<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Labsus</title>
	<atom:link href="https://www.labsus.org/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.labsus.org/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 03 Nov 2026 15:58:34 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.1.4</generator>

<image>
	<url>https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2023/03/cropped-favicon-new-1-32x32.png</url>
	<title>Labsus</title>
	<link>https://www.labsus.org/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Dal Comune che eroga al Comune che abilita: il welfare collaborativo</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/11/dal-comune-che-eroga-al-comune-che-abilita-il-welfare-collaborativo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Celestina V. De Tommaso - Chiara Lodi Rizzini - Franca Maino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 22:40:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[enti locali]]></category>
		<category><![CDATA[Ruolo dei comuni]]></category>
		<category><![CDATA[servizi di welfare]]></category>
		<category><![CDATA[welfare collaborativo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89948</guid>

					<description><![CDATA[<p>I Comuni sono il livello di governo più vicino a cittadini e cittadine e il primo presidio del welfare territoriale, ma anche il più esposto alle transizioni in atto. È il quadro che emerge da Welfare locale: il ruolo dei Comuni, la seconda Expert Survey di Percorsi di Secondo Welfare (P2W), a cui hanno risposto 99 esperti ed esperte. Dalle risposte è possibile ricavare alcune idee e suggerimenti per la prospettiva dell’amministrazione condivisa, che consente a cittadini e amministrazioni di svolgere, su un piano paritario, attività di interesse generale, in attuazione dell’articolo 118, comma 4, della Costituzione. Tra attese e capacità dei Comuni I Comuni sono responsabili della pianificazione e dell’erogazione di importanti servizi di welfare, che pesano significativamente sulle casse comunali: nel 2022 hanno speso per i servizi sociali e socioeducativi 8,9 miliardi di euro, al netto delle compartecipazioni (Istat 2025), pari a +5,8% rispetto all’anno precedente (Istat 2025). Per il panel di esperti, però, il problema non è solo quanto si spende, ma anche come si governa. La programmazione territoriale e la lettura dei bisogni sono funzioni che i Comuni dovrebbero svolgere per il 95% dei rispondenti, ma solo il 36% li ritiene attrezzati a svolgerle. Per il coordinamento di reti e partenariati, il rapporto è 91% contro 32%; per il monitoraggio e la valutazione, 90% contro 9%. Solo nella gestione diretta dei servizi attese e capacità quasi coincidono (65% e 51%). È il ritratto di un’amministrazione che eroga ma fatica a leggere, connettere e orientare. Su questo terreno, l’amministrazione condivisa può favorire un cambio di postura, facendo sì che i Comuni, oltre a erogare, abilitino le energie presenti nella comunità, in linea con quanto la letteratura descrive come governance per la cocreazione di interventi territoriali (Ansell e Torfing 2021). Tuttavia, secondo gli esperti, solo alcune realtà sono già in grado di farlo. Lo spazio che occupa l’amministrazione condivisa Infatti, le realtà locali operano ancora prevalentemente attraverso processi e modelli tradizionali, mentre quelli più propriamente collaborativi restano in fase di sperimentazione o circoscritti ad alcune aree di bisogno. Ad esempio, tra gli strumenti usati per definire e gestire le politiche sociali, i Patti di collaborazione si collocano, secondo gli esperti, nella fascia di utilizzo medio-bassa: il 66% del panel ne indica un uso “poco” frequente, il 29% “abbastanza”, appena il 2% “molto”. Ancora più marginali risultano consultazioni e percorsi partecipativi, poco o per nulla utilizzati dall’86% dei rispondenti. Al vertice restano regolamenti amministrativi (77% tra “abbastanza” e “molto”), partnership pubblico-private (73%) e piani di zona (71%). Non sorprende, quindi, che il 33% indichi la progettazione partecipata e la cogestione tra le competenze che mancano alle amministrazioni. Culture organizzative e competenze da costruire Tra le difficoltà che gli enti locali affrontano nell’adottare modelli di governance collaborativa, spiccano in particolare la gestione di culture organizzative diverse (54%), la convergenza degli attori verso uno scopo comune (48%) e la carenza di personale con competenze adeguate (46%). Sono fattori già emersi nelle ricerche italiane sulle pratiche collaborative (Maino 2023; Guarna e Maino 2024), benché i quadri classici sulla governance collaborativa indichino fiducia, condivisione dello scopo e capacità istituzionale come condizioni di successo (Ansell e Gash 2008; Emerson, Nabatchi e Balogh2012). Quanto più specificamente sull’innovazione sociale, più delle risorse finanziarie (34%) pesano le competenze insufficienti (56%), la frammentazione delle responsabilità (52%), le procedure lente (51%) e la resistenza al cambiamento (43%). In questo senso, il dato sulle competenze indica un fabbisogno ancora rilevante di capacity building nelle amministrazioni locali. In sintesi, gli strumenti esistono, ma occorre investire nella cultura, scardinare processi cristallizzati. Oltre gli enti strutturati Tra le necessità, emerge quella di ampliare la partecipazione dei cittadini. Il Patto di collaborazione si distingue per la capacità di coinvolgere anche persone singole, gruppi informali, comitati e abitanti di un quartiere, spesso lontani dalle reti associative tradizionali e uniti solo dalla volontà di prendersi cura di un bene comune. Tuttavia, secondo gli esperti, i Comuni collaborano ancora di gran lunga soprattutto con “enti strutturati”: il 94% del panel segnala rapporti “molto” o “abbastanza” intensi con cooperative e imprese sociali, il 79% con il volontariato e il 69% con le fondazioni. La società civile, in senso ampio, resta ai margini: per l’82% la collaborazione è scarsa o assente. Più vicini, dove il welfare si allontana La prossimità è inoltre uno dei cardini dell’amministrazione condivisa, ed è anche la leva con cui può rafforzare il welfare. L’innovazione che funziona è quella che agisce a stretto contatto con le persone e i luoghi. È lo spazio in cui i Patti esprimono il loro valore distintivo: coinvolgere singoli, gruppi informali, comitati e abitanti di un quartiere, spesso lontani dalle reti associative tradizionali (Bellin e Rossetti 2023). Una biblioteca di quartiere, un giardino curato insieme, una scuola o una residenza per anziani aperte nel pomeriggio possono diventare infrastrutture sociali e leggere di welfare. Tra le innovazioni giudicate più efficaci e replicabili, infatti, emergono i servizi di prossimità e comunitari (45%), seguiti dalla presa in carico integrata e multidisciplinare (41%), dagli interventi sociosanitari integrati (38%) e dalla coprogettazione e coprogrammazione (36%). Aree centrali e aree interne Ma la prossimità è necessaria anche per salvaguardare il welfare in quei luoghi in cui le dinamiche di abbandono e spopolamento lo rendono più precario. Le disuguaglianze territoriali non si riducono più alla sola frattura Nord-Sud. La survey restituisce una linea di divisione più profonda, tra contesti centrali e dotati di capacità amministrativa, infrastrutture e reti e contesti più fragili, periferici e di piccole dimensioni, dove queste condizioni mancano. Per il 73% del panel, ad esempio, l’interazione con gli attori del secondo welfare produce risultati significativi per famiglie e minori nei Comuni delle aree centrali; nelle aree interne la quota scende al 34%. Per le persone con disabilità, il rapporto è 67% contro 33%; per povertà e disagio tra gli adulti, 57% contro 29%. Solo il settore anziani mostra uno scarto più contenuto (73% e 56%). Risultati non di poco peso, se si considera che le aree interne comprendono il 48,5% dei Comuni italiani</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/11/dal-comune-che-eroga-al-comune-che-abilita-il-welfare-collaborativo/">Dal Comune che eroga al Comune che abilita: il welfare collaborativo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s9">I Comuni sono il livello di governo più vicino a cittadini e cittadine e il primo presidio del welfare territoriale, ma anche il più esposto alle transizioni in atto. È il quadro che emerge da</span> <a href="https://www.secondowelfare.it/expert-survey/welfare-locale-il-ruolo-dei-comuni/" target="_blank" rel="noopener"><span class="s10">Welfare locale: il ruolo dei Comuni</span></a><span class="s9">, la seconda Expert Survey di Percorsi di Secondo Welfare (P2W), a cui hanno risposto 99 esperti ed esperte.<br />
</span><span class="s9">Dalle risposte è possibile ricavare alcune idee e suggerimenti per la prospettiva dell’amministrazione condivisa, che consente a cittadini e amministrazioni di svolgere, su un piano paritario, attività di interesse generale, in attuazione dell’articolo 118, comma 4, della Costituzione.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Tra attese e capacità dei Comuni</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9"><strong>I Comuni</strong> sono responsabili della pianificazione e dell’erogazione di importanti servizi di welfare, che pesano significativamente sulle casse comunali: <strong>nel 2022</strong> <strong>hanno speso per i servizi sociali e socioeducativi 8,9 miliardi di euro</strong>, al netto delle compartecipazioni (Istat 2025), pari a +5,8% rispetto all’anno precedente (Istat 2025). Per il panel di esperti, però, il problema non è solo quanto si spende, ma anche <strong>come si governa</strong>. La programmazione territoriale e la lettura dei </span><span class="s9">bisogni sono funzioni che i Comuni dovrebbero svolgere per il 95% dei rispondenti, ma solo il 36% li ritiene attrezzati a svolgerle. Per il coordinamento di reti e partenariati, il rapporto è 91% contro 32%; per il monitoraggio e la valutazione, 90% contro 9%. Solo nella gestione diretta dei servizi attese e capacità quasi coincidono (65% e 51%). È il ritratto di un’amministrazione che eroga ma <strong>fatica a leggere, connettere e orientare</strong>. Su questo terreno, l’amministrazione condivisa può favorire un cambio di postura, facendo sì che i Comuni, oltre a erogare, abilitino le energie presenti nella comunità, in linea con quanto la letteratura descrive come governance per la </span><span class="s9">cocreazione</span><span class="s9"> di interventi territoriali (Ansell e </span><span class="s9">Torfing</span><span class="s9"> 2021). Tuttavia, secondo gli esperti, solo alcune realtà sono già in grado di farlo.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Lo spazio che occupa l’amministrazione condivisa</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Infatti, le realtà locali operano ancora prevalentemente attraverso processi e modelli tradizionali, mentre quelli più propriamente collaborativi restano <strong>in fase di sperimentazione</strong> o circoscritti ad alcune aree di bisogno. Ad esempio, tra gli strumenti usati per definire e gestire le politiche sociali, i Patti</span><span class="s9"> di collaborazione </span><span class="s9">si collocano, secondo gli esperti, nella fascia di utilizzo medio-bassa: il 66% del panel ne indica un uso “poco” frequente, il 29% “abbastanza”, appena il 2% “molto”. Ancora più marginali risultano consultazioni e percorsi partecipativi, poco o per nulla utilizzati dall’86% dei rispondenti. Al vertice restano regolamenti amministrativi (77% tra “abbastanza” e “molto”), partnership pubblico-private (73%) e piani di zona (71%). Non sorprende, quindi, che il 33% indichi la progettazione partecipata e la cogestione tra le competenze che mancano alle amministrazioni.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Culture organizzative e competenze da costruire</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Tra le difficoltà che gli enti locali affrontano nell’adottare modelli di governance collaborativa, spiccano in particolare la gestione di culture organizzative diverse (54%), la convergenza degli attori verso uno </span><span class="s9">scopo comune (48%) e la carenza di personale con competenze adeguate (46%). Sono fattori già emersi nelle ricerche italiane sulle pratiche collaborative (</span><a href="https://www.secondowelfare.it/wp-content/uploads/2023/12/Agire-insieme-coprogettazione-coprogrammazione_6R2W.pdf" target="_blank" rel="noopener"><span class="s13">Maino 2023</span></a><span class="s9">;</span> <a href="https://www.rivistaimpresasociale.it/rivista/articolo/agire-insieme-per-cambiare-il-welfare-quale-ruolo-per-le-pratiche-collaborative" target="_blank" rel="noopener"><span class="s13">Guarna e Maino 2024</span></a><span class="s9">), benché i quadri classici sulla governance collaborativa indichino fiducia, condivisione dello scopo e capacità istituzionale come condizioni di successo (</span><a href="https://doi.org/10.1093/jopart/mum032" target="_blank" rel="noopener"><span class="s13">Ansell e </span><span class="s13">Gash</span><span class="s13"> 2008</span></a><span class="s9">;</span> <a href="https://academic.oup.com/jpart/article/22/1/1/944908" target="_blank" rel="noopener"><span class="s13">Emerson, </span><span class="s13">Nabatchi</span><span class="s13"> e </span><span class="s13">Balogh</span><span class="s13">2012</span></a><span class="s9">). Quanto più specificamente sull’innovazione sociale, più delle risorse finanziarie (34%) pesano le competenze insufficienti (56%), la frammentazione delle responsabilità (52%), le procedure lente (51%) e la resistenza al cambiamento (43%). I</span><span class="s9">n questo senso, il dato sulle competenze indica un fabbisogno ancora rilevante di </span><em><span class="s6">capacity</span><span class="s6"> building</span></em><span class="s9"> nelle amministrazioni locali. In sintesi, gli strumenti esistono, ma <strong>occorre investire nella cultura, scardinare processi cristallizzati</strong>.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Oltre gli enti strutturati</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Tra le necessità, emerge quella di ampliare la partecipazione dei cittadini. Il Patto di collaborazione si distingue per la capacità di coinvolgere anche persone singole, gruppi informali, comitati e abitanti di un quartiere, spesso lontani dalle reti associative tradizionali e uniti solo dalla volontà di prendersi cura di un bene comune. Tuttavia, secondo gli esperti, <strong>i Comuni collaborano ancora di gran lunga</strong></span><strong><span class="s9"> soprattutto</span></strong><span class="s9"><strong> con “enti strutturati”</strong>: il 94% del panel segnala rapporti “molto” o “abbastanza” intensi con cooperative e imprese sociali, il 79% con il volontariato e il 69% con le fondazioni.</span><span class="s9"> La società civile, in senso ampio, resta ai margini: per l’82% la collaborazione è scarsa o assente.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Più vicini, dove il welfare si allontana</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s15">La prossimità è inoltre uno dei cardini dell’amministrazione condivisa, ed è anche la leva con cui può rafforzare il welfare.</span><span class="s9"> L’innovazione che funziona è quella che agisce a stretto contatto con le persone e i luoghi. È lo spazio in cui i Patti esprimono il loro valore distintivo: </span><span class="s9">coinvolgere singoli, gruppi informali, comitati e abitanti di un quartiere, spesso lontani dalle reti associative tradizionali (</span><a href="https://www.welforum.it/amministrazione-condivisa-e-lavoro-di-comunita/%20/h" target="_blank" rel="noopener"><span class="s13">Bellin</span><span class="s13"> e Rossetti 2023</span></a><span class="s9">). Una biblioteca di quartiere, un giardino curato insieme, una scuola o una residenza per anziani aperte nel pomeriggio possono diventare infrastrutture sociali</span><span class="s9"> e leggere</span> <span class="s9">di welfare. Tra le innovazioni giudicate più efficaci e replicabili, infatti, emergono i servizi di prossimità e comunitari (45%), seguiti dalla presa in carico integrata e multidisciplinare (41%), dagli interventi sociosanitari integrati (38%) e dalla coprogettazione e </span><span class="s9">coprogrammazione</span><span class="s9"> (36%).</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Aree centrali e aree interne</h4>
<p class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s9">Ma la prossimità è necessaria anche per salvaguardare il welfare in quei luoghi in cui le dinamiche di abbandono e spopolamento lo rendono più precario. Le disuguaglianze territoriali non si riducono più alla sola frattura Nord-Sud. La survey restituisce una linea di divisione più profonda, tra contesti centrali e dotati di capacità amministrativa, infrastrutture e reti e contesti più fragili, periferici e di piccole dimensioni, dove queste condizioni mancano. Per il 73% del panel, ad esempio, l’interazione con gli attori del secondo welfare produce risultati significativi per famiglie e minori nei Comuni delle aree centrali; nelle aree interne la quota scende al 34%. Per le persone con disabilità, il rapporto è 67% contro 33%; per povertà e disagio tra gli adulti, 57% contro 29%. Solo il settore anziani mostra uno scarto più contenuto (73% e 56%). Risultati non di poco peso, se si considera che <strong>le aree interne comprendono il 48,5% dei Comuni italiani</strong> (</span><a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/07/STATISTICA-FOCUS-DEMOGRAFIA-DELLE-AREE-INTERNE_26_07.pdf" target="_blank" rel="noopener"><span class="s13">Istat 2024</span></a><span class="s9">): territori piccoli, che invecchiano e si spopolano, con servizi lontani e strutture amministrative fragili.<br />
</span><span class="s9">In questi territori, <strong>l’amministrazione condivisa può valorizzare e potenziare le reti già attive nel territorio, incluse quelle informali</strong> </span><span class="s9">—  legami</span><span class="s9"> di vicinato, gruppi di auto-mutuo-aiuto — per garantire la capillarità dei servizi. Così come individuare modalità per coinvolgere direttamente i cittadini e valorizzare i luoghi non convenzionali tra gli </span><span class="s9">spazi di welfare. </span><span class="s9">È l’esempio di quattro esperienze premiate al Festival dell’Economia civile che mostrano la coprogettazione tra enti pubblici e Terzo Settore usata per portare i servizi nelle aree interne: prelievi a domicilio per una popolazione anziana, centri per l’impiego su camper nei Comuni periferici, servizi per le persone senza </span><span class="s9">dimora  (</span><span class="s9">Crippa, 2026).</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Conclusioni: tre sfide per i Comuni</h4>
<p class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s9">Letta nella prospettiva dell’amministrazione condivisa, la survey mostra che <strong>gli strumenti per un welfare locale più collaborativo esistono, ma non bastano a cambiare il modo di amministrare</strong>. Ne derivano tre sfide.<br />
</span><span class="s9">La <strong>prima sfida è culturale e organizzativa</strong>: <strong>passare da un’amministrazione che eroga a una che abilita</strong>. Le aspettative degli esperti e delle esperte vanno in questa direzione solo in parte: l’83% prevede una crescita della </span><span class="s9">coprogrammazione</span><span class="s9"> e della coprogettazione con il Terzo Settore, ma il 67% non crede in un superamento della logica prestazionale. Il rischio è che la collaborazione resti una procedura in più, senza cambiare i rapporti tra Pubblico e comunità. L’opportunità è investire in ciò che rende la collaborazione ordinaria: un ufficio dedicato che faccia da interfaccia con cittadini e cittadine, formazione comune per funzionari e funzionarie, integrazione tra i settori comunali, monitoraggio condiviso degli esiti. Su quest’ultimo punto il margine è ampio: solo il 9% del panel giudica i Comuni attrezzati per monitorare e valutare.<br />
</span><span class="s9">La <strong>seconda sfida riguarda la stabilità</strong>. Il 94% del panel ritiene critico garantire la continuità degli interventi avviati con il </span><span class="s9">Pnrr</span><span class="s9">, mentre il 78% considera poco efficaci le strategie comunali per integrare le risorse pubbliche, private e della comunità. L’amministrazione condivisa offre una logica diversa da quella di progetto: il Patto individua capacità, competenze e risorse di tutti i sottoscrittori, compresi i soggetti </span><span class="s9">pubblici, e costruisce relazioni che possono durare oltre il singolo finanziamento. <strong>Tempo e competenze dei cittadini attivi, però, non possono compensare costi che spettano al Pubblico</strong>: senza risorse stabili e pluriennali, in una prospettiva sempre più orientata alla programmazione, la prima leva per il 56% del panel, nessuna collaborazione regge nel tempo.<br />
</span><span class="s9">La <strong>terza sfida è territoriale</strong>: evitare che la collaborazione resti un privilegio dei contesti già ricchi di capitale sociale. Nelle aree interne, dove l’interazione con gli attori del secondo welfare risulta molto meno efficace, <strong>i Patti possono valorizzare risorse spesso invisibili</strong>, come i legami di vicinato, l’associazionismo informale e i luoghi da riattivare. Perché questo avvenga, servono però accompagnamento e sostegno sovracomunali da parte di Unioni di Comuni e Ambiti territoriali sociali, insieme al rafforzamento delle reti territoriali che coinvolgono gli stakeholder del non profit, valorizzandone le competenze e promuovendone il contributo alla progettazione e alla realizzazione degli interventi.<br />
</span><span class="s9">In tutte e tre le sfide <strong>l’amministrazione condivisa</strong> non è un’alternativa al welfare pubblico, né un modo affinché costi meno. <strong>È uno dei modi in cui il Pubblico può avvicinarsi alle persone e comprendere meglio la complessità dei bisogni e dare continuità alle risposte</strong>.</span></p>
<p><em>Immagine di copertina: <span class="Text_text__D8yqX Text_size-h18__X4U_J Text_color-midnight2C343E__iCo4Q spacing_noMargin__F5u9R Text_ellipsis__qoQrF">Mina Grgurović</span> su Paxels</em></p>
<p><strong>LEGGI ANCHE</strong>:</p>
<ul>
