il portato costituzionale. Non è necessario certo, ma la chiarezza e la certezza ne gioverebbero. La riforma del codice civile è invece imprescindibile. I mille fiori di De Rita sono un’immagine efficace.
Infine, in Italia il non profit paga le imposte. Accade solo da noi. In contrasto con l’indirizzo della Corte di giustizia, la Cassazione ha cambiato indirizzo sul trattamento fiscale delle fondazioni di origine bancaria e lo ha fatto con una sentenza che incide sulle fondazioni con effetto retroattivo. Fondazione Roma ha una partecipazione finanziaria dell’1% in Banca di Roma e non svolge alcuna attività di gestione finanziaria. Non ci è stato consentito di dimostrare l’infondatezza di assioma per cui tutte le fondazioni di origine bancarie svolgono attività di gestione finanziaria. Occorre invece alleggerire gli oneri e i costi dello Stato per favorire altre realtà più in grado di combattere la decomposizione del sistema di welfare e offrire al terzo settore la possibilità di intervenire in campi come l’arte, l’istruzione, la ricerca, la sanità (in cui le fondazioni hanno investito 2 milioni di euro).

Occorre abbandonare il modello di Stato sociale diffuso e assistenzialista. Selettività, efficacia sussidiarietà dal basso sono le caratteristiche di un nuovo modello di welfare fondato con l’aggiunta di un terzo pilastro. Emanuele sottolinea la compatibilità e attualità del welfare mix, e l’obsolescenza del welfare state. In questo Paese abbiamo bisogno di capire che viviamo e ci muoviamo in un mondo che cambia.



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