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	<title>Ricerche Archivi - Labsus</title>
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		<title>La città è di tutti</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/10/la-citta-e-di-tutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Pellegrino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 12:35:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poco più di duecento pagine, capitoli brevi, una prosa limpida che tradisce il mestiere dell&#8217;editorialista navigata. È la prima, piccola ironia che il volume stesso sembra riconoscere: per parlare di gratuità bisogna prima farsi accessibili e scrivere in modo che chiunque possa entrare nel discorso senza pagare il pedaggio del gergo accademico. Elena Granata, che insegna Urbanistica al Politecnico di Milano, lo sa fare da anni e lo rifà qui con una certa misura, dosando i toni per raggiungere un pubblico vasto. Vivere insieme è una questione di cura condivisa Il nucleo poggia su una convinzione che l&#8217;autrice colloca all&#8217;inizio come un manifesto: «la città è immeritata, e in questo sta la sua bellezza; ci ricorda che vivere insieme non è una questione di merito, ma di cura condivisa. è un patto che va rinnovato a ogni generazione». Un&#8217;affermazione che pare quasi ovvia, finché non si comincia a guardare fuori dalla finestra con lo sguardo suggerito dal testo. Allora ci si accorge che sedersi all&#8217;ombra, bere a una fontana o lasciare che i bambini giochino liberamente in un cortile sono diventati gesti rari, residuali, dentro metropoli che hanno imparato a monetizzare ogni sosta e ogni metro quadro. Una città che ha smesso di pensarsi come bene comune Si parte da un inventario minuto di ciò che un tempo era gratuito e oggi non lo è più — a partire da quelle panchine che un tempo rappresentavano il presidio elementare della socialità e della sosta gratuita, e che oggi tendono a sparire o a essere progettate per impedire il riposo prolungato — per arrivare alla domanda centrale: di chi è la città quando smette di essere pubblica e diventa un prodotto da vendere a chi può permetterselo? È un procedimento che Granata ripete più volte nel corso del libro, quasi un metodo: partire dal dettaglio minuscolo, dall&#8217;oggetto di arredo urbano che nessuno nota più, per risalire fino alla domanda politica che quel dettaglio porta con sé. Ogni oggetto diventa indizio di una trasformazione più ampia, quella di una città che ha smesso di pensarsi come bene comune per diventare superficie di rendita. Un&#8217;altra grammatica urbana La forza del volume sta nella capacità di tenere insieme la denuncia e la proposta senza scivolare nella lamentela sterile. Granata non si limita a elencare i guasti — la gentrificazione dei centri storici, l&#8217;espulsione dell&#8217;infanzia dagli spazi aperti, le periferie abbandonate alla logica del profitto e della rendita — ma prova a tracciare i contorni di un&#8217;altra grammatica urbana. Parla di pratiche di condivisione, di usi diversi del tempo libero, di luoghi in cui il valore non coincide necessariamente con il prezzo di mercato. È un ottimismo misurato, che non scade mai nell&#8217;utopia lontana perché rimane incarnata nelle esperienze concrete di chi già ha sperimentato strade alternative, impreviste, mai prima immaginate da altri. «In questo scenario rischiamo di diventare tutti abitanti scontenti delle città dove risediamo e turisti felici nelle città degli altri.» Tra le tante battute taglienti del libro, questa restituisce bene il paradosso della contemporaneità urbana: viaggiamo per cercare altrove la qualità dello spazio pubblico che non riusciamo più a pretendere a casa nostra, e torniamo convinti che il problema sia la nostra città in particolare, non un modello che si sta ripetendo, identico, da Lisbona a Seul. «Città non si nasce, si diventa» C&#8217;è poi un aspetto che merita attenzione, ed è forse la cifra più originale del percorso: la crisi dello spazio pubblico viene trattata come una questione radicale di diritti e di cittadinanza, prima ancora che di urbanistica in senso stretto. Granata apre l&#8217;accesso a un dibattito che di solito resta blindato tra tecnici e assessori, e lo fa portando dentro la discussione temi che appartengono anche alla pedagogia e alla sociologia, oltre che al disegno urbano: l&#8217;infanzia come apprendistato alla cittadinanza, il corpo come prima misura dello spazio, la fiducia reciproca come materiale da costruzione tanto quanto il cemento. Con la forza nota della sua penna, ricorda ai lettori che la responsabilità di tenere viva una città è un fatto collettivo e quotidiano, non più delegabile solo alla politica. «Città non si nasce, si diventa», scrive verso la fine, ribaltando il senso comune e restituendo all&#8217;abitare una dimensione attiva, da riconquistare giorno per giorno nei luoghi che frequentiamo. Rigenerare per chi? Resta, sullo sfondo, una domanda che il libro solleva più di quanto non risolva: quanto può bastare il richiamo alla cura condivisa, per quanto ben argomentato, di fronte a interessi immobiliari che muovono cifre incomparabilmente più grandi di qualunque buona volontà civica? Granata, ben consapevole del problema, lo attraversa con lo strumento della narrazione che, come ha fatto notare Paolo Bovio nell&#8217;episodio del podcast &#8220;Città&#8221; in cui l&#8217;autrice ha presentato il volume, ha dato vita a un&#8217;opera profondamente politica, quasi un vero e proprio manifesto che andrebbe messo tra le mani degli amministratori locali. Non ridefinirà la teoria urbanistica contemporanea in un giorno, ma ha il merito di rimettere al centro una domanda che la retorica della rigenerazione ha quasi sempre eluso: rigenerare per chi? E forse è proprio in questa domanda, più che in una risposta definitiva, che il libro trova la sua ragione d&#8217;essere più vera. Perché il vero lascito di questo lavoro è un modo diverso di guardare la panchina sotto casa, il cortile chiuso, i divieti di giocare a pallone e la fontana del villaggio: imparare a vedere, in quei dettagli trascurati, il confine sempre mobile tra ciò che è ancora di tutti e ciò che qualcuno, nel frattempo, ha già cominciato a vendere. Immagine di copertina: neufal54 su Pixabay</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/10/la-citta-e-di-tutti/">La città è di tutti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Poco più di duecento pagine, capitoli brevi, una prosa limpida che tradisce il mestiere dell&#8217;editorialista navigata. È la prima, piccola ironia che il volume stesso sembra riconoscere: per parlare di gratuità bisogna prima farsi accessibili e scrivere in modo che chiunque possa entrare nel discorso senza pagare il pedaggio del gergo accademico. Elena Granata, che insegna Urbanistica al Politecnico di Milano, lo sa fare da anni e lo rifà qui con una certa misura, dosando i toni per raggiungere un pubblico vasto.</p>
<h4>Vivere insieme è una questione di cura condivisa</h4>
<p style="text-align: justify;">Il nucleo poggia su una convinzione che l&#8217;autrice colloca all&#8217;inizio come un manifesto: «la città è immeritata, e in questo sta la sua bellezza; ci ricorda che vivere insieme non è una questione di merito, ma di cura condivisa. è un patto che va rinnovato a ogni generazione». Un&#8217;affermazione che pare quasi ovvia, finché non si comincia a guardare fuori dalla finestra con lo sguardo suggerito dal testo. Allora ci si accorge che sedersi all&#8217;ombra, bere a una fontana o lasciare che i bambini giochino liberamente in un cortile sono diventati gesti rari, residuali, dentro metropoli che hanno imparato a monetizzare ogni sosta e ogni metro quadro.</p>
<div id="attachment_89830" style="width: 509px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89830" class="wp-image-89830 size-full" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine1.png" alt="" width="499" height="244" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine1.png 499w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine1-300x147.png 300w" sizes="(max-width: 499px) 100vw, 499px" /><p id="caption-attachment-89830" class="wp-caption-text"><strong>Figura 1</strong>: <em>Cartello di divieto</em>, Roma. Fonte: Mattia Pellegrino, 2026</p></div>
<h4>Una città che ha smesso di pensarsi come bene comune</h4>
<p style="text-align: justify;">Si parte da un inventario minuto di ciò che un tempo era gratuito e oggi non lo è più — a partire da quelle panchine che un tempo rappresentavano il presidio elementare della socialità e della sosta gratuita, e che oggi tendono a sparire o a essere progettate per impedire il riposo prolungato — per arrivare alla domanda centrale: <em>di chi è la città quando smette di essere pubblica e diventa un prodotto da vendere a chi può permetterselo?</em> È un procedimento che Granata ripete più volte nel corso del libro, quasi un metodo: partire dal dettaglio minuscolo, dall&#8217;oggetto di arredo urbano che nessuno nota più, per risalire fino alla domanda politica che quel dettaglio porta con sé. Ogni oggetto diventa indizio di una trasformazione più ampia, quella di una città che ha smesso di pensarsi come bene comune per diventare superficie di rendita.</p>
<div id="attachment_89832" style="width: 950px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89832" class="size-full wp-image-89832" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2.png" alt="" width="940" height="310" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2.png 940w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2-300x99.png 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2-768x253.png 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2-810x267.png 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2-600x198.png 600w" sizes="(max-width: 940px) 100vw, 940px" /><p id="caption-attachment-89832" class="wp-caption-text"><strong>Figura 2</strong>: Piazza dei Cinquecento, Roma. Fonte: Emanuele Fatteri, 2026</p></div>
<h4>Un&#8217;altra grammatica urbana</h4>
<p style="text-align: justify;">La forza del volume sta nella capacità di tenere insieme la denuncia e la proposta senza scivolare nella lamentela sterile. Granata non si limita a elencare i guasti — la gentrificazione dei centri storici, l&#8217;espulsione dell&#8217;infanzia dagli spazi aperti, le periferie abbandonate alla logica del profitto e della rendita — ma prova a tracciare i contorni di un&#8217;altra grammatica urbana. Parla di pratiche di condivisione, di usi diversi del tempo libero, di luoghi in cui il valore non coincide necessariamente con il prezzo di mercato. È un ottimismo misurato, che non scade mai nell&#8217;utopia lontana perché rimane incarnata nelle esperienze concrete di chi già ha sperimentato strade alternative, impreviste, mai prima immaginate da altri.<br />
«In questo scenario rischiamo di diventare tutti abitanti scontenti delle città dove risediamo e turisti felici nelle città degli altri.» Tra le tante battute taglienti del libro, questa restituisce bene il paradosso della contemporaneità urbana: viaggiamo per cercare altrove la qualità dello spazio pubblico che non riusciamo più a pretendere a casa nostra, e torniamo convinti che il problema sia la nostra città in particolare, non un modello che si sta ripetendo, identico, da Lisbona a Seul.</p>
<h4>«Città non si nasce, si diventa»</h4>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è poi un aspetto che merita attenzione, ed è forse la cifra più originale del percorso: la crisi dello spazio pubblico viene trattata come una questione radicale di diritti e di cittadinanza, prima ancora che di urbanistica in senso stretto. Granata apre l&#8217;accesso a un dibattito che di solito resta blindato tra tecnici e assessori, e lo fa portando dentro la discussione temi che appartengono anche alla pedagogia e alla sociologia, oltre che al disegno urbano: l&#8217;infanzia come apprendistato alla cittadinanza, il corpo come prima misura dello spazio, la fiducia reciproca come materiale da costruzione tanto quanto il cemento. Con la forza nota della sua penna, ricorda ai lettori che la responsabilità di tenere viva una città è un fatto collettivo e quotidiano, non più delegabile solo alla politica. «Città non si nasce, si diventa», scrive verso la fine, ribaltando il senso comune e restituendo all&#8217;abitare una dimensione attiva, da riconquistare giorno per giorno nei luoghi che frequentiamo.</p>
<h4>Rigenerare <em>per chi</em>?</h4>
<p style="text-align: justify;">Resta, sullo sfondo, una domanda che il libro solleva più di quanto non risolva: quanto può bastare il richiamo alla cura condivisa, per quanto ben argomentato, di fronte a interessi immobiliari che muovono cifre incomparabilmente più grandi di qualunque buona volontà civica? Granata, ben consapevole del problema, lo attraversa con lo strumento della narrazione che, come ha fatto notare Paolo Bovio nell&#8217;episodio del podcast &#8220;Città&#8221; in cui l&#8217;autrice ha presentato il volume, ha dato vita a un&#8217;opera profondamente politica, quasi un vero e proprio manifesto che andrebbe messo tra le mani degli amministratori locali. Non ridefinirà la teoria urbanistica contemporanea in un giorno, ma ha il merito di rimettere al centro una domanda che la retorica della rigenerazione ha quasi sempre eluso: rigenerare <em>per chi?<br />
</em>E forse è proprio in questa domanda, più che in una risposta definitiva, che il libro trova la sua ragione d&#8217;essere più vera. Perché il vero lascito di questo lavoro è un modo diverso di guardare la panchina sotto casa, il cortile chiuso, i divieti di giocare a pallone e la fontana del villaggio: imparare a vedere, in quei dettagli trascurati, il confine sempre mobile tra ciò che è ancora di tutti e ciò che qualcuno, nel frattempo, ha già cominciato a vendere.</p>
<p><em>Immagine di copertina: neufal54 su Pixabay</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/10/la-citta-e-di-tutti/">La città è di tutti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/lintelligenza-delle-differenze-tre-saperi-per-costruire-comunita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 06:27:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[Amministrazione condivsa]]></category>
