" Il Terzo Settore è valutato uno strumento efficace per rispondere ai bisogni concreti e di senso delle persone e delle comunità , ma non ha voce nel prospettare un autonomo disegno di società "
Il punto di Labsus

Terzo settore: uno sguardo al futuro

"Far crescere solidarietà , sussidiarietà e partecipazione"

Presentato a Roma il 13 maggio scorso il Libro verde elaborato dal Forum del Terzo Settore per avviare una “fase costituente del terzo settore italiano”. Per il Forum che l’ha promosso è solo l’inizio di un dibattito che si spera sia ampio e partecipato.
Il documento, intitolato "Le sfide dell'Italia che investe sul futuro", si rivolge a tutte le organizzazioni del Terzo Settore con un un respiro strategico nuovo che occorre sottolineare e apprezzare. Una ventata di novità che bisogna saper cogliere e valorizzare. In particolare, il capitolo sulle ‘sfide’ è molto importante, costruito in modo tale da rappresentare quasi un abbozzo di repertorio di beni comuni da tutelare nella crisi democratica e civile dell’Italia di oggi. L’obiettivo? Definire le nuove strategie nell’Italia che cambia.

Il Libro verde del Terzo settore, promosso nei giorni scorsi dal Forum, appare complessivamente come un ottimo sforzo di ricostruzione e rappresenta una buona notizia per diversi motivi.

Ascesa e crisi del Forum

Il Forum del Terzo settore nasce nel 1997 in un clima di forte entusiasmo, di novità legislative e di grandi speranze. Nella sua prima fase di vita ottiene anche dei discreti risultati, ma molto presto sembra conoscere una parabola discendente causata da diversi fattori: un eccesso di burocratizzazione interna, la prevalenza dei soggetti associativi più strutturati rispetto ai più ‘piccoli’, la ricerca di luoghi di scambio diretti con la politica e la conseguente prassi di collateralismo con partiti e governi, la velleità di conquistare spazi di rappresentanza in un contesto in cui la società civile organizzata non ha ancora acquisito una sufficiente rilevanza pubblica, la riduzione del proprio ruolo a ‘corporazione’ dei cittadini organizzati nella chiave di un sindacalismo deteriore, la progressiva perdita di prospettiva nelle questioni cruciali dello sviluppo civile e sociale in Italia. C’è, almeno in parte, una certa consapevolezza di questi limiti nel documento laddove si legge, per esempio, che “il Terzo Settore è cresciuto e si è dotato spesso di strumenti adeguati per rispondere alle sfide che gli sono proprie, ma non è riuscito ad affermare pienamente la propria specificità nella società italiana e l’autonoma politicità nel rapporto con le istituzioni. Al riconoscimento del ruolo non si è accompagnato un ampliamento dello spazio pubblico in cui operare ed il Terzo Settore si è trovato spesso relegato a funzioni di mero gestore di politiche sociali da altri definite”.

Un nuovo respiro strategico

Ma il Libro verde si fa carico di queste ‘fatiche’ e propone un approccio diverso. C’è un respiro strategico nuovo che occorre sottolineare e apprezzare. Una ventata di novità che bisogna saper cogliere e valorizzare.
Il capitolo sulle ‘sfide’ è molto importante, costruito in modo tale da rappresentare quasi un abbozzo di repertorio di beni comuni da tutelare nella crisi democratica e civile dell’Italia di oggi. Vi si parla di sviluppo sostenibile, cultura ed educazione, economia e impresa, lavoro, advocacy, sicurezza, welfare, immigrazione, famiglia.
Come sempre quando si fa una ‘lista’, è facile segnalare le lacune: per esempio, la tutela dell’ambiente. Oppure, si può segnalare una certa confusione tra l’oggetto della tutela e i soggetti che la praticano: nel punto sulle associazioni dei consumatori questo rischio è evidente. Ancora, si può discutere nel merito di alcune questioni: per esempio, la famiglia, che in questo documento è ancora quella tradizionale.
Tuttavia, lo sforzo è serio. Vi si coglie anche un modo nuovo di presentarsi del terzo settore. Non banalmente ‘contandosi’, secondo il vecchio approccio del ‘quanti siete?’. Ma basato sul ‘racconto’ delle attività svolte, del peso conquistato nella società italiana, della fiducia ricevuta dai cittadini, dell’impatto delle proprie iniziative. Vi si coglie, inoltre, uno sguardo complessivo che abbraccia le diverse dimensioni dello sviluppo del paese. Una disponibilità onesta a farsi carico dei problemi della popolazione e di ricondurli ad unità in un respiro strategico che richiede impegno, passione, intelligenza. Sembra forte, in altri termini, la volontà di raccogliere la sfida della rilevanza pubblica, che è da sempre il tallone d’Achille delle organizzazioni civiche italiane. Questa consapevolezza è presente in passaggi come questo: “Se la valutazione generale nei confronti del Terzo Settore (e, più ancora, del volontariato) è estremamente positiva, pochi sono i riscontri sulla capacità delle organizzazioni sociali che lo compongono di riuscire ad incidere nella definizione dell’ ‘agenda pubblica’ del Paese. In altri termini si può affermare che il Terzo Settore è valutato uno strumento efficace per rispondere ai bisogni concreti e di senso delle persone e delle comunità, ma non ha voce nel prospettare un autonomo disegno di società”. Il messaggio del Libro verde appare, insomma, assai limpido ed efficace: “Le azioni che le centinaia di migliaia di organizzazioni sociali italiane mettono in campo ogni anno sono una vera e propria agenda sociale del Paese e mettono in luce strategie di costruzione di coesione sociale assai differenziate tra loro, ma spesso innovative ed efficaci, in grado di essere esemplari anche per le politiche pubbliche”.

