Ricerche Tesi

Gestire i beni culturali come beni comuni

Un’indagine tra partenariati e altre forme di collaborazione sulla gestione dei beni comuni, tra normativa e buone partiche
beni comuni

La Sezione Ricerche pubblica in questo numero la tesi di Lorenzo Salemme intitolata “Beni culturali e beni comuni: l’innovazione dal basso. Un’indagine tra partenariati e nuove forme di collaborazione”. L’obiettivo dell’Autore è quello di riuscire ad effettuare una possibile comparazione delle normative europee che attengono ai beni culturali, per poi soffermarsi sui beni comuni e sulle buone pratiche, come quella di Labsus, ma non solo.
Ma lasciamo che sia lo stesso Autore a descrivere più nel dettaglio la sua ricerca.

Il contesto di riferimento

Le politiche neo-liberali hanno gravato su tutte le componenti sociali, soprattutto le più deboli, e sono diventate veri e propri macigni sulle vite di tutti e tutte, quando si è aperta la crisi in conseguenza della pandemia da Covid-19. Non solo lavoratori ed imprese hanno sofferto questa crisi, ma interi territori sono stati travolti e sconvolti dalle conseguenze nefaste di una situazione d’emergenza, che stenta a terminare. Politiche che in passato hanno generato vortici di espulsione dei residenti dai centri delle città, comportato la svendita di intere porzioni di territorio e spinto in maniera esponenziale sulla privatizzazione dei servizi e sul depauperamento degli enti di prossimità, hanno portato ad una progressiva rottura delle reti sociali di matrice solidaristica e volontaria. Invero, questo presunto freno alla creatività e alla capacità innovatrice di determinate componenti sociali non le ha messe in ginocchio del tutto: in maniera diversificata, è possibile notare come nella cittadinanza attiva vi sia un nuovo motore di spinta per i temi legati ai beni comuni, quali la rigenerazione dei quartieri, la lotta alle discriminazioni, il recupero del patrimonio culturale e paesaggistico dello Stato, la transizione ecologica e la lotta per l’ambiente, l’acqua pubblica, la liberazione di immobili in disuso o abbandonati. Tutto ciò pone diversi interrogativi e sfide e questa nuova complessità necessita di diventare priorità nel dibattito pubblico e politico del paese. La ricerca in questione prova a inserirsi in questo dibattito, provando a fornire diversi spunti di riflessione. Seguendo una metafora marina, si parte dal contesto legislativo, anche in un’ottica comparata con i principali paesi dell’Unione Europea, si prosegue immergendosi negli abissi della gestione del patrimonio in Italia negli ultimi decenni, si risale attraverso lo studio dei beni comuni e della loro forza generativa e si conclude provando a costruire i possibili ponti per una nuova policy culturale.

Fondali

Si parte così dall’analisi delle principali fonti del diritto internazionale e delle strategie a livello europeo, con particolare riferimento ai Codici di Francia, Germania e Spagna, per poi soffermarsi sulla situazione interna al nostro Paese, in una prospettiva comparatistica. Analizzando gli sviluppi nelle forme di gestione che hanno assunto lo Stato, i suoi enti ed i privati, con uno sguardo ad eventuali anomalie, si evince un’attenzione secondaria per il patrimonio: continui cambi e ripensamenti per il Ministero, una legislazione non chiara, che ha portato il patrimonio a “subire” gli interventi legislativi di altri Ministeri, un Codice in vigore che, forse, non riesce più a sostenere le nuove e più fluide forme gestionali, soprattutto per i beni “minori” o comunque meno attrattivi.