		<category><![CDATA[cittadini attivi]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[sussidiarietà ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le pubbliche amministrazioni che apprendono dai conflitti In una fase storica segnata dalla crescente polarizzazione del dibattito pubblico, dalla sfiducia verso le istituzioni e dalla tendenza a considerare il conflitto come un problema da eliminare piuttosto che come una risorsa da comprendere, il libro Elogio dei tre saperi di Marianella Sclavi (Bordeau, Roma, aprile 2026) rappresenta una lettura preziosa e per certi aspetti controcorrente. Sociologa, docente di Etnografia urbana al Politecnico di Milano, studiosa dei processi di ascolto e gestione creativa dei conflitti, Marianella Sclavi affronta una questione che riguarda da vicino il futuro delle democrazie contemporanee: come possono le istituzioni pubbliche recuperare capacità di ascolto, legittimazione e innovazione in società sempre più complesse e frammentate? Come è possibile costruire decisioni pubbliche che non siano semplicemente il risultato di rapporti di forza, ma il frutto di un confronto capace di valorizzare punti di vista diversi? In sostanza: i conflitti sono forse non tanto un problema da sopprimere o sottacere, ma una risorsa da utilizzare per apprendere nuove strade possibili per cambiamenti importanti sociali. La metodologia dello studio di “casi” concreti La risposta che emerge dal libro non è affidata a teorie astratte o a modelli ideali di partecipazione. Al contrario, Marianella Sclavi sceglie una strada rigorosamente empirica, facendo parlare i protagonisti di esperienze concrete, osservando pratiche amministrative reali, ricostruendo i processi sviluppatisi nel corso di decenni. Il risultato è una riflessione che nasce dall&#8217;analisi dei fatti e che, proprio per questo, appare particolarmente convincente. Il cuore del libro è rappresentato dall&#8217;esperienza della città di Nantes, in Francia, che l&#8217;autrice ha studiato direttamente per quasi tre anni, andandoci a vivere per studiarla da vicino.  Nantes non è un semplice caso di successo amministrativo, presentandosi piuttosto come un laboratorio politico e sociale che, a partire dagli anni Ottanta, ha progressivamente costruito un modello di governo locale fondato sull&#8217;ascolto dei cittadini e sulla valorizzazione della partecipazione come strumento ordinario di governo. Non a caso, la città è stata riconosciuta dall’Unione Europea quale capitale d’Europa del verde (2013) e dell’innovazione sociale (2019). Non più solo amministrare per le persone, ma con le persone Ciò che rende particolarmente interessante questa esperienza è che non nasce da una situazione ideale. Al contrario, il percorso prende avvio da una crisi politica e da una perdita di consenso, da una sconfitta anche elettorale di chi aveva amministrato la città alla fine dello scorso secolo. Quegli amministratori, pur ritenendo di aver ben amministrato la città in quegli anni, si trovarono così a fare i conti con una crescente distanza tra l’operato delle istituzioni locali e il loro rapporto con i cittadini/e. Quali le cause e come intervenire per migliorare questo rapporto? Il punto di partenza fu l’acquisita consapevolezza del fatto che non fosse più sufficiente governare &#8220;per&#8221; le persone, ravvisando piuttosto la necessità di imparare a governare &#8220;con&#8221; le persone. Da qui è nato un lungo processo di sperimentazione che ha portato progressivamente a ridefinire il ruolo delle istituzioni, dei cittadini e degli stessi apparati tecnici della pubblica amministrazione. I tre saperi tra conflitti e dialoghi Il concetto chiave elaborato da Marianella Sclavi è quello dei &#8220;tre saperi&#8221;. Ogni comunità dispone infatti di almeno tre forme di conoscenza che, normalmente, tendono a rimanere separate. Il primo è il sapere d&#8217;uso dei cittadini, cioè la conoscenza che nasce dall&#8217;esperienza quotidiana di chi vive un territorio, utilizza servizi, frequenta spazi pubblici e sperimenta concretamente problemi e opportunità della vita collettiva. Il secondo è il sapere delle decisioni, proprio degli amministratori e dei rappresentanti eletti, chiamati ad assumersi la responsabilità delle scelte pubbliche e a definire indirizzi politici. Il terzo è il sapere tecnico, posseduto dai funzionari, dai professionisti e dagli esperti che conoscono norme, procedure, vincoli e strumenti operativi. Nella maggior parte dei casi questi saperi dialogano poco. Talvolta si ignorano. Altre volte entrano anche apertamente in conflitto. Il merito del libro è mostrare come proprio dall&#8217;incontro tra questi punti di vista differenti possano nascere soluzioni innovative e più efficaci. Il conflitto, in questa prospettiva, non viene presentato come qualcosa da reprimere o da nascondere, ma piuttosto come una fonte di apprendimento collettivo. Diventa l&#8217;occasione per mettere in discussione certezze consolidate, far emergere bisogni invisibili e costruire risposte nuove. A ben osservare, si tratta di un cambiamento culturale profondo. Le amministrazioni non vengono più viste come strutture che devono semplicemente decidere e comunicare le proprie decisioni, ma come organizzazioni che apprendono costantemente dal confronto con la società, come laboratori di “intelligenza collettiva” in cui i tre saperi si confrontano e individuano nuove vie da percorrere. L’infrastruttura necessaria L&#8217;esperienza di Nantes dimostra che questo approccio non si improvvisa. Non bastano consultazioni occasionali o strumenti partecipativi utilizzati in modo episodico. Occorrono luoghi, procedure, tempi e regole che rendano effettivo il dialogo tra cittadini e istituzioni. Insomma, dev’essere pensata e attuata una “infrastruttura” in grado di garantire, rendendolo vincolante,  questo modo di operare. Particolarmente significativo, in tal senso, è il &#8220;Patto per il dialogo con i cittadini&#8221; adottato dalla città nel 2021. Attraverso questo strumento, l&#8217;amministrazione si impegna non soltanto ad ascoltare i cittadini, ma anche a creare le condizioni affinché l&#8217;ascolto possa realmente avvenire, a rispondere alle proposte ricevute, a monitorarne gli esiti e a rendere conto pubblicamente delle decisioni assunte nelle diverse articolazioni ed espressioni territoriali. L&#8217;attenzione particolare viene rivolta soprattutto a coloro che normalmente restano ai margini dei processi partecipativi: persone fragili, gruppi poco rappresentati, cittadini disillusi o lontani dalla vita pubblica. La partecipazione non è dunque concepita come un privilegio per chi è già attivo, ma come uno strumento per allargare la cittadinanza democratica. Il ruolo chiave dei dipendenti pubblici e le nuove professionalità Il libro offre inoltre spunti molto interessanti sul ruolo dei funzionari pubblici. In questo modello il sapere tecnico non perde importanza; al contrario, si arricchisce. I dipendenti pubblici sono chiamati a sviluppare nuove competenze relazionali e a lavorare in modo più trasversale, superando rigidità organizzative e compartimenti amministrativi. Non si tratta più soltanto di verificare ciò che è consentito dalle procedure, ma di esplorare le</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/lintelligenza-delle-differenze-tre-saperi-per-costruire-comunita/">L&#8217;intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Le pubbliche amministrazioni che apprendono dai conflitti</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">In una fase storica segnata dalla crescente polarizzazione del dibattito pubblico, dalla sfiducia verso le istituzioni e dalla tendenza a considerare il conflitto come un problema da eliminare piuttosto che come una risorsa da comprendere, il libro <em>Elogio dei tre saperi</em> di Marianella Sclavi (Bordeau, Roma, aprile 2026) rappresenta una lettura preziosa e per certi aspetti controcorrente.<br />
Sociologa, docente di Etnografia urbana al Politecnico di Milano, studiosa dei processi di ascolto e gestione creativa dei conflitti, Marianella Sclavi affronta una questione che riguarda da vicino il futuro delle democrazie contemporanee: come possono le istituzioni pubbliche recuperare capacità di ascolto, legittimazione e innovazione in società sempre più complesse e frammentate? Come è possibile costruire decisioni pubbliche che non siano semplicemente il risultato di rapporti di forza, ma il frutto di un confronto capace di valorizzare punti di vista diversi? In sostanza: i conflitti sono forse non tanto un problema da sopprimere o sottacere, ma una risorsa da utilizzare per apprendere nuove strade possibili per cambiamenti importanti sociali.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>La metodologia dello studio di “casi” concreti</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La risposta che emerge dal libro non è affidata a teorie astratte o a modelli ideali di partecipazione. Al contrario, Marianella Sclavi sceglie una strada rigorosamente empirica, facendo parlare i protagonisti di esperienze concrete, osservando pratiche amministrative reali, ricostruendo i processi sviluppatisi nel corso di decenni. Il risultato è una riflessione che nasce dall&#8217;analisi dei fatti e che, proprio per questo, appare particolarmente convincente.<br />
Il cuore del libro è rappresentato dall&#8217;esperienza della città di Nantes, in Francia, che l&#8217;autrice ha studiato direttamente per quasi tre anni, andandoci a vivere per studiarla da vicino.  Nantes non è un semplice caso di successo amministrativo, presentandosi piuttosto come un laboratorio politico e sociale che, a partire dagli anni Ottanta, ha progressivamente costruito un modello di governo locale fondato sull&#8217;ascolto dei cittadini e sulla valorizzazione della partecipazione come strumento ordinario di governo. Non a caso, la città è stata riconosciuta dall’Unione Europea quale capitale d’Europa del verde (2013) e dell’innovazione sociale (2019).</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Non più solo amministrare per le persone, ma con le persone</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Ciò che rende particolarmente interessante questa esperienza è che non nasce da una situazione ideale. Al contrario, il percorso prende avvio da una crisi politica e da una perdita di consenso, da una sconfitta anche elettorale di chi aveva amministrato la città alla fine dello scorso secolo. Quegli amministratori, pur ritenendo di aver ben amministrato la città in quegli anni, si trovarono così a fare i conti con una crescente distanza tra l’operato delle istituzioni locali e il loro rapporto con i cittadini/e. Quali le cause e come intervenire per migliorare questo rapporto? Il punto di partenza fu l’acquisita consapevolezza del fatto che non fosse più sufficiente governare &#8220;per&#8221; le persone, ravvisando piuttosto la necessità di imparare a governare &#8220;con&#8221; le persone.<br />
Da qui è nato un lungo processo di sperimentazione che ha portato progressivamente a ridefinire il ruolo delle istituzioni, dei cittadini e degli stessi apparati tecnici della pubblica amministrazione.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>I tre saperi tra conflitti e dialoghi</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il concetto chiave elaborato da Marianella Sclavi è quello dei &#8220;tre saperi&#8221;. Ogni comunità dispone infatti di almeno tre forme di conoscenza che, normalmente, tendono a rimanere separate.<br />
Il primo è il sapere d&#8217;uso dei cittadini, cioè la conoscenza che nasce dall&#8217;esperienza quotidiana di chi vive un territorio, utilizza servizi, frequenta spazi pubblici e sperimenta concretamente problemi e opportunità della vita collettiva.<br />
Il secondo è il sapere delle decisioni, proprio degli amministratori e dei rappresentanti eletti, chiamati ad assumersi la responsabilità delle scelte pubbliche e a definire indirizzi politici.<br />
Il terzo è il sapere tecnico, posseduto dai funzionari, dai professionisti e dagli esperti che conoscono norme, procedure, vincoli e strumenti operativi.<br />
Nella maggior parte dei casi questi saperi dialogano poco. Talvolta si ignorano. Altre volte entrano anche apertamente in conflitto. Il merito del libro è mostrare come proprio dall&#8217;incontro tra questi punti di vista differenti possano nascere soluzioni innovative e più efficaci.<br />
Il conflitto, in questa prospettiva, non viene presentato come qualcosa da reprimere o da nascondere, ma piuttosto come una fonte di apprendimento collettivo. Diventa l&#8217;occasione per mettere in discussione certezze consolidate, far emergere bisogni invisibili e costruire risposte nuove.<br />
A ben osservare, si tratta di un cambiamento culturale profondo. Le amministrazioni non vengono più viste come strutture che devono semplicemente decidere e comunicare le proprie decisioni, ma come organizzazioni che apprendono costantemente dal confronto con la società, come laboratori di “intelligenza collettiva” in cui i tre saperi si confrontano e individuano nuove vie da percorrere.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>L’infrastruttura necessaria</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">L&#8217;esperienza di Nantes dimostra che questo approccio non si improvvisa. Non bastano consultazioni occasionali o strumenti partecipativi utilizzati in modo episodico. Occorrono luoghi, procedure, tempi e regole che rendano effettivo il dialogo tra cittadini e istituzioni. Insomma, dev’essere pensata e attuata una “infrastruttura” in grado di garantire, rendendolo vincolante,  questo modo di operare.<br />
Particolarmente significativo, in tal senso, è il &#8220;Patto per il dialogo con i cittadini&#8221; adottato dalla città nel 2021. Attraverso questo strumento, l&#8217;amministrazione si impegna non soltanto ad ascoltare i cittadini, ma anche a creare le condizioni affinché l&#8217;ascolto possa realmente avvenire, a rispondere alle proposte ricevute, a monitorarne gli esiti e a rendere conto pubblicamente delle decisioni assunte nelle diverse articolazioni ed espressioni territoriali.<br />
