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L’amministrazione condivisa dei beni comuni nelle Valli

- 11 settembre 2017

Giovedì 21 settembre alle 20.45 si svolgerà presso la Galleria Civica d’Arte Contemporanea “Filippo Scroppo” in Via Roberto D’Azeglio, 10 a Torre Pellice (TO) un incontro dedicato agli strumenti e alle esperienze di amministrazione condivisa.

L’evento che rientra fra le azioni del progetto “Patti. Per l’amministrazione condivisa in Piemonte”, sostenuto dalla Compagnia di San Paolo e con cui Labsus intende contribuire a diffondere la conoscenza delle nuove pratiche di gestione dei beni comuni in un regime di collaborazione fra amministrazioni e società civile anche in aree non urbane, è rivolto agli amministratori locali e ai “cittadini attivi” delle valli Pellice, Chisone e Germanasca. L’incontro sarà anche l’occasione per dialogare su alcune pratiche collaborative che da secoli caratterizzano la cultura locale e che hanno anticipato nel tempo le azioni di cura e rigenerazione dei beni comuni che si stanno recentemente diffondendo in Italia e in Europa.

Sussidiarietà e montagna

La solidarietà e la sussidiarietà sono da sempre principi ben radicati nelle comunità alpine. La peculiarità del territorio montano ha fatto sì che nei secoli le comunità locali e i suoi abitanti sviluppassero un forte senso di autonomia e di gestione responsabile e condivisa delle risorse destinate alla sussistenza e alla valorizzazione del territorio stesso. Nel tempo, ciò ha permesso che si instaurasse anche un proficuo rapporto di scambi e cooperazioni con le comunità pedemontane in un quadro reciproco di riconoscimento, di differenziazione e di adeguatezza delle risorse e delle necessità. La popolazione valdese non fa eccezione e si rispecchia, insieme alla popolazione cattolica di questa regione, in questa tradizione. Tuttavia i valdesi come Chiesa aggiungono a questa condizione naturale una predisposizione alla sussidiarietà che proviene loro dalla cultura religiosa e dalla stessa conformazione storica della loro Chiesa.

I valdesi e la sussidiarietà

La “maturità” religiosa e territoriale di una comunità valdese si misura sull’autonomia, sull’autosufficienza e sulla responsabilità rispetto alle altre comunità di fedeli con le quali forma la Chiesa valdese. Secondo un suo noto pastore, Alberto Ribet, “è autonoma quella chiesa che, formata da un determinato numero di membri comunicanti, provvede a tutte le sue necessità finanziarie e ha per conseguenza il diritto di scegliersi il suo pastore”. Chiesa autonoma è dunque la comunità dei fedeli che “giunta alla sua maturità” e con la coscienza di essere un organismo a sé stante “non ha più bisogno di essere diretta”, ma “può dirigersi da sé e da sé provvedere alle proprie necessità” grazie all’azione concertata e responsabile di tutti i suoi membri in cooperazione con l’amministrazione centrale della Chiesa valdese secondo sussidiarietà. Il riconoscimento giuridico della “piena capacità” e dell’autogoverno però fa insorgere per la comunità singola un complesso di doveri verso la Chiesa nel suo insieme, come l’impegno ad assicurare la propria autosufficienza e il contribuire materialmente e spiritualmente allo sviluppo generale dell’opera della Chiesa (scuole, ospedali, assistenza sociale, evangelizzazione ecc.). Dal canto suo, l’amministrazione centrale della Chiesa raccoglie in sé e coordina l’apporto delle singole chiese per l’opera della missione che essa dirige nell’interesse generale di tutta la comunità dei fedeli.

Cittadini attivi nelle Valli valdesi

Questo imprinting, insieme alla “pratica pattizia” propria delle Chiese protestanti, ha certamente favorito lo sviluppo di un senso di comunità caratterizzato, al tempo stesso, da un forte senso di autonomia e di solidarietà, contribuendo a orientare le popolazioni di questa regione alpina all’uso ordinario della sussidiarietà e delle sue pratiche. Dal piano organizzativo della Chiesa, questo atteggiamento si è naturalmente spostato anche su quello concreto della gestione della vita fra le montagne, fra le sue acque, fra i suoi boschi e i suoi alpeggi, finendo per rafforzare il già forte spirito solidaristico delle comunità alpine, abituate a gestire da secoli in spirito di condivisione i beni comuni della montagna. Da qui l’occasione per ritrovarsi con gli abitanti di queste valli per dialogare insieme a loro sulle pratiche collaborative che da secoli caratterizzano la loro cultura e che possono oggi offrire ancora esempi consolidati e originali di cura e rigenerazione dei beni comuni.

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