<li> <a href="https://www.labsus.org/2023/01/welfare-locale-il-ruolo-strategico-dei-comuni-al-vaglio-della-cassazione/" target="_blank" rel="noopener">Welfare locale: il ruolo strategico dei Comuni al vaglio della Cassazione</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2020/12/il-dilemma-del-porcospino-per-un-welfare-di-comunita-alla-giusta-vicinanza/" target="_blank" rel="noopener">Il dilemma del porcospino: per un welfare di comunità alla giusta vicinanza</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2026/06/amministrazione-condivisa-e-case-della-comunita-singoli-e-associati-nellattuazione-della-riforma-dellassistenza-territoriale/" target="_blank" rel="noopener">Amministrazione condivisa e Case della Comunità: singoli e associati nell’attuazione della riforma all’assistenza territoriale</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/11/dal-comune-che-eroga-al-comune-che-abilita-il-welfare-collaborativo/">Dal Comune che eroga al Comune che abilita: il welfare collaborativo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il ruolo delle città nella governance dei beni comuni</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/11/il-ruolo-delle-citta-nella-governance-dei-beni-comuni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Erika Arban]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 22:09:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[principio di sussidiarietà ]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89949</guid>

					<description><![CDATA[<p>Com’è noto, la riforma del Titolo V della Costituzione italiana del 2001 ha introdotto nella nostra Carta costituzionale il principio di sussidiarietà, sia nella sua accezione verticale (art. 118, comma 1) sia in quella orizzontale (art. 118, comma 4). Quest’ultima ha poi rappresentato il fondamento giuridico per sviluppare modelli di amministrazione condivisa dei beni comuni: una prassi pionieristica avviata a Bologna nel 2014 e oggi diffusa in moltissimi comuni italiani, dai più piccoli alle grandi città. Nel nostro paese, questo modello di amministrazione condivisa, improntato appunto al principio di sussidiarietà orizzontale, ha formato oggetto di approfonditi studi dottrinali. Al contempo, esso si configura come un unicum sotto il profilo del diritto comparato, in particolare nel quadro ordinamentale europeo. È proprio qui che risiede il carattere innovativo e il valore della monografia di Chiara Salati, EU Cities Facilitating the Commons (Hart, 2026), che individua nell’esperienza italiana di gestione dei beni comuni un modello suscettibile di circolazione ed «esportazione» nel contesto europeo. Nel libro qui recensito, Salati si pone, tra gli altri, il seguente interrogativo: su quali principi costituzionali europei possono far leva le città europee per promuovere la partecipazione dei cittadini alla gestione dei beni comuni? (p. 2) La risposta si articola attorno a snodi concettuali fondamentali quali democrazia, partecipazione, sussidiarietà e autonomia locale, delineando al contempo un nuovo ruolo per le città quali soggetti emergenti di diritto costituzionale. Democrazia e partecipazione A tal fine, la prima parte del testo approfondisce i concetti di democrazia (capitolo 1) e di partecipazione (capitolo 2) all’interno dello spazio giuridico europeo, dove coesistono e si intrecciano i vari ordinamenti nazionali, dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa. Salati descrive la democrazia quale principio cardine della tradizione giuridica occidentale – e di quella europea in particolare (p. 9), fondato su valori quali il pluralismo, la diversità e la libertà (pp. 12-13). Nell’ambito dell’Unione Europea, poi, la democrazia viene declinata sia come sistema di government che di governance, poiché integra al suo interno le dimensioni rappresentativa e partecipativa (p. 27). Il concetto di partecipazione individua invece le modalità attraverso le quali la società civile interviene nei processi decisionali dello Stato (p. 29). Democrazia e partecipazione si configurano così come concetti intersecanti e complementari, sui quali si erge l&#8217;architettura del costituzionalismo europeo (p. 37). Le città nelle dinamiche di governance dell&#8217;Unione Europea La seconda parte del libro (capitoli 3 e 4) orienta l’analisi verso la dimensione locale, approfondendo i principi di sussidiarietà e autonomia territoriale, con particolare riguardo al ruolo emergente delle città quali soggetti di rilevanza costituzionale. Nello specifico, Salati evidenzia come l’autonomia locale, pur trovando esplicito riconoscimento nell’art. 4, par. 2, del Trattato sull’Unione Europea (TUE), rimanga uno strumento sottoutilizzato nelle dinamiche di governance dell&#8217;Unione Europea (pp. 66 e 68). A livello di Consiglio d’Europa, essa trova invece una specifica tutela nell’art. 3 della Carta Europea dell’Autonomia Locale (p. 76). Con riferimento allo specifico intreccio tra autonomia e realtà urbane, il contesto europeo ha mostrato una crescente attenzione verso le città, culminata in esperienze emblematiche come l’Agenda Urbana dell’Unione Europea del 2016, una delle iniziative più lodevoli in materia (p. 88). In tale solco, sia la Commissione che il Parlamento europeo si sono adoperati per proporre una definizione condivisa di città (pp. 89-90); anche il Consiglio d’Europa ha tentato di elaborare una propria definizione di spazio urbano (p. 91). Passando al tema della sussidiarietà, Salati evidenzia come questo principio abbia sempre goduto di ampia visibilità nel sistema costituzionale europeo, specialmente dopo la sua formale introduzione nel TUE. Tuttavia, la sussidiarietà è stata quasi esclusivamente interpretata nella sua accezione verticale, ossia come strumento di decentralizzazione dei poteri tra i diversi livelli di governo (p. 69). Nondimeno, Salati sottolinea l&#8217;esistenza di un significato &#8220;dimenticato&#8221; di sussidiarietà, quello orizzontale. Quest&#8217;ultimo, ispirandosi alla dottrina sociale della Chiesa, mira a valorizzare il ruolo attivo dei singoli individui nel perseguimento del bene comune (pp. 69 e 73). Intesa in questo senso, la sussidiarietà è in grado di rafforzare la democrazia partecipativa ben oltre la semplice dimensione rappresentativa, esprimendo un potenziale che rimane tuttora ampiamente inesplorato (p. 70). Amministrazione condivisa e beni comuni I capitoli 5 e 6 della terza parte del libro sono dedicati all&#8217;analisi del caso italiano di amministrazione condivisa, considerato dall&#8217;autrice un modello pionieristico per almeno tre ragioni: in primo luogo, costituisce l&#8217;unico esempio di sussidiarietà orizzontale integrato in una Costituzione; in secondo luogo, tale inserimento ha favorito lo sviluppo del modello di amministrazione condivisa, adottato da un numero sempre maggiore di enti locali; infine, dimostra come il principio di sussidiarietà orizzontale possa trovare applicazione pratica, consentendo alle città di promuovere una partecipazione al bene comune basata sull&#8217;attivismo civico e capace di ispirare iniziative analoghe a livello europeo (pp. 103-104). Nella sezione conclusiva del volume (capitoli 7-8), l’attenzione si focalizza ancora sulla dimensione europea, riprendendo il quesito iniziale: in che modo le città europee possono favorire la partecipazione civica alla gestione dei beni comuni avvalendosi dei principi costituzionali comunitari (p. 162): Salati ricorda che partecipazione, sussidiarietà, autonomia locale e solidarietà sono i quattro principi cardine che compongono una cornice teorica condivisa, atta a responsabilizzare i contesti urbani nella governance dei beni comuni (p. 166). La partecipazione civica nello spazio giuridico europeo Uno degli obiettivi chiave del volume qui recensito è quindi quello di prospettare un quadro teorico europeo della partecipazione civica ai beni comuni, applicabile a tutte le città dello spazio giuridico europeo (p. 2). Tale modello viene delineato a partire dall’esperienza italiana di amministrazione condivisa e attraverso l’individuazione dei principi costituzionali comunitari, ricordati pocanzi, che ne costituiscono la base. Il risultato è uno studio convincente e tempestivo, particolarmente prezioso in un momento storico come quello attuale, segnato da una progressiva urbanizzazione cui fa da controcanto una marcata disaffezione verso le forme più tradizionali di partecipazione democratica. A questo proposito, Salati evidenzia (pp. 20-21) come l’attuale congiuntura non segnali tanto una crisi della democrazia in toto, quanto un logoramento delle forme classiche di democrazia rappresentativa, causato dall&#8217;incrinarsi del rapporto di fiducia tra cittadini e rappresentanti all’interno di un sistema incentrato</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/11/il-ruolo-delle-citta-nella-governance-dei-beni-comuni/">Il ruolo delle città nella governance dei beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Com’è noto, la riforma del Titolo V della Costituzione italiana del 2001 ha introdotto nella nostra Carta costituzionale il principio di sussidiarietà, sia nella sua accezione verticale (art. 118, comma 1) sia in quella orizzontale (art. 118, comma 4). Quest’ultima ha poi rappresentato il <strong>fondamento giuridico per sviluppare modelli di amministrazione condivisa dei beni comuni</strong>: una prassi pionieristica avviata a Bologna nel 2014 e oggi diffusa in moltissimi comuni italiani, dai più piccoli alle grandi città.<br />
Nel nostro paese, questo modello di amministrazione condivisa, improntato appunto al principio di sussidiarietà orizzontale, ha formato oggetto di approfonditi studi dottrinali. Al contempo, esso si configura come un <em>unicum</em> sotto il profilo del diritto comparato, in particolare nel quadro ordinamentale europeo. È proprio qui che risiede il carattere innovativo e il valore della monografia di Chiara Salati, <em>EU Cities Facilitating the Commons</em> (Hart, 2026), che individua nell’esperienza italiana di gestione dei beni comuni <strong>un modello suscettibile di circolazione ed «esportazione» nel contesto europeo</strong>.<br />
Nel libro qui recensito, Salati si pone, tra gli altri, il seguente interrogativo: su quali principi costituzionali europei possono far leva le città europee per promuovere la partecipazione dei cittadini alla gestione dei beni comuni? (p. 2) La risposta si articola attorno a snodi concettuali fondamentali quali democrazia, partecipazione, sussidiarietà e autonomia locale, delineando al contempo un nuovo ruolo per le città quali soggetti emergenti di diritto costituzionale.</p>
<h4>Democrazia e partecipazione</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">A tal fine, la prima parte del testo approfondisce i concetti di democrazia (capitolo 1) e di partecipazione (capitolo 2) all’interno dello spazio giuridico europeo, dove coesistono e si intrecciano i vari ordinamenti nazionali, dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa. Salati descrive la democrazia quale principio cardine della tradizione giuridica occidentale – e di quella europea in particolare (p. 9), fondato su valori quali il pluralismo, la diversità e la libertà (pp. 12-13). Nell’ambito dell’Unione Europea, poi, la democrazia viene declinata sia come sistema di <em>government </em>che di <em>governance, </em>poiché integra al suo interno le dimensioni rappresentativa e partecipativa (p. 27). Il concetto di partecipazione individua invece le modalità attraverso le quali la società civile interviene nei processi decisionali dello Stato (p. 29). Democrazia e partecipazione si configurano così come concetti intersecanti e complementari, sui quali si erge l&#8217;architettura del costituzionalismo europeo (p. 37).</p>
<h4>Le città nelle dinamiche di governance dell&#8217;Unione Europea</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La seconda parte del libro (capitoli 3 e 4) orienta l’analisi verso la dimensione locale, approfondendo i principi di sussidiarietà e autonomia territoriale, con particolare riguardo al ruolo emergente delle città quali soggetti di rilevanza costituzionale. Nello specifico, Salati evidenzia come l’autonomia locale, pur trovando esplicito riconoscimento nell’art. 4, par. 2, del Trattato sull’Unione Europea (TUE), rimanga uno strumento sottoutilizzato nelle dinamiche di governance dell&#8217;Unione Europea (pp. 66 e 68). A livello di Consiglio d’Europa, essa trova invece una specifica tutela nell’art. 3 della Carta Europea dell’Autonomia Locale (p. 76). Con riferimento allo specifico intreccio tra autonomia e realtà urbane, il contesto europeo ha mostrato una crescente attenzione verso le città, culminata in esperienze emblematiche come l’<strong>Agenda Urbana dell’Unione Europea del 2016</strong>, una delle iniziative più lodevoli in materia (p. 88). In tale solco, sia la Commissione che il Parlamento europeo si sono adoperati per proporre una definizione condivisa di città (pp. 89-90); anche il Consiglio d’Europa ha tentato di elaborare una propria definizione di spazio urbano (p. 91). Passando al tema della sussidiarietà, Salati evidenzia come questo principio abbia sempre goduto di ampia visibilità nel sistema costituzionale europeo, specialmente dopo la sua formale introduzione nel TUE. Tuttavia, la sussidiarietà è stata quasi esclusivamente interpretata nella sua accezione verticale, ossia come strumento di decentralizzazione dei poteri tra i diversi livelli di governo (p. 69). Nondimeno, Salati sottolinea <strong>l&#8217;esistenza di un significato &#8220;dimenticato&#8221; di sussidiarietà, quello orizzontale</strong>. Quest&#8217;ultimo, ispirandosi alla dottrina sociale della Chiesa, mira a valorizzare il ruolo attivo dei singoli individui nel perseguimento del bene comune (pp. 69 e 73). Intesa in questo senso, la sussidiarietà è in grado di rafforzare la democrazia partecipativa ben oltre la semplice dimensione rappresentativa, esprimendo un potenziale che rimane tuttora ampiamente inesplorato (p. 70).</p>
<h4>Amministrazione condivisa e beni comuni</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">I capitoli 5 e 6 della terza parte del libro sono dedicati all&#8217;analisi del caso italiano di amministrazione condivisa, considerato dall&#8217;autrice <strong>un modello pionieristico per almeno tre ragioni</strong>: in primo luogo, costituisce l&#8217;unico esempio di sussidiarietà orizzontale integrato in una Costituzione; in secondo luogo, tale inserimento ha favorito lo sviluppo del modello di amministrazione condivisa, adottato da un numero sempre maggiore di enti locali; infine, dimostra come il principio di sussidiarietà orizzontale possa trovare applicazione pratica, consentendo alle città di promuovere una partecipazione al bene comune basata sull&#8217;attivismo civico e capace di ispirare iniziative analoghe a livello europeo (pp. 103-104).<br />
Nella sezione conclusiva del volume (capitoli 7-8), l’attenzione si focalizza ancora sulla dimensione europea, riprendendo il quesito iniziale: in che modo le città europee possono favorire la partecipazione civica alla gestione dei beni comuni avvalendosi dei principi costituzionali comunitari (p. 162): Salati ricorda che partecipazione, sussidiarietà, autonomia locale e solidarietà sono i quattro principi cardine che compongono una cornice teorica condivisa, atta a responsabilizzare i contesti urbani nella governance dei beni comuni (p. 166).</p>
<h4>La partecipazione civica nello spazio giuridico europeo</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Uno degli obiettivi chiave del volume qui recensito è quindi quello di prospettare un quadro teorico europeo della partecipazione civica ai beni comuni, applicabile a tutte le città dello spazio giuridico europeo (p. 2). Tale modello viene delineato a partire dall’esperienza italiana di amministrazione condivisa e attraverso l’individuazione dei principi costituzionali comunitari, ricordati pocanzi, che ne costituiscono la base. Il risultato è uno studio convincente e tempestivo, particolarmente prezioso in un momento storico come quello attuale, segnato da una progressiva urbanizzazione cui fa da controcanto una marcata disaffezione verso le forme più tradizionali di partecipazione democratica. A questo proposito, Salati evidenzia (pp. 20-21) come l’attuale congiuntura non segnali tanto una crisi della democrazia <em>in toto</em>, quanto un <strong>logoramento delle forme classiche di democrazia rappresentativa</strong>, causato dall&#8217;incrinarsi del rapporto di fiducia tra cittadini e rappresentanti all’interno di un sistema incentrato su partiti, consultazioni elettorali e assemblee. Tale disaffezione si traduce in un calo dell&#8217;affluenza alle urne, nel declino dei partiti quali vettori di partecipazione e nella progressiva polarizzazione del dibattito a vantaggio di populismi ed estremismi. In questo scenario, le pratiche di democrazia partecipativa — specie a livello locale — possono diventare il tassello fondamentale per promuovere e rigenerare il rinnovamento democratico e contrastare la crisi della rappresentanza (p. 21).<br />
<em>EU Cities Facilitating the Commons </em>ha il <strong>pregio di presentare ad un vasto pubblico internazionale il modello italiano di amministrazione condivisa dei beni comuni, imperniato sul principio di sussidiarietà orizzontale</strong> — un concetto ancora poco valorizzato a livello europeo e comparato. In quest&#8217;ottica, il lavoro di Salati si inserisce nel recente filone dottrinale volto a restituire alla città un ruolo di primo piano nel diritto costituzionale, fornendo un esempio concreto di questa evoluzione. Il caso di studio viene sapientemente inquadrato dall’autrice in un rigoroso ed esaustivo contesto teorico, capace di sintetizzare nozioni cardine quali democrazia, partecipazione, autonomia locale e sussidiarietà.<br />
In conclusione, Salati individua alcune direttrici di ricerca che meriterebbero di essere ulteriormente sviluppate a partire da questo lavoro (p. 172). Il primo riguarda un&#8217;analisi comparata sulla gestione dei beni comuni negli Stati membri dell’Unione Europea; il secondo propone invece uno studio comparato volto a validare, negli altri Paesi dell&#8217;Unione, i principi chiave di diritto costituzionale individuati nel testo. Più in generale, si può proporre una riflessione conclusiva: se l’intento del volume è presentare il caso italiano come modello europeo, la sua applicabilità potrebbe in realtà <strong>superare i confini del continente</strong>. L&#8217;approccio di Salati potrebbe infatti offrire spunti fecondi anche per l&#8217;analisi di contesti urbani più complessi, come le metropoli del Sud del mondo.</p>
<p><em>Immagine di copertina: Susan Q Yin su unsplash.</em></p>
<p><strong>LEGGI ANCHE</strong>:</p>
<ul>
<li><a href="https://www.labsus.org/2022/10/i-beni-comuni-nel-cuore-delleuropa/" target="_blank" rel="noopener">I beni comuni nel cuore dell&#8217;Europa</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2017/10/citta-e-sussidiarieta-da-aristotele-ai-beni-comuni/" target="_blank" rel="noopener">Città e sussidiarietà: da Aristotele ai beni comuni</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/11/il-ruolo-delle-citta-nella-governance-dei-beni-comuni/">Il ruolo delle città nella governance dei beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ascoltare chi organizza le comunità per ripensare l&#8217;amministrazione condivisa</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/11/ascoltare-chi-organizza-le-comunita-per-ripensare-lamministrazione-condivisa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elena Taverna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 21:47:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni urbani]]></category>
		<category><![CDATA[comune di Milano]]></category>