L&#8217;attenzione particolare viene rivolta soprattutto a coloro che normalmente restano ai margini dei processi partecipativi: persone fragili, gruppi poco rappresentati, cittadini disillusi o lontani dalla vita pubblica. La partecipazione non è dunque concepita come un privilegio per chi è già attivo, ma come uno strumento per allargare la cittadinanza democratica.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Il ruolo chiave dei dipendenti pubblici e le nuove professionalità </strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il libro offre inoltre spunti molto interessanti sul ruolo dei funzionari pubblici. In questo modello il sapere tecnico non perde importanza; al contrario, si arricchisce. I dipendenti pubblici sono chiamati a sviluppare nuove competenze relazionali e a lavorare in modo più trasversale, superando rigidità organizzative e compartimenti amministrativi. Non si tratta più soltanto di verificare ciò che è consentito dalle procedure, ma di esplorare le concrete  possibilità di azione che permettono di realizzare obiettivi condivisi nel rispetto delle regole.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>La sussidiarietà e i tre saperi</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Per chi opera nel campo dell&#8217;amministrazione condivisa, della sussidiarietà e dei patti di collaborazione, <em>Elogio dei tre saperi</em> rappresenta una lettura particolarmente utile. Il libro non parla direttamente di amministrazione condivisa, ma offre una chiave interpretativa che aiuta a comprenderne meglio il significato più profondo.<br />
L&#8217;esperienza italiana dei patti di collaborazione si fonda infatti sull&#8217;idea che cittadini e istituzioni possano cooperare nella cura dei beni comuni, nell’alveo della sussidiarietà e nell&#8217;interesse generale. Tuttavia, chi lavora concretamente in questi processi sa bene che norme e regolamenti, da soli, non bastano. Servono capacità di ascolto, competenze relazionali, disponibilità al confronto e una “regia” della gestione costruttiva delle differenze e soprattutto dei conflitti.<br />
Da questo punto di vista, il dialogo tra l&#8217;amministrazione condivisa italiana e la prospettiva proposta da Marianella Sclavi appare particolarmente fecondo. I patti di collaborazione possono offrire una concreta architettura istituzionale e organizzativa, essere la base anche del decentramento amministrativo dell’ente locale (per es: Comitati di zona, di quartiere, ecc: vedi l’esperienza di Bologna). Mentre il metodo dei tre saperi, una volta anche individuati i luoghi e le regole preposti al loro incontro, contribuisce a sviluppare quella cultura democratica e quelle competenze necessarie per far funzionare davvero la collaborazione.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Trasformare i conflitti in occasioni di apprendimento collettivo e d’innovazione</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il messaggio finale del libro è tanto semplice quanto impegnativo: l&#8217;innovazione delle istituzioni non passa soltanto da nuove procedure, nuovi regolamenti o nuove tecnologie. Non passa soltanto dalla ricerca del consenso di gruppi sociali diversi. Passa soprattutto dalla capacità di costruire relazioni tra cittadini, amministratori e tecnici, riconoscendo che ciascuno di loro esprime una parte indispensabile della conoscenza necessaria per affrontare i problemi collettivi e nel far emergere l’interesse generale. È questo terreno di confronto che può quindi trasformare i conflitti anche in nuove forme di alleanze., come del resto già accade con gli stessi patti di collaborazione.<br />
In un&#8217;epoca in cui la tentazione di reprimere i conflitti è sempre più forte, <em>Elogio dei tre saperi</em> ci ricorda che una democrazia più viva, più inclusiva e più efficace nasce invece dalla capacità di attraversarli, comprenderli e trasformarli in occasioni di apprendimento collettivo e d’innovazione anche amministrativa. Una lezione preziosa non solo per gli studiosi e gli amministratori pubblici, ma per tutti coloro che credono che la qualità della democrazia dipenda dalla qualità delle relazioni che siamo capaci di costruire.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Immagine di copertina: AhmadArdity su Pixabay</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/lintelligenza-delle-differenze-tre-saperi-per-costruire-comunita/">L&#8217;intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Oltre la rigenerazione urbana: la cura dei custodi come nuovo bene comune</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/07/oltre-la-rigenerazione-urbana-la-cura-dei-custodi-come-nuovo-bene-comune/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diego Donati]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 10:03:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
		<category><![CDATA[fragilità]]></category>
		<category><![CDATA[persone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il lungo cammino dei beni comuni: dalle radici alla nuova frontiera In Italia, il dibattito sui beni comuni ha vissuto una stagione di straordinario fervore a partire dai primi anni Duemila, trovando un punto di sintesi fondamentale nei lavori della Commissione Rodotà del 2007. Quella proposta ebbe il merito storico di individuare una terza via tra proprietà pubblica e privata, definendo i beni comuni come entità che esprimono utilità funzionali all&#8217;esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona. Questa visione &#8220;funzionale&#8221; è stata poi consacrata dal voto popolare con il referendum sull&#8217;acqua pubblica del 2011, che ha sottratto la gestione di questi beni all&#8217;esclusività dei soggetti privati. Proprio sulla spinta di quella mobilitazione civile e culturale, negli anni successivi si è aperta una fase di sperimentazione istituzionale che ha visto nascere i primi “Regolamenti per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”. Sebbene inizialmente focalizzata sulla gestione fisica degli spazi, l’esperienza dell’amministrazione condivisa suggerisce oggi la necessità di compiere un ulteriore passo in avanti. Se i patti di collaborazione sono stati lo strumento per rigenerare piazze, giardini e scuole, oggi appare opportuno spostare l’attenzione sui &#8220;custodi&#8221; stessi. Non si tratta più soltanto di amministrare beni, ma di prendersi cura della comunità che quei beni rende vivi. In questa prospettiva, la cura del bene materiale e la dimensione relazionale diventano inscindibili: l&#8217;attenzione alle persone non svaluta l&#8217;oggetto comune ma, al contrario, lo rinforza. Ogni bene comune, infatti, è vivo solo se viva e forte è la comunità che lo cura; senza questa linfa relazionale, ogni processo di rigenerazione rischia di rimanere fragile e di trasformarsi in una mera prestazione tecnica. Come osserva Gregorio Arena, “senza l’attività di cura delle persone e del territorio il sistema non regge”. La domanda diventa allora inevitabile: chi si prenderà cura dei beni comuni, se non ci sono persone messe nelle condizioni materiali e sociali di farlo? La cura come categoria giuridica e l’Amministrazione della Cura Affinché il passaggio dai beni alle persone non resti un’aspirazione ideale, quella della cura è una categoria che merita di essere presa in considerazione come una vera e propria categoria giuridica e amministrativa. In questo senso, i contributi di Alessandra Pioggia risultano illuminanti: l’autrice propone l’idea di una &#8220;amministrazione della cura&#8221; (Cura e pubblica amministrazione di Alessandra Pioggia &#8211; Labsus) che inaugura una modalità rinnovata di relazione tra istituzioni e comunità. Questa prospettiva affonda le radici nel pensiero femminista che ha storicamente segnalato la mancanza di un “vocabolario” pubblico della cura, spesso relegata a fatto privato o professionale. Riprendendo l’intuizione di Carol Gilligan sull’etica della cura, Pioggia evidenzia come l’azione amministrativa non debba esaurirsi nell’applicazione formale di norme astratte. Un’amministrazione che &#8220;cura&#8221; è quella capace di: operare con flessibilità, definendo modalità operative non standardizzate, valorizzare le energie presenti nei contesti locali e interpretare le norme per garantire la concreta fruizione dei diritti oltre che agire con responsabilità, prossimità e cooperazione, requisiti che trovano un riscontro concreto proprio nei patti di collaborazione. L&#8217;obiettivo dell&#8217;amministrazione non deve essere solamente il mero rispetto della norma, ma anche e soprattutto la traduzione della stessa in soluzioni capaci di realizzare effettivamente l’interesse collettivo e la fioritura delle persone. Dal cittadino astratto alla cura delle fragilità Uno dei punti di maggiore originalità di questa visione riguarda il superamento del modello di &#8220;cittadino astratto&#8221;. La teoria della giustizia tradizionale, come quella di John Rawls, tende a immaginare un destinatario dell’azione pubblica adulto, competente e autonomo. Tuttavia, la realtà ci consegna persone segnate da vulnerabilità, non autosufficienza e marginalità sociale. Un’amministrazione condivisa orientata alla cura deve farsi carico della concreta emancipazione di chi non ha la forza di rivendicare i propri diritti: i più fragili, i non autosufficienti, chi vive in condizioni di marginalità. Spostare il focus sui “custodi” significa anche includere coloro che, per condizioni sociali o personali, non hanno ancora avuto l’opportunità di partecipare. In questo quadro, il coinvolgimento delle persone fragili nella cura dei beni comuni diventa un atto trasformativo: il destinatario passivo di assistenza si trasforma in un soggetto attivo, portatore non solo di bisogni ma di abilità e potenzialità per la collettività. Il diritto alla cura: la svolta della Corte Interamericana nel parere OC-31/2025 Questa evoluzione nazionale trova oggi una sponda straordinaria nel panorama internazionale, in particolare nel recente parere consultivo OC-31/2025 della Corte Interamericana dei Diritti Umani (Inter-American Court of Human Rights). Sebbene maturato in un contesto geografico differente, il valore legale e morale di questo strumento assume una portata universale: su sollecitazione della Repubblica dell’Argentina — che ha chiesto alla Corte di definire il contenuto e l&#8217;estensione del “diritto alla cura” (derecho al cuidado) all&#8217;interno della Convenzione Americana sui Diritti Umani — la Corte ha infatti ufficialmente definito e riconosciuto il “diritto alla cura” come un diritto umano autonomo ed esigibile. Tale diritto è stato declinato in tre dimensioni interdipendenti che si armonizzano con la visione appena delineata dell’amministrazione condivisa: Diritto a ricevere cura (ser cuidado/a): ogni individuo, in ogni fase di fragilità (dall&#8217;infanzia alla vecchiaia), ha diritto a ricevere sostegno in condizioni di dignità. Questo richiama l&#8217;obbligo delle istituzioni di non limitarsi a regole neutrali, ma di assicurare opportunità reali di sviluppo. Diritto di fornire cura (cuidar): è necessario rendere visibile e sostenere il ruolo di cura esercitato dai caregiver familiari e dai volontari: “La cura è l’anello mancante nella scala dei valori economici e politici della nostra organizzazione umana, e questo non fa tornare mai i conti” (A. Marinelli. La città della cura. P.128 ss.) Il diritto all&#8217;autocura (autocuidarse): Il riconoscimento del diritto ad avere tempo e risorse per sé, salvaguardando il proprio progetto di vita e la propria autonomia. È il riconoscimento che il “custode” non può essere inteso come una risorsa inesauribile a disposizione del sistema, ma deve essere a sua volta destinatario di tutele e di specifiche politiche pubbliche. Per un riconoscimento costituzionale della cura È proprio alla luce di queste riflessioni sulla portata universale e sociale della cura che si inserisce la proposta ambiziosa di Gregorio Arena, esposta in questo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/07/oltre-la-rigenerazione-urbana-la-cura-dei-custodi-come-nuovo-bene-comune/">Oltre la rigenerazione urbana: la cura dei custodi come nuovo bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il lungo cammino dei beni comuni: dalle radici alla nuova frontiera</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">In Italia, il dibattito sui beni comuni ha vissuto una stagione di straordinario fervore a partire dai primi anni Duemila, trovando un punto di sintesi fondamentale nei lavori della Commissione Rodotà del 2007. Quella proposta ebbe il merito storico di individuare una terza via tra proprietà pubblica e privata, definendo i beni comuni come entità che esprimono utilità funzionali all&#8217;esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona. Questa visione &#8220;funzionale&#8221; è stata poi consacrata dal voto popolare con il referendum sull&#8217;acqua pubblica del 2011, che ha sottratto la gestione di questi beni all&#8217;esclusività dei soggetti privati.<br />
Proprio sulla spinta di quella mobilitazione civile e culturale, negli anni successivi si è aperta una fase di sperimentazione istituzionale che ha visto nascere i primi “Regolamenti per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”. Sebbene inizialmente focalizzata sulla gestione fisica degli spazi, l’esperienza dell’amministrazione condivisa suggerisce oggi la necessità di compiere un ulteriore passo in avanti. Se i patti di collaborazione sono stati lo strumento per rigenerare piazze, giardini e scuole, oggi appare opportuno spostare l’attenzione sui &#8220;custodi&#8221; stessi. Non si tratta più soltanto di amministrare beni, ma di prendersi cura della comunità che quei beni rende vivi. In questa prospettiva, la cura del bene materiale e la dimensione relazionale diventano inscindibili: l&#8217;attenzione alle persone non svaluta l&#8217;oggetto comune ma, al contrario, lo rinforza. Ogni bene comune, infatti, è vivo solo se viva e forte è la comunità che lo cura; senza questa linfa relazionale, ogni processo di rigenerazione rischia di rimanere fragile e di trasformarsi in una mera prestazione tecnica. Come osserva Gregorio Arena, “senza l’attività di cura delle persone e del territorio il sistema non regge”. La domanda diventa allora inevitabile: chi si prenderà cura dei beni comuni, se non ci sono persone messe nelle condizioni materiali e sociali di farlo?</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;">La cura come categoria giuridica e l’Amministrazione della Cura</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Affinché il passaggio dai beni alle persone non resti un’aspirazione ideale, quella della cura è una categoria che merita di essere presa in considerazione come una vera e propria categoria giuridica e amministrativa. In questo senso, i contributi di Alessandra Pioggia risultano illuminanti: l’autrice propone l’idea di una <strong>&#8220;amministrazione della cura&#8221; </strong>(<a href="https://www.labsus.org/2025/03/recensione-volume-cura-e-pubblica-amministrazione-di-alessandra-pioggia/" target="_blank" rel="noopener">Cura e pubblica amministrazione di Alessandra Pioggia &#8211; Labsus</a>) che inaugura una modalità rinnovata di relazione tra istituzioni e comunità.<br />
