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Pane in Comune: dall’invenduto nei mercati rionali al cibo bene comune

Da mero prodotto di mercato a veicolo di relazioni sociali e di condivisione

A Torino di sera quando i mercati chiudono non si butta nulla di quello che non è stato venduto. E si usa il buon cibo come un aggregatore sociale.
L’associazione Eufemia che si occupa di recuperare i prodotti invenduti nei mercati dal 2008, si evolve e cresce con Pane in Comune che invece è un progetto nato sette anni fa per raccogliere il cibo sui banchi di diversi mercati di quartiere della città di Torino: prendendo accordi con i commercianti, ogni sabato – prima della chiusura – i volontari di Eufemia accompagnano le famiglie in condizioni di svantaggio economico e sociale a prendere quello che altrimenti sarebbe destinato al macero.

Oltre la raccolta

Si raccoglie e si redistribuisce. E se ci sono ancora prodotti alimentari, vengono trasformati nei laboratori itineranti che Pane in Comune ha attivato, come ci racconta Chiara Fiore, volontaria di questo progetto e parte attiva della cucina: «Il primo è stato pensato a supporto di una cooperativa – Aeris –  che si occupa di adulti in difficoltà, il secondo è dedicato ai pazienti psichiatrici della Asl di circoscrizione e si tiene negli spazi di Raffinerie Sociali, che è un centro polifunzionale fornito anche di una cucina, in cui è possibile portare avanti queste buone pratiche sull’educazione alimentare e sul riciclo del cibo con le ricette anti-spreco».
A fine dicembre 2017 si sono contati tra i partecipanti 30 nuclei stabili, di cui 5 persone singole, 4 coppie e le altre famiglie tra i 3 e i 6 componenti, a cui si aggiungono altri 20 nuclei che frequentano discontinuamente, per un totale di beneficiari che direttamente o indirettamente, considerando il numero dei componenti dei nuclei familiari, beneficiano del servizio, che si aggira intorno alle 100 persone, di cui almeno 15 minori. Un servizio funzionale anche alle necessità dei commercianti, perché consente di diminuire il tempo e le risorse spese nello smaltimento dell’invenduto. Sono circa 60 quelli che in maniera costante garantiscono la raccolta di circa 950kg di frutta e verdura.

Come si sostiene il progetto?

Pane in Comune in questi anni è stato sostenuto esclusivamente dalla volontà e dalle risorse dell’associazione Eufemia, ma in questo 2019 sarà un finanziamento della Fondazione CRT (un ente non profit che opera per lo sviluppo di Piemonte e Valle D’Aosta, ndr) a garantire la continuità di un progetto virtuso: «Il bando a cui abbiamo partecipato prevedeva di partire da un autofinanziamento – noi abbiamo raggiunto 5mila euro – e a quel punto la Fondazione ha incrementato il nostro fondo di altri 5mila euro. Li useremo per le spese dello spazio, per incrementare il materiale utile ai laboratori perché spesso non è sufficiente quello che viene raccolto nei mercati, ma bisogna integrare i pasti, noi siamo supportati da un nutrizionista che spiega come mangiare bene, in maniera variegata, perché riciclare cibi avanzati può essere un guadagno anche per la salute».
E sempre in questo nuovo anno Pane in Comune è entrato a far parte di un progetto più grande che si chiama Food Pride e di cui fanno parte moltissime associazioni legate a forme di sostegno e di inclusione differenti.

Un universo di alternative sane

«Alla raccolta dell’invenduto nei mercati che ormai è un appuntamento fisso e atteso dalle famiglie, si è affiancata una più ampia raccolta nei negozi di quartiere che va dal pane, al latte, alla pasta. E’ un progetto importante su più fronti, chiaramente aiuta a combattere lo spreco alimentare, una pratica dilagante ormai, che va dalla produzione alla distribuzione dell’agroalimentare. Per fare un esempio solo noi volontari di Pane in Comune, durante la settimana, recuperiamo tonnellate di cibo che è perfettamente consumabile. Evitare che questo accada aiuta il pianeta, perché riduce l’impatto negativo che lo spreco alimentare ha sull’ambiente, ma soprattutto incentiva lo sviluppo di un’economia sostenibile e aiuta le persone a raggiungere una sicurezza alimentare, molto importante in un percorso di autonomia, di integrazione sociale e di lotta all’emarginazione economica delle famiglie».

Il cibo bene comune…

Pane in Comune è profondamente differente dalle collette alimentari o dalla distribuzione dei pacchi. E Chiara ci spiega perché: «Il progetto non esisterebbe senza il coinvolgimento e la condivisione con le persone e le famiglie che non sono dei semplici utenti finali, perché dialogano con i commercianti del mercato, scelgono quello di cui hanno bisogno. Abbiamo un rapporto diretto e costante con i servizi sociali della Circoscrizione che ci indicano quali sono le necessità maggiori. Parallelamente questo percorso procede nelle residenze per adulti senza fissa dimora e in supporto agli adulti in difficoltà, che imparano ad autogestirsi e questo risulta fondamentale dato che l’alimentazione nelle fasce più povere e disagiate della società non è mai al primo posto, il cibo significa sopravvivenza, non nutrimento. Per cui avvicinarsi ai mercati vuol dire acquisire consapevolezza rispetto ad uno stile alimentare sano ed equilibrato che includa la frutta, le verdure».

…e la sua filiera

Ma c’è di più, il cibo – come l’acqua e gli spazi di socialità – si qualifica come bene comune attraverso cui godere di diritti fondamentali: «Nel mercato capitalistico tutto quello che si mangia viene ridotto a bene materiale, a strumento di diseguaglianza, creando un divario tra la condizione di ricchezza, eccesso, spreco e quella di povertà e carenza che costringe al ricorso a cibi di serie B, a prodotti da discount. Se partiamo però dalla considerazione che il bene comune è un bene di cui la collettività decide di essere responsabile allora il cibo diventa bene comune anch’esso e da mero prodotto di mercato diventa anche un veicolo di relazioni sociali. Nel caso specifico di Pane in Comune la cittadinanza attiva, affiancata dall’associazione, aiuta a creare una rete di cura e a riappropriarsi di una risorsa necessaria. Ed è la filiera che può essere definita un bene comune, perché si salva il cibo destinato ad essere un rifiuto, gli si dà nuova vita attraverso la relazione tra cittadini e si permette il consumo a chi necessita non solo di cibo, ma di alimenti nutrienti e salutari».