		<category><![CDATA[regolamento beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[Sondaggio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89944</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nell’ultimo anno l’Assessorato al Decentramento, Quartieri e Partecipazione del Comune di Milano ha avviato un percorso di revisione del Regolamento per la partecipazione dei cittadini alla cura, alla gestione condivisa e alla rigenerazione dei beni comuni urbani. L&#8217;obiettivo non è soltanto aggiornare uno strumento adottato ormai diversi anni fa, ma interrogarsi sul modo in cui la collaborazione civica si è trasformata nel tempo e su come gli strumenti dell&#8217;amministrazione condivisa possano oggi diventare non solo più accessibili ed efficaci, ma anche maggiormente capaci di contribuire alla definizione e all&#8217;attuazione delle politiche pubbliche, valorizzando il patrimonio di competenze, conoscenze ed energie presente nei territori. Per questa ragione, il percorso di revisione del regolamento è stato accompagnato da diverse attività di ascolto e confronto con soggetti che, a vario titolo, ne hanno sperimentato concretamente opportunità e limiti: uffici comunali, Municipi, organizzazioni del terzo settore, esperti e, naturalmente, cittadine e cittadini impegnati nei Patti di collaborazione. Tra questi strumenti di ascolto rientra il sondaggio recentemente realizzato con i referenti dei Patti attivi da almeno un anno o conclusi da meno di sei mesi. L&#8217;intento non era valutare i singoli Patti, ma comprendere come questi strumenti vengono vissuti dalle persone che li animano quotidianamente e quali indicazioni possano emergere per il futuro delle politiche di amministrazione condivisa. Il sondaggio si inserisce all&#8217;interno di un percorso di ascolto e ricerca che il Comune di Milano sta sviluppando per accompagnare la revisione del Regolamento sui beni comuni. Un riferimento importante di questo percorso è stato senz’altro rappresentato dal lavoro realizzato negli ultimi anni insieme a Codici, che ha portato alla redazione del position paper Strade in comune. Comunità interconnesse. L’analisi nasceva da una domanda di fondo: quale ruolo può assumere oggi la partecipazione in una grande città complessa come Milano? Attraverso interviste, focus group e momenti di confronto con amministratori, tecnici, facilitatori, organizzazioni e cittadini attivi, la ricerca ha evidenziato la presenza di un patrimonio ricco e diffuso di esperienze partecipative, ma anche la necessità di rafforzare le connessioni tra queste pratiche, sviluppare una cultura condivisa della collaborazione e costruire condizioni più favorevoli alla partecipazione nel tempo. Da questo punto di vista il sondaggio sui Patti di collaborazione realizzato dall’Ufficio Partecipazione assume un interesse particolare, consentendo di verificare alcune questioni dal punto di vista di chi pratica quotidianamente la collaborazione civica. In molti casi, infatti, le evidenze raccolte sembrano confermare intuizioni già emerse nella ricerca: la centralità delle relazioni, il ruolo delle competenze collaborative, la domanda di accompagnamento da parte dell&#8217;amministrazione, le difficoltà di accesso per alcuni gruppi sociali e l&#8217;importanza di rafforzare una visione più sistemica delle politiche di partecipazione. Cosa abbiamo chiesto e chi abbiamo ascoltato Il questionario è stato rivolto ai referenti dei Patti di collaborazione attivi da almeno un anno o conclusi da meno di sei mesi ed è stato costruito per esplorare diverse dimensioni dell&#8217;esperienza collaborativa: gli ambiti di attività, le reti attivate sul territorio, le competenze mobilitate e sviluppate, le risorse disponibili, le principali difficoltà incontrate e le forme di supporto ritenute più utili per il futuro. L&#8217;obiettivo era dunque comprendere quali condizioni rendano possibile la collaborazione civica nel tempo e quali fattori ne favoriscano oppure ne ostacolino lo sviluppo. Chi ha risposto occupa spesso una posizione particolare all&#8217;interno dei Patti: non è semplicemente un partecipante alle attività, ma una persona che costruisce e mantiene relazioni, coordina gruppi, coinvolge nuovi soggetti, dialoga con istituzioni e servizi, intercetta bisogni e opportunità presenti nei quartieri. In molti casi svolge una vera e propria funzione di organizzazione delle comunità, trasformando disponibilità individuali e risorse diffuse in iniziative collettive. Pur provenendo da contesti diversi, questi soggetti condividono dunque un ruolo comune di connessione e attivazione all&#8217;interno delle reti collaborative che sostengono i Patti. Per questo motivo il loro punto di vista non è rilevante in quanto rappresentativo della popolazione nel suo complesso, ma perché collocato in una posizione privilegiata di osservazione delle dinamiche che rendono possibile, ogni giorno, la collaborazione tra cittadini, organizzazioni e amministrazione. Un dato sulla distribuzione delle risposte Le risposte raccolte non sono distribuite in modo omogeneo sul territorio cittadino. Oltre la metà dei questionari compilati proviene infatti dai Municipi 2 e 4. Questo dato rappresenta certamente un limite dell&#8217;indagine, che non consente di assumere i risultati come una rappresentazione equilibrata dell&#8217;insieme delle esperienze presenti in città. Al tempo stesso, la concentrazione delle risposte non appare del tutto sorprendente. I Municipi 2 e 4 sono infatti anche tra quelli in cui si concentra il maggior numero di Patti di collaborazione attivi e nei quali, nel corso degli anni, si sono stratificati investimenti, programmi e progettualità orientati al rafforzamento delle reti territoriali e delle pratiche collaborative. Si pensi, ad esempio, ad alcune esperienze sostenute da Fondazione Cariplo nell&#8217;ambito del welfare di comunità, della rigenerazione urbana e dell&#8217;attivazione civica, che hanno contribuito a consolidare relazioni tra associazioni, scuole, servizi, gruppi informali e istituzioni locali. Questo dato suggerisce una riflessione più generale: la collaborazione non nasce nel vuoto e difficilmente può essere attivata esclusivamente attraverso un avviso pubblico o uno strumento amministrativo. Richiede contesti abilitanti, investimenti di lungo periodo e la presenza di soggetti capaci di svolgere un ruolo di connessione tra persone, organizzazioni e istituzioni. Patti che intrecciano mondi diversi Alla domanda sugli ambiti di attività dei Patti emerge un dato piuttosto significativo: oltre il 70% dei rispondenti colloca la propria esperienza in più di un ambito di intervento. La cura del verde si accompagna spesso ad attività educative. La gestione condivisa di uno spazio pubblico diventa occasione per organizzare iniziative culturali, momenti di socialità, percorsi di inclusione o attività rivolte alle scuole. Un Patto nato per intervenire su un bene materiale finisce frequentemente per attivare relazioni, reti e forme di collaborazione che vanno ben oltre l&#8217;obiettivo iniziale. Più del dato in sé, interessa ciò che questo sembra suggerire. Le persone che promuovono e gestiscono i Patti tendono infatti a leggere le problematiche dei territori in maniera integrata: i luoghi, le relazioni, l&#8217;educazione, la cultura, la cura dell&#8217;ambiente e l&#8217;inclusione sociale appaiono</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/11/ascoltare-chi-organizza-le-comunita-per-ripensare-lamministrazione-condivisa/">Ascoltare chi organizza le comunità per ripensare l&#8217;amministrazione condivisa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="s9" style="text-align: justify;"><span class="s6">Nell’ultimo anno l’Assessorato al Decentramento, Quartieri e Partecipazione del Comune di Milano ha avviato un percorso di revisione del </span><em><span class="s7">Regolamento per la partecipazione dei cittadini alla cura, alla gestione condivisa e alla rigenerazione dei beni comuni urbani</span></em><span class="s6"><em>.</em> L&#8217;obiettivo non è soltanto aggiornare uno strumento adottato ormai diversi anni fa, ma interrogarsi sul modo in cui la collaborazione civica si è trasformata nel tempo e su come gli strumenti dell&#8217;amministrazione condivisa possano oggi diventare non solo più accessibili ed efficaci, ma anche maggiormente </span><strong><span class="s8">capaci di contribuire alla definizione e all&#8217;attuazione delle politiche</span></strong><span class="s6"> pubbliche, valorizzando il patrimonio di competenze, conoscenze ed energie presente nei territori.<br />
</span><span class="s6">Per questa ragione</span><span class="s6">,</span><span class="s6"> il percorso di revisione del regolamento è stato accompagnato da diverse attività di ascolto e confronto con soggetti che, a vario titolo, ne hanno sperimentato concretamente opportunità e limiti: uffici comunali, Municipi, organizzazioni del terzo settore, esperti e, naturalmente, cittadine e cittadini impegnati nei Patti di collaborazione.<br />
</span><span class="s6">Tra questi strumenti di ascolto rientra il </span><a href="https://www.comune.milano.it/web/patti-di-collaborazione/w/sondaggio-patti-di-collaborazione" target="_blank" rel="noopener"><span class="s10">sondaggio</span></a> <span class="s6">recentemente realizzato con i referenti dei Patti attivi da almeno un anno o conclusi da meno di sei mesi. L&#8217;intento non era valutare i singoli Patti, ma comprendere come questi strumenti vengono vissuti dalle persone che li animano quotidianamente e quali indicazioni possano emergere per il futuro delle politiche di amministrazione condivisa. </span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Il sondaggio si inserisce all&#8217;interno di un percorso di </span><strong><span class="s8">ascolto e ricerca</span></strong><span class="s6"> che il Comune di Milano sta sviluppando per accompagnare la revisione del Regolamento sui beni comuni. Un riferimento importante di questo percorso è stato senz’altro rappresentato dal lavoro realizzato negli ultimi anni insieme a Codici, che ha portato alla redazione del position paper </span><a href="https://www.gam-milano.com/documents/20126/468801947/Assessorato+alla+partecipazione_Strade+in+comune_Position+paper.pdf/d9c25f30-2010-a941-37d6-c9ed614589a4?t=1687171127795" target="_blank" rel="noopener"><span class="s11">Strade in comune. Comunità interconnesse</span></a><span class="s6">. L’analisi nasceva da una domanda di fondo: quale ruolo può assumere oggi la partecipazione in una grande città complessa come Milano? Attraverso interviste, focus group e momenti di confronto con amministratori, tecnici, facilitatori, organizzazioni e cittadini attivi, la ricerca ha evidenziato la presenza di un patrimonio ricco e diffuso di esperienze partecipative, ma anche la necessità di</span><strong><span class="s8"> rafforzare le connessioni tra queste pratiche</span></strong><span class="s6">, sviluppare una cultura condivisa della collaborazione e costruire condizioni più favorevoli alla partecipazione nel tempo.<br />
</span><span class="s6">Da questo punto di vista il sondaggio sui Patti di collaborazione realizzato dall’Ufficio Partecipazione assume un interesse particolare, consentendo di verificare alcune questioni dal punto di vista di chi pratica quotidianamente la collaborazione civica. In molti casi, infatti, le evidenze raccolte sembrano confermare intuizioni già emerse nella ricerca: la centralità delle relazioni, il ruolo delle competenze collaborative, la domanda di accompagnamento da parte dell&#8217;amministrazione, le difficoltà di accesso per alcuni gruppi sociali e l&#8217;importanza di rafforzare una visione più sistemica delle politiche di partecipazione.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Cosa abbiamo chiesto e chi abbiamo ascoltato</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s6">Il questionario è stato rivolto ai referenti dei Patti di collaborazione attivi da almeno un anno o conclusi da meno di sei mesi ed è stato costruito per esplorare diverse dimensioni dell&#8217;esperienza collaborativa: gli ambiti di attività, le reti attivate sul territorio, le competenze mobilitate e sviluppate, le risorse disponibili, le principali difficoltà incontrate e le forme di supporto ritenute più utili per il futuro. L&#8217;obiettivo era dunque comprendere </span><strong><span class="s8">quali condizioni rendano possibile la collaborazione civica nel tempo e quali fattori ne favoriscano oppure </span><span class="s8">ne </span><span class="s8">ostacolino lo sviluppo</span></strong><span class="s6"><strong>.</strong> </span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Chi ha risposto occupa spesso una posizione particolare all&#8217;interno dei Patti: non è semplicemente un partecipante alle attività, ma una persona che costruisce e mantiene relazioni, coordina gruppi, coinvolge nuovi soggetti, dialoga con istituzioni e servizi, intercetta bisogni e opportunità presenti nei quartieri. In molti casi svolge una vera e propria funzione di </span><strong><span class="s8">organizzazione delle comunità</span></strong><span class="s6">, trasformando disponibilità individuali e risorse diffuse in iniziative collettive. Pur provenendo da contesti diversi, questi soggetti condividono dunque un ruolo comune di connessione e attivazione all&#8217;interno delle reti collaborative che sostengono i Patti. Per questo motivo il loro punto di vista non è rilevante in quanto rappresentativo della popolazione nel suo complesso, ma perché collocato in una posizione privilegiata di osservazione delle dinamiche che rendono possibile, ogni giorno, la collaborazione tra cittadini, organizzazioni e amministrazione.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Un dato sulla distribuzione delle risposte</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s6">Le risposte raccolte non sono distribuite in modo omogeneo sul territorio cittadino. Oltre la metà dei questionari compilati proviene infatti dai Municipi 2 e 4. Questo dato rappresenta certamente un limite dell&#8217;indagine, che non consente di assumere i risultati come una rappresentazione equilibrata dell&#8217;insieme delle esperienze presenti in città.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Al tempo stesso, la concentrazione delle risposte non appare del tutto sorprendente. I Municipi 2 e 4 sono infatti anche tra quelli in cui si concentra il </span><strong><span class="s8">maggior numero di Patti </span></strong><span class="s6">di collaborazione attivi e nei quali, nel corso degli anni, si sono stratificati investimenti, programmi e progettualità orientati al rafforzamento delle reti territoriali e delle pratiche collaborative. Si pensi, ad esempio, ad alcune </span><span class="s6">esperienze sostenute da Fondazione Cariplo nell&#8217;ambito del welfare di comunità, della rigenerazione urbana e dell&#8217;attivazione civica, che hanno contribuito a consolidare relazioni tra associazioni, scuole, servizi, gruppi informali e istituzioni locali.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Questo dato suggerisce una riflessione più generale: la collaborazione non nasce nel vuoto e difficilmente può essere attivata esclusivamente attraverso un avviso pubblico o uno strumento amministrativo. Richiede </span><strong><span class="s8">contesti abilitant</span></strong><span class="s6"><strong>i</strong>, investimenti di lungo periodo e la presenza di soggetti capaci di svolgere un ruolo di connessione tra persone, organizzazioni e istituzioni.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Patti che intrecciano mondi diversi</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s6">Alla domanda sugli ambiti di attività dei Patti emerge un dato piuttosto significativo:</span><strong><span class="s8"> oltre il 70%</span></strong><span class="s6"> dei rispondenti colloca la propria esperienza in più di un ambito di intervento. La cura del verde si accompagna spesso ad attività educative. La gestione condivisa di uno spazio pubblico diventa occasione per organizzare iniziative culturali, momenti di socialità, percorsi di inclusione o attività rivolte alle scuole. Un Patto nato per intervenire su un bene materiale finisce frequentemente per attivare relazioni, reti e forme di collaborazione che vanno ben oltre l&#8217;obiettivo iniziale.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Più del dato in sé, interessa ciò che questo sembra suggerire. Le persone che promuovono e gestiscono i Patti tendono infatti a leggere</span><strong><span class="s8"> le problematiche dei territori in maniera integrata</span></strong><span class="s6">: i luoghi, le relazioni, l&#8217;educazione, la cultura, la cura dell&#8217;ambiente e l&#8217;inclusione sociale appaiono come dimensioni strettamente interconnesse e difficilmente separabili.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Questa osservazione richiama una questione ben nota a chi si occupa di amministrazione condivisa. I Patti </span><strong><span class="s8">raramente producono effetti confinabili entro un singolo settore di policy</span></strong><span class="s6">. La loro natura è spesso trasversale, perché trasversali sono i bisogni e le risorse delle comunità che li promuovono.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Per un&#8217;amministrazione, questo significa interrogarsi sulla capacità dei propri strumenti organizzativi di accompagnare processi che attraversano competenze, uffici e ambiti di intervento differenti.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">La collaborazione è una competenza</h4>
<p class="s9" style="text-align: justify;"><span class="s6">Uno degli aspetti più evidenti che emerge dal questionario riguarda le competenze mobilitate dai Patti. Tra quelle più frequentemente richiamate dai rispondenti compaiono le capacità organizzative (86%), comunicative (82%) e relazionali (80%), seguite da competenze tecniche e operative.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Il dato è interessante perché sposta l&#8217;attenzione dall&#8217;oggetto dei Patti alle </span><strong><span class="s8">persone che li rendono possibili</span></strong><span class="s6">. Curare uno spazio verde, organizzare attività in un luogo condiviso o promuovere iniziative per il quartiere richiede certamente interventi materiali. Ma richiede soprattutto la capacità di costruire relazioni, coinvolgere nuovi soggetti, mantenere un dialogo con le istituzioni, coordinare attività e affrontare problemi che cambiano nel tempo.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Non sorprende quindi che molti partecipanti dichiarino di avere sviluppato proprio queste </span><span class="s6">competenze attraverso l&#8217;esperienza dei Patti. In questo senso, i Patti possono essere letti anche come luoghi di apprendimento. Non soltanto perché consentono ai cittadini di acquisire nuove conoscenze, ma perché producono capacità diffuse di collaborazione che possono essere riutilizzate in altri contesti della vita collettiva.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Per un&#8217;amministrazione che sta ripensando i propri strumenti di partecipazione, questo elemento pone una questione non secondaria. Se la collaborazione è una competenza, allora va coltivata. Non soltanto nei cittadini e nelle organizzazioni civiche, ma anche all&#8217;interno delle istituzioni. Le competenze di facilitazione, accompagnamento, gestione delle relazioni e costruzione di reti non appaiono più come attività accessorie, ma come una delle principali infrastrutture attraverso cui si produce collaborazione.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Le conferme più scomode</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s6">Tra le difficoltà segnalate dai partecipanti, quelle più frequenti riguardano i tempi di risposta dell&#8217;amministrazione (45% delle risposte) e le difficoltà di coinvolgimento del territorio (35%).</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Anche in questo caso il dato va letto con cautela, ma è difficile non riconoscervi una questione ricorrente nelle esperienze di partecipazione. Molti dei soggetti coinvolti nei Patti dedicano tempo, energie e competenze a mantenere vive iniziative che spesso si sviluppano nell&#8217;arco di diversi anni. In questo quadro, l&#8217;incertezza sui tempi, la difficoltà di individuare interlocutori chiari o la percezione di un accompagnamento discontinuo rischiano di incidere direttamente sulla sostenibilità delle esperienze.</span><span class="s6"><br />
</span><strong><span class="s8">Più che un problema procedurale, sembra emergere una questione organizzativa</span></strong><span class="s6">. La collaborazione richiede infatti una capacità amministrativa specifica: non soltanto autorizzare o verificare, ma accompagnare, orientare, facilitare e connettere.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Da questo punto di vista, le osservazioni raccolte nel sondaggio sembrano confermare l&#8217;importanza di investire su figure amministrative riconoscibili, su processi più semplici e sulla capacità di costruire continuità nelle relazioni tra istituzioni e comunità locali.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Le risorse della collaborazione</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s6">Un altro elemento che emerge con una certa chiarezza riguarda il tema delle risorse. Molti Patti si reggono su un importante investimento volontario di tempo, competenze e lavoro organizzativo. Allo stesso tempo, il questionario mostra come numerose esperienze sostengano costi concreti per l&#8217;acquisto di materiali, la realizzazione di attività, la comunicazione o la manutenzione degli spazi.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Tra le forme di supporto maggiormente richieste compare proprio la </span><strong><span class="s8">disponibilità di piccoli contributi economici</span></strong><span class="s6"><strong>.</strong> Non si tratta necessariamente della richiesta di finanziamenti strutturali o di grandi investimenti. Piuttosto, emerge l&#8217;esigenza di strumenti semplici e facilmente accessibili, </span><span class="s6">capaci di sostenere attività che spesso producono valore collettivo significativo pur disponendo di risorse molto limitate.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Questo aspetto richiama una questione più generale: la collaborazione civica viene spesso descritta come un&#8217;attività fondata principalmente sulla motivazione e sull&#8217;impegno volontario dei cittadini. Il sondaggio suggerisce invece come<strong> la</strong></span><strong><span class="s8"> sostenibilità delle iniziative dipenda dall&#8217;incontro tra diverse risorse</span></strong><span class="s6">: tempo, competenze, relazioni, capacità organizzative e, in misura non trascurabile, risorse economiche.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Da questa prospettiva, il tema dei piccoli budget incide anche sull&#8217;accessibilità della partecipazione. Quando i costi sono interamente assorbiti dai cittadini o dalle organizzazioni coinvolte, il rischio è che la possibilità di attivarsi venga progressivamente limitata ai soggetti che dispongono già di risorse economiche, organizzative o relazionali.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">La questione appare quindi meno legata al sostegno di singoli progetti e più alla costruzione di </span><strong><span class="s8">condizioni</span></strong><span class="s6"> che consentano a una pluralità di soggetti di contribuire alla cura condivisa dei beni comuni senza che l&#8217;accesso alla collaborazione dipenda esclusivamente dalla disponibilità di risorse proprie</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Chi manca?</h4>
<p class="s9" style="text-align: justify;"><span class="s6">La domanda accompagna da anni il dibattito sulla partecipazione: chi prende parte ai processi collaborativi? E chi, invece, continua a restarne escluso?</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Anche gli esiti del sondaggio invitano in qualche modo a interrogarsi su </span><strong><span class="s8">chi non incontriamo</span></strong><span class="s6">. </span><span class="s14">Tra i rispondenti prevalgono persone adulte, con cittadinanza italiana e un elevato livello di istruzione: <strong>oltre il </strong></span><strong><span class="s15">78% ha più di 45 anni</span></strong><span class="s14"> e circa il </span><strong><span class="s15">63% possiede una laurea o un titolo di studio post-universitario</span></strong><span class="s14"><strong>.</strong> Si tratta di persone dotate di competenze, esperienza e reti relazionali che rappresentano una risorsa fondamentale per la città, ma proprio questi dati suggeriscono la necessità di interrogarsi su chi non dispone delle stesse condizioni di partenza.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Si tratta di una riflessione ben nota a chi lavora in questo campo. Eppure, in una stagione caratterizzata da una crescente distanza tra istituzioni e cittadini, dalla difficoltà di molte persone a riconoscersi negli spazi tradizionali della rappresentanza e da forme diffuse di sfiducia verso la possibilità di incidere sulle decisioni pubbliche, la questione appare sempre meno rinviabile.<br />
