La confisca del bene agisce dove la pena detentiva non può arrivare
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“Per il nostro bene”. Comune

Un viaggio alla scoperta dei beni confiscati alle mafie. Da Sud a Nord

Un reportage dal fronte. Cosìviene descritto il saggio di Alessandra Coppola e Ilaria Ramoni, uscito nelle librerie nel Settembre scorso. Un reportage dagli scenari di mafia, che racconta il fenomeno mafioso partendo però dal " dopo " . Dai beni confiscati alle cosche, dalla legislazione che li regola, dai racconti di chi ce l'ha fatta e di chi, invece, è ancora costretto a combattere contro ostacoli di ogni genere; economici, burocratici, " ambientali " .

Quella dei beni confiscati è una storia che comincia nel 1982, con la Legge 646, meglio conosciuta come Rognoni-La Torre. Una legge che ha avuto bisogno di due morti illustri prima di essere emanata: quella del Generale Dalla Chiesa e quella di Pio La Torre, appunto. Una norma che ha saputo, a detta degli stessi capi clan, corrodere ed abbattere l’orgoglio dei mafiosi. ” La confisca del bene agisce, infatti, dove la pena detentiva non può arrivare ” . Impossibile sarebbe comunque raccontare il percorso della 646 senza annoverare l’impegno di Luigi Ciotti e della sua associazione ” Libera ” che, quasi due decenni fa, ha avuto il coraggio di sottoporre ad una consultazione popolare l’idea di destinare i beni confiscati al riutilizzo di pubblico interesse. E’ un bel libro quello edito da Chiarelettere, che sa esprimere meglio di altri la vastissima geografia del fenomeno mafioso, resa comprensibile grazie ad uno sguardo condiviso rivolto alla reale dislocazione dei beni confiscati. Da Vigevano a Porto Empedocle, da Cinisi a Torino. Un fenomeno che non riceve la popolarità che meriterebbe, se non altro per la sua portata economica: seppur con difficoltà , si stima infatti che il valore complessivo dei beni confiscati sia equiparabile a quello di una piccola finanziaria.

Le esperienze divenute simboli

Le due autrici partono dalle testimonianze e dalle esperienze che debbono essere raccontate con orgoglio; storie di vittorie che narrano di immobili confiscati ai carnefici e consegnati alle vittime; storie di beni tolti ai poteri illegittimi e riconsegnati alla collettività , che parlano di un potere mafioso ridicolizzato agli occhi della pubblica opinione. Storie che impongono di dare ascolto a Don Ciotti e al suo appello contro la vendita dei beni sottratti alle cosche. ” L’errore più grande ” , a detta del sacerdote. Se Marco Tullio Giordana e Luigi Lo Cascio hanno saputo raccontare pregevolmente la vita e la storia di Peppino Impastato con i celebri ” Cento passi ” , le due brave giornaliste ci informano sulla conversione subita dalla casa di Tano Badalamenti, proprio quella che distava meno di cento metri dall’abitazione di Peppino e che ora è gestita da Libera, riconsegnata alla collettività . Allo stesso modo, quella che era la roccaforte della famiglia Belfiore, a pochi chilometri da Torino, ora è fruibile proprio a chi della famiglia Belfiore è stato vittima: i figli ed i nipoti di Bruno Caccia, magistrato ucciso nel 1983.

Le dolenti note

E’ uno stereotipo degli aneddoti che circondano l’italianità , l’insieme delle dolenti note dei beni confiscati, raccontate dalle due giornaliste nella seconda parte del libro. Dolenti note che iniziano con un’analisi delle condizioni in cui deve lavorare l’Agenzia Nazionale per la confisca dei beni, costretta ad affrontare innumerevoli problematiche che, come detto, spaziano da cavilli burocratici impossibili da aggirare, alla scarsità di fondi a disposizione dell’Agenzia, fino all’annosa questione degli ostacoli sociali, ribattezzati come ” ambientali ” . Ostacoli fatti di diffidenza dei cittadini, di mancanza di fiducia nelle istituzioni e di un ” si stava meglio quando si stava peggio ” ripetuto come una filastrocca dagli abitanti diffidenti che ben poco vogliono spartire con coloro che si occupano del bene confiscato. Percorsi che vedono fallire il 90% delle imprese confiscate ed assegnate ad altri a causa dello strapotere che le famiglie mafiose continuano ad esercitare, anche in seguito alla confisca. Poteri che agiscono indisturbati grazie al beneplacito della popolazione locale, in gran parte convinta nel negare quelle che ai loro occhi continuano ad essere solo invenzioni giornalistiche.

Un’agenzia paralizzata

I responsabili dell’Agenzia, Morcone prima e Caruso oggi, hanno cercato di far capire agli addetti ai lavori che il loro obiettivo non poteva essere legato ad un reddito. Non poteva corrispondere ad un beneficio per le casse dello Stato. Né tanto meno si può pensare che quello dell’Agenzia sia un mero esercizio di smistamento dei fondi, ma un’intensa e delicata opera di progettazione che, nei fatti, meriterebbe un collaudo approfondito. Ne è un esempio la serie di contraddizioni, ritardi e marce indietro che hanno portato all’abbandono di quello che era il rinato panificio ” Antichi sapori ” a Fasano, Brindisi, confiscato dopo anni ai boss della Sacra Corona Unita; e la colpa è da addebitarsi esclusivamente al cambio al vertice dell’Agenzia per i beni confiscati e Alle differenti opinioni dei suoi responsabili. Il risultato è che i due prestigiosi assegnatari, i fratelli Vissani, hanno visto sbarrarsi l’orizzonte davanti a loro e sono stati costretti a dire addio al progetto di poter sfornare il ” pane della legalità ” .

L’elemento di sviluppo

Il messaggio lanciato dalle autrici è quello che impone di far comprendere l’importanza della lotta alla mafia non solo in chiave di ” guerra militare ” ma come un’imprescindibile ” prospettiva di sviluppo ” . Uno sviluppo che può e deve ripartire dalla crescita locale, dallo sviluppo del dettaglio e di un network che metta in contatto i vari gestori dei beni e che, duole dirlo, non può permettersi di dover fare i conti con un’ Agenzia immersa in una situazione definita dal suo ex direttore Morcone ” una situazione di stallo e di paralisi ” . Occorre inquadrare il fenomeno della confisca in uno scenario più ampio e lungimirante che possa trasmettere l’importante messaggio della riappropriazione dei cittadini di quei beni che non possono che chiamarsi ” comuni ” . Quello della confisca deve convertire i propri connotati, garantendo l’abbandono dell’idea che lo identifica come gravosa spesa per le pubbliche finanze e lo individui invece come imprescindibile elemento di sviluppo. Uno sviluppo che presenta però un disperato bisogno di coraggio e di trovare un terreno fertile, che sappia davvero accoglierlo.

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