Questa prospettiva affonda le radici nel pensiero femminista che ha storicamente segnalato la mancanza di un “vocabolario” pubblico della cura, spesso relegata a fatto privato o professionale. Riprendendo l’intuizione di Carol Gilligan sull’etica della cura, Pioggia evidenzia come l’azione amministrativa non debba esaurirsi nell’applicazione formale di norme astratte. Un’amministrazione che &#8220;cura&#8221; è quella capace di: operare con flessibilità, definendo modalità operative non standardizzate, valorizzare le energie presenti nei contesti locali e interpretare le norme per garantire la concreta fruizione dei diritti oltre che agire con responsabilità, prossimità e cooperazione, requisiti che trovano un riscontro concreto proprio nei patti di collaborazione.<br />
L&#8217;obiettivo dell&#8217;amministrazione non deve essere solamente il mero rispetto della norma, ma anche e soprattutto la traduzione della stessa in soluzioni capaci di realizzare effettivamente l’interesse collettivo e la fioritura delle persone.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;">Dal cittadino astratto alla cura delle fragilità</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Uno dei punti di maggiore originalità di questa visione riguarda il superamento del modello di &#8220;cittadino astratto&#8221;. La teoria della giustizia tradizionale, come quella di John Rawls, tende a immaginare un destinatario dell’azione pubblica adulto, competente e autonomo. Tuttavia, la realtà ci consegna persone segnate da vulnerabilità, non autosufficienza e marginalità sociale.<br />
Un’amministrazione condivisa orientata alla cura deve farsi carico della concreta emancipazione di chi non ha la forza di rivendicare i propri diritti: i più fragili, i non autosufficienti, chi vive in condizioni di marginalità. Spostare il focus sui “custodi” significa anche includere coloro che, per condizioni sociali o personali, non hanno ancora avuto l’opportunità di partecipare. In questo quadro, il coinvolgimento delle persone fragili nella cura dei beni comuni diventa un atto trasformativo: il destinatario passivo di assistenza si trasforma in un soggetto attivo, portatore non solo di bisogni ma di abilità e potenzialità per la collettività.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il diritto alla cura: la svolta della Corte Interamericana nel parere OC-31/2025</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Questa evoluzione nazionale trova oggi una sponda straordinaria nel panorama internazionale, in particolare nel recente parere consultivo OC-31/2025 della Corte Interamericana dei Diritti Umani (<em>Inter-American Court of Human Rights</em>). Sebbene maturato in un contesto geografico differente, il valore legale e morale di questo strumento assume una portata universale: su sollecitazione della Repubblica dell’Argentina — che ha chiesto alla Corte di definire il contenuto e l&#8217;estensione del “diritto alla cura” (<em>derecho al cuidado</em>) all&#8217;interno della Convenzione Americana sui Diritti Umani — la Corte ha infatti ufficialmente definito e riconosciuto il “diritto alla cura” come un diritto umano autonomo ed esigibile.<br />
Tale diritto è stato declinato in tre dimensioni interdipendenti che si armonizzano con la visione appena delineata dell’amministrazione condivisa:</p>
<ul>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Diritto a ricevere cura (<em>ser cuidado/a</em>):</strong> ogni individuo, in ogni fase di fragilità (dall&#8217;infanzia alla vecchiaia), ha diritto a ricevere sostegno in condizioni di dignità. Questo richiama l&#8217;obbligo delle istituzioni di non limitarsi a regole neutrali, ma di assicurare opportunità reali di sviluppo.</li>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Diritto di fornire cura (<em>cuidar</em>):</strong> è necessario rendere visibile e sostenere il ruolo di cura esercitato dai caregiver familiari e dai volontari: “La cura è l’anello mancante nella scala dei valori economici e politici della nostra organizzazione umana, e questo non fa tornare mai i conti” (A. Marinelli. La città della cura. P.128 ss.)</li>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Il diritto all&#8217;autocura (<em>autocuidarse</em>):</strong> Il riconoscimento del diritto ad avere tempo e risorse per sé, salvaguardando il proprio progetto di vita e la propria autonomia. È il riconoscimento che il “custode” non può essere inteso come una risorsa inesauribile a disposizione del sistema, ma deve essere a sua volta destinatario di tutele e di specifiche politiche pubbliche.</li>
</ul>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;">Per un riconoscimento costituzionale della cura</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">È proprio alla luce di queste riflessioni sulla portata universale e sociale della cura che si inserisce la proposta ambiziosa di Gregorio Arena, esposta in questo precedente <a href="https://www.labsus.org/2018/01/la-societa-della-cura-un-progetto-fondato-sullempatia/"><strong>articolo</strong></a> e che merita di essere ripresa. Se, come abbiamo osservato, la cura non è un mero fatto privato ma un elemento sistemico che regge la tenuta della società, allora il quadro giuridico è chiamato a prenderne pienamente atto.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">L’Articolo 118, ultimo comma, della Costituzione impegna la Repubblica a favorire le autonome iniziative dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà. Finora, questo principio ha rappresentato la &#8220;casa&#8221; della cura dei beni comuni urbani; tuttavia, si apre oggi un interrogativo fondamentale: perché non valorizzare esplicitamente l&#8217;attività di cura delle persone all&#8217;interno di questo perimetro costituzionale?</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Le relazioni di cura esercitate nello spazio privato, tradizionalmente considerate estranee all’ambito pubblico, hanno in realtà un&#8217;importanza sistemica e sono, a tutti gli effetti, di interesse generale. Ricondurre la cura della persona dell’esclusivo ambito familiare all’alveo dell’art. 118 significherebbe dare a queste attività la medesima legittimazione costituzionale che oggi hanno i patti di collaborazione per la cura e valorizzazione dei beni comuni urbani. In questo modo, il principio di sussidiarietà si realizzerebbe pienamente come una &#8220;relazione di condivisione fondata sull&#8217;aiuto&#8221;.</span></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Per approfondimenti:</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">DONATI D. (2025), “L’amministrazione condivisa: modelli e pratiche per la cura delle persone”, Tesi di Laurea Magistrale in Politica, Amministrazione e Territorio, rel. Prof.ssa Alessandra Pioggia, Università degli Studi di Perugia, a.a. 2024/2025, discussa il 19 dicembre 2025, 150 pp., consultabile in allegato.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Bibliografia</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">ARENA, G. (1997), Introduzione all’amministrazione condivisa. Studi parlamentari e di politica costituzionale, n.117, pp. 29-65, Roma, Edistudio.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">ARENA, G. (2020), I custodi della bellezza. Prendersi cura dei beni comuni. Un patto per l’Italia fra cittadini e istituzioni. Milano: Touring Club Italiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">MARINELLI, A. (2015), La città della cura. Ovvero, perché una madre ne sa una più dell’urbanista. Collana Metropolis 45. Napoli: Liguori Editore.</span></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">PIOGGIA, A. (2022), “La cura nella Costituzione. Prospettive per una amministrazione della cura.” In L’amministrazione condivisa, a cura di G. Arena e M. Bombardelli. Trento: Università degli Studi di Trento.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">PIOGGIA, A. (2024) “Etica della cura e approccio di collettività e amministrazioni ai beni comuni.” In La cura dei beni comuni tra teoria e prassi. Un’analisi interdisciplinare, a cura di D. Donati. Milano: FrancoAngeli.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">PIOGGIA, A. (2024) Cura e pubblica amministrazione: come il pensiero femminista può cambiare in meglio le nostre amministrazioni. Bologna: Il Mulino.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Normativa</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">CORTE INTERAMERICANA DEI DIRITTI UMANI (2025) – Parere Consultivo OC-31/25 del 12 giugno 2025, richiesto dalla Repubblica Argentina, su: &#8220;Il contenuto e la portata del diritto alla cura e la sua interrelazione con altri diritti&#8221;.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Sitografia</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">ARENA, G. (2018, 2 gennaio). La “società della cura” e il valore politico dei piccoli gesti quotidiani. Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà. https://www.labsus.org/2018/01/la-societa-della-cura-un-progetto-fondato-sullempatia/</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">MARLETTA, G. (2025, 4 marzo). <em>Cura e pubblica amministrazione di Alessandra Pioggia</em>. Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà. <a href="https://www.labsus.org/2025/03/recensione-volume-cura-e-pubblica-amministrazione-di-alessandra-pioggia/"><strong>https://www.labsus.org/2025/03/recensione-volume-cura-e-pubblica-amministrazione-di-alessandra-pioggia/</strong></a></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Corte Interamericana dei Diritti Umani, Parere Consultivo OC-31/25 <a href="https://www.corteidh.or.cr/OC-31-2025/index-eng.html"><strong>https://www.corteidh.or.cr/OC-31-2025/index-eng.html</strong></a></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Diego Donati è dipendente pubblico, Specializzato </strong><strong>in <em>Community Management</em> e governo della prossimità</strong></p>
<p><em>Immagine di copertina: Lina Trochez su Unsplash</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/07/oltre-la-rigenerazione-urbana-la-cura-dei-custodi-come-nuovo-bene-comune/">Oltre la rigenerazione urbana: la cura dei custodi come nuovo bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Labsus Ricerche – Fascicolo n. 1/2026</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/06/labsus-ricerche-fascicolo-n-1-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Labsus]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 11:24:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Labsus Papers]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[labsus paper]]></category>
		<category><![CDATA[ricerche]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89453</guid>

					<description><![CDATA[<p>Indice Salvatore Amato L’amministrazione condivisa nella prospettiva della gestione dei beni comuni: il caso delle acque termali pp. 1 – 18 Sara Ciccarese Le Comunità culturali: modelli ed esiti della partecipazione pp. 19 – 27 Valentina Galvan Il fragile limen tra «dentro» e «fuori» nella coprogettazione della Casa circondariale di Spini di Gardolo pp. 28 – 51 Pierfilippo Gatti I privati nella normativa sui beni culturali quali promotori di sviluppo materiale e spirituale della comunità pp. 52 – 77 Enrico Guerrieri Amministrazione condivisa e Case della Comunità: singoli e associati nell’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale pp. 78 – 98 Scarica il primo fascicolo della Rivista Labsus Ricerche del 2026. Scarica i singoli contributi di ricerca: L’amministrazione condivisa nella prospettiva della gestione dei beni comuni: il caso delle acque termali di Salvatore Amato; Le Comunità culturali: modelli ed esiti della partecipazione di Sara Ciccarese; Il fragile limen tra «dentro» e «fuori» nella coprogettazione della Casa circondariale di Spini di Gardolo di Valentina Galvan; I privati nella normativa sui beni culturali quali promotori di sviluppo materiale e spirituale della comunità di Pierfilippo Gatti;  Amministrazione condivisa e Case della Comunità: singoli e associati nell’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale di Enrico Guerrieri Immagine di copertina: &#x1f1f8;&#x1f1ee; Janko Ferlič su Unsplash</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/labsus-ricerche-fascicolo-n-1-2026/">Labsus Ricerche – Fascicolo n. 1/2026</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4>Indice</h4>
<p>Salvatore Amato<br />
<strong>L’amministrazione condivisa nella prospettiva della gestione dei beni comuni: il caso delle acque termali<br />
</strong>pp. 1 – 18</p>
<p>Sara Ciccarese<br />
<strong>Le Comunità culturali: modelli ed esiti della partecipazione<br />
</strong>pp. 19 – 27</p>
<p>Valentina Galvan<br />
<strong>Il fragile <em>limen</em> tra «dentro» e «fuori» nella coprogettazione della Casa circondariale di Spini di Gardolo<br />
</strong>pp. 28 – 51</p>
<p>Pierfilippo Gatti<br />
<strong>I privati nella normativa sui beni culturali quali promotori di sviluppo materiale e spirituale della comunità<br />
</strong>pp. 52 – 77</p>
<p>Enrico Guerrieri<br />
<strong>Amministrazione condivisa e Case della Comunità: singoli e associati nell’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale<br />
</strong>pp. 78 – 98</p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Scarica il <a href="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/Labsus-paper_1_2026.pdf" target="_blank" rel="noopener">primo fascicolo della Rivista Labsus Ricerche del 2026</a>.</em></strong></p>
