Beni comuni, cooperative di comunità e nuovi percorsi di sviluppo locale

- 28 marzo 2017

Usciti dall’A22 del Brennero all’altezza di Chiusa si trovano le indicazioni per la Val di Funes, dopo pochi chilometri ci si immette nella stretta valle e, dopo aver superato i paesi di Tiso, San Pietro si arriva a Santa Maddalena, ai piedi del gruppo delle Odle.
La Val di Funes è una piccola valle laterale della più importante Valle Isarco, lunga circa 24 chilometri è una delle ultime valli dell’Alto Adige rimaste incontaminate, in cui la tutela dell’ambiente e del paesaggio hanno rappresentato una priorità nelle politiche di sviluppo realizzate negli ultimi decenni.

La storia della Val di Funes

La storia della Val di Funes è stata caratterizza da grandi rifiuti. Per difendere il proprio territorio negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale gli abitanti della valle si sono opposti alla realizzazione di un grande bacino artificiale nel fondovalle che avrebbe dovuto alimentare un importante impianto di produzione di energia idroelettrica causando l’allagamento di diverse abitazioni e di importanti edifici di interesse culturale per la comunità. Allo stesso modo negli anni dello sviluppo del turismo di massa legato allo sci alpino in Val di Funes, al fine di tutelare il paesaggio e le proprie tradizioni, gli abitati si sono opposti alla realizzazione degli impianti di risalita e delle piste da sci che, ad esempio, nella vicina Val Gardena hanno rappresentato un importante volano per l’economia locale ed hanno puntato su uno sviluppo legato alla valorizzazione delle risorse naturali e sulla sostenibilità ambientale. Oggi in Val di Funes vi è un unico skilift che si rivolge a bambini e famiglie mentre vi è una ricca rete di piste da slitta e di sentieri escursionistici utilizzabili sia in estate che in inverno che permettono di raggiungere le malghe ed i rifugi presenti nel gruppo delle Odle. La valle fa parte del network Alpine Pearls formato da 24 località alpine “unite dal denominatore comune della sostenibilità e della mobilità dolce con l’obiettivo di offrire agli ospiti proposte turistiche consapevoli, senza stress e in piena armonia con la natura” e rappresenta un esempio virtuoso in cui la sostenibilità è divenuta un fattore di sviluppo locale.

La cooperativa di comunità

In questo contesto la cooperativa Azienda Energetica Funes ha svolto un ruolo rilevante nello sviluppo dell’intera valle partendo dal “bene comune” energia. La cooperativa venne costituita nei primi anni del Novecento per fornire energia elettrica agli abitati della valle ed oggi, a circa un secolo di distanza, rappresenta un modello esemplare capace di coniugare sostenibilità ambientale e sviluppo economico dell’intera comunità. Nel corso degli anni la cooperativa ha realizzato tre piccole centrali idroelettriche, l’ultima delle quali a San Pietro nel 1987, due centrali di teleriscaldamento ed un impianto fotovoltaico sempre a San Pietro. Con questi investimenti l’intero fabbisogno energetico degli abitanti e delle imprese della valle è soddisfatto utilizzando energie rinnovabili. Negli anni Settanta ed Ottanta la cooperativa ha inoltre rinnovato e potenziato la rete di distribuzione energetica interrando gran parte della rete elettrica, rendendola in questo modo meno soggetta a guasti e riducendo l’impatto paesaggistico dei tralicci della bassa e media tensione che non sono più presenti nella valle. In Val di Funes i cittadini, organizzati in cooperativa, hanno investito nelle infrastrutture energetiche e nelle energie rinnovabili, creando nuova occupazione (sono circa 10 i dipendenti della cooperativa), producendo vantaggi per i soci e generando vantaggi per tutta la comunità.

L’Azienda Energica Funes oggi

Oggi i soci dell’Azienda Energica Funes sono circa 500, a fronte dei circa 2600 residenti della valle; possono diventare soci della cooperativa “coloro che hanno azienda o residenza principale nella zona di distribuzione della Cooperativa trovandosi nella posizione di usufruire in modo continuativo dei servizi offerti dalla Cooperativa. Essi devono inoltre godere di buona reputazione, essere in possesso dei diritti civili ed offrire la garanzia di non portare discordia nella Cooperativa” (Art. 5, Statuto Azienda Energetica Funes). I soci beneficiano di una significativa riduzione della “bolletta energetica”, nello stesso tempo però la cooperativa ha realizzato e continua a realizzare importanti investimenti in campo energetico a favore di tutta la comunità. Ad esempio nel 2009 la cooperativa, in collaborazione con un’impresa locale, si è impegnata nella realizzazione di una rete di fibra ottica in grado di garantire l’accesso a internet a banda larga a tutti gli abitanti e le imprese della valle anticipando molte aree metropolitane del Paese. Nel 2012, in coerenza con la visione del network Alpine Pearls ha sviluppato un sistema di mobilità sostenibile introducendo nella valle una rete di auto elettriche. Nei prossimi anni lavorerà per l’elettrificazione delle malghe non ancora raggiunte dalla rete elettrica.

