Il paradigma dell'inclusione sociale prende le mosse dalla microfinanza
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Microcredito a colori

Le macro-opportunità dei microprestiti e la firma dell'intesa

Il microcredito, nato nei Paesi in via di sviluppo, sta prendendo piede anche in Europa, secondo lo European micro finance network. L’Italia è il terzo paese, dopo Spagna e Francia, nell’erogazione di microprestiti “etnici”. A questi dati positivi è da aggiungersi la recente intesa firmata da Unioncamere e dal Comitato nazionale per il microcredito per l’avvio di progetti di microfinanza.

In un precedente articolo della rivista ci siamo occupati della questione microcredito e della discussione alle Camere di un provvedimento che ne disciplini l’erogazione. Qui diamo spazio a diversi studi che individuano la nazionalità dei microprestiti, sempre più etnici, con particolare attenzione alla recente intesa firmata a Palazzo Chigi.
Ma cosa intendiamo per microprestito? La finanza inclusiva o microcredito nasce nei paesi in via di sviluppo e si basa sul principio del diritto allo sviluppo con lo scopo di favorire attività già avviate o in fase di lancio con piccole somme, generalmente si tratta di prestiti non superiori ai 25 mila euro con rate che possono andare dai 12 agli 84 mesi. Normalmente non vengono richieste garanzie a terzi per l’erogazione del prestito ma ci si basa sulla fiducia data direttamente alla persona.

I numeri e la nazionalità del microprestito

Ritmi, la rete italiana di microfinanza, ha stimato che nel 29 nel nostro paese su 1 milioni e 925 mila euro di microprestiti il 47 percento è andato a immigrati. “Si tratta di persone che solitamente hanno già difficoltà per arrivare in Italia dimostrando di essere disposti a rischiare. Però sono socialmente fragili, per loro un fallimento potrebbe essere altamente ‘distruttivo’. Bisogna seguirli prima, durante e dopo l’avvio dell’impresa”, questo è quanto sostiene Luisa Brunori fondatrice dell’Osservatorio internazionale per la microfinanza dell’università di Bologna. Altri dati ci vengono forniti da Microcredito solidale, società attiva in Toscana, che fa sapere che il numero più elevato di richieste viene da cittadini originari dell’Europa dell’Est per il 42,3 percento e dall’Africa per il 35,1 percento. Lo stesso discorso vale per la società Permicro che ha concesso il maggior numero di crediti a stranieri: in primis ad africani che sono circa il 4 percento, seguono gli asiatici con il 18 percento e i sudest europei con il 17 percento.

In un contesto di difficile integrazione sociale, come quello attuale, una posizione delicata è occupata dalle donne, soprattutto immigrate. Pangea onlus, nello specifico, si sta occupando di un progetto rivolto alle imprenditrici latinoamericane che partirà a settembre. Dalla Fondazione risorsa donna, nata nel 23 e rivolta soprattutto ad imprenditrici immigrate e che da quattro anni fornisce sostegno anche a donne italiane, arrivano, invece, dati rassicuranti sugli effetti positivi dei microcrediti. Infatti, “I microcrediti hanno permesso – spiega – Andrea Nardone, segretario generale della fondazione, l’apertura di un asilo nido, di una lavanderia, di una stireria. In media i prestiti sono intorno ai 1 mila – 11 mila euro. Il tetto massimo per un progetto individuale è di 2 mila euro, di 35 mila per una cooperativa di donne (…)”.

Ancora esempi che vanno in questa direzione provengono da città quali Bologna e Modena che presto taglieranno il nastro di un progetto che porta la firma di Muhammad Yunus (1) e partirà in autunno con la collaborazione di Luisa Brunori.

Il memorandum d’intesa

Intanto, quasi a voler riconoscere la portata economica e sociale del microcredito, è stato firmato, lo scorso 27 luglio a Palazzo Chigi, un protocollo d’intesa (vedi anche l’allegato) dal Comitato nazionale per il microcredito e Unioncamere che prevede un fondo di garanzia di 1 milioni di euro per realizzare progetti di microcredito che rappresentano il volano dell’integrazione e dell’inclusione sociale di giovani, donne e immigrati. Si tratta di soggetti in difficoltà che altrimenti non avrebbero accesso a nessun tipo di prestito tradizionale. Mario Baccini, presidente del Comitato nazionale per il microcredito, ha definito l’intesa un passo in avanti “per interloquire con il sistema bancario per aiutare quelle persone (…) a realizzare imprese”. Un memorandum, questo, che rappresenta anche l’opportunità per la nascita e il rilancio di piccole e medie imprese nonché la possibilità di favorire l’autoimpiego e nuovi posti di lavoro, ha rimarcato Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere.

Cosa prevede

L’accordo prevede la costituzione di un gruppo consultivo, composto da due rappresentanti per ciascuna parte firmataria, che dovrà occuparsi di promuovere iniziative di microcredito, formare degli operatori territoriali, fornire consulenza specialistica mettendo a disposizione il proprio know-how ed agevolare i progetti di microcredito delle imprese italiane che operano all’estero nonché occuparsi della canalizzazione delle rimesse degli immigrati. E’ prevista, inoltre, la costituzione di un database per la microimpresa atto a:
– favorire l’incontro tra domanda e offerta;
– a individuare adeguati modelli di business plan;
– a realizzare studi di fattibilità.
Il gruppo consultivo avrà anche l’obbligo di redigere un rapporto semestrale sull’andamento delle attività e dovrà riunirsi una volta al mese. L’intesa prevede, inoltre, l’impegno a partecipare ai bandi comunitari per accedere ai finanziamenti messi a disposizione per realizzare progetti di microfinanza.

Il significato della finanza inclusiva

Questo tipo di finanza "etica" o inclusiva ha permesso, in molti casi, a piccole imprese, gestite perlopiù da stranieri, di prendere una boccata d’ossigeno in un clima economico soffocante che stronca ed intirizzisce le iniziative di quanti partono già da un gradino più basso. Non bisogna dimenticare che, attraverso iniziative del genere, si costruiscono le fondamenta per il riconoscimento del diritto allo sviluppo economico, all’iniziativa economica con un riverbero positivo non solo sull’economia stricto sensu ma anche sulla comunità stessa.

La possibilità di potersi realizzare sotto l’aspetto professionale attraverso una piccola attività comporta l’inserimento nel tessuto sociale del paese di accoglienza e come un circolo virtuoso si stabiliscono rapporti con la popolazione locale ponendo le premesse per un’integrazione economica e sociale. Basti pensare ai numeri dell’imprenditoria immigrata in Italia e ai cosiddetti nuovi cittadini per rendersi conto di come le aspirazioni individuali possano essere collegate alla crescita economica e sociale di un paese. Offrire, dunque, delle chances come quelle garantite dal microcredito soprattutto a chi parte svantaggiato è una scommessa già vinta per lo sviluppo del paese.

Usando le parole di Amartya Sen (2) "lo sviluppo può essere visto come un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani", e noi aggiungiamo, anche dalla comunità nel suo insieme.

(1) Ideatore del microcredito in Bangladesh con la Grameen Bank e premio Nobel per la pace nel 26. Vedi anche il sito dello Yunus centre.

(2) Economista e premio Nobel per l’economia nel 1998. Vedi gli articoli correlati: "Il Pil non basta"; "Alla ricerca della felicità perduta".



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