<p><strong><em>Scarica i singoli contributi di ricerca:</em></strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.labsus.org/2026/06/lamministrazione-condivisa-nella-prospettiva-della-gestione-dei-beni-comuni-il-caso-delle-acque-termali/" target="_blank" rel="noopener">L’amministrazione condivisa nella prospettiva della gestione dei beni comuni: il caso delle acque termali</a> di Salvatore Amato;</li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2026/06/le-comunita-culturali-modelli-ed-esiti-della-partecipazione/" target="_blank" rel="noopener">Le Comunità culturali: modelli ed esiti della partecipazione</a> di Sara Ciccarese;</li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2026/06/il-fragile-limen-tra-dentro-e-fuori-nella-coprogettazione-della-casa-circondariale-di-spini-di-gardolo/" target="_blank" rel="noopener">Il fragile <em>limen</em> tra «dentro» e «fuori» nella coprogettazione della Casa circondariale di Spini di Gardolo</a> di Valentina Galvan;</li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2026/06/i-privati-nella-normativa-sui-beni-culturali-quali-promotori-di-sviluppo-materiale-e-spirituale-della-comunita/" target="_blank" rel="noopener">I privati nella normativa sui beni culturali quali promotori di sviluppo materiale e spirituale della comunità</a> di Pierfilippo Gatti;</li>
<li><strong> </strong><a href="https://www.labsus.org/2026/06/amministrazione-condivisa-e-case-della-comunita-singoli-e-associati-nellattuazione-della-riforma-dellassistenza-territoriale/" target="_blank" rel="noopener">Amministrazione condivisa e Case della Comunità: singoli e associati nell’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale</a> di Enrico Guerrieri</li>
</ul>
<p><em>Immagine di copertina: &#x1f1f8;&#x1f1ee; Janko Ferlič su Unsplash</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/labsus-ricerche-fascicolo-n-1-2026/">Labsus Ricerche – Fascicolo n. 1/2026</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’amministrazione condivisa nella prospettiva della gestione dei beni comuni: il caso delle acque termali</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/06/lamministrazione-condivisa-nella-prospettiva-della-gestione-dei-beni-comuni-il-caso-delle-acque-termali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Amato]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 10:44:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Labsus Papers]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[Acque termali]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[funzione sociale]]></category>
		<category><![CDATA[sussidiarietà  orizzontale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;articolo di Salvatore Amato, dal titolo &#8220;L’amministrazione condivisa nella prospettiva della gestione dei beni comuni: il caso delle acque termali&#8221;, è uno dei contributi raccolti nel fascicolo n. 1 del 2026 della Rivista Labsus Ricerche. Abstract Il contributo si propone di analizzare la gestione del bene “acqua termale”, inteso nel contesto ordinamentale italiano, come bene pubblico naturale a destinazione speciale. L’indagine muove dalla ricostruzione della cornice normativa di riferimento – dalla legislazione storica (R.D. 1924/1919) in materia mineraria alla disciplina più recente (L. 323/2000, d.lgs. 152/2006 e normative regionali) – evidenziando come il bene “acqua termale” si caratterizzi per una pluralità di interessi pubblici coinvolti: tutela della salute, sviluppo economico-territoriale, promozione turistica e salvaguardia ambientale. In primo luogo, sarà posta al centro la funzione sociale del bene acqua termale, esaminata nella duplice dimensione sanitaria e socio-economica. Da un lato, l’acqua termale assurge a strumento di tutela della salute, in quanto inserita nei livelli essenziali di assistenza del Servizio sanitario nazionale e fruibile attraverso il sistema di accreditamento degli stabilimenti termali. Dall’altro, essa rappresenta un volano di sviluppo locale e di valorizzazione del territorio, con effetti sulla filiera turistica e culturale e, dunque, sul tessuto socio-economico delle comunità insediate. Tale funzione sociale richiede un bilanciamento costante tra esigenze di conservazione del bene e necessità di sfruttamento economico, in un’ottica di sostenibilità. In secondo luogo, l’analisi si soffermerà sulle modalità di gestione del bene. Lo strumento centrale rimane la concessione amministrativa, quale titolo autorizzatorio per l’estrazione e lo sfruttamento delle acque minerali e termali. La competenza al rilascio dei titoli appartiene alle Regioni, le quali, in attuazione del principio di autonomia e decentramento, possono definire requisiti, durate e condizioni di esercizio, nonché delegare funzioni agli enti locali. Le modalità di gestione si articolano tra usi generali e particolari, con la possibilità di configurare forme di utilizzo promiscuo del bene, idonee a contemperare fruizione collettiva e sfruttamento economico. In terzo luogo, particolare attenzione sarà dedicata all’individuazione dello spazio giuridico per l’amministrazione condivisa del bene, alla luce del principio di sussidiarietà orizzontale. L’attuale quadro normativo, pur non prevedendo espressamente modelli strutturati di co-gestione, consente di ipotizzare margini di apertura alla partecipazione di soggetti privati, comunità locali, enti del terzo settore e operatori economici attraverso strumenti quali convenzioni, partenariati pubblico-privati e regolamenti locali di collaborazione. L’analisi verificherà dunque se e in quale misura l’ordinamento vigente offra spazi concreti per l’attuazione di forme collaborative, idonee a valorizzare il ruolo dei cittadini e delle comunità nella cura e gestione di una risorsa di rilievo essenziale, coniugando esigenze di efficienza amministrativa e tutela dell’interesse generale. Il percorso si concluderà con una riflessione sulle prospettive evolutive del settore, mettendo in evidenza come l’attuazione del principio di sussidiarietà orizzontale possa costituire la chiave per un modello innovativo di governo del bene acqua termale, fondato sulla cooperazione tra istituzioni e società civile e capace di garantire, al contempo, la tutela della funzione sociale, l’equilibrio ambientale e lo sviluppo sostenibile dei territori. Sommario 1. Amministrazione condivisa: nozione e fondamento giuridico. &#8211; 2. L’amministrazione condivisa nella gestione delle risorse comuni. &#8211; 3. L’amministrazione condivisa nella gestione dei beni comuni: le acque termali. &#8211; 3.1. Profili giuridici delle acque termali nel sistema dei beni pubblici. &#8211; 3.2. La funzione sociale delle acque termali e il bilanciamento di interessi. &#8211; 3.3. Bilanciamento degli interessi pubblici e amministrazione condivisa nella governance delle acque termali. &#8211; 4. Conclusioni. Scarica l&#8217;articolo della Rivista Labsus Ricerche per leggere interamente questo contributo. Immagine di copertina: &#x1f1f8;&#x1f1ee; Janko Ferlič su Unsplash.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/lamministrazione-condivisa-nella-prospettiva-della-gestione-dei-beni-comuni-il-caso-delle-acque-termali/">L’amministrazione condivisa nella prospettiva della gestione dei beni comuni: il caso delle acque termali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo di Salvatore Amato, dal titolo &#8220;L’amministrazione condivisa nella prospettiva della gestione dei beni comuni: il caso delle acque termali&#8221;, è uno dei contributi raccolti nel fascicolo n. 1 del 2026 della Rivista Labsus Ricerche.</p>
<h4>Abstract</h4>
<p style="text-align: justify;">Il contributo si propone di analizzare la gestione del bene “acqua termale”, inteso nel contesto ordinamentale italiano, come bene pubblico naturale a destinazione speciale. L’indagine muove dalla ricostruzione della cornice normativa di riferimento – dalla legislazione storica (R.D. 1924/1919) in materia mineraria alla disciplina più recente (L. 323/2000, d.lgs. 152/2006 e normative regionali) – evidenziando come il bene “acqua termale” si caratterizzi per una pluralità di interessi pubblici coinvolti: tutela della salute, sviluppo economico-territoriale, promozione turistica e salvaguardia ambientale.<br />
In primo luogo, sarà posta al centro la funzione sociale del bene acqua termale, esaminata nella duplice dimensione sanitaria e socio-economica. Da un lato, l’acqua termale assurge a strumento di tutela della salute, in quanto inserita nei livelli essenziali di assistenza del Servizio sanitario nazionale e fruibile attraverso il sistema di accreditamento degli stabilimenti termali. Dall’altro, essa rappresenta un volano di sviluppo locale e di valorizzazione del territorio, con effetti sulla filiera turistica e culturale e, dunque, sul tessuto socio-economico delle comunità insediate. Tale funzione sociale richiede un bilanciamento costante tra esigenze di conservazione del bene e necessità di sfruttamento economico, in un’ottica di sostenibilità.<br />
In secondo luogo, l’analisi si soffermerà sulle modalità di gestione del bene. Lo strumento centrale rimane la concessione amministrativa, quale titolo autorizzatorio per l’estrazione e lo sfruttamento delle acque minerali e termali. La competenza al rilascio dei titoli appartiene alle Regioni, le quali, in attuazione del principio di autonomia e decentramento, possono definire requisiti, durate e condizioni di esercizio, nonché delegare funzioni agli enti locali. Le modalità di gestione si articolano tra usi generali e particolari, con la possibilità di configurare forme di utilizzo promiscuo del bene, idonee a contemperare fruizione collettiva e sfruttamento economico.<br />
In terzo luogo, particolare attenzione sarà dedicata all’individuazione dello spazio giuridico per l’amministrazione condivisa del bene, alla luce del principio di sussidiarietà orizzontale. L’attuale quadro normativo, pur non prevedendo espressamente modelli strutturati di co-gestione, consente di ipotizzare margini di apertura alla partecipazione di soggetti privati, comunità locali, enti del terzo settore e operatori economici attraverso strumenti quali convenzioni, partenariati pubblico-privati e regolamenti locali di collaborazione. L’analisi verificherà dunque se e in quale misura l’ordinamento vigente offra spazi concreti per l’attuazione di forme collaborative, idonee a valorizzare il ruolo dei cittadini e delle comunità nella cura e gestione di una risorsa di rilievo essenziale, coniugando esigenze di efficienza amministrativa e tutela dell’interesse generale.<br />
Il percorso si concluderà con una riflessione sulle prospettive evolutive del settore, mettendo in evidenza come l’attuazione del principio di sussidiarietà orizzontale possa costituire la chiave per un modello innovativo di governo del bene acqua termale, fondato sulla cooperazione tra istituzioni e società civile e capace di garantire, al contempo, la tutela della funzione sociale, l’equilibrio ambientale e lo sviluppo sostenibile dei territori.</p>
<h4>Sommario</h4>
<p style="text-align: justify;">1. Amministrazione condivisa: nozione e fondamento giuridico. &#8211; 2. L’amministrazione condivisa nella gestione delle risorse comuni. &#8211; 3. L’amministrazione condivisa nella gestione dei beni comuni: le acque termali. &#8211; 3.1. Profili giuridici delle acque termali nel sistema dei beni pubblici. &#8211; 3.2. La funzione sociale delle acque termali e il bilanciamento di interessi. &#8211; 3.3. Bilanciamento degli interessi pubblici e amministrazione condivisa nella <em>governance</em> delle acque termali. &#8211; 4. Conclusioni.</p>
<p><em><strong>Scarica <a href="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/S_Amato_Lamministrazione-condivisa-nella-prospettiva-della-gestione-dei-beni-comuni-Labsus_giugno-2026.pdf" target="_blank" rel="noopener">l&#8217;articolo</a> della Rivista Labsus Ricerche</strong> per leggere interamente questo contributo.</em></p>
<p><em>Immagine di copertina: &#x1f1f8;&#x1f1ee; Janko Ferlič su Unsplash</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/lamministrazione-condivisa-nella-prospettiva-della-gestione-dei-beni-comuni-il-caso-delle-acque-termali/">L’amministrazione condivisa nella prospettiva della gestione dei beni comuni: il caso delle acque termali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Amministrazione condivisa e Case della Comunità: singoli e associati nell’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/06/amministrazione-condivisa-e-case-della-comunita-singoli-e-associati-nellattuazione-della-riforma-dellassistenza-territoriale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Guerrieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 10:43:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Labsus Papers]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[case della comunità]]></category>
		<category><![CDATA[comunità ]]></category>
		<category><![CDATA[organizzazione sanitaria]]></category>
		<category><![CDATA[persona]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;articolo di Enrico Guerrieri, dal titolo &#8220;Amministrazione condivisa e Case della Comunità: singoli e associati nell’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale&#8221;, è uno dei contributi raccolti nel fascicolo n. 1 del 2026 della Rivista Labsus Ricerche. Abstract Il contributo si propone di svolgere alcune riflessioni in merito alla rilevanza costituzionale del modello di amministrazione condivisa attraverso una rilettura della storica sentenza n. 131/2020 della Corte alla luce della riforma della assistenza territoriale. In particolare, il proposito è quello di analizzare il modello delle Case della Comunità ed il potenziale ruolo che la persona e le comunità possono assumere all’interno della riforma del sistema sanitario territoriale. Alla luce del principio di sussidiarietà orizzontale e delle coordinate tracciate dalla Corte costituzionale, si tenterà di mettere in risalto le potenzialità connesse al coinvolgimento degli ETS e della società civile rispetto ai temi del diritto alla salute e dell’organizzazione sanitaria. Infine, si farà riferimento ad una recente esperienza regionale (Toscana) che parrebbe dimostrare come le Case della Comunità possano, in concreto, rivelare le virtuosità sottese all’applicazione dei diversi “livelli” di amministrazione condivisa anche rispetto al settore sanitario e sociosanitario. Sommario 1. La riforma dell’assistenza territoriale e il rinnovato ruolo delle comunità: prospettive di una convergenza. – 2. La rilevanza costituzionale del modello di amministrazione condivisa: la sentenza n. 131/2020 della Corte alla luce della riforma della assistenza territoriale. – 2.1 (segue): “livelli” e “strumenti” dell’amministrazione condivisa, oltre l’art. 55 CTS. – 3. Le Case della Comunità tra tutela della salute e integrazione in chiave “comunitaria”. – 4. L’esperienza toscana e il progetto delle Case della Comunità nel Valdarno. – 5. Alcune riflessioni conclusive. L’opportunità di una lettura più attuale dell’art. 118, comma 4, Cost. Scarica l&#8217;articolo della Rivista Labsus Ricerche per leggere interamente questo contributo. Immagine di copertina: &#x1f1f8;&#x1f1ee; Janko Ferlič su Unsplash.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/amministrazione-condivisa-e-case-della-comunita-singoli-e-associati-nellattuazione-della-riforma-dellassistenza-territoriale/">Amministrazione condivisa e Case della Comunità: singoli e associati nell’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo di Enrico Guerrieri, dal titolo &#8220;Amministrazione condivisa e Case della Comunità: singoli e associati nell’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale&#8221;, è uno dei contributi raccolti nel fascicolo n. 1 del 2026 della Rivista Labsus Ricerche.</p>