La chimera della rappresentanza

Questo approccio generale merita certamente di essere sviluppato. Anche per evitare di restare invischiati in speculazioni un po’ velleitarie, come capita per il tema della ‘rappresentanza’. Il Forum del Terzo settore non rinuncia ad aspirarvi. L’idea – ripresa a dire il vero con molta più umiltà e cautela rispetto alle riflessioni del recente passato – è nota: costruire la rappresentanza delle organizzazioni sociali per dire la propria nei tavoli della concertazione con la politica. Ma la rappresentanza oggi è una chimera, sia nel senso di una figura mitologica composta di parti inconciliabili in natura, sia nel senso di desiderio irrealizzabile nelle condizioni che ci sono date. La rappresentanza è in crisi da tempo. Non soltanto perché sono in crisi i soggetti che se ne sono serviti (partiti e sindacati), ma anche perché lo strumento concettuale appare in sé incapace di contenere gli stessi significati generali che aveva in passato. Se si preferisce un’altra metafora: la rappresentanza è come un vecchio vestito che pure ha fatto la sua figura alle feste di un tempo, ma che oggi non si può più indossare, sia perché molto diverso è il corpo che lo dovrebbe indossare, sia perché sono cambiati gli usi e i costumi del tempo. Da un lato, sono molteplici, diversi, irriducibili i soggetti che costituiscono il mondo della società civile organizzata. Dall’altro, l’astrazione della rappresentatività – e i criteri che la servono – nulla dice circa la rilevanza e la pertinenza delle organizzazioni civiche rispetto ai problemi di interesse pubblico che provvedono a risolvere.
La conseguenza inevitabile di questo ragionamento è che se una ‘stagione costituente’ si deve immaginare – come fa il documento del Forum – questa non potrà riguardare tanto gli assetti del terzo settore, ma gli assetti più generali dei rapporti tra le organizzazioni dei cittadini, le istituzioni pubbliche, il sistema politico, il mondo delle imprese.

Stagione costituente e sussidiarietà

In questa prospettiva, se si vuole davvero conservare e sviluppare il respiro strategico di questo interessante documento bisognerà intraprendere un cammino diverso: quello della sussidiarietà orizzontale declinata nell’articolo 118, ultimo comma, della Costituzione.
Il Libro verde del Terzo settore vi fa cenno in alcuni passaggi cruciali e offre una interpretazione del principio che pare abbastanza corretta.
C’è il rischio però che della sussidiarietà si faccia un uso improprio o insufficiente.
L’uso è ‘improprio’ quando la sussidiarietà viene ridotta a principio di tutela di ‘corporazioni’ della società civile attiva in quanto tali. Diversamente, nella Costituzione è fatto obbligo alle istituzioni di favorire le iniziative civiche che hanno come obiettivo interessi generali. Questo aiuta a evitare le derive corporative, sempre possibili, e dice molto rispetto ai rischi che il terzo settore corre di ‘torsioni’ identitarie da ‘sindacato dei cittadini’.
L’uso è, poi, ‘insufficiente’ quando la sussidiarietà viene circoscritta all’ambito del welfare e, dunque, della erogazione di servizi che altrimenti lo Stato non saprebbe più fornire o fornire meglio. La sussidiarietà, invece, è un criterio generale che attraversa tutti gli ambiti di intervento in cui operano le organizzazioni civiche (non soltanto salute e assistenza sociale) e, soprattutto, si declina secondo modalità di azione e di tutela assai differenziate che incidono su tutto il ciclo delle politiche pubbliche (non soltanto nella organizzazione dei servizi).
La sussidiarietà potrebbe dunque rispondere alla ricerca di contenuti strategici ormai urgenti per scrivere l’agenda dello sviluppo complessivo del paese, come si propone il Libro verde del Terzo settore? Probabilmente sì, grazie alla sua multiforme potenzialità operativa, alla capacità di mobilitare risorse e alle potenzialità di elaborazione di un disegno autonomo di società. Basterebbe crederci. Forse questo Libro verde è sulla buona strada.



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