Abissi

Se lo stato dell’arte attuale, da un punto di vista giuridico e gestionale dei principali Paesi europei, assume la caratteristica del fondale, gli errori e le falle, in termini scientifici, funzionali e organizzativi, sono quindi degli abissi, che si incrociano su quei fondali. Ed è purtroppo pieno il nostro “mare” di luoghi fisici, normativi e mentali, in cui un rischio di caduta verso il basso è reale o è già cominciato. Entrando più a fondo nella gestione del patrimonio, mettendo in luce come l’interesse privato è stato più volte mascherato da interesse pubblico e come questo comporti una trasformazione dell’utenza in clientela, si possono comunque scovare eventuali virtuosismi, sia normativi, sia organizzativi e gestionali, quindi concreti, che, più o meno diffusamente, si stanno sviluppando nel nostro Paese. Dai partenariati pubblico-privato per la cultura, passando per il ruolo del Terzo settore, gli elementi che possono trasformare le dicotomie in sinergie esistono. Se “la società della cura” arriverà, dovrà passare per forme di collaborazione strette, paritetiche e costruttive tra i soggetti privati, formali e non formali, e gli enti di prossimità: l’alfabetizzazione culturale dei cittadini passa, difatti, per il loro coinvolgimento attivo. Il miglioramento della qualità della vita delle persone non può non passare per una governance nei territori di tipo reticolare ed il recupero della funzione scientifico-divulgativa del patrimonio, troppo spesso relegato a vuoto urbano, necessita della cooperazione e della “complicità” tra amministratori e funzionari da un lato, cittadini attivi e organizzazioni solidaristiche dall’altro.

Funi

Si arriva così ai beni comuni, un ambito troppo spesso osteggiato da una politica vecchia, che ha reso difficile creare delle omogeneità. Ma per la loro caratteristica intrinseca, questa disomogeneità ha la possibilità di diventare vero e proprio punto di forza. Gli strumenti offerti dalle principali innovazioni nel campo della cultura e dei beni comuni assomigliano a delle funi su cui potersi sostenere, per risalire gli abissi citati in precedenza. Nuovi agganci e nuove funi si prestano a salvare i territori, il patrimonio e le città: l’analisi parte dallo studio delle definizioni e degli approcci che, tra la fine degli anni Ottanta del secolo scorso e il primo decennio del nuovo Millennio, hanno rappresentato le fonti principali di un dibattito pubblico, che continua ancora oggi. Lati positivi e negativi, criticità e possibilità, che gravitano oggi attorno ai beni comuni, sia materiali, sia immateriali, e che vengono sviscerati, provando a cogliere eventuali connessioni con le ultime novità e le progettazioni più innovative in ambito culturale, con l’analisi dell’ultimo decennio, che per la loro proliferazione sono state un unicum nel panorama nazionale ed internazionale.

Ponti

La capacità di mettere a sistema le innovazioni principali predette, in uno sguardo di insieme che tenga dentro i territori, le Amministrazioni, gli Enti e le Organizzazioni profit e non profit, assume la funzione di ponte, per oltrepassare e coprire direttamente quegli abissi. Qui il tentativo è di sintetizzare i temi e le analisi, di trovare parallelismi tra le forme troppo spesso ibride e quelle, al contrario, quasi totalmente rigide. Le ultime sperimentazioni in Italia, la connessione tra un ambito di attivismo più istituzionalizzante e/o istituzionalizzato e i movimenti cittadini, le poche ma importanti fonti da cui attingere, pongono il tema di una gestione dei beni culturali, con gli strumenti, le forme e i metodi dei beni comuni: co-programmazione e co-progettazione, condivisione, economia del dono e della cura, attenzione alla formazione e alle marginalità in un’ottica di recupero attivo, sono attitudini che risultano fondamentali per non ricadere di nuovo negli abissi.

Per una nuova policy culturale

La connessione tra gli elementi e le pratiche menzionate, dei mattoni di quest’architrave volta ad una nuova policy culturale, deve avvenire attraverso due sfide principali: la produzione, da parte delle Amministrazioni, di procedimenti innovativi e partecipativi in ambito territoriale; e lo sviluppo da parte della cittadinanza attiva, di forme organizzative ibride e capaci di istituzionalizzare dei processi, troppe volte di matrice volontaristica, con un chiaro investimento tra Terzo settore e quelli pubblici, personali e collettivi.
Il viaggio compiuto tra le esperienze concrete che, nel quotidiano, sono protagoniste di queste sperimentazioni ed innovazioni, va a suffragare la risposta positiva alla domanda di partenza: in nessun caso, infatti, anche in quelle che non sono riuscite a sopravvivere nel tempo, sono state prodotte diseconomie, tali da non poter affermare che la funzione del patrimonio e la sua sostenibilità debbano passare per una maggiore diffusione di pratiche orizzontali, paritetiche e partecipative di gestione.

Foto di copertina: Amrita Ghanty su Unsplash