La città è il luogo deputato alla progettazione del futuro
Cultura Recensioni

Se Venezia muore, morirebbe il diritto alla città

Il titolo del libro di Salvatore Settis ha già la risposta all ' ipotesi proposta. L ' autore infatti non si pone il problema di un futuro possibile, ma di un indicativo presente. Se Venezia muore si verificherebbe, anzi si verifica, il più grande paradosso della storia. La città che più di tutte è nata per salvarsi, scegliendo di nascere e crescere in una situazione precaria, e che da oltre mille anni combatte per la sua sopravvivenza avrebbe deciso, anzi ha deciso, di abbandonarsi a se stessa e scappare dall ' assalto di migliaia di turisti che la vogliono spogliare delle ultime sue grazie prima del tramonto definitivo.

Lotta tra memoria e presentismo

I problemi di Venezia, ” la città fra le città ” (Le Droit à la ville, Lefebvre,1968) hanno una complessità senza pari per via del delicato equilibrio tra città e ambiente circostante, quello della Laguna; per la suprema importanza della città storica e del suo inestimabile valore artistico e culturale a cui si affianca la cronica incapacità delle pubbliche amministrazioni. Afflitta dal declino demografico, economico e culturale. Per Settis Venezia è un malato famoso. I sintomi della sua malattia possono essere presi come rappresentazione dello stato di salute di tutte le città storiche e il suo destino come il laboratorio del destino delle città storiche.

Nelle parole dell’autore ” come accade a chi perde la memoria, anche le città quando sono colte da amnesia collettiva, tendono a dimenticare la propria dignità . ” Ma secondo Settis per perdere la memoria non c’è bisogno di complicità , basta l’indifferenza. Come sottolineato nel suo libro “Se Venezia muore” non basta più affidarsi alla bellezza delle nostre città e pensare con un certo fatalismo che questa basterà da sola a proteggerle dalla massificazione e omogeneizzazione. Come afferma fortemente Settis ” la bellezza non salverà nulla e nessuno se noi non saremo in grado di salvare la bellezza ” . Sono tanti gli spunti e richiami famosi fatti dall’autore per raccontare questa smemoratezza partendo dall’esempio di Atene, in apertura del libro, e del suo sonno durato secoli. Interessante il riferimento a Samuel Scheffler nel suo ” Death and the Afterlife ” , dove viene adottata una prospettiva etologica degli esseri umani e viene affermato che il comportamento sociale sarebbe necessariamente orientato al futuro. Il presentismo, che spesso domina le scelte di attori pubblici e privati, quello che Eliot chiamava ” provincialismo del tempo ” , sarebbe per cui da intendere come una patologia del vivere sociale. Per questo gli esseri umani devono essere guidati dall’imperativo etico ” di lasciare alle generazioni future un ambiente e una trama di città che siano degni di quel che noi abbiamo ereditato ”

Riflessione sul ruolo dell’architetto

Passaggio interessante di questo pamphlet è la provocazione lanciata sul ruolo dell’architetto. L’autore si chiede ” ma davvero l’architetto opera in un empireo dominato dalla sola ragione estetica e senza alcun rapporto con la società , la cittadinanza e la memoria culturale? ” . Forse sarebbe utile ogni tanto fermarsi a riflettere su come le nostre azioni abbiamo un impatto a lungo termine nella società , anche in questi tempi di crisi economica e di forte disoccupazione, dove il lavoro sembra un miraggio e il leitmotiv è ” purché ci sia ” , e su come sia importante fare i conti con l’etica delle professioni. Settis sottolinea come il lavoro dell’architetto abbia un forte impatto sulla vita di tutti noi perché modifica l’ambiente in cui ci muoviamo. L’estetizzazione dell’architettura porta alla rimozione di ogni preoccupazione sociale, economica e politica. Per questo invita a domandarsi se non fosse arrivato il momento di ragionare su una sorta di giuramento di Ippocrate dell’architetto, magari partendo da Vitruvio con il suo De architectura, dove si chiede all’architetto di usare fabrica et ratiocinatio, ossia esperienza costruttiva e riflessione teorica, oltre che conoscenza delle historiae. D’accordo con Lina Bo Bardi, architetto italiano che operò in Brasile, si può affermare che: ” Gli architetti devono mettere al primo posto non il proprio individualismo formalizzante, ma la propria consapevolezza di volersi rendere utili alla gente mettendo al loro servizio la propria arte ed esperienza ” (Z. de A. Lima, Lina Bo Bardi, 2013).