</span><span class="s6">L&#8217;accessibilità della collaborazione non riguarda infatti soltanto la semplificazione delle procedure o la possibilità di firmare un Patto. Riguarda la capacità di costruire </span><span class="s8">condizioni </span><span class="s6">che consentano a un numero più ampio e diversificato di persone di prendere parte alla vita pubblica, di esprimere bisogni, desideri e competenze e di </span><strong><span class="s8">contribuire alla definizione</span></strong><span class="s6"> delle trasformazioni che riguardano i propri territori.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">In questo senso, la domanda &#8220;chi manca?&#8221; non riguarda soltanto i Patti di collaborazione. Interroga </span><span class="s6">più in generale la capacità delle istituzioni di costruire spazi credibili di coinvolgimento, nei quali la partecipazione non sia percepita come un esercizio simbolico, ma come un&#8217;occasione reale per incidere sulla costruzione delle politiche e sulla trasformazione della città.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Ripensare il regolamento, ripensare la relazione</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s6">Il percorso di revisione del Regolamento sui beni comuni rappresenta un&#8217;occasione importante, non soltanto perché consente di aggiornare procedure e strumenti, ma perché offre la possibilità di riflettere sul ruolo che l&#8217;amministrazione condivisa può assumere oggi in una città come Milano.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">Le questioni emerse dal sondaggio sembrano suggerire la necessità di uno spostamento di prospettiva. Se in una prima fase l&#8217;attenzione si è concentrata soprattutto sull&#8217;apertura di spazi di collaborazione per la cura condivisa dei beni comuni, oggi appare sempre più rilevante interrogarsi su come queste esperienze possano contribuire anche alla costruzione delle politiche pubbliche, mettendo a valore la conoscenza dei territori, le competenze diffuse nelle comunità e la capacità degli abitanti di individuare problemi, immaginare soluzioni e sperimentare risposte innovative.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">In questo senso, ascoltare chi promuove e costruisce patti sui territori non significa soltanto raccogliere indicazioni utili per migliorare gli strumenti amministrativi. Significa riconoscere che nelle reti che si sono sviluppate attorno ai Patti esiste un patrimonio di esperienze, relazioni e conoscenze che può contribuire a rendere le politiche pubbliche più </span><span class="s8">vicine ai bisogni reali </span><span class="s6">delle persone e più capaci di intercettare le trasformazioni che attraversano la città.</span><span class="s6"><br />
</span><span class="s6">La revisione del regolamento può quindi rappresentare un passaggio importante non solo per rafforzare la collaborazione civica, ma anche per consolidare una diversa idea di amministrazione: un&#8217;amministrazione che non si limita a consultare i cittadini o a coinvolgerli nell&#8217;attuazione di attività e progetti, ma che riconosce il valore del loro contributo nella definizione delle </span><span class="s8">priorità collettive</span><span class="s6"> e nella </span><span class="s8">costruzione delle risposte</span><span class="s6"> ai problemi pubblici. In una fase storica nella quale la distanza tra istituzioni e cittadini continua a rappresentare una delle principali sfide per la qualità della vita democratica, questa prospettiva appare meno come un&#8217;opzione e sempre più come una necessità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Elena Taverna è Policy Advisor in ambito di amministrazione condivisa e politiche partecipative per il Comune di Milano, DS Autorità di Gestione e Monitoraggio Piani. Lavora parallelamente come Program Manager con la Fondazione IU di Bologna. Ha collaborato per tanti anni con Labsus, come Project Manager a Milano e in Lombardia e come caporedattrice centrale della rivista.</em></p>
<p><strong>LEGGI ANCHE</strong>:</p>
<ul>
<li><a href="https://www.labsus.org/2019/09/milano-e-la-prima-citta-metropolitana-ad-adottare-il-regolamento/" target="_blank" rel="noopener">Milano è la prima Città Metropolitana ad adottare il Regolamento</a></li>
</ul>
<p><em>Immagine di copertina: Sondaggio patti 2026 in comune.milano.it </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/11/ascoltare-chi-organizza-le-comunita-per-ripensare-lamministrazione-condivisa/">Ascoltare chi organizza le comunità per ripensare l&#8217;amministrazione condivisa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un patto contro lo spopolamento delle aree montane: una foresteria come bene comune</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/10/un-patto-contro-lo-spopolamento-delle-aree-montane-una-foresteria-come-bene-comune/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Scopetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 15:43:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Patti di collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[foresteria]]></category>
		<category><![CDATA[gagliano aterno]]></category>
		<category><![CDATA[patto di collaborazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89789</guid>

					<description><![CDATA[<p>Gagliano Aterno (AQ), suggestivo borgo medievale immerso nel Parco naturale regionale Sirente-Velino, è la stella polare per tutti quei Comuni impegnati ad evitare lo spopolamento dei territori cosiddetti “interni” e a rinnovare lo spirito di comunità. Per raggiungere questi obiettivi sono state utilizzate diverse strategie vincenti, tra queste ci sono anche i Patti di collaborazione. Immaginate un piccolo, piccolissimo paese di origine medievale situato nella suggestiva valle subequana. Un maestoso castello domina la valle, i boschi di faggi e pini colorano il paesaggio, la vita scorre leggera tra le vie di pietra del borgo, un borgo che è stato minacciato dal tremare della Terra e ancora oggi è impegnato nella ricostruzione delle sue case. Qui dove la comunità conta poco meno di 250 abitanti, diversamente da quella che è la tendenza nel resto non solo della regione, ma dell’intero Paese italiano, si sta assistendo a un incredibile fenomeno di “neo-ripopolamento” e ad un tasso di natalità da anni sempre in crescita. Luca Santilli e la sua Amministrazione sono stati eletti dal 2020 e, come primo passo, hanno deciso di investire nella ricerca e nei processi di partecipazione creando una rete di collaborazione tra Amministrazione, comunità e università mettendo in piedi il progetto NEO – Nuove Esperienze Ospitali grazie al quale hanno potuto invitare ragazzi e ragazze da tutta Italia offrendo loro formazione  e ospitalità per sei mesi. A quella chiamata hanno risposto venti giovani che hanno scelto di mettersi in gioco, offrire il proprio tempo e competenze ad una comunità a rischio spopolamento. Negli anni successivi sono stati usati anche altri strumenti per poter accogliere a Gagliano chiunque avesse voglia di proporre progetti ed iniziative che potessero dare nuova energia e un nuovo impatto economico e sociale positivo. C&#8217;è chi è arrivato a Gagliano Aterno semplicemente tramite il passaparola, come Giovanni e Casey che presto apriranno il nuovo formo di paese, una delle attività mancanti a Gagliano da alcuni anni e che potrà riaprire grazie a nuovi abitanti. Fare ospitalità con i Patti di collaborazione I ragazzi e le ragazze arrivati in paese da diversi luoghi d’Italia vengono ospitati all’interno della Foresteria, uno degli spazi pubblici disponibili e utilizzato in modo libero e collettivo. L’ospitalità all’interno della Foresteria viene infatti offerta secondo il principio dello scambio, un principio tanto antico quanto spesso difficile da formalizzare. Inizialmente abbiamo cominciato con l’ospitalità di medio-lungo periodo con persone che sono venute a scambiare lavoro, mancava però una veste giuridica che potesse tutelarli e riconoscerli. Iniziamo a fare delle ricerche, scopriamo i Patti di collaborazione, ci sembra fin da subito lo strumento più adatto a noi, ma ci rendiamo conto che l’abito dove stavamo provando a cucire il vestito di Patto di collaborazione non è usuale per il tema dell’ospitalità. Iniziamo allora un lungo confronto con le associazioni, i cittadini e Labsus e dopo un anno e mezzo di co-progettazione arriviamo alla stesura e alla firma del Patto di collaborazione per la cura e la gestione della Foresteria Bene comune. Queste le parole del sindaco Luca Santilli che racconta di essere soddisfatto non solo dell’impatto che il progetto sta avendo sull’intera comunità, ma anche del processo partecipativo con il quale è stato raggiunto:  grazie alla co-progettazione e al Patto abbiamo potuto condividere con le associazioni e i cittadini attivi non solo la responsabilità per la gestione di un immobile che è di tutti e accessibile a tutti, ma abbiamo soprattutto condiviso una responsabilità politica scegliendo la strada dell’accoglienza e dell’ospitalità come strategia per il ripopolamento del nostro paese. Scelta politica importante e coraggiosa, perché all’interno di un piccolo paese dove esiste un’emergenza abitativa per via di diversi fattori, in primis per lo stato delle case che hanno subito i danni del terremoto del 2009, l’ospitalità libera può essere vista come “un regalo a chi viene da fuori”, in realtà, i numeri e il tempo (già il poco tempo!), hanno potuto dimostrare che si è trattata di una strategia di investimento per il paese che ha già portato vantaggi sociali, culturali ed economici. L’Assemblea della Foresteria Bene comune La firma del Patto di collaborazione arriva, come detto, dopo un anno e mezzo di co-progettazione, un periodo che potrebbe sembrare lungo, ma che è stato assolutamente necessario e funzionale alla costruzione di qualcosa di innovativo. Al tavolo di co-progettazione hanno preso parte il Sindaco e altri rappresentati amministrativi, le associazioni territoriali, i cittadini attivi e Labsus come componente tecnica. Insieme abbiamo cercato per prima cosa di individuare gli obiettivi comuni e capire come fare a far nascere un gruppo più formale; poi, per la prima fase della stesura del Patto, abbiamo chiesto aiuto anche ad una facilitatrice che ha coordinato i lavori. Dopo diversi mesi siamo arrivati alla definizione degli obiettivi e delle responsabilità divise e condivise e insieme al Patto abbiamo anche dato vita all’Assemblea della Foresteria Bene comune. Queste le parole di Giovanni Castaldo, menzionato all’inizio del racconto, è proprio lui a dirci quanto sia stata necessaria la fase di co-progettazione non solo come fase definitoria di compiti e responsabilità, ma soprattutto come fase attivatrice di energie durante la quale poter coinvolgere sempre più cittadini comunicando ciò che stava accadendo.   L’Assemblea della Foresteria Bene Comune è il cuore di questo Patto di collaborazione, è costituita dall’Associazione Melemarze, l’Associazione Orsa Maggiore Trekking e Ambiente, la libreria Simon Tanner Libri d’occasione, dal Sindaco e consiglieri comunali e da privati cittadini, è costituita cioè da tutti i firmatari del Patto ed è l’organo centrale decisionale e di gestione della Foresteria. Al suo interno, la Foresteria accoglie diversi spazi sociali – comprese delle cantine – è un luogo considerato di grande interesse collettivo ed è per questo il Bene comune oggetto del Patto di collaborazione; spetta all’Assemblea stilare dei regolamenti per rendere questi spazi usufruibili a tutti in modo collettivo, senza scopo di lucro e al fine di promuovere l’aggregazione e l’iniziativa sociale. Gli ospiti della foresteria previsti dal Patto di collaborazione L’assemblea decide anche in merito all’ospitalità, punto centrale del Patto. Chi sono, quindi, gli ospiti</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/10/un-patto-contro-lo-spopolamento-delle-aree-montane-una-foresteria-come-bene-comune/">Un patto contro lo spopolamento delle aree montane: una foresteria come bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Gagliano Aterno (AQ), suggestivo borgo medievale immerso nel Parco naturale regionale Sirente-Velino, è la stella polare per tutti quei Comuni impegnati ad evitare lo spopolamento dei territori cosiddetti “interni” e a rinnovare lo spirito di comunità. Per raggiungere questi obiettivi sono state utilizzate diverse strategie vincenti, tra queste ci sono anche i Patti di collaborazione.<br />
Immaginate un piccolo, piccolissimo paese di origine medievale situato nella suggestiva valle subequana. Un maestoso castello domina la valle, i boschi di faggi e pini colorano il paesaggio, la vita scorre leggera tra le vie di pietra del borgo, un borgo che è stato minacciato dal tremare della Terra e ancora oggi è impegnato nella ricostruzione delle sue case. Qui dove la comunità conta poco meno di 250 abitanti, diversamente da quella che è la tendenza nel resto non solo della regione, ma dell’intero Paese italiano, <strong>si sta assistendo a un incredibile fenomeno di “neo-ripopolamento”</strong> e ad un <a href="https://www.openpolis.it/esercizi/gagliano-aterno-un-tentativo-di-invertire-la-rotta/" target="_blank" rel="noopener">tasso di natalità da anni sempre in crescita. </a>Luca Santilli e la sua Amministrazione sono stati eletti dal 2020 e, come primo passo, hanno deciso di <strong>investire nella ricerca e nei processi di partecipazione</strong> creando una rete di collaborazione tra Amministrazione, comunità e università mettendo in piedi il <a href="https://hubruzzo.net/progetti-neo/" target="_blank" rel="noopener">progetto NEO – Nuove Esperienze Ospitali</a> grazie al quale hanno potuto invitare ragazzi e ragazze da tutta Italia offrendo loro formazione  e ospitalità per sei mesi. A quella chiamata hanno risposto venti giovani che hanno scelto di mettersi in gioco, offrire il proprio tempo e competenze ad una comunità a rischio spopolamento. Negli anni successivi sono stati usati anche altri strumenti per poter accogliere a Gagliano chiunque avesse voglia di proporre progetti ed iniziative che potessero dare nuova energia e un nuovo impatto economico e sociale positivo. C&#8217;è chi è arrivato a Gagliano Aterno semplicemente tramite il passaparola, come Giovanni e Casey che presto apriranno il nuovo formo di paese, una delle attività mancanti a Gagliano da alcuni anni e che potrà riaprire grazie a nuovi abitanti.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Fare ospitalità con i Patti di collaborazione</h4>
<p style="text-align: justify;">I ragazzi e le ragazze arrivati in paese da diversi luoghi d’Italia vengono ospitati all’interno della Foresteria, uno degli spazi pubblici disponibili e utilizzato in modo libero e collettivo. <strong>L’ospitalità all’interno della Foresteria viene infatti offerta secondo il principio dello scambio, un principio tanto antico quanto spesso difficile da formalizzare.</strong><br />
<em>Inizialmente abbiamo cominciato con l’ospitalità di medio-lungo periodo con persone che sono venute a scambiare lavoro, mancava però una veste giuridica che potesse tutelarli e riconoscerli. Iniziamo a fare delle ricerche, scopriamo i Patti di collaborazione, ci sembra fin da subito lo strumento più adatto a noi, ma ci rendiamo conto che l’abito dove stavamo provando a cucire il vestito di Patto di collaborazione non è usuale per il tema dell’ospitalità. Iniziamo allora un lungo confronto con le associazioni, i cittadini e Labsus e dopo un anno e mezzo di co-progettazione arriviamo alla stesura e alla firma del </em><a href="https://melemarze.org/images/uploads/patto-di-collaborazione-fbc-gagliano-aterno_signed-2.pdf" target="_blank" rel="noopener"><em>Patto di collaborazione per la cura e la gestione della Foresteria Bene comune</em></a><em>. </em>Queste le parole del <strong>sindaco Luca Santilli</strong> che racconta di essere <strong>soddisfatto non solo dell’impatto che il progetto sta avendo sull’intera comunità, ma anche del processo partecipativo con il quale è stato raggiunto:</strong>  <em>grazie alla co-progettazione e al Patto abbiamo potuto condividere con le associazioni e i cittadini attivi non solo la responsabilità per la gestione di un immobile che è di tutti e accessibile a tutti, ma <strong>abbiamo soprattutto condiviso una responsabilità politica scegliendo la strada dell’accoglienza e dell’ospitalità come strategia per il ripopolamento del nostro paese.</strong></em><br />
Scelta politica importante e coraggiosa, perché all’interno di un piccolo paese dove esiste un’emergenza abitativa per via di diversi fattori, <em>in primis</em> per lo stato delle case che hanno subito i danni del terremoto del 2009, <strong>l’ospitalità libera può essere vista come “un regalo a chi viene da fuori”</strong>, <strong>in realtà</strong>, i numeri e il tempo (già il poco tempo!), hanno potuto dimostrare che <strong>si è trattata di una strategia di investimento per il paese che ha già portato vantaggi sociali, culturali ed economici.</strong></p>
<div style="width: 854px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="" src="https://melemarze.org/projects/foresterie/img-002.JPEG" alt="" width="844" height="633" /><p class="wp-caption-text">Uno dei momenti della co-progettazione. Fonte: sito web dell&#8217;ass. Melemarze</p></div>
<h4 style="text-align: justify;">L’Assemblea della Foresteria Bene comune</h4>
<p style="text-align: justify;">La firma del Patto di collaborazione arriva, come detto, dopo <strong>un anno e mezzo di co-progettazione</strong>, un periodo che potrebbe sembrare lungo, ma che è stato assolutamente necessario e funzionale alla costruzione di qualcosa di innovativo. Al tavolo di co-progettazione hanno preso parte il Sindaco e altri rappresentati amministrativi, le associazioni territoriali, i cittadini attivi e Labsus come componente tecnica. <em>Insieme abbiamo cercato per prima cosa di individuare gli obiettivi comuni e capire come fare a far nascere un gruppo più formale; poi, per la prima fase della stesura del Patto, abbiamo chiesto aiuto anche ad una facilitatrice che ha coordinato i lavori. Dopo diversi mesi siamo arrivati alla definizione degli obiettivi e delle responsabilità divise e condivise e <strong>insieme al Patto abbiamo anche dato vita all’Assemblea della Foresteria Bene comune. </strong></em>Queste le parole di <strong>Giovanni Castaldo,</strong> menzionato all’inizio del racconto, è proprio lui a dirci quanto sia stata necessaria la <strong>fase di co-progettazione</strong> non solo come fase definitoria di compiti e responsabilità, ma soprattutto <strong>come fase attivatrice di energie durante la quale poter coinvolgere sempre più cittadini comunicando ciò che stava accadendo.</strong> <em> </em><br />
<strong>L’Assemblea della Foresteria Bene Comune è il cuore di questo Patto di collaborazione</strong>, è costituita dall’<a href="https://melemarze.org/about/" target="_blank" rel="noopener">Associazione Melemarze</a>, l’<a href="https://www.facebook.com/p/Orsa-Maggiore-Trekking-e-Ambiente-100088547381626/" target="_blank" rel="noopener">Associazione Orsa Maggiore Trekking e Ambiente</a>, la<a href="https://www.facebook.com/libreriadoccasioneSimonTanner/?locale=it_IT" target="_blank" rel="noopener"> libreria Simon Tanner Libri d’occasione</a>, dal Sindaco e consiglieri comunali e da privati cittadini<strong>, è costituita cioè da tutti i firmatari del Patto ed è l’organo centrale decisionale e di gestione della Foresteria.</strong> Al suo interno,<strong> la Foresteria accoglie diversi spazi sociali – comprese delle cantine – è un luogo considerato di grande interesse collettivo ed è per questo il Bene comune oggetto del Patto di collaborazione</strong>; spetta all’Assemblea stilare dei regolamenti per rendere questi spazi usufruibili a tutti in modo collettivo, senza scopo di lucro e al fine di promuovere l’aggregazione e l’iniziativa sociale.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Gli ospiti della foresteria previsti dal Patto di collaborazione</h4>
<p style="text-align: justify;">L’assemblea decide anche in merito all’ospitalità, punto centrale del Patto. Chi sono, quindi, gli ospiti della foresteria? E come funziona l’ospitalità all’interno della Foresteria? A queste domande risponde Giovanni, membro dell’Associazione Melemarze e ospite della Foresteria: <em>La Foresteria accoglie tre tipi di ospiti: ci sono gli <strong>Ospiti Custodi</strong> – come me e Casey – che si occupano dell’accoglienza degli altri ospiti, dal mantenere puliti gli spazi al dare informazioni riguardo il Paese e i luoghi da visitare, <strong>scambiamo cura, manutenzione, lavoro</strong>; alloggiano in Foresteria almeno per un anno. Poi, ci sono gli <strong>Ospiti a Progetto</strong>, sono ospiti che <strong>portano progettualità produttive per l’intera comunità</strong>, persone che supportano la comunità scambiando principalmente il proprio lavoro per un tempo di almeno un mese. Ad esempio, c’è un ragazzo, infermiere, che ha portato a Gagliano un progetto di cura e salute offrendo visite gratuite ai cittadini una volta a settimana; una ragazza durante il periodo estivo ha proposto attività per bambini, mentre un altro ospite, un mastro artigiano-restauratore, sta progettando l’apertura di una Casa-Bottega. Infine, ci sono gli <strong>Ospiti a breve termine, </strong>non sono turisti, per non creare competizione con i bed and breakfast l’Assemblea ha deciso di non ospitare i “semplici turisti”, ma sempre e solo <strong>persone che possano scambiare competenze, opere, servizi, riconosciute come interesse collettivo, ma per un periodo breve.</strong> Tra gli Ospiti a breve periodo ci possono essere, ad esempio, i musicisti che partecipano agli eventi organizzati in paese. </em>La Foresteria di Gagliano Aterno è abitata da persone venute da lontano, hanno scelto il luogo dove abitare, ne hanno apprezzato i paesaggi, i profumi, le tradizioni, e <strong>anche se vengono definiti “ospiti” non lo sono affatto, sono cittadini attivi di una comunità che li ha accolti e di cui fanno parte.<em>  </em> </strong></p>
<div id="attachment_89793" style="width: 791px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89793" class="wp-image-89793" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/foresteria-61-1-819x1024.jpeg" alt="" width="781" height="977" /><p id="caption-attachment-89793" class="wp-caption-text">Giovanni e Casey portano del pane appena sfornato realizzato con farine locali alla festa per la firma del Patto di collaborazione. Fonte: sito web dell&#8217;associazione Melemarze</p></div>
<h4 style="text-align: justify;">Riflessioni finali</h4>