<h4>Abstract</h4>
<p style="text-align: justify;">Il contributo si propone di svolgere alcune riflessioni in merito alla rilevanza costituzionale del modello di amministrazione condivisa attraverso una rilettura della storica sentenza n. 131/2020 della Corte alla luce della riforma della assistenza territoriale. In particolare, il proposito è quello di analizzare il modello delle Case della Comunità ed il potenziale ruolo che la persona e le comunità possono assumere all’interno della riforma del sistema sanitario territoriale. Alla luce del principio di sussidiarietà orizzontale e delle coordinate tracciate dalla Corte costituzionale, si tenterà di mettere in risalto le potenzialità connesse al coinvolgimento degli ETS e della società civile rispetto ai temi del diritto alla salute e dell’organizzazione sanitaria. Infine, si farà riferimento ad una recente esperienza regionale (Toscana) che parrebbe dimostrare come le Case della Comunità possano, in concreto, rivelare le virtuosità sottese all’applicazione dei diversi “livelli” di amministrazione condivisa anche rispetto al settore sanitario e sociosanitario.</p>
<h4>Sommario</h4>
<p style="text-align: justify;">1. La riforma dell’assistenza territoriale e il rinnovato ruolo delle comunità: prospettive di una convergenza. – 2. La rilevanza costituzionale del modello di amministrazione condivisa: la sentenza n. 131/2020 della Corte alla luce della riforma della assistenza territoriale. – 2.1 (segue): “livelli” e “strumenti” dell’amministrazione condivisa, oltre l’art. 55 CTS. – 3. Le Case della Comunità tra tutela della salute e integrazione in chiave “comunitaria”. – 4. L’esperienza toscana e il progetto delle Case della Comunità nel Valdarno. – 5. Alcune riflessioni conclusive. L’opportunità di una lettura più attuale dell’art. 118, comma 4, Cost.</p>
<p><em><strong>Scarica <a href="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/Guerrieri_Amministrazione-condivisa-e-Case-della-Comunita-Labsus_giugno-2026.pdf" target="_blank" rel="noopener">l&#8217;articolo</a> della Rivista Labsus Ricerche</strong> per leggere interamente questo contributo.</em></p>
<p><em>Immagine di copertina: &#x1f1f8;&#x1f1ee; Janko Ferlič su Unsplash</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/amministrazione-condivisa-e-case-della-comunita-singoli-e-associati-nellattuazione-della-riforma-dellassistenza-territoriale/">Amministrazione condivisa e Case della Comunità: singoli e associati nell’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Le Comunità culturali: modelli ed esiti della partecipazione</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/06/le-comunita-culturali-modelli-ed-esiti-della-partecipazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sara Ciccarese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 10:42:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Labsus Papers]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[beni culturali]]></category>
		<category><![CDATA[comunità culturali]]></category>
		<category><![CDATA[fruizione]]></category>
		<category><![CDATA[valorizzazione dei beni culturali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;articolo di Sara Ciccarese, dal titolo &#8220;Le Comunità culturali: modelli ed esiti della partecipazione&#8221;, è uno dei contributi raccolti nel fascicolo n. 1 del 2026 della Rivista Labsus Ricerche. Abstract La partecipazione ha un duplice volto; da un lato, far acquisire consapevolezza ai cittadini e alle comunità che, associate formalmente o informalmente, si vedono attribuite delle competenze al fine di raggiungere un obiettivo comune. Dall’altro lato, permette di riconoscere a beni pubblici un nuovo ruolo, divenendo possibili veicoli di espressione democratica, oltre che divenire strumenti per far sorgere nuove reti comunitarie. Tale riflessione può essere declinata anche nelle ipotesi in cui i beni oggetto della partecipazione siano beni culturali. Innanzitutto, occorre premettere che un bene culturale può diventare un bene comune, ed una prima forma di riconoscimento giuridico in tal senso può ritrovarsi tanto nel D.lgs n. 42 del 2004 che in fonti internazionali. Il D.Lgs 42/2004, al suo art.6 “valorizzazione del patrimonio culturale” comma 3 attribuisce a “la Repubblica” il compito di favorire e sostenere la partecipazione dei soggetti privati, anche in forma associata, dando così attuazione al principio di sussidiarietà orizzontale con il fine di valorizzare il patrimonio culturale. Va altresì evidenziato come, in analogo modola Convenzione di Faro nel suo Preambolo fornisca un ulteriore forma di legittimazione, nella convinzione “della necessità di coinvolgere ogni individuo nel processo continuo di definizione e di gestione del patrimonio culturale”. Ciò posto, la Convenzione permette, altresì, ad ogni stato membro di decidere i mezzi più idonei alla realizzazione degli obiettivi previsti dal Consiglio d’Europa. Gli esiti del processo partecipativo attorno ad un bene culturale dovrebbero condurre a tre differenti finalità: a) riconoscere il bene come patrimonio culturale, ovvero la comunità diviene uno strumento propulsivo per il riconoscimento giuridico dei beni culturali; b) far divenire il bene culturale un vero e proprio “patrimonio” culturale da tramandare alle generazioni future, in altre parole l’oggetto della partecipazione viene trasformata in una risorsa da curare per essere consegnata a coloro che verranno; c) rendere il patrimonio culturale maggiormente accessibile alle comunità, favorendo processi di coinvolgimento alla fruizione del patrimonio culturale. Vi è da dire che la partecipazione al patrimonio culturale costituisce una modalità partecipativa ancora in fase di sviluppo. Pur riconoscendo lodevoli esempi su tutto il territorio nazionale, con particolare riferimento al Sud Italia, risulta necessario verificare quali, tra i tre obiettivi sopra richiamati, abbiano effettivamente trovato attuazione e quali siano gli impatti concreti generati da tali forme di partecipazione. Sommario 1. Il sistema delle competenze in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali – 2. Le Comunità culturali – 3. I modelli partecipativi – 4. Gli esiti della partecipazione – 5. Conclusioni Scarica l&#8217;articolo della Rivista Labsus Ricerche per leggere interamente questo contributo. Immagine di copertina: &#x1f1f8;&#x1f1ee; Janko Ferlič su Unsplash.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/le-comunita-culturali-modelli-ed-esiti-della-partecipazione/">Le Comunità culturali: modelli ed esiti della partecipazione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo di Sara Ciccarese, dal titolo &#8220;Le Comunità culturali: modelli ed esiti della partecipazione&#8221;, è uno dei contributi raccolti nel fascicolo n. 1 del 2026 della Rivista Labsus Ricerche.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Abstract</h4>
<p style="text-align: justify;">La partecipazione ha un duplice volto; da un lato, far acquisire consapevolezza ai cittadini e alle comunità che, associate formalmente o informalmente, si vedono attribuite delle competenze al fine di raggiungere un obiettivo comune. Dall’altro lato, permette di riconoscere a beni pubblici un nuovo ruolo, divenendo possibili veicoli di espressione democratica, oltre che divenire strumenti per far sorgere nuove reti comunitarie.<br />
Tale riflessione può essere declinata anche nelle ipotesi in cui i beni oggetto della partecipazione siano beni culturali.<br />
Innanzitutto, occorre premettere che un bene culturale può diventare un bene comune, ed una prima forma di riconoscimento giuridico in tal senso può ritrovarsi tanto nel D.lgs n. 42 del 2004 che in fonti internazionali.<br />
Il D.Lgs 42/2004, al suo art.6 “valorizzazione del patrimonio culturale” comma 3 attribuisce a “la Repubblica” il compito di favorire e sostenere la partecipazione dei soggetti privati, anche in forma associata, dando così attuazione al principio di sussidiarietà orizzontale<br />
con il fine di valorizzare il patrimonio culturale.<br />
Va altresì evidenziato come, in analogo modola Convenzione di Faro nel suo Preambolo fornisca un ulteriore forma di legittimazione, nella convinzione “della necessità di coinvolgere ogni individuo nel processo continuo di definizione e di gestione del patrimonio culturale”. Ciò posto, la Convenzione permette, altresì, ad ogni stato membro di decidere i mezzi più idonei alla realizzazione degli obiettivi previsti dal Consiglio d’Europa.<br />
Gli esiti del processo partecipativo attorno ad un bene culturale dovrebbero condurre a tre differenti finalità: a) <strong>riconoscere</strong> il bene come <strong>patrimonio culturale</strong>, ovvero la comunità diviene uno strumento propulsivo per il riconoscimento giuridico dei beni culturali; b) far divenire il bene culturale un vero e proprio “patrimonio” culturale da <strong>tramandare alle generazioni future</strong>, in altre parole l’oggetto della partecipazione viene trasformata in una risorsa da curare per essere consegnata a coloro che verranno; c) rendere il patrimonio culturale maggiormente <strong>accessibile</strong> alle comunità, favorendo processi di coinvolgimento alla fruizione del patrimonio culturale.<br />
Vi è da dire che la partecipazione al patrimonio culturale costituisce una modalità partecipativa ancora in fase di sviluppo. Pur riconoscendo lodevoli esempi su tutto il territorio nazionale, con particolare riferimento al Sud Italia, risulta necessario verificare quali, tra i tre obiettivi sopra richiamati, abbiano effettivamente trovato attuazione e quali siano gli impatti concreti generati da tali forme di partecipazione.</p>
<h4>Sommario</h4>
<p>1. Il sistema delle competenze in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali – 2. Le Comunità culturali – 3. I modelli partecipativi – 4. Gli esiti della partecipazione – 5. Conclusioni</p>
<p><em><strong>Scarica <a href="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/Sara-Ciccarese-comunita-culturali_giugno-2026.pdf" target="_blank" rel="noopener">l&#8217;articolo</a> della Rivista Labsus Ricerche</strong> per leggere interamente questo contributo.</em></p>
<p><em>Immagine di copertina: &#x1f1f8;&#x1f1ee; Janko Ferlič su Unsplash</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/le-comunita-culturali-modelli-ed-esiti-della-partecipazione/">Le Comunità culturali: modelli ed esiti della partecipazione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I privati nella normativa sui beni culturali quali promotori di sviluppo materiale e spirituale della comunità</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/06/i-privati-nella-normativa-sui-beni-culturali-quali-promotori-di-sviluppo-materiale-e-spirituale-della-comunita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfilippo Gatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 10:39:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Labsus Papers]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[beni culturali]]></category>
		<category><![CDATA[partecipazione]]></category>
		<category><![CDATA[partenariato speciale]]></category>
		<category><![CDATA[ppp]]></category>
		<category><![CDATA[privati]]></category>
		<category><![CDATA[pspp]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89416</guid>

					<description><![CDATA[<p>L&#8217;articolo di Pierfilippo Gatti, dal titolo &#8220;I privati nella normativa sui beni culturali quali promotori di sviluppo materiale e spirituale della comunità&#8221;, è uno dei contributi raccolti nel fascicolo n. 1 del 2026 della Rivista Labsus Ricerche. Abstract La ricerca ripercorre, in primo luogo, la storia della normativa italiana per quanto riguarda il patrimonio culturale in rapporto al ruolo partecipativo da parte di singoli cittadini e comunità; poi tenta di individuare una declinazione del ruolo del privato che non si ponga in dialettica al sistema pubblico ma che possa affiancarlo nella gestione condivisa del bene comune. In altri termini, l’autonoma iniziativa dei cittadini attivi, in quanto espressione di una società solidale, secondo quanto affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 131 del 2020, potrebbe concorrere, insieme all’autorità pubblica, alla cura e alla valorizzazione dell’eredità culturale. Questa auspicata prospettiva trova riconoscimento nell’art. 1 della legge n. 241 del 1990, il quale stabilisce che i rapporti tra il cittadino e la pubblica amministrazione sono improntati ai principi della collaborazione e della buona fede. La buona fede, quale presupposto della collaborazione, richiama il principio costituzionale di solidarietà sancito dall’art. 2 Cost. Quest’ultimo «garantisce i diritti inviolabili dell’uomo», tra i quali è annoverato il diritto alla partecipazione alla vita culturale, riconosciuto dall’art. 27 della Dichiarazione universale dei diritti umani, e «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà», tra i quali rientra il dovere, sancito dall’art. 4, comma 2, Cost., di svolgere un’attività «che concorra al progresso materiale o spirituale della società». La partecipazione dei privati cittadini alle funzioni riguardanti il patrimonio storico-artistico risponderebbe, dunque, tanto al diritto alla partecipazione culturale quanto al dovere di concorrere al progresso materiale o spirituale della società, in un’ottica di solidarietà sociale riconosciuta anche dall’art. 111, comma 4, del Codice dei beni culturali e del paesaggio. La solidarietà richiede che ciascuna componente