Pane, amore e fantasia. Il 'pane ' del welfare e della carità . L ' 'amore ' dell ' ideologia. La 'fantasia ' del si salvi chi può e dell ' erogare come si può. Tutto ciò viene chiamato sussidiarietà .
Il punto di Labsus

Pane, amore e fantasia

Perché non convince il Libro verde sul welfare

L’Italia è un paese che soffre di una carenza tradizionale di servizi sociali. Ma la ricetta del Ministro Sacconi non sembra adeguata. Il concetto di sussidiarietà che emerge dal Libro verde si base sulla struttura sociale di un paese che non c’è più. E offre soluzioni insufficienti per un moderno approccio ai diritti di cittadinanza.

Welfare (o commedia?) all’italiana
Molti ricorderanno. Siamo nei primissimi anni 5 e nel paese di Sagliena viene trasferito il Maresciallo Antonio Carotenuto (gli presta il volto Vittorio De Sica). E’ un donnaiolo attempato che si adatterà alla vita di paese, vita monotona e tranquilla come poteva essere quella dell’Italia centrale nel dopoguerra. Supportato dalla domestica Caramella (Tina Pica), il maresciallo dirige la locale stazione dei carabinieri. In quell’atmosfera – che oggi percepiamo con simpatia, ma con grande distanza, tanto era ingenua e sempliciotta – si muovono figure caratteristiche: come quella di una giovanissima e splendida Gina Lollobrigida-Bersagliera, che attraversa le vie del paese a cavallo di un mulo. Uno spaccato di un’Italia che ormai non esiste più, ma che ancora oggi ci fa sorridere.

Ci viene in mente qualcosa del genere leggendo, tanto per fare un esempio, la pagina 16 del sacconiano Libro Verde sul Welfare. “Mentre il vecchio Welfare si è concentrato con maggiore o minore successo, e con una certa dose di paternalismo, su singoli bisogni e su specifiche situazioni di disagio o debolezza, un moderno Welfare deve essere capace di fornire una risposta globale ai diversi bisogni della persona (e fin qui tutto bene, in linea di principio, ndr). Fondamentale, in questa prospettiva, è la capacità di ‘fare comunità’, a partire dalle sue proiezioni essenziali che sono la famiglia, il volontariato, l’associazionismo e l’ambiente di lavoro, sino a riscoprire luoghi relazionali e di servizio come le parrocchie, le farmacie, i medici di famiglia, gli uffici postali, le stazioni dei carabinieri. E’ solo in questo modo che pare possibile costruire una rete diffusa e capillare di servizi e nuove sicurezze ad integrazione della azione dell’attore pubblico.”

Eccola qui, dunque, la rete diffusa e capillare di servizi di un paese moderno. Basta l’aiuto del Maresciallo Carotenuto di turno e della sua stazione dei carabinieri, del medico condotto (come si chiamava un tempo) e del farmacista locale, e l’Italietta del 28 può dormire sonni tranquilli.

Un’Italia in bianco e nero

C’è qualcosa che non torna nello scenario disegnato dal Libro Verde. L’Italia è un paese che soffre di una carenza tradizionale di servizi sociali. Il nostro paese non ha nulla dell’efficienza e della qualità dell’offerta sociale, per esempio, dei paesi scandinavi, ma neanche degli altri paesi europei.

I servizi per l’infanzia, a partire dai nidi, sono rari e costosi. I servizi sanitari sono frammentati e creano tante disuguaglianze su tutto il territorio nazionale. I servizi nel territorio stentano a decollare a tutto vantaggio dell’ospedalizzazione dell’assistenza. A ciò si aggiunga l’aumento previsto della popolazione anziana nei prossimi anni a causa dell’aumentata aspettativa di vita. Né si può dimenticare l’incidenza sempre più forte del costo della vita e, in particolare, delle tariffe dei servizi pubblici (dall’energia ai trasporti) sulla vita quotidiana delle famiglie. Stesso discorso per l’accesso al credito e alla casa, specie per le giovani coppie. Insomma, un quadro assai difficile al quale si aggiunge adesso l’impatto della recessione economica provocata dalla crisi finanziaria internazionale.

Le famiglie in difficoltà

In questo contesto, le famiglie italiane sono costrette tradizionalmente ad arrangiarsi in modo autonomo, facendo forza sulle proprie risorse ‘interne’, sia umane che economiche. Una sorta di ‘welfare familiare’ di cui, per esempio, usufruiscono i giovani che continuano a vivere in casa per un periodo più lungo di quanto sarebbe normale e gli anziani che godono di una vicinanza e di una assistenza che altrimenti farebbero fatica a ricevere. Ma questo modello, ormai, non regge. E non reggerà più. La stessa struttura della famiglia, sempre più ristretta rispetto a quella tradizionale, sarà sempre meno capace di far fronte a tutto. In questo vecchio modello non c’è spazio per una piena emancipazione delle donne e per il loro ingresso pieno e definitivo nel mondo del lavoro. Il peso dei lavori di cura e di assistenza – verso i più piccoli e verso i più anziani – continuano a ricadere sempre sulle loro spalle. Ma a condizione di rinunciare, da una parte, all’autorealizzazione personale e, dall’altra, ad immettere nel ciclo economico un significativo contributo alla crescita.
C’è, infine, un’ultima sfida che il nostro sistema pubblico non riesce a raccogliere: quella della disuguaglianza. Dei redditi, delle Regioni, delle opportunità. L’articolo 3 della Costituzione non sembra più essere una priorità nella definizione dell’interesse generale per il ceto politico e le istituzioni pubbliche. Anzi, in certi casi, sembra che le classi dirigenti italiane siano esse stesse produttrici di disuguaglianze e nuove insicurezze sociali.