<p style="text-align: justify;">Questa di Gagliano Aterno è un’esperienza, a parere di chi scrive, tra le più audaci nell’utilizzo dei Patti di collaborazione. <strong>Non solo riguarda l’utilizzo e la gestione di un immobile pubblico, ma la riguarda in termini di accoglienza e ospitalità, ambito finora poco esplorato</strong> – “l’abito dove stavamo provando a cucire il vestito di Patto non è usuale per il tema dell’ospitalità” ci ha detto il Sindaco – inoltre, l’ospitalità di cui parliamo non ha scopo turistico, ma uno ben più grande che è quello di contrastare l’abbandono delle aree montane interne favorendo, al contrario, il ripopolamento e l’attivismo sociale. <strong>Eppure, anche se a rischio spopolamento, il tema dell’abitabilità è un tema molto sentito, e non solo a Gagliano Aterno.</strong> In molte zone d’Italia esistono piccoli paesi con un patrimonio edilizio fatiscente o inagibile, come nel caso delle case terremotate. I proprietari spesso non hanno finanze necessarie per poterli ristrutturare rendendo così difficile, se non impossibile, un affitto a lungo termine. Si preferisce vendere, ma chi compra, nella maggior parte dei casi, fa acquisti per seconde case da utilizzare pochi mesi all’anno o alloggi per ospitalità turistica, investimenti che non apportano nessun vantaggio sostanziale alla comunità locale.<br />
<strong>Utilizzare degli edifici pubblici, altrimenti inutilizzati, per accogliere &#8211; secondo il principio dello scambio &#8211; persone che hanno voglia e desiderio di avviare attività all’interno di comunità a rischio di spopolamento – che si traduce in impoverimento sociale, culturale ed economico – è assolutamente una coraggiosa responsabilità politica.</strong> Abbiamo chiesto al Sindaco Luca Santilli un feedback sullo strumento del Patto di collaborazione dal punto di vista di amministratore: <em>Lo strumento è ottimo, permette di condividere le responsabilità esponendo maggiormente i privati cittadini verso l’impegno per la cura della cosa pubblica. Spesso i privati mancano di formazione amministrativa, questo li porta o a diffidare dell’Amministrazione, o a credere di non poter entrare in contatto<strong>. Il Patto di collaborazione permette di abbattere “le barriere amministrative”, rendere i cittadini più partecipi, consapevoli del funzionamento amministrativo e di conseguenza più responsabili.</strong><br />
</em><strong>Partecipazione, consapevolezza e responsabilità sono gli antidoti <a href="https://www.labsus.org/2026/06/il-diritto-a-restare-fra-montagna-e-sussidiarieta-orizzontale/" target="_blank" rel="noopener">all’abbandono dei territori</a>, un fenomeno legato molto più di quel che si pensa a fattori come cura, relazioni e presidio del territorio.</strong><br />
<em>L’esperienza della Foresteria sta avendo un impatto positivo sul territorio: è un <strong>moltiplicatore di servizi e abitabilità che sta avendo un ruolo fondamentale nel rendere il paese più vivo, dinamico e bello dove poter restare. </strong></em>Così conclude Giovanni, aggiungendo poi che uno degli obiettivi dell’Assemblea della Foresteria Bene comune è quello di riuscire ad accogliere sempre più persone cercando di far fronte a questa crisi abitativa continuando ad attrarre persone ricche di energia e voglia di fare comunità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/10/un-patto-contro-lo-spopolamento-delle-aree-montane-una-foresteria-come-bene-comune/">Un patto contro lo spopolamento delle aree montane: una foresteria come bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La città è di tutti</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/10/la-citta-e-di-tutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Pellegrino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 12:35:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[città ]]></category>
		<category><![CDATA[cura condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[rigenerare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89828</guid>

					<description><![CDATA[<p>Poco più di duecento pagine, capitoli brevi, una prosa limpida che tradisce il mestiere dell&#8217;editorialista navigata. È la prima, piccola ironia che il volume stesso sembra riconoscere: per parlare di gratuità bisogna prima farsi accessibili e scrivere in modo che chiunque possa entrare nel discorso senza pagare il pedaggio del gergo accademico. Elena Granata, che insegna Urbanistica al Politecnico di Milano, lo sa fare da anni e lo rifà qui con una certa misura, dosando i toni per raggiungere un pubblico vasto. Vivere insieme è una questione di cura condivisa Il nucleo poggia su una convinzione che l&#8217;autrice colloca all&#8217;inizio come un manifesto: «la città è immeritata, e in questo sta la sua bellezza; ci ricorda che vivere insieme non è una questione di merito, ma di cura condivisa. è un patto che va rinnovato a ogni generazione». Un&#8217;affermazione che pare quasi ovvia, finché non si comincia a guardare fuori dalla finestra con lo sguardo suggerito dal testo. Allora ci si accorge che sedersi all&#8217;ombra, bere a una fontana o lasciare che i bambini giochino liberamente in un cortile sono diventati gesti rari, residuali, dentro metropoli che hanno imparato a monetizzare ogni sosta e ogni metro quadro. Una città che ha smesso di pensarsi come bene comune Si parte da un inventario minuto di ciò che un tempo era gratuito e oggi non lo è più — a partire da quelle panchine che un tempo rappresentavano il presidio elementare della socialità e della sosta gratuita, e che oggi tendono a sparire o a essere progettate per impedire il riposo prolungato — per arrivare alla domanda centrale: di chi è la città quando smette di essere pubblica e diventa un prodotto da vendere a chi può permetterselo? È un procedimento che Granata ripete più volte nel corso del libro, quasi un metodo: partire dal dettaglio minuscolo, dall&#8217;oggetto di arredo urbano che nessuno nota più, per risalire fino alla domanda politica che quel dettaglio porta con sé. Ogni oggetto diventa indizio di una trasformazione più ampia, quella di una città che ha smesso di pensarsi come bene comune per diventare superficie di rendita. Un&#8217;altra grammatica urbana La forza del volume sta nella capacità di tenere insieme la denuncia e la proposta senza scivolare nella lamentela sterile. Granata non si limita a elencare i guasti — la gentrificazione dei centri storici, l&#8217;espulsione dell&#8217;infanzia dagli spazi aperti, le periferie abbandonate alla logica del profitto e della rendita — ma prova a tracciare i contorni di un&#8217;altra grammatica urbana. Parla di pratiche di condivisione, di usi diversi del tempo libero, di luoghi in cui il valore non coincide necessariamente con il prezzo di mercato. È un ottimismo misurato, che non scade mai nell&#8217;utopia lontana perché rimane incarnata nelle esperienze concrete di chi già ha sperimentato strade alternative, impreviste, mai prima immaginate da altri. «In questo scenario rischiamo di diventare tutti abitanti scontenti delle città dove risediamo e turisti felici nelle città degli altri.» Tra le tante battute taglienti del libro, questa restituisce bene il paradosso della contemporaneità urbana: viaggiamo per cercare altrove la qualità dello spazio pubblico che non riusciamo più a pretendere a casa nostra, e torniamo convinti che il problema sia la nostra città in particolare, non un modello che si sta ripetendo, identico, da Lisbona a Seul. «Città non si nasce, si diventa» C&#8217;è poi un aspetto che merita attenzione, ed è forse la cifra più originale del percorso: la crisi dello spazio pubblico viene trattata come una questione radicale di diritti e di cittadinanza, prima ancora che di urbanistica in senso stretto. Granata apre l&#8217;accesso a un dibattito che di solito resta blindato tra tecnici e assessori, e lo fa portando dentro la discussione temi che appartengono anche alla pedagogia e alla sociologia, oltre che al disegno urbano: l&#8217;infanzia come apprendistato alla cittadinanza, il corpo come prima misura dello spazio, la fiducia reciproca come materiale da costruzione tanto quanto il cemento. Con la forza nota della sua penna, ricorda ai lettori che la responsabilità di tenere viva una città è un fatto collettivo e quotidiano, non più delegabile solo alla politica. «Città non si nasce, si diventa», scrive verso la fine, ribaltando il senso comune e restituendo all&#8217;abitare una dimensione attiva, da riconquistare giorno per giorno nei luoghi che frequentiamo. Rigenerare per chi? Resta, sullo sfondo, una domanda che il libro solleva più di quanto non risolva: quanto può bastare il richiamo alla cura condivisa, per quanto ben argomentato, di fronte a interessi immobiliari che muovono cifre incomparabilmente più grandi di qualunque buona volontà civica? Granata, ben consapevole del problema, lo attraversa con lo strumento della narrazione che, come ha fatto notare Paolo Bovio nell&#8217;episodio del podcast &#8220;Città&#8221; in cui l&#8217;autrice ha presentato il volume, ha dato vita a un&#8217;opera profondamente politica, quasi un vero e proprio manifesto che andrebbe messo tra le mani degli amministratori locali. Non ridefinirà la teoria urbanistica contemporanea in un giorno, ma ha il merito di rimettere al centro una domanda che la retorica della rigenerazione ha quasi sempre eluso: rigenerare per chi? E forse è proprio in questa domanda, più che in una risposta definitiva, che il libro trova la sua ragione d&#8217;essere più vera. Perché il vero lascito di questo lavoro è un modo diverso di guardare la panchina sotto casa, il cortile chiuso, i divieti di giocare a pallone e la fontana del villaggio: imparare a vedere, in quei dettagli trascurati, il confine sempre mobile tra ciò che è ancora di tutti e ciò che qualcuno, nel frattempo, ha già cominciato a vendere. Immagine di copertina: neufal54 su Pixabay</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/10/la-citta-e-di-tutti/">La città è di tutti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Poco più di duecento pagine, capitoli brevi, una prosa limpida che tradisce il mestiere dell&#8217;editorialista navigata. È la prima, piccola ironia che il volume stesso sembra riconoscere: per parlare di gratuità bisogna prima farsi accessibili e scrivere in modo che chiunque possa entrare nel discorso senza pagare il pedaggio del gergo accademico. Elena Granata, che insegna Urbanistica al Politecnico di Milano, lo sa fare da anni e lo rifà qui con una certa misura, dosando i toni per raggiungere un pubblico vasto.</p>
<h4>Vivere insieme è una questione di cura condivisa</h4>
<p style="text-align: justify;">Il nucleo poggia su una convinzione che l&#8217;autrice colloca all&#8217;inizio come un manifesto: «la città è immeritata, e in questo sta la sua bellezza; ci ricorda che vivere insieme non è una questione di merito, ma di cura condivisa. è un patto che va rinnovato a ogni generazione». Un&#8217;affermazione che pare quasi ovvia, finché non si comincia a guardare fuori dalla finestra con lo sguardo suggerito dal testo. Allora ci si accorge che sedersi all&#8217;ombra, bere a una fontana o lasciare che i bambini giochino liberamente in un cortile sono diventati gesti rari, residuali, dentro metropoli che hanno imparato a monetizzare ogni sosta e ogni metro quadro.</p>
<div id="attachment_89830" style="width: 509px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89830" class="wp-image-89830 size-full" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine1.png" alt="" width="499" height="244" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine1.png 499w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine1-300x147.png 300w" sizes="(max-width: 499px) 100vw, 499px" /><p id="caption-attachment-89830" class="wp-caption-text"><strong>Figura 1</strong>: <em>Cartello di divieto</em>, Roma. Fonte: Mattia Pellegrino, 2026</p></div>
<h4>Una città che ha smesso di pensarsi come bene comune</h4>
<p style="text-align: justify;">Si parte da un inventario minuto di ciò che un tempo era gratuito e oggi non lo è più — a partire da quelle panchine che un tempo rappresentavano il presidio elementare della socialità e della sosta gratuita, e che oggi tendono a sparire o a essere progettate per impedire il riposo prolungato — per arrivare alla domanda centrale: <em>di chi è la città quando smette di essere pubblica e diventa un prodotto da vendere a chi può permetterselo?</em> È un procedimento che Granata ripete più volte nel corso del libro, quasi un metodo: partire dal dettaglio minuscolo, dall&#8217;oggetto di arredo urbano che nessuno nota più, per risalire fino alla domanda politica che quel dettaglio porta con sé. Ogni oggetto diventa indizio di una trasformazione più ampia, quella di una città che ha smesso di pensarsi come bene comune per diventare superficie di rendita.</p>
<div id="attachment_89832" style="width: 950px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89832" class="size-full wp-image-89832" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2.png" alt="" width="940" height="310" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2.png 940w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2-300x99.png 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2-768x253.png 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2-810x267.png 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2-600x198.png 600w" sizes="(max-width: 940px) 100vw, 940px" /><p id="caption-attachment-89832" class="wp-caption-text"><strong>Figura 2</strong>: Piazza dei Cinquecento, Roma. Fonte: Emanuele Fatteri, 2026</p></div>
<h4>Un&#8217;altra grammatica urbana</h4>
<p style="text-align: justify;">La forza del volume sta nella capacità di tenere insieme la denuncia e la proposta senza scivolare nella lamentela sterile. Granata non si limita a elencare i guasti — la gentrificazione dei centri storici, l&#8217;espulsione dell&#8217;infanzia dagli spazi aperti, le periferie abbandonate alla logica del profitto e della rendita — ma prova a tracciare i contorni di un&#8217;altra grammatica urbana. Parla di pratiche di condivisione, di usi diversi del tempo libero, di luoghi in cui il valore non coincide necessariamente con il prezzo di mercato. È un ottimismo misurato, che non scade mai nell&#8217;utopia lontana perché rimane incarnata nelle esperienze concrete di chi già ha sperimentato strade alternative, impreviste, mai prima immaginate da altri.<br />
«In questo scenario rischiamo di diventare tutti abitanti scontenti delle città dove risediamo e turisti felici nelle città degli altri.» Tra le tante battute taglienti del libro, questa restituisce bene il paradosso della contemporaneità urbana: viaggiamo per cercare altrove la qualità dello spazio pubblico che non riusciamo più a pretendere a casa nostra, e torniamo convinti che il problema sia la nostra città in particolare, non un modello che si sta ripetendo, identico, da Lisbona a Seul.</p>
<h4>«Città non si nasce, si diventa»</h4>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è poi un aspetto che merita attenzione, ed è forse la cifra più originale del percorso: la crisi dello spazio pubblico viene trattata come una questione radicale di diritti e di cittadinanza, prima ancora che di urbanistica in senso stretto. Granata apre l&#8217;accesso a un dibattito che di solito resta blindato tra tecnici e assessori, e lo fa portando dentro la discussione temi che appartengono anche alla pedagogia e alla sociologia, oltre che al disegno urbano: l&#8217;infanzia come apprendistato alla cittadinanza, il corpo come prima misura dello spazio, la fiducia reciproca come materiale da costruzione tanto quanto il cemento. Con la forza nota della sua penna, ricorda ai lettori che la responsabilità di tenere viva una città è un fatto collettivo e quotidiano, non più delegabile solo alla politica. «Città non si nasce, si diventa», scrive verso la fine, ribaltando il senso comune e restituendo all&#8217;abitare una dimensione attiva, da riconquistare giorno per giorno nei luoghi che frequentiamo.</p>
<h4>Rigenerare <em>per chi</em>?</h4>
<p style="text-align: justify;">Resta, sullo sfondo, una domanda che il libro solleva più di quanto non risolva: quanto può bastare il richiamo alla cura condivisa, per quanto ben argomentato, di fronte a interessi immobiliari che muovono cifre incomparabilmente più grandi di qualunque buona volontà civica? Granata, ben consapevole del problema, lo attraversa con lo strumento della narrazione che, come ha fatto notare Paolo Bovio nell&#8217;episodio del podcast &#8220;Città&#8221; in cui l&#8217;autrice ha presentato il volume, ha dato vita a un&#8217;opera profondamente politica, quasi un vero e proprio manifesto che andrebbe messo tra le mani degli amministratori locali. Non ridefinirà la teoria urbanistica contemporanea in un giorno, ma ha il merito di rimettere al centro una domanda che la retorica della rigenerazione ha quasi sempre eluso: rigenerare <em>per chi?<br />
</em>E forse è proprio in questa domanda, più che in una risposta definitiva, che il libro trova la sua ragione d&#8217;essere più vera. Perché il vero lascito di questo lavoro è un modo diverso di guardare la panchina sotto casa, il cortile chiuso, i divieti di giocare a pallone e la fontana del villaggio: imparare a vedere, in quei dettagli trascurati, il confine sempre mobile tra ciò che è ancora di tutti e ciò che qualcuno, nel frattempo, ha già cominciato a vendere.</p>
<p><em>Immagine di copertina: neufal54 su Pixabay</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/10/la-citta-e-di-tutti/">La città è di tutti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Diritto alla riparazione: da tutela del consumatore a motore di cambiamento?</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/10/diritto_alla_riparazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonella Maiello, Anna D'Agostino e Candida Leone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 06:29:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[centro riuso e riparazione]]></category>
		<category><![CDATA[ecosostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Laboratorio Beni Comuni]]></category>
		<category><![CDATA[pratiche di riuso]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89802</guid>

					<description><![CDATA[<p>Riparare è di tendenza, anche se non una pratica routinaria e quotidiana. Quanti di noi hanno il tempo di riparare o vogliono prendersi il tempo per imparare a farlo? Eppure, sono sempre crescenti le iniziative locali e della cittadinanza che, per ridurre la produzione di rifiuti e contrastare l’obsolescenza programmata e psicologica, promuovono la riparazione. Progetti come Repair Café e RestartParty vedono volontari impegnati nella condivisione di tecniche e conoscenze destinate alla cura, manutenzione e recupero di prodotti di consumo giornaliero, dal tessile all’elettronico, valorizzando competenze che sembravano smarrite nell’arco delle ultime generazioni. Grazie al movimento internazionale per il diritto alla riparazione, questa ha intercettato negli ultimi anni sia gli ambiti culturali e tradizionali delle comunità e dei luoghi, che l’innovazione e il design della grande produzione industriale. Ci sono voluti circa trent’anni dall’inizio delle prime pratiche di obsolescenza programmata introdotte dalle grandi imprese americane (e.g., Ford a General Electric), sin dagli anni Venti del secolo scorso (Perzanowski, 2022), prima che gruppi di cittadini si organizzassero, a partire dagli anni Cinquanta, imparando innanzitutto a riconoscere gli ostacoli posti alla riparazione sin dal disegno del prodotto per contrastarli. Ci sono voluti molti più anni, una crisi ecologica globale (ancora sottovalutata), prima che l’Unione Europea adottasse una direttiva per promuovere il diritto alla riparazione nel 2024. In questo editoriale discutiamo le potenzialità trasformative, a partire dalla Direttiva Europea 2024/1799, ragionando sulle possibilità di una concezione collettiva, piuttosto che privatistica, del diritto a riparare, che impari dalla teoria e dalla pratica di un altro ambito di sperimentazione sociale, quale quello del diritto alla città e della città come bene comune. In particolare, ci interessa esplorare un diritto collettivo a riparare, concepito sia in direzione verticale che nei rapporti orizzontali, da un lato potenziale strumento per superare alcuni degli ostacoli alla realizzazione individuale dello stesso diritto e, dall’altro, fattore propulsore dell’istituzionalizzazione delle pratiche collettive di recupero dello spazio urbano, come bene comune. La riparazione come diritto: da norma di consumo sostenibile a pratica sociale Il diritto alla riparazione introdotto dalla Direttiva 2024/1799 completa il diritto che già da tempo tutela il consumatore che, durante il periodo di garanzia legale, incorra in vizi di conformità nel bene acquistato. Dal 31 luglio 2026, per le categorie di prodotti cui si applicano (o meglio applicheranno) i requisiti di riparabilità, i consumatori godono dello stesso diritto alla riparazione a un “prezzo ragionevole” anche fuori garanzia legale (Art. 5, parr. 2 e 4). La Direttiva va letta insieme al Regolamento Ecodesign 2024/1781, che autorizza l’adozione di standard obbligatori di riparabilità: più semplice disassemblaggio, accesso a documentazione, strumenti e pezzi di ricambio. Il diritto alla riparazione va quindi visto al di fuori di una logica prettamente contrattuale e consumeristica: i suoi benefici si estendono anche ai riparatori indipendenti. Nel regolare il design industriale e aprire l’accesso ai materiali e conoscenze necessari per la riparazione, spesso di proprietà esclusiva del produttore, troviamo il primo tentativo di rivendicare la riparazione come un patrimonio comune che possa essere usato a beneficio di comunità locali, riparatori indipendenti ed economia locale, nonché per la reale riduzione dei consumi. Questo è stato già da tempo l’obiettivo di diverse iniziative che dalla Toscana al Trentino, dalla Lombardia alla Sicilia, vedono volontari condividere know-how e tempo per riparare insieme a chi porta un oggetto che non funziona più. Queste iniziative riportano nello spazio pubblico un sapere e competenze che si pensavano “in via d’estinzione”, ma anche una forma di socializzazione che sembrava altrettanto obsoleta. Non solo Repair Café, ma laboratori di &#8220;Smonting&#8220;, officine di riparazione che supportano la riparazione Do-It-Yourself.  