L’esperienza dell’Azienda Energetica Funes ci mostra come lo sviluppo e la gestione delle risorse energetiche rinnovabili da parte di cooperative di cittadini legati alle comunità in cui vivono può produrre benefici per i soci e crea nuove opportunità di sviluppo per la comunità che le tradizionali imprese for profit, spesso multinazionali, che operano nel mercato energetico non avrebbero interesse a sostenere. Le cooperative attive nel settore energetico sono presenti in numerosi paesi. Nella sola Germania, nel 2013 le cooperative che operavano nel settore energetico erano quasi 900. Queste imprese hanno offerto un contributo essenziale alla diffusione delle energie rinnovabili nel paese transalpino rendendo la transizione energetica un vero e proprio movimento democratico in cui quasi il 50% dei 73GW istallati nel 2012 era di proprietà di cittadini singoli o di società cooperative (MISE, 2016). In questa prospettiva in Italia abbiamo importanti margini di miglioramento.

Dall’energia al cinema

Continuando il nostro viaggio lasciamo le Dolomiti e scendiamo in Umbria. Altro esempio di coinvolgimento attivo dei cittadini nello sviluppo di un progetto comunitario è rappresentato dalla riqualificazione di uno storico cinema della città di Perugia, chiuso da oltre 14 anni, realizzato dalla cooperativa Anonima Impresa Sociale, attraverso un percorso di partecipazione e coinvolgimento dei cittadini a cui è stata offerta la possibilità di sostenere il progetto, trasformandosi da spettatori a finanziatori e soci della cooperativa (Bernardoni e Picciotti, 2017).

“La nostra esigenza – afferma uno dei fondatori della cooperativa – è stata quella di coinvolgere la città perché doveva essere appunto un progetto partecipato. La nostra idea era quella di creare una comunità in cui gli spettatori avessero un ruolo attivo. Puntiamo su questo: creare una comunità che sia propositiva. Non solo delle persone che fruiscano di un certo tipo di servizi ma che partecipino direttamente. Abbiamo l’assemblea dei soci che può proporre e votare la programmazione che facciamo qui al cinema. Dopo oltre un anno di attività possiamo dire che questa scommessa è stata vinta. Gli spettatori svolgono un ruolo fondamentale nella direzione artistica del cinema e molte iniziative che abbiamo fatto sono nate da proposte dei nostri spettatori. Ad esempio, abbiamo uno spettatore non vedente che tutte le settimane viene al cinema a “vedere” i film. Bene, con lui abbiamo organizzato una serata in cui abbiamo proiettato un film pensato per i non vedenti. In questo modo molte persone che non frequentavano il cinema si sono avvicinate al Postmodernissimo”.

La riapertura di un cinema storico a Perugia

Nell’esperienza di Anonima Impresa Sociale la condivisione del progetto culturale e del progetto d’impresa da parte di un’ampia parte della città di Perugia rappresentano degli importanti asset che hanno favorito lo start-up della cooperativa e del cinema Postmodernissimo agevolando anche l’acceso al mercato dei capitali della nuova impresa.
Il fulcro del progetto è la ristrutturazione e la riapertura di uno storico cinema della città di Perugia che nasce come Cinema Carmine negli anni Trenta del secolo scorso, si trasforma in cinema Modernissimo negli anni Cinquanta per poi diventare cinema Modernissimo d’essay sino alla chiusura nel Duemila. Il nome del progetto e del cinema, Postmodernissimo, vuole comunicare il legame con il passato e con la lunga storia dell’antico cinema e, allo stesso tempo, la volontà di realizzare un progetto proiettato nel futuro. Nelle intenzioni dei promotori, il Postmodernissimo è un “format” innovativo che, partendo dalle criticità del mercato del cinema, intende trasformare la sala cinematografica in una vera e propria industria culturale.

Oggi la cooperativa Anonima Impresa Sociale è formata da circa 100 soci, di cui 4 sono i soci lavoratori e gli altri sono soci finanziatori che, per sostenere il recupero del cinema Modernissmo, hanno sottoscritto quote di capitale sociale che vanno da un minimo di 100 ad un massimo di 5.000 euro. Ai soci si aggiungono poi i 700 sostenitori del progetto che hanno finanziato con piccole donazioni la fase di start-up della cooperativa e una community virtuale formata da più di 10.000 persone. A distanza di 2 anni dalla riapertura del cinema l’esperienza di Perugia ha prodotto importanti risultati economico e sociali e rappresenta un modello di rigenerazione urbana preso ad esempio sia in Italia che all’estero. Nel 2016 il cinema Postmodernisimo ha registrato 50 mila spettatori che hanno contribuito alla rivitalizzazione culturale ed economica del quartiere che con la chiusura del vecchio cinema era divenuto uno dei più degradati della città. I dipendenti della cooperativa sono saliti a 5 unità e nelle vicinanze del cinema hanno aperto nuovi esercizi commerciali.

Se in Val di Funes i cittadini uniti in cooperativa stanno realizzando una vera e propria transizione energetica producendo benefici per tutta la comunità, a Perugia, partendo dal recupero di un bene dal grande valore simbolico e culturale, si è formata una comunità di cittadini che si sono impegnati in prima persona in un percorso di rigenerazione urbana. In entrambi i casi, attraverso la partecipazione dei cittadini organizzati in forma cooperativa, si sono percorse nuove traiettorie di sviluppo locale replicabili su scala nazionale.

LEGGI ANCHE:

Bibliografia minima
Bernardoni A., Picciotti A., Le imprese sociali tra mercato e comunità, FrancoAngeli, Milano, 2017
MISE, Studio di fattibilità sulle cooperative di comunità, Report Finale, Roma, 2016

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