Venezia resiliente

Inoltre Venezia è un esempio perfetto non solo della città , ma anche del rapporto tra campagna e città . Ne consegue che il diritto alla città sia anche diritto alla campagna e diritto alla natura. Conoscere e saper gestire questa relazione è sempre più importante. Venezia non è altro che la prima città resiliente della storia e oggi che si cercano nuove soluzioni per rendere le nostre città pronte e attrezzate al cambiamento climatico. L’esempio di Venezia, con la sua mobilità urbana prettamente pedonale, la stretta integrazione tra produzione di cibo e consumo, tra paesaggio naturale e paesaggio antropico, diventa un punto di riferimento importante e significativo. Per l’autore, archeologo e conoscitore della legislazione in materia di beni culturali, la pianificazione urbana e paesaggistica possono fare bene poco in questa direzione. Infatti il vizio d’origine dell’ordinamento italiano è il mancato raccordo fra tutela dei paesaggi e leggi urbanistiche. Come sei i due aspetti viaggiassero su due binari separati. Oltre a questo aspetto l’altro importate fattore che influisce in questo ambito è quello che Federico Caffè affermava essere il ” divario tra le salvaguardie cartacee e l’operare concreto ” .

Democrazia e cittadinanza

La riflessione di Settis su Venezia e le città storiche conduce inevitabilmente a far emergere le ripercussioni che la standardizzazione e la mercificazione delle città hanno sulla democrazia, sul diritto alla città e alla cittadinanza. Infatti viene affermato che ” la dissoluzione della città storica, il pensiero unico delle megalopoli, la messa a bando della diversità dei modelli urbani, incidono sul comportamento delle donne e degli uomini, impongono nuove rotte alle pratiche di cittadinanza ” . Ed è tramite la difesa dei diritti dei cittadini che si misura la salute di una democrazia.

La forzata omogeneizzazione delle nostre città , che tende a cancellarne le differenze è un errore anche dal punto di vista dell’economia di mercato. Settis accusa la speculazione e la rincorsa alla crescita economica. Ma si cimenta anche in un esercizio di immedesimazione. Se fossi una città e volessi dominare il mercato e vincere la competizione con le altre città , vorrei essere quanto più diversa e migliore delle altre, essere proprio quella “Nobilissima, et singolare” città descritta da Sansovino. Per cui, anche dal punto di vista dell’economia di mercato la massificazione o standardizzazione di tutte le città è controproducente. Settis pensa subito a chi lotta contro la demolizione di un quartiere storico o la chiusura di un teatro, come le associazioni di cittadini che sempre più spesso si attivano per la tutela dei beni comuni. Secondo l’autore loro starebbero facendo di più per la loro città , in termini strettamente economici, di chi invece vorrebbe usare quei luoghi per immetterli nel flusso della standardizzazione.

Settis invoca un nuovo patto di cittadinanza. Per l’autore solo attraverso l’etica della responsabilità e la fermezza delle leggi si può correggere questa distorsione. E per fare questo bisognerebbe ” dare al diritto alla città , attraverso l’universo dei beni comuni, la nuova dimensione di una cittadinanza consapevole dei propri diritti sovrani ” . I pochi superstiti abitanti di Venezia, sempre più abitanti della terraferma, e i pochi che ancora credono a tutto ciò avranno la forza di ” acquistare consapevolezza, sviluppare solidarietà sociale e capacità progettuale, esercitare il diritto di parola ” ? Per Settis è necessario ricreare uno spazio comunitario che prenda forza dalle associazioni dei cittadini e dalla conoscenza locale dei problemi della città . Perché la tutela della città non consiste nel condannarla all’immobilismo ma lasciarla libera di riappropriarsi dello slancio creativo. Se da una parte è necessario bloccare la monocultura del turismo, dall’altra è fondamentale stimolare le attività produttive e manifatturiere, sostenendo il lavoro creativo, riutilizzando gli edifici in rovina e incoraggiando la ricerca scientifica e universitaria.

LEGGI ANCHE:



Lascia un commento