Queste iniziative talvolta collaborano anche con altri progetti sul territorio come le “biblioteche degli oggetti” (Library of Things), spazi dove, come in una biblioteca, è possibile prendere in prestito degli strumenti di lavoro e utensili che altrimenti si acquisterebbero. Insieme, queste iniziative ci portano a ripensare la città come uno spazio in cui il cittadino possa essere tale, e non solo consumatore o turista. La domanda che ci poniamo è se sia possibile una pianificazione urbana che abbracci la logica della riparazione, non solo come pratica circolare, di riduzione di rifiuti, ma come azione politica che abbia come effetto il riscatto dello spazio pubblico come terreno di apprendimento collettivo e supporto ad un modello di produzione e consumo non votato al profitto ma piuttosto al bisogno e alla condivisione, che già esiste ma rimane per ora una nicchia. Dalla riparazione dei beni di consumo alla riparazione della città come bene comune Questa domanda inserisce il diritto alla riparazione all’interno di un dibattito noto ai lettori di Labsus: quello dei beni comuni. Quello che ci interessa esplorare in questa sede è, innanzitutto, se sia possibile concepire la riparazione come common e, in secondo luogo, cosa implichi questa concezione per il modo in cui possiamo pensare al riparare. In questo senso, la caratterizzazione potrebbe sembrare inconsueta a chi associ l’idea di bene comune a beni materiali facilmente visualizzabili come fiumi e foreste. Il discorso sui beni comuni, tuttavia, si è da tempo espanso per includere infrastrutture materiali e immateriali, come ad esempio le conoscenze tradizionali. Secondo la definizione della Commissione Rodotà, beni comuni sono oggetti funzionali all’attuazione di diritti fondamentali, molti dei quali – come quelli civili – hanno una natura necessariamente collettiva. Come ci fa notare Maria Rosaria Marella, tra questi rientrano la conoscenza &#8211; che include saperi formali e informali (taciti e diffusi come le competenze manuali) &#8211; e lo spazio urbano. Con il suo Le droit à la ville del 1968, Henry Lefebvre non solo ha fatto luce sul dominio degli interessi corporativi e delle logiche di mercato nel governo dello spazio pubblico urbano, ispirando movimenti sociali e attivismo locale, ma ha proposto una nuova concezione di diritto, con implicazioni che vanno al di là della città in senso stretto. Il diritto alla città introduce una dimensione collettiva e plurale del diritto che integra multiple dimensioni normative e pratiche dell’abitare, configurandosi come un “super-diritto” nelle parole del filosofo francese. Queste includono: diritto alla diversità, libertà individuale nella socializzazione; diritto all’opera, ovvero alla partecipazione attiva, tanto ai processi decisionali quanto ai processi di trasformazione/manutenzione fisica del bene comune; e, molto importante, diritto alla fruizione, ossia</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/10/diritto_alla_riparazione/">Diritto alla riparazione: da tutela del consumatore a motore di cambiamento?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span class="s4">Riparare è di tendenza, anche</span><span class="s4"> se </span><span class="s4">non </span><span class="s4">una pratica </span><span class="s4">routinaria</span><span class="s4"> e </span><span class="s4">quotidiana.</span> <span class="s4">Quanti di noi hanno </span><span class="s4">il tempo di </span><span class="s4">riparare</span> <span class="s4">o </span><span class="s4">vogliono prendersi il tempo </span><span class="s4">per</span> <span class="s4">imparare a </span><span class="s4">farlo? </span><span class="s4">Eppure, </span><span class="s4">sono sempre crescenti le iniziative locali e della cittadinanza che</span><span class="s4">, per ridurre la produzione di rifiuti e contrastare l’obsolescenza programmata e psicologica,</span><span class="s4"> promuovono la riparazione</span><span class="s4">. Progetti come </span><a href="https://www.repaircafe.org/en/cafe/?members_search=Italia%20\t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">Repair</span><span class="s6"> Café</span></a><span class="s7"> e </span><a href="https://therestartproject.org/" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">Restart</span><span class="s6">Party</span></a><span class="s7"> vedono volontari impegnati nel</span><span class="s4">la</span> <span class="s4">condivisione di</span><span class="s4"> tecniche </span><span class="s4">e conoscenze destinate</span> <span class="s4">al</span><span class="s4">l</span><span class="s4">a cura, manutenzione e recupero </span><span class="s4">di prodotti di consumo giornaliero, dal tessile all’elettronico</span><span class="s4">, valorizzando </span><span class="s4">co</span><span class="s4">mpetenze</span><span class="s4"> che sembravano smarrite nell’arco delle ultime generazioni</span><span class="s4">.</span> <span class="s4">Grazie al movimento internazionale per il diritto alla riparazione, questa </span><span class="s4">ha </span><span class="s4">intercetta</span><span class="s4">to</span> <span class="s4">negli ultimi anni </span><span class="s4">sia gli ambiti culturali</span><span class="s4"> e tradizionali delle comunità</span><span class="s4"> e dei luoghi</span><span class="s4">,</span><span class="s4"> che l’innovazione</span><span class="s4"> e il design della grande produzione industriale.<br />
</span><span class="s4">Ci sono voluti circa trent’anni </span><span class="s4">dall’inizio delle </span><span class="s4">prime </span><span class="s4">pratiche di obsolescenza programmata </span><span class="s4">introdotte dall</span><span class="s4">e grandi imprese americane</span><span class="s4"> (e.g., </span><em><span class="s9">Ford</span><span class="s4"> a </span><span class="s9">General Ele</span><span class="s9">c</span><span class="s9">tric</span></em><span class="s9">)</span><span class="s4">,</span><span class="s4"> sin dagli anni Venti </span><span class="s4">del secolo scorso</span><span class="s4"> (</span><span class="s4">Perzanowski, 202</span><span class="s4">2</span><span class="s4">)</span><span class="s4">, prima che gruppi di </span><span class="s4">cittadini</span><span class="s4"> si organizzassero, a partire dagli anni </span><span class="s4">Cinquanta,</span> imparando innanzitutto<span class="s4"> a riconoscere</span> <span class="s4">gli ostacoli posti </span><span class="s4">alla riparazione sin dal disegno del prodotto </span><span class="s4">per </span><span class="s4">contrastarli</span><span class="s4">. </span><span class="s4">Ci sono voluti molti più anni,</span><span class="s4"> una crisi ecologica globale</span> <span class="s4">(</span><span class="s4">ancora</span><span class="s4"> sottovalutata)</span><span class="s4">, prima </span><span class="s4">che </span><span class="s4">l’Unione Europea</span> <span class="s4">ad</span><span class="s4">ottasse</span><span class="s4"> una </span><span class="s4">d</span><span class="s4">irettiva </span><span class="s4">per promuovere il diritto alla riparazione</span> <span class="s4">nel 2024.<br />
</span><span class="s4">In questo editoriale </span><span class="s4">discutiamo le potenzialità </span><span class="s4">trasformative</span><span class="s4">, a partire dalla Direttiva Europea</span><span class="s4"> 2024/1799</span><span class="s4">, </span><span class="s4">ragionando sulle possibilità </span><span class="s4">di</span> <span class="s4">una concezione collettiva, piuttosto che privatist</span><span class="s4">ic</span><span class="s4">a, del diritto a riparare</span><span class="s4">, che impari dalla teoria e dalla pratica d</span><span class="s4">i un altro ambito di sperimentazione sociale</span><span class="s4">, quale quello del diritto alla città e della città come bene comune</span><span class="s4">.<br />
</span><span class="s4">In particolare,</span><span class="s4"> ci interessa esplorare</span><span class="s4"> un </span><em><span class="s9">diritto collettivo a riparare</span></em><span class="s4">, concepito sia in direzione verticale che nei rapporti orizzontali, </span><span class="s4">da un lato</span><span class="s4"> potenziale strumento per superare alcuni de</span><span class="s4">gli </span><span class="s4">ostacoli alla realizzazione individuale </span><span class="s4">dello stesso diritto</span><span class="s4"> e</span><span class="s4">,</span> <span class="s4">dall’altro,</span><span class="s4"> fattore propulsore</span> <span class="s4">dell’istituzionalizzazione</span> <span class="s4">del</span><span class="s4">le pratiche collettive di</span><span class="s4"> recupero dello spazio urbano, come bene comune</span><span class="s4">.</span></p>
<h4 class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s10">La riparazione come diritto</span><span class="s10">: da norma di consumo sostenibile a pratica sociale</span></h4>
<p class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s4">Il diritto alla riparazione introdotto dalla Direttiva 2024/1799 completa </span><span class="s4">il </span><span class="s4">diritto </span><span class="s4">che già da tempo tutela </span><span class="s4">il consumatore che</span><span class="s4">, du</span><span class="s4">r</span><span class="s4">ante il periodo di garanzia legale,</span> <span class="s4">incorra in </span><span class="s4">vizi di conformità nel bene acquistato. Dal 31 luglio 2026, per </span><span class="s4">le </span><span class="s4">categorie di prodotti</span><span class="s4"> cui</span><span class="s4"> si </span><span class="s4">applicano</span><span class="s4"> (o meg</span><span class="s4">l</span><span class="s4">io applicheranno)</span> <span class="s4">i </span><span class="s4">requisiti di r</span><span class="s4">ipa</span><span class="s4">rabilità,</span><span class="s4"> i </span><span class="s4">consumatori</span><span class="s4"> godono dello stesso diritto </span><span class="s4">alla riparazione a un “prezzo ragionevole” </span><span class="s4">anche </span><span class="s4">fuori</span> <span class="s4">garanzia legale</span> <span class="s4">(Art. 5</span><span class="s4">, parr. 2 e 4</span><span class="s4">)</span><span class="s4">.<br />
</span><span class="s4">La Direttiva va letta insieme al Regolamento</span><span class="s4"> Ecodesign</span> <span class="s4">2024/1781</span><span class="s4">, che </span><span class="s4">autorizza l’adozione di </span><span class="s4">standard </span><span class="s4">obbligatori di riparabilità</span><span class="s4">: </span><span class="s4">pi</span><span class="s4">ù </span><span class="s4">semplice </span><em><span class="s9">disassemblaggio</span></em><span class="s4">, </span><span class="s4">accesso </span><span class="s4">a</span><span class="s4"> documentazione</span><span class="s4">,</span> <span class="s4">strumenti</span><span class="s4"> e pezzi di ricambio.</span><span class="s4"> Il diritto alla riparazione va </span><span class="s4">quindi </span><span class="s4">visto</span> <span class="s4">al di fuori di una logica prettamente contrattuale</span><span class="s4"> e consumeristica</span><span class="s4">: </span><span class="s4">i suoi benefici si estendono anche a</span><span class="s4">i</span><span class="s4"> r</span><span class="s4">iparatori indipendenti</span><span class="s4">.</span> <span class="s4">Nel</span><span class="s4"> regolare il design industriale e aprire l’accesso ai materiali e conoscenze necessari per la riparazione,</span> <span class="s4">spesso di proprietà esclusiva del produttore</span><span class="s4">,</span> <span class="s4">troviamo il</span><span class="s4"> primo tentativo di rivendicare la riparazione come un patrimonio comune </span><span class="s4">che possa essere usato a beneficio di comunità locali, riparatori indipendenti ed economia locale, nonché per la reale riduzione dei consumi</span><span class="s4">.<br />
</span><span class="s7">Questo è stato già da tempo l’obiettivo di diverse iniziative che dalla Toscana al Trentino, dalla Lombardia alla Sicilia, vedono volontari condividere know-how e tempo per riparare insieme a chi porta un oggetto che non funziona più. Queste iniziative riportano nello spazio pubblico un sapere e competenze che si pensavano “in via d’estinzione”, ma anche una forma di socializzazione che sembrava altrettanto obsoleta. Non solo </span><span class="s7">Repair</span><span class="s7"> Café, ma </span><a href="https://www.unipv.news/eventi/laboratorio-smonting-al-museo-della-tecnica-elettrica-esplorare-smontare-e-reinventare-gli%20/t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">laboratori di &#8220;</span><span class="s6">Smonting</span><span class="s6">&#8220;</span></a><span class="s7">, </span><a href="https://blog.careservicetorino.it/2026/03/repair-cafe-torino-careservice-e-il.html%20/t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">officine di riparazione</span></a><span class="s7"> che supportano la riparazione Do-It-Yourself</span><span class="s7">.</span><span class="s7"> </span><span class="s7"><br />
</span><span class="s4">Queste iniziative</span><span class="s4"> talvolta</span><span class="s4"> collaborano anche con altri progetti sul territorio come le “</span><span class="s4">b</span><span class="s4">iblioteche degli oggetti” (Library of </span><span class="s4">T</span><span class="s4">hings), spazi dove</span><span class="s4">, </span><span class="s4">come in una biblioteca, è possibile prendere in prestito </span><span class="s4">degli strumenti di lavoro</span><span class="s4"> e</span> <span class="s4">utensili </span><span class="s4">che altrimenti si acquisterebbero. Insieme, queste iniziative ci portano a ripensare la città come uno spazio in cui il cittadino possa essere ta</span><span class="s4">le,</span><span class="s4"> e non solo consumatore o turista.<br />
</span><span class="s4">La domanda che ci poniamo è s</span><span class="s4">e </span><span class="s4">sia possibile</span><span class="s4"> una </span><span class="s4">pianificazione urbana</span> <span class="s4">che abbracci la logica della riparazione, non solo come pratica circolare, di riduzione di rifiuti,</span><span class="s4"> ma</span><span class="s4"> come azione</span><span class="s4"> politica che abbia come effetto il riscatto dello s</span><span class="s4">paz</span><span class="s4">io</span><span class="s4"> pubblico come </span><span class="s4">terreno di apprendimento collettivo e </span><span class="s4">supporto ad </span><span class="s4">un modello di produzione e consumo </span><span class="s4">non votato al profitto</span><span class="s4"> ma piuttosto al bisogno e </span><span class="s4">alla </span><span class="s4">condivision</span><span class="s4">e</span><span class="s4">, che già esiste ma</span><span class="s4"> rimane per ora una nicchia</span><span class="s4">.</span></p>
<h4 class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s10">Dalla riparazione dei beni di consumo alla riparazione della città come bene </span><span class="s10">comune</span></h4>
<p class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s7">Questa domanda inserisce il diritto alla riparazione all’interno di un dibattito noto ai lettori di </span><span class="s7">Labsus</span><span class="s7">: quello dei beni comuni. </span><span class="s4">Quello che ci interessa esplorare in questa sede è</span><span class="s4">, innanzitutto,</span><span class="s4"> se sia possibile </span><span class="s4">concepire </span><span class="s4">la riparazione come </span><em><span class="s9">common</span></em><span class="s4"> e</span><span class="s4">,</span> <span class="s4">in secondo luogo</span><span class="s4">,</span><span class="s4"> cosa implichi questa </span><span class="s4">concezione </span><span class="s4">per il modo in cui possiamo pensare al riparare. In questo senso</span><span class="s4">, la caratterizzazione potrebbe sembrare inconsueta a chi associ l’idea di bene comune a beni materiali </span><span class="s4">facilmente visualiz</span><span class="s4">zabili </span><span class="s4">come fiumi</span><span class="s4"> e foreste. Il discorso sui beni comuni, tuttavia, si è da tempo espanso per includere infrastrutture materiali </span><span class="s4">e immateriali, come ad esempio le conoscenze tradizionali.<br />
</span><span class="s4">Secondo la definizione della Commissione Rodotà, beni comuni sono oggetti funzionali all’attuazione di diritti fondamentali, molti dei quali – come quelli civili – hanno una natura necessariamente collettiva. Come ci fa notare Maria Rosaria Marella, </span><span class="s4">tra questi rientrano</span><span class="s4"> la conoscenza</span> &#8211; <span class="s4">che </span><span class="s4">include saperi formali e informali (taciti e diffusi come le competenze manuali)</span><span class="s4"> &#8211; </span><span class="s4">e lo spazio urbano.<br />
</span><span class="s4">Con il suo </span><em><span class="s9">Le droit à la ville</span></em><span class="s4"> del 1968, Henry Lefebvre non solo ha fatto luce sul dominio degli interessi corporativi e delle logiche di mercato nel governo </span><span class="s4">dello spazio pubblico urbano, ispirando movimenti sociali e attivismo locale, ma ha proposto una nuova concezione di diritto, con implicazioni che vanno al di là della città in senso stretto. Il diritto alla città introduce una dimensione collettiva e plurale del diritto che integra multiple dimensioni normative e pratiche dell’abitare, configurandosi come un “super-diritto” nelle parole del filosofo francese. Queste includono: diritto alla diversità</span><span class="s4">, libertà individuale nella socializzazione</span><span class="s4">; diritto all’opera, ovvero alla partecipazione attiva, tanto ai processi decisionali quanto ai processi di trasformazione/manutenzione fisica del</span><span class="s4"> bene </span><span class="s4">comune; e, molto importante, diritto alla fruizione, ossia all’uso di questo </span><span class="s4">bene</span><span class="s4">, in opposizione al diritto allo scambio acquisito con la proprietà.<br />
</span><span class="s4">Il concetto di diritto alla città, anche se in concreto si è scontrat</span><span class="s4">o</span><span class="s4"> con i limiti legati alla definizione legale e all&#8217;opposizione ideologica all</span><span class="s4">’idea</span> <span class="s4">di </span><em><span class="s9">bene comune</span></em><span class="s4">, ha tuttavia trovato spazi di realizzazione in sperimentazioni giuridiche che attraversano le diverse scale di govern</span><span class="s4">o</span><span class="s4"> e fonti del diritto: da quella internazionale con la Carta di Quito, passando da quelle nazionali come lo Statuto della Città in Brasile, per finire con quelle di livello locale, con l’</span><em><span class="s9">uso civico urbano</span></em><span class="s4"> introdotto dal Comune di Napoli.<br />
</span><span class="s4">Queste esperienze, insieme all’esistenza di meccanismi giuridici che preesistono al dibattito sul diritto alla città (e.g., </span><em><span class="s9">ius deambulandi</span></em><span class="s4"><em>,</em> per una spiegazione di dettaglio si veda Marella, 2012), dimostrano che </span><span class="s9">le <em>droit à la ville</em></span><span class="s4"> non è un’utopia. D’altra parte, come ci ricorda Marella (2012, ibid.), al pari di altri beni comuni, </span><em><span class="s9">l’urban common</span></em><span class="s4">, ovvero quella parte della città che supera la dicotomia pubblico-privato e si realizza nel suo usufrutto collettivo, è per definizione interstiziale e come tale oggetto costante di contestazione, conflitto e negoziazione, quando non di lotta.<br />
</span><span class="s4">Nel contesto italiano,</span><span class="s4"> l</span><span class="s4">’</span><span class="s4">esperienz</span><span class="s4">a</span><span class="s4"> di Labsus</span><span class="s4"> e </span><span class="s4">quella di </span><span class="s4">Napoli offrono due diverse scuole di pensiero nell’istituzionalizzazione del bene comune urbano, più incrementale la prima, attraverso i patti di collaborazione</span><span class="s4"> e più radicale la seconda, attraverso il riconoscimento e la legalizzazione delle occupazioni degli spazi abbandonati permesso dal meccanismo dell’</span><em><span class="s9">uso civico e collettivo urbano </span></em><span class="s4">(Vasco e Besso, 2024).<br />
</span><span class="s4">Nel dibattito internazionale, la discussione sul diritto alla città e sulla città come bene comune sta evolvendo verso concezioni più ampie e intersezionali, che ridiscutono il modello amministrativo e l’assetto pianificatorio dello spazio urbano a partire non solo dalle pratiche di autogoverno, ma dalla loro concezione etica e, ancora più importante, politica. È dentro questa recente corrente di pensiero, che affianca la riparazione allo spazio urbano, che troviamo ad esempio l’idea delle </span><em><span class="s9">città della cura</span></em><span class="s4"> (Marinelli, 2015) o, in inglese, </span><em><span class="s9">careful cities</span></em><span class="s4"> (Williams, 2020).</span></p>
<h4 class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s10">Riparazione come bene comune e ambito di co-creazione</span></h4>
<p class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s4">Secondo la direttiva </span><span class="s4">1799/2024 </span><span class="s4">in via di recepimento, ogni Stato Membro deve mettere in atto una o più misure di supporto alla riparazione. Esempi spesso nominati sono i <em>voucher</em>, o incentivi fiscali come l’eliminazione dell’IVA sui servizi di riparazione. Una via che ci sembra più promettente è quella della co-progettazione, regolata dall’articolo 55 del Codice del Terzo Settore.  A mente di questo articolo, le pubbliche amministrazioni hanno il compito di coinvolgere gli enti del terzo settore nella programmazione ed esecuzione di servizi di pubblico interesse come cultura e istruzione, alloggio sociale, salute, tutela dell’ambiente, etc. Se si accettano i ragionamenti che abbiamo articolato fin qui – sull’importanza della riparazione come esperienza collettiva, di </span><em><span class="s9">apprendimento</span></em><span class="s4"> e socializzazione oltre che di risparmio di materie prime – ci sembra non solo possibile ma quasi logicamente necessario concludere che i servizi di riparazione debbano essere considerati, alla stregua dei molti servizi inclusi nella lunga lista dell’articolo 5 </span><span class="s4">C</span><span class="s4">TS, come servizi di pubblico interesse da offrire in regime di co-progettazione. Questa soluzione aprirebbe la possibilità di co-finanziamento e in ogni caso concessione di spazi e altre agevolazioni da parte degli enti locali, con l’effetto di rendere tali servizi accessibili agli utenti in maniera plausibilmente più efficace – e verosimilmente anche più economica – che attraverso esborsi diretti </span><span class="s4">da parte</span><span class="s4"> dei singoli cittadini. </span><em><span class="s9">De lege lata</span></em><span class="s4">, si potrebbe già ipotizzare che entità come Repair café, Restarters etc</span><span class="s4">.</span><span class="s4">, ove formalizzate, potrebbero essere considerate come dedicate alla “salvaguardia e al miglioramento delle condizioni dell&#8217;ambiente e all&#8217;utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali” (lett. <em>e</em>) o  alla “organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e </span><span class="s4">diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale […]” (lett. <em>i</em>). </span><em><span class="s9">De lege ferenda</span></em><span class="s4">, basterebbe un decreto adottato a norma dello stesso art </span><span class="s4">. </span><span class="s4">5 </span><span class="s4">CTS </span><span class="s4">(comma 2) per chiarire la posizione della riparazione fra le attività di interesse generale regolate dall’articolo. L’attuazione della direttiva sarebbe un momento naturale – ma non certo l’unico possibile – per un simile chiarimento.<br />
