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Beni comuni e amministrazione condivisa Il punto di Labsus

Europa, bene comune?

Ci sono oggi, in Italia e altrove, politici capaci di ridare un’anima all’Europa?

Se al posto degli attuali politici senza visione, condizionati dalle paure e dagli umori di elettori incattiviti, ci fossero uomini capaci come Spinelli di guardare oltre l’esistente, si accorgerebbero che l’Europa ha un patrimonio di valori il cui sviluppo, a beneficio di tutti gli abitanti del pianeta, potrebbe diventare il grande progetto intorno a cui mobilitare la parte migliore della società europea.
Perché è vero che l’Europa è un continente, che l’Unione Europea, cioè l’unione dei paesi e dei popoli di questo continente, è un’istituzione e che dunque l’Europa, in quanto tale, non è un bene comune.
Ma il processo di integrazione che ha creato e che continua a plasmare l’Unione Europea, questo processo certamente è un bene comune di cui tutti dobbiamo prenderci cura, come dovremmo prenderci cura del clima, dell’ambiente, del territorio e di tanti altri beni comuni da cui dipende la qualità delle nostre vite. Non è genericamente l’Europa il bene comune, ma lo è il processo di integrazione fra popoli e paesi che in circa settant’anni ha prodotto tanti effetti fra cui soprattutto uno che, a sua volta, è anch’esso un bene comune.

La pace, bene comune

Il principale effetto prodotto dal processo di integrazione in Europa è infatti la pace fra i popoli europei. La pace è il bene comune per eccellenza, del quale o si gode tutti o non si gode affatto. Essa non è semplice assenza di guerra, così come la salute non è semplice assenza di malattie. E dalla pace dipende il godimento di tutti gli altri beni comuni, l’esercizio dei diritti fondamentali e addirittura la vita stessa.
Ai giovani europei di oggi, che non hanno mai conosciuto la guerra neanche nei racconti dei loro genitori, sembra normale. E invece uno dei grandi successi del processo di integrazione dei nostri popoli sta proprio nel fatto che tecnicamente e giuridicamente oggi la guerra fra i paesi europei non è più possibile. Pochi lo ricordano, ma nel 2012 l’Unione Europea ha ricevuto il Premio Nobel per la pace per la funzione svolta dall’Unione nel trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace.
Certo, purtroppo continuano ad esserci guerre fuori dalla comunità europea, anche vicinissimo a noi, come è stato nei Balcani negli anni Novanta del secolo scorso. Ma il fatto straordinario è che l’Europa non è più il luogo dove iniziano le guerre, perché gli stati europei hanno rinunciato all’uso della forza nei rapporti reciproci, così come hanno rinunciato ad un altro attributo fondamentale dello stato moderno, battere moneta.

La diversità, bene comune

La pace fra i popoli ed i paesi europei si fonda a sua volta sul rispetto di un valore che rende l’Europa veramente unica nel panorama mondiale, qualcosa che a noi europei sembra ormai scontato, ma che scontato non è affatto, anzi, è sempre a rischio: cioè la coesistenza delle diversità nel rispetto reciproco.
“L’Unione rispetta la diversità culturale, religiosa, linguistica” (art. 22 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea). Detto in altri termini, l’Unione è uno spazio pubblico improntato ad una concezione laica della vita che significa innanzitutto accettazione della diversità (che è una cosa diversa e ulteriore rispetto alla semplice tolleranza) nella convinzione che la varietà è una risorsa. Lo dimostra, fra i tanti altri esempi, quello straordinario programma chiamato Erasmus, grazie al quale milioni di giovani europei hanno imparato a conoscersi, a rispettarsi e ad apprezzarsi.
Questo vuol dire che chiunque guardi oggi all’Unione europea dal resto del mondo vede popoli che dopo essersi scannati reciprocamente per secoli in nome di religioni, ideologie, identità e culture diverse hanno imparato a vivere insieme nel rispetto e nell’accettazione reciproca. E in più hanno imparato a rispettare ed accettare le diversità derivanti dal sesso, dalla razza, dalla religione, dalle convinzioni personali, dalla disabilità, dall’orientamento sessuale e, in generale,“dalle condizioni personali e sociali”, come recita l’art. 3, 2° comma della nostra Costituzione.

I demoni del Novecento

Purtroppo, in questi ultimi anni i demoni del Novecento, quelli che ci eravamo illusi di aver seppellito per sempre nei sotterranei della storia, stanno tornando fuori urlando rabbiosi dopo settant’anni di esilio: il nazionalismo, il razzismo, la xenofobia, l’antisemitismo, la violenza contro le donne, l’omofobia e le tante altre forme in cui si manifesta l’odio contro chiunque sia diverso dall’odiatore sono tornati e riempiono piazze e social, mettendo in discussione la ragione stessa del processo di integrazione europeo.
Se infatti la diversità non è più considerata un valore da coltivare bensì un ostacolo all’affermazione delle identità e degli interessi nazionali, perché proseguire nel processo di integrazione fra diversi? Meglio separarsi, distinguersi, isolarsi, respingersi… e un giorno, finalmente, combattersi.

I valori dell’Unione

Ma la coesistenza delle diversità nel rispetto reciproco è solo il primo della serie di valori su cui si fonda il processo di integrazione europea. Si tratta di sette valori, contenuti nel Trattato di Lisbona e nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, che costituiscono parte integrante dell’identità e del modo di vivere europeo. Ognuno di loro si lega agli altri e dipende dagli altri per la sua realizzazione. Tutti insieme, costituiscono la cornice al cui interno si sviluppa il processo di integrazione europea.

Dignità umana. La dignità umana è inviolabile. Deve essere rispettata e tutelata e costituisce la base stessa dei diritti fondamentali.

Libertà. La libertà di movimento conferisce ai cittadini il diritto di circolare e soggiornare liberamente nell’Unione europea. Le libertà individuali, quali il rispetto della vita privata, la libertà di pensiero, di religione, di riunione, di espressione e di informazione, sono tutelate dalla Carta dei diritti fondamentali.

Democrazia. Il funzionamento dell’Unione si fonda sulla democrazia rappresentativa. Essere cittadino europeo significa anche godere di diritti politici. Ogni cittadino adulto dell’Unione ha il diritto di eleggibilità e di voto alle elezioni del Parlamento europeo.

Uguaglianza. Uguaglianza significa riconoscere a tutti i cittadini gli stessi diritti davanti alla legge. Il principio della parità tra uomo e donna è alla base di tutte le politiche europee, ed è l’elemento su cui si fonda l’integrazione europea.

Stato di diritto. L’Unione europea si fonda sul principio dello Stato di diritto. Tutti i suoi poteri riposano cioè su trattati liberamente e democraticamente sottoscritti dai paesi membri. Il diritto e la giustizia sono tutelati da una magistratura indipendente.

Diritti umani. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea tutela i diritti umani, fra cui il diritto a non subire discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale, il diritto alla protezione dei dati personali e il diritto di accesso alla giustizia.

Ridare un’anima all’Europa

Questa è l’Europa che con il voto di domenica prossima bisogna far crescere e che può proporsi al resto del mondo come modello, non certo l’Europa delle quote, delle lobbies, delle burocrazie comunitarie, delle chiusure egoistiche nei confronti di chi viene dal sud del mondo. Ma ci sono oggi, in Italia e altrove, politici capaci di ridare un’anima all’Europa?

Immagine di copertina: “Il rapimento d’Europa”, Noël-Nicolas Coypel, 1726-1727

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Maria Cristina Marchetti:

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