sociale trovi il proprio limite nella giusta considerazione degli interessi altrui, favorendo l’elaborazione di un rapporto improntato all’amministrazione condivisa. Tali pratiche valorizzano il principio di sussidiarietà orizzontale sancito dall’art. 118 Cost. e contribuiscono al pieno sviluppo della persona. La ricerca individua, quindi, gli istituti giuridici attualmente disponibili per garantire un’effettiva partecipazione, soffermandosi, in particolare, sul partenariato speciale pubblico-privato, previsto dall’art. 134 del Codice dei contratti pubblici, di cui al d.lgs. n. 36 del 2023. Questo istituto presenta caratteri innovativi, poiché consente il coinvolgimento dei cittadini non soltanto nella gestione dei beni culturali, ma anche nella fase ideativa e creativa «ascendente». Rispetto alle tradizionali forme di partenariato, i privati divengono parte integrante di un percorso condiviso con la pubblica amministrazione, nel quale il dialogo e il confronto costituiscono elementi sostanziali del progetto. Queste forme di corresponsabilità emergono da una vocazione progettuale del territorio e consentono l’integrazione, come previsto dall’art. 112, comma 4, del Codice dei beni culturali e del paesaggio, delle infrastrutture e dei settori produttivi connessi, secondo una logica di sostenibilità e di redistribuzione dei benefici a favore della comunità. Nelle conclusioni si auspica, pertanto, il passaggio da una concezione del patrimonio incentrata sulla «cosa» e sul proprietario a una prospettiva che valorizzi le persone, in conformità a quanto previsto dalla Convenzione di Faro, ratificata e resa esecutiva con la legge n. 133 del 2020. Questo processo può realizzarsi soltanto attraverso il riconoscimento di un ruolo centrale alle comunità, intese come attrici e corresponsabili del proprio destino. Ciò assume particolare rilievo in Italia, dove la diffusione e la capillarità del patrimonio culturale rendono imprescindibile, ai fini di una tutela e di una valorizzazione efficaci, il coinvolgimento e la partecipazione della collettività. Sommario 1. Introduzione. – 2. Il ruolo dei privati: storia e attualità nella normativa italiana sui beni culturali. – 2.1. Dalla tradizione romana alla legislazione preunitaria. – 2.2. La normativa italiana nello Stato unitario. – 2.3. La normativa italiana oggi: dal Testo unico alla Convenzione di Faro. – 3. PPP e PSPP: processi partecipativi per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali. – 3.1. Una nuova visione del rapporto pubblico-privato. – 4. Conclusione Scarica l&#8217;articolo della Rivista Labsus Ricerche per leggere interamente questo contributo. Immagine di copertina: &#x1f1f8;&#x1f1ee; Janko Ferlič su Unsplash.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/i-privati-nella-normativa-sui-beni-culturali-quali-promotori-di-sviluppo-materiale-e-spirituale-della-comunita/">I privati nella normativa sui beni culturali quali promotori di sviluppo materiale e spirituale della comunità</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo di Pierfilippo Gatti, dal titolo &#8220;I privati nella normativa sui beni culturali quali promotori di sviluppo materiale e spirituale della comunità&#8221;, è uno dei contributi raccolti nel fascicolo n. 1 del 2026 della Rivista Labsus Ricerche.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Abstract</h4>
<p style="text-align: justify;">La ricerca ripercorre, in primo luogo, la storia della normativa italiana per quanto riguarda il patrimonio culturale in rapporto al ruolo partecipativo da parte di singoli cittadini e comunità; poi tenta di individuare una declinazione del ruolo del privato che non si ponga in dialettica al sistema pubblico ma che possa affiancarlo nella gestione condivisa del bene comune. In altri termini, l’autonoma iniziativa dei cittadini attivi, in quanto espressione di una società solidale, secondo quanto affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 131 del 2020, potrebbe concorrere, insieme all’autorità pubblica, alla cura e alla valorizzazione dell’eredità culturale.<br />
Questa auspicata prospettiva trova riconoscimento nell’art. 1 della legge n. 241 del 1990, il quale stabilisce che i rapporti tra il cittadino e la pubblica amministrazione sono improntati ai principi della collaborazione e della buona fede. La buona fede, quale presupposto della collaborazione, richiama il principio costituzionale di solidarietà sancito dall’art. 2 Cost. Quest’ultimo «garantisce i diritti inviolabili dell’uomo», tra i quali è annoverato il diritto alla partecipazione alla vita culturale, riconosciuto dall’art. 27 della Dichiarazione universale dei diritti umani, e «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà», tra i quali rientra il dovere, sancito dall’art. 4, comma 2, Cost., di svolgere un’attività «che concorra al progresso materiale o spirituale della società».<br />
La partecipazione dei privati cittadini alle funzioni riguardanti il patrimonio storico-artistico risponderebbe, dunque, tanto al diritto alla partecipazione culturale quanto al dovere di concorrere al progresso materiale o spirituale della società, in un’ottica di solidarietà sociale riconosciuta anche dall’art. 111, comma 4, del Codice dei beni culturali e del paesaggio.<br />
La solidarietà richiede che ciascuna componente sociale trovi il proprio limite nella giusta considerazione degli interessi altrui, favorendo l’elaborazione di un rapporto improntato all’amministrazione condivisa. Tali pratiche valorizzano il principio di sussidiarietà orizzontale sancito dall’art. 118 Cost. e contribuiscono al pieno sviluppo della persona.<br />
La ricerca individua, quindi, gli istituti giuridici attualmente disponibili per garantire un’effettiva partecipazione, soffermandosi, in particolare, sul partenariato speciale pubblico-privato, previsto dall’art. 134 del Codice dei contratti pubblici, di cui al d.lgs. n. 36 del 2023.<br />
Questo istituto presenta caratteri innovativi, poiché consente il coinvolgimento dei cittadini non soltanto nella gestione dei beni culturali, ma anche nella fase ideativa e creativa «ascendente». Rispetto alle tradizionali forme di partenariato, i privati divengono parte integrante di un percorso condiviso con la pubblica amministrazione, nel quale il dialogo e il confronto costituiscono elementi sostanziali del progetto.<br />
Queste forme di corresponsabilità emergono da una vocazione progettuale del territorio e consentono l’integrazione, come previsto dall’art. 112, comma 4, del Codice dei beni culturali e del paesaggio, delle infrastrutture e dei settori produttivi connessi, secondo una logica di sostenibilità e di redistribuzione dei benefici a favore della comunità.<br />
Nelle conclusioni si auspica, pertanto, il passaggio da una concezione del patrimonio incentrata sulla «cosa» e sul proprietario a una prospettiva che valorizzi le persone, in conformità a quanto previsto dalla Convenzione di Faro, ratificata e resa esecutiva con la legge n. 133 del 2020.<br />
Questo processo può realizzarsi soltanto attraverso il riconoscimento di un ruolo centrale alle comunità, intese come attrici e corresponsabili del proprio destino. Ciò assume particolare rilievo in Italia, dove la diffusione e la capillarità del patrimonio culturale rendono imprescindibile, ai fini di una tutela e di una valorizzazione efficaci, il coinvolgimento e la partecipazione della collettività.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Sommario</h4>
<p style="text-align: justify;">1. Introduzione. – 2. Il ruolo dei privati: storia e attualità nella normativa italiana sui beni culturali. – 2.1. Dalla tradizione romana alla legislazione preunitaria. – 2.2. La normativa italiana nello Stato unitario. – 2.3. La normativa italiana oggi: dal Testo unico alla Convenzione di Faro. – 3. PPP e PSPP: processi partecipativi per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali. – 3.1. Una nuova visione del rapporto pubblico-privato. – 4. Conclusione</p>
<p><em><strong>Scarica <a href="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/Labsus_Gatti_giugno-2026.pdf" target="_blank" rel="noopener">l&#8217;articolo</a> della Rivista Labsus Ricerche</strong> per leggere interamente questo contributo.</em></p>
<p><em>Immagine di copertina: &#x1f1f8;&#x1f1ee; Janko Ferlič su Unsplash</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/i-privati-nella-normativa-sui-beni-culturali-quali-promotori-di-sviluppo-materiale-e-spirituale-della-comunita/">I privati nella normativa sui beni culturali quali promotori di sviluppo materiale e spirituale della comunità</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Il fragile limen tra «dentro» e «fuori» nella coprogettazione della Casa circondariale di Spini di Gardolo</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/06/il-fragile-limen-tra-dentro-e-fuori-nella-coprogettazione-della-casa-circondariale-di-spini-di-gardolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Galvan]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 10:39:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Labsus Papers]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[casa circondiale]]></category>
		<category><![CDATA[coprogettazione]]></category>
		<category><![CDATA[istituto carcerario]]></category>
		<category><![CDATA[sussidiarietà ]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[Trento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’articolo di Valentina Galvan, dal titolo “Il fragile limen tra «dentro» e «fuori» nella coprogettazione della Casa circondariale di Spini di Gardolo&#8221;, è uno dei contributi raccolti nel fascicolo n. 1 del 2026 della Rivista Labsus Ricerche. Abstract Il presente saggio intende approfondire l’istituto della coprogettazione di cui all’articolo 55 del d.lgs. n. 117/2017 come modello di amministrazione condivisa applicabile al contesto penitenziario, ricostruendo la particolare interazione tra pubbliche amministrazioni ed Enti del terzo settore nella coprogettazione della casa circondariale di Spini di Gardolo nel comune di Trento. Nello specifico, tale esperienza è stata assunta quale caso di studio per evidenziare potenzialità e criticità della governance collaborativa multilivello in ambito penitenziario. L’obiettivo che il contributo si prefigge è quello di verificare se e come la coprogettazione costituisca uno strumento idoneo a rafforzare l’effettività della funzione rieducativa, contribuendo all’evoluzione del diritto amministrativo verso modelli cooperativi di realizzazione dell’interesse pubblico. Sommario 1. Introduzione &#8211; 2. Inquadramento del contesto normativo di riferimento &#8211; 3. La realtà dell’istituto carcerario trentino &#8211; 4. L’esperienza di coprogettazione nella casa circondariale di Spini di Gardolo &#8211; 5. Conclusioni: profili critici e questioni aperte. Scarica l’articolo della Rivista Labsus Ricerche per leggere interamente questo contributo. Immagine di copertina: &#x1f1f8;&#x1f1ee; Janko Ferlič su Unsplash</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/il-fragile-limen-tra-dentro-e-fuori-nella-coprogettazione-della-casa-circondariale-di-spini-di-gardolo/">Il fragile limen tra «dentro» e «fuori» nella coprogettazione della Casa circondariale di Spini di Gardolo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’articolo di Valentina Galvan, dal titolo “Il fragile <em>limen</em> tra «dentro» e «fuori» nella coprogettazione della Casa circondariale di Spini di Gardolo&#8221;, è uno dei contributi raccolti nel fascicolo n. 1 del 2026 della Rivista Labsus Ricerche.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Abstract</h4>
<p style="text-align: justify;">Il presente saggio intende approfondire l’istituto della coprogettazione di cui all’articolo 55 del d.lgs. n. 117/2017 come modello di amministrazione condivisa applicabile al contesto penitenziario, ricostruendo la particolare interazione tra pubbliche amministrazioni ed Enti del terzo settore nella coprogettazione della casa circondariale di Spini di Gardolo nel comune di Trento. Nello specifico, tale esperienza è stata assunta quale caso di studio per evidenziare potenzialità e criticità della <em>governance</em> collaborativa multilivello in ambito penitenziario. L’obiettivo che il contributo si prefigge è quello di verificare se e come la coprogettazione costituisca uno strumento idoneo a rafforzare l’effettività della funzione rieducativa, contribuendo all’evoluzione del diritto amministrativo verso modelli cooperativi di realizzazione dell’interesse pubblico.</p>
<h4>Sommario</h4>
<p style="text-align: justify;">1. Introduzione &#8211; 2. Inquadramento del contesto normativo di riferimento &#8211; 3. La realtà dell’istituto carcerario trentino &#8211; 4. L’esperienza di coprogettazione nella casa circondariale di Spini di Gardolo &#8211; 5. Conclusioni: profili critici e questioni aperte.</p>
<p><strong>Scarica l’<a href="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/Galvan_Labsus_Paper_giugno_2026.pdf" target="_blank" rel="noopener">articolo</a> della Rivista Labsus Ricerche</strong> per leggere interamente questo contributo.</p>