</span><span class="s7">Nel frattempo la co-progettazione è stata già utilizzata per l’organizzazione di </span><a href="https://leila-bologna.it/storia/%20/t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">laboratori di falegnameria</span></a><span class="s7"> per adulti e bambini a Bologna, per la creazione di sei </span><a href="https://www.cubinrete.it/21042026-co-progettazione-biblioteca-degli-oggetti%20/t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">biblioteche degli oggetti in Lombardia</span></a><span class="s7"> e la creazione di una a </span><a href="https://affidamenti.comune.fi.it/node/17927%20/t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">Firenze</span></a><span class="s7"> ed è uno degli strumenti contemplati dal Comune di Capannori per il suo progetto </span><a href="https://capannori.trasparenza-valutazione-merito.it/web/trasparenza/papca-ap?p_p_id=jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet&amp;p_p_lifecycle=2&amp;p_p_state=pop_up&amp;p_p_mode=view&amp;p_p_resource_id=downloadAllegato&amp;p_p_cacheability=cacheLevelPage&amp;_jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet_downloadSigned=true&amp;_jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet_id=4557628&amp;_jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet_action=mostraDettaglio&amp;_jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet_fromAction=recuperaDettaglio%20\t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">RiPara</span></a><span class="s7">. Non sarebbe dunque insolito immaginare come la co-progettazione potrebbe rafforzare un diritto collettivo alla riparazione e, al tempo stesso, riconoscere e supportare lo sforzo già da tempo impiegato dai volontari sul territorio</span><span class="s7">.</span></p>
<h4 class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s10">Diritto alla riparazione: oltre la tutela del consumatore verso un diritto collettivo</span></h4>
<p class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s4">L’idea della città come bene comune è oggetto di un dibattito decennale </span><span class="s4">di cui Labsus si è occupata ampiamente, </span><span class="s4">che</span><span class="s4"> non occorre rip</span><span class="s4">rendere</span><span class="s4"> qui. La discussione che </span><span class="s4">invece abbiamo inteso</span><span class="s4"> stimolare è quella di un diritto alla riparazione che, imparando dalle esperienze del diritto alla città, lo abbracci, superando una dimensione privatistica</span><span class="s4">, </span><span class="s4">individualista</span><span class="s4"> e puramente limitata alla sfera del consumo</span><span class="s4">,</span> <span class="s4">elevando</span><span class="s4"> la riparazione </span><span class="s4">a motore di cambiamento</span><span class="s4">.<br />
</span><span class="s4">Il</span> <span class="s4">nostro </span><span class="s4">ragionamento </span><span class="s4">si </span><span class="s4">basa su due</span> <span class="s4">argomenti principali</span><span class="s4">. </span><span class="s4">Primo, per svolgere una funzione trasformativa,</span> <span class="s4">che </span><span class="s4">supera una mera funzione di</span><span class="s4"> compensazione e riduzione del danno ambientale, </span><span class="s4">il diritto alla riparazione, </span><span class="s4">sia esso applicato ad un bene di consumo </span><span class="s4">privato </span><span class="s4">o ad uno spazio urbano</span> <span class="s4">comune,</span><span class="s4"> deve poggiare su una</span><span class="s4"> visione</span><span class="s4"> etica ed essere parte di un progetto politico</span><span class="s4"> che ne ancori la missione ad una dimensione genuinamente pubblica e necessariamente collettiva.<br />
</span><span class="s4">Secondo, </span><span class="s4">questa transizione da</span><span class="s4">lla sfera privata a quella</span><span class="s4"> pubblica richiede il giusto </span><span class="s4">contesto istituzionale, culturale e cognitivo</span><span class="s4">. </span><span class="s4">Sia nel caso del diritto </span><span class="s4">alla riparazione che di quello del bene urbano comune,</span><span class="s4"> ci troviamo </span><span class="s4">di fronte</span><span class="s4"> ad ambiti</span> <span class="s4">di sperimentazione </span><span class="s4">dell’organizzazione sociale</span><span class="s4">, contro i quali </span><span class="s4">il diritto tradizionale, con le sue categorie esatte (</span><span class="s4">e.g., </span><span class="s4">publico – privato</span><span class="s4">; stato </span><span class="s4">–</span><span class="s4"> mercato</span><span class="s4">; bene intermedio – bene finale</span><span class="s4">) </span><span class="s4">si rivela insufficiente</span><span class="s4">, </span><span class="s4">ma </span><span class="s4">per </span><span class="s4">cui </span><span class="s4">l&#8217;</span><span class="s4">esperienza quotidiana ha </span><span class="s4">funzionato da stimolo per ritrovare meccanismi giuridici del passato, </span><span class="s4">(</span><span class="s4">e.g., </span><em><span class="s9">ius deambulandi</span></em><span class="s4">) e per </span><span class="s4">svilupparne</span><span class="s4"> di nuovi (</span><span class="s4">e.g., usi civici</span><span class="s4">)</span><span class="s4">, tutti volti</span><span class="s4"> alla costruzione e tutela del collettivo.<br />
</span><span class="s4">Ci troviamo quindi difronte ad una</span><span class="s4"> sfida </span><span class="s4">ape</span><span class="s4">rta </span><span class="s4">per</span><span class="s4"> quanti sono coinvolti nello sviluppo teorico e pratico</span><span class="s4">,</span><span class="s4"> sia del governo locale che della riparazione</span><span class="s4">,</span> <span class="s4">che </span><span class="s4">richied</span><span class="s4">e</span> <span class="s4">non solo un</span><span class="s4"> esercizio di immaginazione </span><span class="s4">ma soprattutto un dialogo </span><span class="s4">transdisciplinare.</span></p>
<p class="s8" style="text-align: justify;"><strong><span class="s4">Bibliografia</span><span class="s4"> essenziale:</span></strong></p>
<p><span class="s11">(1) </span><span class="s4">Lefebvre H. (1968), </span><span class="s9"><em>Il diritto alla città</em></span><span class="s4">, Venezia, Marsilio, 197 (ed. orig. </span><em><span class="s9">Le droit à  la ville</span></em><span class="s4">, Parigi, Editions Anthropos.<br />
</span><span class="s11">(2) </span><span class="s4">Perzanowski A. (2022), </span><em><span class="s9">The right to repair: Reclaiming the things we own</span></em><span class="s9">, in</span><span class="s4"> Cambridge University Press.<br />
</span><span class="s11">(3) </span><span class="s4">Vesco A., Busso S. (2024), What is “Political” in Commons-Public Partnership? The Italian Cases of Bologna and Naples, in </span><em><span class="s9">International Journal of the Commons</span></em><span class="s4">, </span><span class="s9">18</span><span class="s4">(1), 246-259.<br />
</span><span class="s11">(4) </span><span class="s4">Marella M. R. (2011), <em>Il diritto dei beni comuni. Un invito alla discussione</em>, in </span><em><span class="s9">Rivista critica del diritto privato</span></em><span class="s4">, </span><span class="s9">29</span><span class="s4">(1), 103-118.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Antonella Maiello</strong>, politologa e professore di Governance della Sostenibilità, Istituto di Amministrazione Pubblica, Facoltà di Governance, Università di Leiden (UL);<strong><br />
Anna D’Agostino</strong>, giurista e dottoranda presso l’Istituto di Diritto Privato, Dipartimento di Diritto Civile, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Leiden (UL);<strong><br />
Candida Leone</strong>, giurista e professore associato di diritto privato, Dipartimento di Diritto Privato, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Amsterdam (UvA);</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Immagine di copertina: Anastasia Shuraeva su Paxels</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/10/diritto_alla_riparazione/">Diritto alla riparazione: da tutela del consumatore a motore di cambiamento?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Elogio dei tre saperi di Marianella Sclavi</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/elogio-dei-tre-saperi-di-marianella-sclavi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Labsus]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 11:46:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia deliberativa]]></category>
		<category><![CDATA[incontrare persone]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[presentazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89751</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il prossimo 30 settembre alle 16:00, Stroncature ospiterà la presentazione del libro “Elogio dei tre saperi” di Marianella Sclavi (Bordeaux, 2026). Il volume racconta l’esperienza di Nantes come città-laboratorio della democrazia deliberativa, dove il rapporto tra politica, tecnica e cittadinanza è diventato un metodo di governo. Marianella Sclavi ricostruisce una vicenda in cui il dialogo tra cittadini, professionisti ed eletti non resta un principio astratto, ma si traduce in pratiche concrete di ascolto, confronto e decisione condivisa. Attraverso un’indagine storico-etnografica e insieme militante, il libro ripercorre le molte radici di una democrazia capace di apprendere dai conflitti invece di rimuoverli. Ritratti di protagonisti, esperienze urbane, pratiche istituzionali e quindici “ricette” di democrazia deliberativa compongono un percorso che mostra come i conflitti possano diventare risorse per l’innovazione pubblica. Al centro del volume c’è l’idea che il sapere tecnico e il potere decisionale della politica restino incompleti senza il sapere d’uso delle persone comuni. Solo l’intreccio tra queste dimensioni può generare intelligenza collettiva, giustizia sociale e trasformazione urbana. Nantes diventa così il caso concreto di una democrazia intesa come pratica quotidiana da costruire e coltivare. Con l’autrice dialogheranno Giuliano Amato, presidente emerito della Corte costituzionale, e Gregorio Arena, professore emerito di Diritto amministrativo. Modera l’incontro Riccardo Pennisi. LEGGI ANCHE: L’intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità  Limiti e potenzialità della democrazia deliberativa Il ruolo del Terzo settore: un podcast di Amato per spiegarne i cambiamenti Immagine di copertina: Stroncature</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/elogio-dei-tre-saperi-di-marianella-sclavi/">Elogio dei tre saperi di Marianella Sclavi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il prossimo <strong>30 settembre alle 16:00</strong>, <a href="https://www.stroncature.com/" target="_blank" rel="noopener">Stroncature</a> ospiterà la presentazione del libro “Elogio dei tre saperi” di Marianella Sclavi (Bordeaux, 2026).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il volume racconta l’esperienza di Nantes come città-laboratorio della democrazia deliberativa, dove il rapporto tra politica, tecnica e cittadinanza è diventato un metodo di governo. Marianella Sclavi ricostruisce una vicenda in cui il dialogo tra cittadini, professionisti ed eletti non resta un principio astratto, ma si traduce in pratiche concrete di ascolto, confronto e decisione condivisa.<br />
</em><em>Attraverso un’indagine storico-etnografica e insieme militante, il libro ripercorre le molte radici di una democrazia capace di apprendere dai conflitti invece di rimuoverli. Ritratti di protagonisti, esperienze urbane, pratiche istituzionali e quindici “ricette” di democrazia deliberativa compongono un percorso che mostra come i conflitti possano diventare risorse per l’innovazione pubblica.<br />
</em><em>Al centro del volume c’è l’idea che il sapere tecnico e il potere decisionale della politica restino incompleti senza il sapere d’uso delle persone comuni. Solo l’intreccio tra queste dimensioni può generare intelligenza collettiva, giustizia sociale e trasformazione urbana. Nantes diventa così il caso concreto di una democrazia intesa come pratica quotidiana da costruire e coltivare.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Con l’autrice dialogheranno Giuliano Amato, presidente emerito della Corte costituzionale, e Gregorio Arena, professore emerito di Diritto amministrativo. Modera l’incontro Riccardo Pennisi.</p>
<p style="text-align: justify;">LEGGI ANCHE:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><a href="https://www.labsus.org/2026/09/lintelligenza-delle-differenze-tre-saperi-per-costruire-comunita/" target="_blank" rel="noopener">L’intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità </a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2009/12/limiti-e-potenzialita-della-democrazia-deliberativa/" target="_blank" rel="noopener">Limiti e potenzialità della democrazia deliberativa</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2022/02/terzo-settore-podcast/" target="_blank" rel="noopener">Il ruolo del Terzo settore: un podcast di Amato per spiegarne i cambiamenti</a></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Immagine di copertina: <a href="https://www.stroncature.com/p/elogio-dei-tre-saperi-di-marianella?r=43k8o&amp;utm_campaign=post&amp;utm_medium=web&amp;triedRedirect=true" target="_blank" rel="noopener">Stroncature</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/elogio-dei-tre-saperi-di-marianella-sclavi/">Elogio dei tre saperi di Marianella Sclavi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quando le parole si fanno cura: collaborazioni inaspettate per la nuova vita di una baita Trentina</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/quando-le-parole-si-fanno-cura-collaborazioni-inaspettate-per-la-nuova-vita-di-una-baita-trentina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcella Iannuzzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 15:44:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Patti di collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[Storie di patti]]></category>
		<category><![CDATA[Trentino Alto Adige]]></category>
		<category><![CDATA[patto di colaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[progettazione partecipata]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89736</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ci sono luoghi nati per ospitare mandrie e produrre formaggi che, a un certo punto della loro storia, si trasformano in laboratori di idee e spazi di socialità. È il caso del Malgone, una baita situata in un piccolo borgo montano a circa 12 chilometri da Trento con appena 111 abitanti che, resistendo allo spopolamento, negli ultimi anni ha persino visto nascere quattro bambini.  Dalla concessione tradizionale all’amministrazione condivisa In passato la malga era gestita dalla Pro Loco locale, che vi organizzava attività ricreative per gli abitanti della zona e della città vicina. Il termine della concessione è andato a coincidere con un momento in cui il ripensamento del Monte Bondone era uno degli obiettivi dell’amministrazione comunale. In quel periodo si era infatti avviata la costruzione di una rete di partner per valorizzare il capitale sociale locale e a consolidare il presidio del territorio da parte dei residenti. Così, in questa direzione e nell’anno di Trento Capitale Europea e Italiana del Volontariato, il Comune ha trovato importante pensare la co-gestione dei beni comuni come esercizio di cittadinanza attiva e inclusiva. Come spiega la funzionaria comunale Francesca Di Biase, l&#8217;Amministrazione ha voluto investire su «una cultura del dialogo con il territorio» e per favorire una partecipazione aperta e orizzontale, è stato pubblicato un avviso pubblico per un Patto di collaborazione, con l&#8217;obiettivo di costruire un calendario condiviso di attività per gestire insieme il Malgone. In quest’ottica, sono stati quindi organizzati incontri pubblici per illustrare a cittadini e associazioni il concetto di &#8220;Bene comune&#8221;, ponendo l&#8217;accento sui valori della gratuità e della sostenibilità . Una cordata insolita: quando gli editori salgono in malga La risposta degli enti e del territorio all’avviso pubblico ha sorpreso tutti: alla chiamata del Comune hanno risposto ben dieci realtà diverse. Accanto alla Proloco e due cooperative, si è proposta un’inedita rete di piccole case editrici trentine «È stato un caso, le energie giravano!», ricordano i protagonisti. Una coincidenza fortunata, nata dal fatto che l&#8217;allora presidente della Proloco era stato, anni prima, anche alla guida degli editori locali, attivando un tam-tam che ha contagiato il settore. A completare il quadro si è unita una cooperativa sociale e due cittadini attivi che mettevano a disposizione competenze quali la conoscenza della tecnica di costruzione dei muretti a secco, e proposte tra cui un cineforum di montagna. L’avviso ha messo quindi in moto un’ondata di entusiasmo che ha espresso diverse proposte e voglia di immaginare la nuova vita della Malga. «Si sa, le idee vengono come le ciliege, nella progettazione partecipata», commenta Di Biase. Il confronto tra diverse realtà ha generato un forte incremento delle attività culturali, allargando il target di persone che partecipavano e riuscendo a proporre oltre quaranta eventi in un anno.  Gunder Books , ad esempio, hanno proposto laboratori di ginnastica posturale per neomamme abbinati ad aperitivi letterari sui temi della maternità,oppure le altre case editrici hanno invitato autori per presentare i loro libri, riscuotendo un bel successo di pubblico. A proposito di questo, Barbara Ciaghi di Edizioni del faro osserva: «In qualche modo si sono presi cura delle mamme e nello stesso tempo del Malgone. Questa nuova alleanza ha fatto spostare il termine della cura dalle azioni alle parole, alla letteratura, in una maniera inaspettata». Oltre la sindrome di Pollyanna: le fatiche della progettazione partecipata  Tuttavia, al di là dei bei risultati raggiunti, nelle parole dei protagonisti c’è anche il racconto della fatica a stare nel processo di progettazione partecipata. Anche Francesca Di Biase ammette con franchezza che, durante il percorso, ci si è scontrati con molte criticità, sulle quali «si è scontrato il mio mondo di Pollyanna». Mettere attorno allo stesso tavolo soggetti che non si conoscevano e con background e idee progettuali differenti ha sollevato inevitabili resistenze. «Ho cercato di mediare e sviluppare sinergie che in seguito si sono costruite, soprattutto tra le case editrici che hanno compreso immediatamente il valore e la potenzialità del Patto, si è riuscito quindi a costruire, con fatica, una regolazione interna. Purtroppo, nel corso del processo si sono persi i due cittadini attivi, che probabilmente hanno valutato troppo onerosa la partecipazione ed E’ stato un vero peccato, perché portavano entrambi competenze e proposte davvero interessanti» dice De Biase. Tuttavia, la fatica o forse il timore di stare nel conflitto con enti più strutturati ha fatto sì che non si sentissero a loro agio nel percorso. Sicuramente, il tema dell’inclusione di sensibilità e attori diversi nelle fasi di co-progettazione è una questione importante da considerare. La collaborazione ha richiesto uno sforzo di maturità non indifferente da parte di tutti i partecipanti. che hanno dovuto rivedere i propri progetti e farli dialogare con le proposte degli altri: «È evidente che bisognava fare un passo indietro a livello di protagonismo, adattare e adeguare le azioni… bisogna credere nella trasversalità e composizione delle proposte che possono nascere dalle collaborazioni, anche quelle inaspettate” ci ha detto Raffaelli, della casa editrice Nuovi Panorami e dell’ETS A Partire da Noi. Anche per la Proloco la progettazione partecipata non è sempre stata semplice, sia per la complessità di coordinare un gruppo così eterogeneo, sia per il limite della gratuità degli eventi imposto dal Comune, che ha aperto accesi dibattiti sulla sostenibilità economica delle attività. Eppure, il bilancio finale pende verso il valore del progetto: «Si fa fatica, però merita; il mio pensiero è che quel posto merita la nostra fatica» dice Paolo Curco il referente della Proloco per il Patto. Il nuovo ruolo del dipendente pubblico nell’amministrazione condivisa La fatica dello stare nella co-progettazione non è solo dei pattisti: anche i dipendenti pubblici stanno facendo esperienza di un nuovo modo di relazionarsi con i cittadini. Francesca Di Biase evidenzia come i dipendenti comunali si siano trovati davanti a funzioni per le quali spesso non hanno competenze specifiche: «In questi processi ci viene chiesto difarci mediatori, di facilitare le relazioni, trovare soluzioni. In questo campo ci vogliono doti umane e di resilienza non indifferenti».  Come Labsus, ci capita spesso di confrontarci con i dipendenti che portano questo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/quando-le-parole-si-fanno-cura-collaborazioni-inaspettate-per-la-nuova-vita-di-una-baita-trentina/">Quando le parole si fanno cura: collaborazioni inaspettate per la nuova vita di una baita Trentina</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono luoghi nati per ospitare mandrie e produrre formaggi che, a un certo punto della loro storia, si trasformano in laboratori di idee e spazi di socialità. È il caso del <b>Malgone</b>, una baita situata in un piccolo borgo montano a circa 12 chilometri da Trento con appena 111 abitanti che, resistendo allo spopolamento, negli ultimi anni ha persino visto nascere quattro bambini.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h4>Dalla concessione tradizionale all’amministrazione condivisa</h4>