La ricetta di Sacconi

Come affronta questi temi cruciali il Libro verde di Sacconi? A volte con mere dichiarazioni di principio. Altre con impegni che subito dopo vengono contraddetti. Altre ancora con misure obiettivamente inadeguate e semplicistiche. Oppure con il silenzio puro e semplice.

Tra le dichiarazioni di principio, va segnalato, per esempio, un vago riferimento alla centralità della persona e della famiglia e alla difesa della vita. Espressioni tanto importanti quanto poco approfondite. Si parla di persona, ma non si parla di cittadini titolari di diritti. Si parla di famiglia, ma senza distinzioni, come se la famiglia fosse, ancora, appunto, quella degli anni ’5. Si parla di difesa della vita e ci si chiede perché in un documento sul welfare…. Si parla di welfare comunitario per fare delle famiglie l’attore principale dei servizi sociali, di fatto trasferendo responsabilità istituzionali al tradizionale familismo all’italiana, senza nemmeno tener conto della ricchezza di esperienze e competenze che può venire dalle organizzazioni civiche italiane. Insomma, resta forte la sensazione di meri postulati ideologici che non sono per nulla in grado di fornire soluzioni concrete ai problemi che sono sul tappeto.

Si prendono impegni. Come quello di fare della salute un motore della prosperità nazionale, come ha chiesto il Libro bianco della UE sulla Sanità. Ma nel documento non c’è traccia di alcuna strategia per dare gambe a questo proposito. Così come si promette di non diminuire la spesa sociale quando sono già in corso tagli rilevanti per i fondi nazionali destinati all’assistenza sociale, alle persone non autosufficienti, alla garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni.
Si propongono misure. Come voucher e detrazioni che, nel migliore dei casi, potranno pure aumentare la capacità di scelta delle famiglie, ma, nei fatti, le abbandonano ad un mercato di erogatori di servizi sociali nel quale i temi della qualità, dell’efficienza e dell’equità del servizio diventano del tutto secondari e i diritti si frammentano in una molteplicità di opzioni ineguali.

Infine, si tace su questioni cruciali. Per esempio, sul ruolo degli immigrati, che diventano ormai la manodopera preferita nel mercato autogestito dei servizi sociali: tant’è vero che proprio di recente, in fase di ridefinizione delle quote dei lavoratori immigrati, il ministro ha annunciato che saranno accettati gli extracomunitari con contratto di collaborazione familiare e non altri. Oppure sul destino delle persone disabili e dei cronici. Oppure sulle misure per favorire le organizzazioni civiche sul territorio. Oppure sulla trasversalità delle politiche per la salute. Oppure sulla sorte di una legge comunque assai avanzata come la 328 del 2. E via dicendo.

Quale sussidiarietà?

Per finire. La filosofia sottostante al Libro verde di Sacconi è un mix di paternalismo e familismo, nel quale si ritiene di sviluppare un forte pilastro privato complementare, scaricando sulle famiglie il compito di arrangiarsi in qualche modo, con una spolverata di caritatevole apporto del volontariato. Pane, amore e fantasia. Il ‘pane’ del welfare e della carità. L’‘amore’ dell’ideologia. La ‘fantasia’ del si salvi chi può e dell’erogare come si può. Tutto ciò viene chiamato sussidiarietà.

In effetti, l’esperienza ci dice che l’approccio della sussidiarietà al tema del welfare pare l’unico possibile in un contesto in cui lo stato sociale non è più in grado di estendere illimitatamente la spesa pubblica e la propria macchina amministrativa, mentre il mercato non è in grado di dare sufficienti garanzie di tutela dei diritti dei cittadini. Solo che la sussidiarietà è tutt’altra cosa rispetto al disegno semplicistico del Libro verde.

La vera sfida è un’altra. Quella della governance dei sistemi nazionali e regionali di welfare con il concorso dei cittadini e delle loro organizzazioni. L’approccio della sussidiarietà ci dice che non siamo di fronte ad un problema di spesa, né di norme: in realtà, qualità, efficienza ed efficacia dei servizi dipendono dal modo in (e, dunque, dagli strumenti ‘culturali’ con) cui si governa il sistema. Il sistema funziona molto meglio dove crescono, per esempio, la capacità manageriale della dirigenza pubblica e dove si effettua la valutazione civica dei dirigenti e dei servizi.

Così, la performance complessiva dei Servizi Sanitari Regionali dipende strettamente dalle capacità di governance e dal contesto regionale più o meno favorevole. Occorre investire in formazione, cultura gestionale, sistemi informativi, tecnologie, competenze civiche, capacità di soluzione dei problemi, esperienze di tutela e di partecipazione: in altre parole, investire nel capitale umano, nel capitale sociale, nella cittadinanza attiva.

In questo modello di sussidiarietà, la cittadinanza attiva ha un ruolo strategico: rappresentare il punto di vista dei cittadini, rendere trasparente e verificabile l’azione amministrativa, rendere coerente il sistema contro i rischi della disparità di trattamento, esercitare una funzione costituzionale di attuazione dell’interesse generale (in particolare, quello definito nell’articolo 3 della Costituzione). La vera sfida si gioca in questo campo. La sussidiarietà come nuovo esercizio dell’interesse generale collegato al tema dell’universalismo. Una funzione pubblica della cittadinanza attiva per la tutela eguale dei diritti. Proprio nel momento in cui la mano dello stato sembra ritrarsi, incapace di fornire risposte adatte ai tempi nuovi.

Per non fare la fine del contadino al quale De Sica si rivolge in una scena del citato film.
De Sica: «Che te magni?»
Contadino: «Pane, marescià!»
De Sica: «E che ci metti dentro?»
Contadino: «Fantasia, marescià!!»



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