<p><em>Immagine di copertina: &#x1f1f8;&#x1f1ee; Janko Ferlič su Unsplash</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/il-fragile-limen-tra-dentro-e-fuori-nella-coprogettazione-della-casa-circondariale-di-spini-di-gardolo/">Il fragile limen tra «dentro» e «fuori» nella coprogettazione della Casa circondariale di Spini di Gardolo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Il terzo settore tra gratuità e cittadinanza</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/05/il-terzo-settore-tra-gratuita-e-cittadinanza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Domenico De Martino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 11:44:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[Volontariato]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[volontariato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il breve ma ricco volume “Il terzo settore tra gratuità e cittadinanza”, edito nel 2024, raccoglie tre scritti di Nicolò Lipari, che ripercorrono il suo itinerario intellettuale su un argomento tanto specifico quanto a volte ingiustamente trascurato nella riflessione dogmatica, ma di grande attualità nel dibattito pubblico odierno: il terzo settore. Il tema del volontariato incontrato per caso negli anni giovanili, come raccontato nel primo scritto di questo volume, ha poi finito per attraversare l’intera vita accademica del Prof. Lipari. Il libro si apre, pertanto, con la lectio magistralis, che dà il titolo all’intero volume, tenuta presso l’Aula Magna dell’Università di Bari nel marzo del 2024, e raccoglie poi due precedenti interventi sullo stesso tema: il primo, tenuto al Convegno di Amalfi del dicembre 1990 sul rapporto tra partiti politici e volontariato; l’altro, al secondo convegno nazionale di studi sul volontariato del marzo 1982, significativamente intitolato: “Azione volontaria, modifica del presente, responsabilità personale”. Ne emerge un percorso coerente, che consente di cogliere insieme evoluzione e continuità del pensiero di Lipari, restituendo al lettore non solo una riflessione giuridica, ma anche una più ampia visione etica e sociale del presente. Si svela, in definitiva, una visione del mondo, una Weltanschauung si direbbe, che, pur prendendo le mosse da un fenomeno ben determinato, si allarga fino al punto da farsi profonda meditazione e lungimirante lettura etico-giuridica del nostro tempo. Il volontariato come esperienza prima che istituto Come osserva Pietro Curzio, tra i più illustri allievi del Maestro, nell’Introduzione al volume, il terzo settore rappresenta un “tema quantomai ‘lipariano’” (p. 11). Si tratta, infatti, di una materia che nasce dal basso, da un tentativo di risposta immediata ai bisogni alla base della società, e che prolifera grazie a un impegno sociale diffuso, per poi essere, solo in un secondo momento, riconosciuta e contemplata dall’ordinamento giuridico. Un fenomeno, dunque, a cui il giurista non può che guardare con curiosità e ammirazione, provando eventualmente ad accompagnarlo, ma evitando accuratamente il rischio, come sottolinea più volte Lipari, di imbrigliare la carica di libertà e creatività di cui il volontariato costituisce una delle espressioni più autentiche nelle società contemporanee. Il volontariato, infatti, rappresenta più un’“esperienza da accogliere” che non un “settore da disciplinare” (p. 18). Questa impostazione acquista particolare rilievo alla luce del coinvolgimento diretto dell’Autore nel lavoro di ricerca e di stesura che ha poi portato il Parlamento italiano ad adottare, nell’agosto del ‘91, la legge-quadro sul volontariato nel testo allora proposto dall’on. Lipari. Il volume permette così di intravvedere, quasi dall’interno, il percorso che ha condotto alla L. n. 266/1991, che ha per la prima volta riconosciuto formalmente nel nostro Paese il valore e la funzione sociale dell’attività di volontariato. L’ambizione era, si viene ad apprendere, quella di offrire a quel mondo “uno scudo di protezione” anche, e forse soprattutto, dal fuoco amico di chi, strumentalizzandone il nome, tentasse di attrarre nel volontariato schemi e operazioni che rispondono a interessi e funzioni diversi, quando non opposti a quello. Le virtù del dono Ciò che accomuna “volontariato” e “terzo settore”, alla cui distinzione Lipari si dice non particolarmente sensibile, consisterebbe nella ‘virtù del dono’. Si tratta, prima che di una scelta morale, di una categoria politica: cioè, nella volontà di (e impegno a) modificare la cultura e il modo di agire delle istituzioni “nel segno di un’attenzione all’altro” (p. 23). E ciò senza ricadere negli opposti estremi della filantropia o dell’esasperata quantificazione economica di qualsiasi scelta sociale. Lipari individua così uno spazio alternativo (“terza dimensione”, p. 87) sia alla logica del mercato sia a quella puramente assistenziale, mostrando come anche nella società contemporanea, all’indomani della crisi del marxismo e del Welfare State, cui nel corso del volume sono dedicate alcune pagine brillantissime, sia possibile riconoscere forme di relazione gratuite, dotate di valore in sé. Ecco, quindi, in sintesi, la virtù del dono: l’autenticità di un rapporto che costituisce una “ricchezza in sé” e per sé considerata, e che pertanto è pensato come essenzialmente gratuito, perché al di là di ogni istanza appropriativa, attributiva o retributiva. Fuori, cioè, dalla logica dello scambio. Gratuità e cittadinanza: una proposta L’aspetto probabilmente più originale della riflessione lipariana riguarda però il rapporto tra gratuità e cittadinanza. Nella visione dell’Autore, infatti, il volontariato è pensato non solo e non tanto come un fatto privato ma, al contrario, esso assume un significato pienamente politico. In questo senso, l’Autore auspica e propone un passaggio culturale decisivo, da un modello che definisce di “doverosità del gratuito” &#8211; che si ricollega a una visione del volontariato come attività relegata a momenti marginali ed episodici &#8211; a una più autentica ed essenziale riscoperta della ‘gratuità del doveroso’, nel senso di un’attenzione al prossimo che investa l’agire civile e, quindi, l’intero modo di attendere alle nostre incombenze quotidiane. Il dono smette così di configurarsi come gesto episodico e diviene criterio diretto a orientare i rapporti sociali, fondandoli sul riconoscimento reciproco piuttosto che sulla logica del dominio (“Si tratta di darenon in chiave di dominio ma di riconoscimento”, p. 24). Dal punto di vista giuridico, tale transizione poggia su una visione del volontariato molto dinamica e aperta. In tale prospettiva, il terzo settore appare come uno dei luoghi privilegiati di attuazione del principio costituzionale di solidarietà sociale, di cui all’art. 2 della Costituzione, e viene contestualmente a rappresentare il modello più visibile di sussidiarietà orizzontale, dal momento che le organizzazioni civili di cui esso è innervato promuovono iniziative solidaristiche volte a contribuire al progresso materiale e spirituale della società. La riflessione lipariana finisce così per restituire un’idea di diritto che non si esaurisce nella dimensione meramente normativa, ma che si apre alla ricchezza della molteplicità delle esperienze sociali possibili. Ed è questo forse il lascito più significativo del volume: non un insieme di risposte, quanto una serie di domande che invitano a ripensare il ruolo del volontariato – e del diritto &#8211; nel nostro tempo. In un’epoca segnata da profonde trasformazioni dello Stato sociale e delle forme di partecipazione alla vita pubblica, la lezione di Lipari conserva una particolare attualità</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/05/il-terzo-settore-tra-gratuita-e-cittadinanza/">Il terzo settore tra gratuità e cittadinanza</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il breve ma ricco volume <em>“Il terzo settore tra gratuità e cittadinanza</em>”, edito nel 2024, raccoglie tre scritti di Nicolò Lipari, che ripercorrono il suo itinerario intellettuale su un argomento tanto specifico quanto a volte ingiustamente trascurato nella riflessione dogmatica, ma di grande attualità nel dibattito pubblico odierno: il terzo settore. Il tema del volontariato incontrato per caso negli anni giovanili, come raccontato nel primo scritto di questo volume, ha poi finito per attraversare l’intera vita accademica del Prof. Lipari. Il libro si apre, pertanto, con la <em>lectio magistralis,</em> che dà il titolo all’intero volume, tenuta presso l’Aula Magna dell’Università di Bari nel marzo del 2024, e raccoglie poi due precedenti interventi sullo stesso tema: il primo, tenuto al Convegno di Amalfi del dicembre 1990 sul rapporto tra partiti politici e volontariato; l’altro, al secondo convegno nazionale di studi sul volontariato del marzo 1982, significativamente intitolato: “<em>Azione volontaria, modifica del presente, responsabilità personale</em>”.<br />
<span style="font-weight: 400;">Ne emerge un percorso coerente, che consente di cogliere insieme evoluzione e continuità del pensiero di Lipari, restituendo al lettore non solo una riflessione giuridica, ma anche una più ampia visione etica e sociale del presente. Si svela, in definitiva, una visione del mondo, una <em>Weltanschauung</em> si direbbe, che, pur prendendo le mosse da un fenomeno ben determinato, si allarga fino al punto da farsi profonda meditazione e lungimirante lettura etico-giuridica del nostro tempo.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Il volontariato come esperienza prima che istituto</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Come osserva Pietro Curzio, tra i più illustri allievi del Maestro, nell’Introduzione al volume, il terzo settore rappresenta un “<em>tema quantomai ‘lipariano’</em>” (p. 11). Si tratta, infatti, di una materia che nasce dal basso, da un tentativo di risposta immediata ai bisogni alla base della società, e che prolifera grazie a un impegno sociale diffuso, per poi essere, solo in un secondo momento, riconosciuta e contemplata dall’ordinamento giuridico. Un fenomeno, dunque, a cui il giurista non può che guardare con curiosità e ammirazione, provando eventualmente ad accompagnarlo, ma evitando accuratamente il rischio, come sottolinea più volte Lipari, di imbrigliare la carica di libertà e creatività di cui il volontariato costituisce una delle espressioni più autentiche nelle società contemporanee. Il volontariato, infatti, rappresenta più un’“<em>esperienza da accogliere</em>” che non un “<em>settore da disciplinare</em>” (p. 18). Questa impostazione acquista particolare rilievo alla luce del coinvolgimento diretto dell’Autore nel lavoro di ricerca e di stesura che ha poi portato il Parlamento italiano ad adottare, nell’agosto del ‘91, la legge-quadro sul volontariato nel testo allora proposto dall’on. Lipari. Il volume permette così di intravvedere, quasi dall’interno, il percorso che ha condotto alla L. n. 266/1991, che ha per la prima volta riconosciuto formalmente nel nostro Paese il valore e la funzione sociale dell’attività di volontariato. L’ambizione era, si viene ad apprendere, quella di offrire a quel mondo “<em>uno scudo di protezione</em>” anche, e forse soprattutto, dal fuoco amico di chi, strumentalizzandone il nome, tentasse di attrarre nel volontariato schemi e operazioni che rispondono a interessi e funzioni diversi, quando non opposti a quello.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Le virtù del dono</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Ciò che accomuna “<em>volontariato</em>” e “<em>terzo settore</em>”, alla cui distinzione Lipari si dice non particolarmente sensibile, consisterebbe nella ‘virtù del dono’. Si tratta, prima che di una scelta morale, di una categoria politica: cioè, nella volontà di (e impegno a) modificare la cultura e il modo di agire delle istituzioni “<em>nel segno di un’attenzione all’altro</em>” (p. 23). E ciò senza ricadere negli opposti estremi della filantropia o dell’esasperata quantificazione economica di qualsiasi scelta sociale. Lipari individua così uno spazio alternativo (“<em>terza dimensione</em>”, p. 87) sia alla logica del mercato sia a quella puramente assistenziale, mostrando come anche nella società contemporanea, all’indomani della crisi del marxismo e del <em>Welfare State</em>, cui nel corso del volume sono dedicate alcune pagine brillantissime, sia possibile riconoscere forme di relazione gratuite, dotate di valore in sé. Ecco, quindi, in sintesi, la virtù del dono: l’autenticità di un rapporto che costituisce una “<em>ricchezza in sé</em>” e per sé considerata, e che pertanto è pensato come essenzialmente gratuito, perché al di là di ogni istanza appropriativa, attributiva o retributiva. Fuori, cioè, dalla logica dello scambio.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Gratuità e cittadinanza: una proposta</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">L’aspetto probabilmente più originale della riflessione lipariana riguarda però il rapporto tra gratuità e cittadinanza. Nella visione dell’Autore, infatti, il volontariato è pensato non solo e non tanto come un fatto privato ma, al contrario, esso assume un significato pienamente politico.<br />
In questo senso, l’Autore auspica e propone un passaggio culturale decisivo, da un modello che definisce di “<em>doverosità del gratuito</em>” &#8211; che si ricollega a una visione del volontariato come attività relegata a momenti marginali ed episodici &#8211; a una più autentica ed essenziale riscoperta della ‘<em>gratuità del doveroso’</em>, nel senso di un’attenzione al prossimo che investa l’agire civile e, quindi, l’intero modo di attendere alle nostre incombenze quotidiane. Il dono smette così di configurarsi come gesto episodico e diviene criterio diretto a orientare i rapporti sociali, fondandoli sul riconoscimento reciproco piuttosto che sulla logica del dominio (“<em>Si tratta di dare</em><em>non in chiave di dominio ma di riconoscimento</em>”, p. 24).<br />
Dal punto di vista giuridico, tale transizione poggia su una visione del volontariato molto dinamica e aperta. In tale prospettiva, il terzo settore appare come uno dei luoghi privilegiati di attuazione del principio costituzionale di solidarietà sociale, di cui all’art. 2 della Costituzione, e viene contestualmente a rappresentare il modello più visibile di sussidiarietà orizzontale, dal momento che le organizzazioni civili di cui esso è innervato promuovono iniziative solidaristiche volte a contribuire al progresso materiale e spirituale della società.<br />
<span style="font-weight: 400;">La riflessione lipariana finisce così per restituire un’idea di diritto che non si esaurisce nella dimensione meramente normativa, ma che si apre alla ricchezza della molteplicità delle esperienze sociali possibili. Ed è questo forse il lascito più significativo del volume: non un insieme di risposte, quanto una serie di domande che invitano a ripensare il ruolo del volontariato – e del diritto &#8211; nel nostro tempo. In un’epoca segnata da profonde trasformazioni dello Stato sociale e delle forme di partecipazione alla vita pubblica, la lezione di Lipari conserva una particolare attualità e offre uno strumento prezioso per ripensare con intelligenza il rapporto tra cittadini e istituzioni in una rete di responsabilità “intermedie” e condivise.</span></p>
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<p><em>Immagine di copertina: Mikhail Pavstyuk su Unsplash</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/05/il-terzo-settore-tra-gratuita-e-cittadinanza/">Il terzo settore tra gratuità e cittadinanza</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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