<p style="text-align: justify;">In passato la malga era gestita dalla Pro Loco locale, che vi organizzava attività ricreative per gli abitanti della zona e della città vicina. Il termine della concessione è andato a coincidere con un momento in cui il ripensamento del Monte Bondone era uno degli obiettivi dell’amministrazione comunale. In quel periodo si era infatti avviata la costruzione di una rete di partner per valorizzare il capitale sociale locale e a consolidare il presidio del territorio da parte dei residenti. Così, in questa direzione e nell’anno di Trento Capitale Europea e Italiana del Volontariato, <b>il Comune ha trovato importante pensare la co-gestione dei beni comuni come esercizio di cittadinanza attiva e inclusiva.</b> Come spiega la funzionaria comunale <b>Francesca Di Biase</b>, l&#8217;Amministrazione ha voluto investire su <b>«una cultura del dialogo con il territorio»</b> e per favorire una partecipazione aperta e orizzontale, è stato pubblicato un <a href="https://www.comune.trento.it/Amministrazione/Documenti-e-dati/Accordi-tra-enti/Patto-di-collaborazione-Gestione-condivisa-del-Malgone-di-Candriai-2025" target="_blank" rel="noopener">avviso pubblico</a> per un <b>Patto di collaborazione, con l&#8217;obiettivo di costruire un calendario condiviso di attività per gestire insieme il Malgone.</b> In quest’ottica, sono stati quindi organizzati incontri pubblici per illustrare a cittadini e associazioni il concetto di &#8220;Bene comune&#8221;, ponendo l&#8217;accento sui valori della gratuità e della sostenibilità<span class="Apple-converted-space"> .</span></p>
<h4>Una cordata insolita: quando gli editori salgono in malga</h4>
<p style="text-align: justify;">La risposta degli enti e del territorio all’avviso pubblico ha sorpreso tutti: <b>alla chiamata del Comune hanno risposto ben dieci realtà diverse.</b> Accanto alla Proloco e due cooperative, si è proposta un’inedita rete di piccole case editrici trentine <b>«È stato un caso, le energie giravano!»</b>, ricordano i protagonisti. Una coincidenza fortunata, nata dal fatto che l&#8217;allora presidente della Proloco era stato, anni prima, anche alla guida degli editori locali, attivando un tam-tam che ha contagiato il settore. A completare il quadro si è unita una cooperativa sociale e due cittadini attivi che mettevano a disposizione competenze quali la conoscenza della tecnica di costruzione dei muretti a secco, e proposte tra cui un cineforum di montagna. L’avviso ha messo quindi in moto un’ondata di entusiasmo che ha espresso diverse proposte e voglia di immaginare la nuova vita della Malga. <b>«Si sa, le idee vengono come le ciliege, nella progettazione partecipata»</b>, commenta Di Biase.<br />
<b>Il confronto tra diverse realtà ha generato un forte incremento delle attività culturali, allargando il target di persone che partecipavano e riuscendo a proporre oltre quaranta eventi in un anno.</b>  <a href="https://gander-books.com/?srsltid=AfmBOoodbs5VjnnQHc1MeV8h7BeDGzRRZD9aeb__k7hNjhIK-TU7o3n6" target="_blank" rel="noopener">Gunder Books</a> , ad esempio, hanno proposto laboratori di ginnastica posturale per neomamme abbinati ad aperitivi letterari sui temi della maternità,oppure le altre case editrici hanno invitato autori per presentare i loro libri, riscuotendo un bel successo di pubblico. A proposito di questo<b>, Barbara Ciaghi </b>di Edizioni del faro osserva: «In qualche modo si sono presi cura delle mamme e nello stesso tempo del Malgone. <b>Questa nuova alleanza ha fatto spostare il termine della cura dalle azioni alle parole, alla letteratura, in una maniera inaspettata».</b></p>
<h4>Oltre la sindrome di Pollyanna: le fatiche della progettazione partecipata<span class="Apple-converted-space"> </span></h4>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, al di là dei bei risultati raggiunti, nelle parole dei protagonisti c’è anche il racconto della <b>fatica a stare nel processo di progettazione partecipata.</b> Anche Francesca Di Biase ammette con franchezza che, durante il percorso, ci si è scontrati con molte criticità, sulle quali <b>«si è scontrato il mio mondo di Pollyanna»</b>. Mettere attorno allo stesso tavolo soggetti che non si conoscevano e con background e idee progettuali differenti ha sollevato inevitabili resistenze.<br />
<b>«</b>Ho cercato di mediare e sviluppare sinergie che in seguito si sono costruite, soprattutto tra le case editrici che hanno compreso immediatamente il valore e la potenzialità del Patto, si è riuscito quindi a costruire, con fatica, una regolazione interna. Purtroppo, nel corso del processo si sono persi i due cittadini attivi, che probabilmente hanno valutato troppo onerosa la partecipazione ed E’ stato un vero peccato, perché portavano entrambi competenze e proposte davvero interessanti<b>»</b> dice De Biase. Tuttavia, la fatica o forse il timore di stare nel conflitto con enti più strutturati ha fatto sì che non si sentissero a loro agio nel percorso. Sicuramente, il tema dell’inclusione di sensibilità e attori diversi nelle fasi di co-progettazione è una questione importante da considerare.<br />
La collaborazione ha richiesto uno sforzo di maturità non indifferente da parte di tutti i partecipanti. che hanno dovuto rivedere i propri progetti e farli dialogare con le proposte degli altri: <b>«È evidente che bisognava fare un passo indietro a livello di protagonismo, adattare e adeguare le azioni… bisogna credere nella trasversalità e composizione delle proposte che possono nascere dalle collaborazioni, anche quelle inaspettate”</b> ci ha detto <b>Raffaelli</b>, della casa editrice Nuovi Panorami e dell’ETS A Partire da Noi.<br />
Anche per la Proloco la progettazione partecipata non è sempre stata semplice, sia per la complessità di coordinare un gruppo così eterogeneo, sia per il limite della gratuità degli eventi imposto dal Comune, che ha aperto accesi dibattiti sulla sostenibilità economica delle attività. Eppure, il bilancio finale pende verso il valore del progetto: <b>«Si fa fatica, però merita; il mio pensiero è che quel posto merita la nostra fatica»</b> dice <b>Paolo Curco</b> il referente della Proloco per il Patto.</p>
<h4>Il nuovo ruolo del dipendente pubblico nell’amministrazione condivisa</h4>
<p style="text-align: justify;">La fatica dello stare nella co-progettazione non è solo dei pattisti: <b>anche i dipendenti pubblici stanno facendo esperienza di un nuovo modo di relazionarsi con i cittadini.</b> Francesca Di Biase evidenzia come i dipendenti comunali si siano trovati davanti a funzioni per le quali spesso non hanno competenze specifiche: <b>«In questi processi ci viene chiesto difarci mediatori, di facilitare le relazioni, trovare soluzioni. In questo campo ci vogliono doti umane e di resilienza non indifferenti».<span class="Apple-converted-space"> </span></b> Come Labsus, ci capita spesso di confrontarci con i dipendenti che portano questo stesso pensiero: il ruolo del dipendente è messo alla prova dall’amministrazione condivisa che lo vede attore attivo nella costruzione del patto, parte del processo e allo stesso tempo facilitatore, spesso catalizzatore e interfaccia della PA nei momenti di scontento. Da burocrate, il dipendente pubblico si trasforma in facilitatore e risolutore di criticità, si ritrova a stare su un piano prettamente relazionale e spesso di conflitto a cui non è spesso preparato. Eppure c’è grande coinvolgimento e entusiasmo, a volte frustrato, anche da parte dei funzionari che si rendono conto di dover apprendere nuove competenze e che in qualche modo accettano questa nuova sfida.<br />
Nel caso di Trento, la scommessa del Comune –<span class="Apple-converted-space">  </span>-che ha tenuto per sé la regia, la facilitazione e i costi delle utenze, lasciando la gestione degli spazi e delle attività ai cittadini- – ha pagato: <b>la novità delle case editrici ha stimolato la partecipazione di un target giovane</b> e cittadino completamente diverso da quello tradizionale, arricchendo l&#8217;offerta e creando una vera e propria comunità. Allo stesso tempo questo tipo di collaborazione diventa molto onerosa da parte del Comune, sia in termini di costi che di risorse di dipendenti per la gestione del patto. Forse una formula più condivisa, anche sulla gestione operativa, farebbe coinvolgere maggiormente in termini di responsabilità anche gli attori meno partecipi. <span class="Apple-converted-space"><br />
</span>Allo stesso tempo, <b>la fatica a costruire le relazioni da parte dei pattisti è fisiologica anche allo strumento dell’avviso pubblico</b> per la costruzione del Patto. Ѐ preferibile prevedere un percorsopiù lungo<span class="Apple-converted-space">  </span>affinché i diversi attori si confrontino e trovino il modo di collaborare. È evidente che, se il bene viene riconosciuto dalla comunità, è più facile stabilire relazioniche spesso sono già pregresse. D’altra parte, se c’è una chiamata da parte dell’Amministrazione, le realtà che rispondono spesso non si conoscono e devono far fronte a una collaborazione con soggetti che non si sono scelti.</p>
<h4>Il valore del &#8220;Come&#8221;</h4>
<p style="text-align: justify;">Alla fine della prima sperimentazione, si può comunque dire che l’esperienza è stata positiva. Come spiega <b>Mario Fiori</b> della cooperativa Amica, la co-gestione ha trasformato la struttura in <b>«un contenitore di idee, richiesto e utilizzato anche da altri, costruendo relazioni e alleanze che lo facessero crescere, per essere sempre più abitato»</b>.<br />
La vera forza del progetto è stata rimettere al centro il metodo della progettazione partecipata, che è stata interiorizzata ed è diventato il motore del progetto: <b>«In questo luogo, mi sembra importante, non è il &#8220;cosa fai&#8221; ma il &#8220;</b><b><i>come</i></b><b> lo fai&#8221; (&#8230;) Tutti avevano idee definite su quello che avrebbero voluto che succedesse, ma poi si parla insieme e tutto prende una forma diversa, ma comunque condivisa».</b> Nonostante la fatica, si è trovato un modo per collaborare facendolo<span class="Apple-converted-space">  </span>in modo condiviso, per rendere il Malgone davvero di tutti. Il Malgone non è più solo quindi uno strumento per promuovere il territorio del Monte Bondone; è diventato un luogo educativo che cura le persone attraverso la reciprocità, come ci ha detto Giulia: <b>«Gli eventi fanno bene al Malgone e viceversa!».</b></p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.labsus.org/2026/06/il-diritto-a-restare-fra-montagna-e-sussidiarieta-orizzontale/" target="_blank" rel="noopener">Il diritto a restare fra montagna e sussidiarietà </a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2021/03/il-primo-pane-gli-insegnamenti-della-montagna/" target="_blank" rel="noopener">Il primo pane. Gli insegnamenti della montagna</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2015/02/farecentro-e-cittadini-progettisti-del-trentino-alto-adige/" target="_blank" rel="noopener">Farecentro, i cittadini &#8220;progettisti&#8221; del Trentino Alto Adige</a></li>
</ul>
<p><em>Immagine di copertina: Stefano Aliverti su Pexels.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/quando-le-parole-si-fanno-cura-collaborazioni-inaspettate-per-la-nuova-vita-di-una-baita-trentina/">Quando le parole si fanno cura: collaborazioni inaspettate per la nuova vita di una baita Trentina</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le cooperative di dati: verso un’amministrazione condivisa “digitale”</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/le-cooperative-di-dati-verso-unamministrazione-condivisa-digitale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simone Franca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 07:08:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[cooperative di dati]]></category>
		<category><![CDATA[Data Governance Act]]></category>
		<category><![CDATA[digitalizzazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89712</guid>

					<description><![CDATA[<p>Secondo una recente ricostruzione, l’estrattivismo si caratterizza per l’appropriazione di risorse, l’accumulazione del capitale e la concentrazione del potere, il trasferimento di ricchezza tra soggetti e territori e, infine, la capacità di incidere sulle forme di vita umane e non. Tali elementi trovano una significativa proiezione nell’economia digitale: i dati prodotti dagli utenti vengono acquisiti e trasformati in risorse economicamente rilevanti; la loro disponibilità concentra capitale e potere nelle imprese dotate delle infrastrutture necessarie alla loro elaborazione; il valore generato si trasferisce dai soggetti e dai contesti in cui i dati sono prodotti verso chi li sfrutta; l’estrazione dei dati finisce così per condizionare comportamenti e relazioni sociali. Come noto, il consolidamento di tali poteri digitali ha indotto l’Unione europea a intervenire su più fronti per ridurre le asimmetrie e rafforzare le forme di controllo, secondo un’impostazione regolativa oggi oggetto di parziale revisione. Tuttavia, occorre ricordare che l’UE, in particolare tramite il Data Governance Act (DGA), ha promosso un modello differente da quello estrattivo, fondato sull’intermediazione dei dati. Per comprenderne la portata occorre allora chiarirne i tratti essenziali. L’intermediazione dei dati nel Data Governance Act Attraverso la regolamentazione dei servizi di intermediazione si intende affiancare al modello fondato sulla concentrazione dei dati presso i soggetti in grado di estrarne valore un diverso assetto, nel quale la loro condivisione è affidata a soggetti terzi (gli intermediari) chiamati a mettere in relazione i titolari dei dati, da un lato, e i potenziali utilizzatori (utenti dei dati), dall’altro. L’idea è quella di porre le condizioni affinché la circolazione dei dati possa avvenire in un contesto di maggiore fiducia e controllo da parte di coloro che mettono a disposizione i propri dati, personali e non. Per evitare che anche gli intermediari possano trasformarsi, a loro volta, in nuovi poteri digitali, sfruttando i dati acquisiti, la regolamentazione eurounitaria prevede specifici requisiti di neutralità rispetto all’utilizzazione dei dati intermediati e, più in generale, promuove una separazione tra intermediazione e utilizzo del dato. In questo modo, l’intermediario non può sfruttare i dati raccolti, fungendo invece da guardiano rispetto ai possibili usi fatti da terzi. Il modello qui brevemente descritto ha una serie di pregi. In primo luogo, consente di sopperire ad alcune carenze strutturali del mercato digitale, basti pensare ai limiti del consenso informato al trattamento dei dati personali. L’intermediazione garantisce che un soggetto neutrale verifichi che i dati siano trattati correttamente, senza sopravvalutare l’autodeterminazione informativa dei singoli, troppo spesso limitata o compromessa in un mercato sempre più rapido e caratterizzato da dark patterns. In secondo luogo, sul piano economico si garantisce che i dati siano valorizzati secondo modalità capaci di trattenere almeno una parte maggiore del valore generato all’interno dell’economia europea, anziché alimentare processi di accumulazione facenti capo a grandi operatori stabiliti al di fuori dell’Unione. Un modello collaborativo: le cooperative di dati Tra le forme di intermediazione previste dal DGA, particolare rilievo rivestono le cooperative di dati. Si tratta, invero, di un modello già emerso nella prassi prima dell’adozione del regolamento europeo, con esperienze sviluppatesi in settori molto diversi, dalle costruzioni alla telemedicina e ai trasporti (per un’analisi approfondita cfr. questo volume). Il tratto comune risiede nell’organizzazione della circolazione dei dati secondo una logica mutualistica: i dati possono essere condivisi tra i membri, utilizzati nell’interesse comune, messi a disposizione di altre cooperative o trasferiti a soggetti terzi. Il DGA recepisce tale fenomeno attraverso la nozione di «servizi di cooperative di dati», riferita ai servizi di intermediazione offerti da strutture costituite da interessati, imprese individuali o PMI che ne siano membri. La cooperativa di dati non identifica, dunque, una particolare categoria di soggetti o una specifica forma organizzativa: il regolamento definisce piuttosto i servizi di cooperative di dati, che possono essere offerti tramite diverse strutture organizzative. L’elemento qualificante è infatti soprattutto teleologico: tali strutture devono aiutare i membri nell’esercizio dei diritti relativi ai dati, consentire loro di confrontarsi sulle finalità e sulle condizioni del trattamento o negoziare collettivamente tali condizioni. La cooperativa introduce così nell’intermediazione una componente ulteriore rispetto alla semplice neutralità del terzo: organizza collettivamente gli interessi dei soggetti che detengono i dati, riequilibrando l’asimmetria che affligge il loro rapporto con gli utenti dei dati. Un esempio: WeCity Un esempio consente di comprendere meglio le potenzialità del modello. Emblematico è il caso di WeCity, società olandese che opera come fornitore di servizi di intermediazione e indicata, tra le attività esercitate, anche come fornitrice di servizi di cooperative di dati, come attestato in un recente report. WeCity opera prevalentemente nell’ambito delle smart cities, mettendo a disposizione una piattaforma attraverso cui amministrazioni e altri attori urbani possono reperire e scambiare dati e servizi. Il modello è significativamente decentrato: i dati rimangono presso la fonte e vengono resi accessibili in forma federata, mantenendo in capo al loro titolare il controllo su destinatari e finalità della condivisione. La piattaforma mira, inoltre, a integrare non soltanto dati comunali, ma anche quelli detenuti da imprese energetiche, operatori del trasporto pubblico e gestori del verde, affiancando all’intermediazione servizi quali registri dei sensori installati negli spazi pubblici, strumenti IoT e attività di armonizzazione dei dati. WeCity dichiara infatti di collaborare stabilmente con diverse amministrazioni nella realizzazione della città intelligente. Il caso mostra così come i servizi di cooperative di dati possano assumere una dimensione territoriale, organizzando la circolazione di risorse informative prodotte da una pluralità di attori locali e mettendole al servizio della gestione di interessi riferibili alla comunità. Dalle cooperative di dati all’amministrazione condivisa Il rilievo delle cooperative di dati nei rapporti con le amministrazioni non si esaurisce nella funzione di intermediazione tra cittadini che mettono a disposizione i propri dati e soggetti interessati a utilizzarli. Esperienze come quella appena descritta mostrano una possibilità ulteriore: i dati possono divenire una risorsa attorno alla quale organizzare forme di collaborazione tra amministrazioni, cittadini e altri attori del territorio per la cura di interessi riferibili alla comunità. È in questa prospettiva che il fenomeno delle cooperative di dati può essere maggiormente apprezzato se collocato all’interno del paradigma dell’amministrazione condivisa, fondato sul superamento del tradizionale rapporto</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/le-cooperative-di-dati-verso-unamministrazione-condivisa-digitale/">Le cooperative di dati: verso un’amministrazione condivisa “digitale”</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span class="s5">Secondo una </span><a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/03066150.2022.2069015" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">recente ricostruzione</span></a><span class="s5">, l’</span><span class="s5">estrattivismo</span><span class="s5"> si caratterizza per l’appropriazione di risorse, l’accumulazione del capitale e la concentrazione del potere, il trasferimento di ricchezza tra soggetti e territori e, infine, la capacità di incidere sulle forme di vita umane e non. </span><span class="s5">Tali elementi trovano una significativa proiezione nell’economia digitale: i dati prodotti dagli utenti vengono acquisiti e trasformati in risorse economicamente rilevanti; la loro disponibilità concentra capitale e potere nelle imprese dotate delle infrastrutture necessarie alla loro elaborazione; il valore generato si trasferisce dai soggetti e dai contesti in cui i dati sono prodotti verso chi li sfrutta; l’estrazione dei dati finisce così per condizionare comportamenti e relazioni sociali.<br />
</span><span class="s5">Come noto, il consolidamento di tali poteri digitali ha indotto l’Unione europea a intervenire su più fronti per ridurre le asimmetrie e rafforzare le forme di controllo, secondo un’impostazione regolativa oggi oggetto di </span><a href="https://www.diariodidirittopubblico.it/closing-the-innovation-gap-i-digital-omnibus-e-il-miraggio-delleffetto-bruxelles/" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">parziale revisione</span></a><span class="s5">. Tuttavia, occorre ricordare che l’UE, in particolare tramite il </span><em><span class="s7">Data Governance Act</span></em><span class="s5"> (<strong>DGA</strong>)</span><span class="s5">,</span><span class="s5"> ha promosso un modello differente da quello estrattivo, fondato sull’intermediazione dei dati. Per comprenderne la portata occorre allora chiarir</span><span class="s5">n</span><span class="s5">e i tratti essenziali.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;"><span class="s8">L’intermediazione dei dati nel D</span><span class="s8">ata Governance Act</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Attraverso la regolamentazione dei servizi di intermediazione si intende affiancare al modello fondato sulla concentrazione dei dati presso i soggetti in grado di estrarne valore un diverso assetto, nel quale la loro condivisione è affidata a soggetti terzi (gli intermediari) chiamati a mettere in relazione i </span><span class="s9">titolari</span><span class="s9"> dei dati, da un lato, e i potenziali utilizzatori</span><span class="s9"> (utenti dei dati)</span><span class="s9">, dall’altro.<br />
</span><span class="s9">L’idea è quella di </span><span class="s9">porre</span><span class="s9"> le condizioni </span><span class="s9">affinché la circolazione dei dati</span><span class="s9"> possa avvenire in un contesto di maggiore fiducia e controllo da parte di coloro che mettono a disposizione i propri dati, personali e non. Per evitare che anche gli intermediari possano trasformarsi, a loro volta, in nuovi poteri digitali, </span><span class="s9">sfruttando</span><span class="s9"> i dati acquisiti, la regolamentazione eurounitaria prevede specifici requisiti di neutralità rispetto all’utilizzazione dei dati intermediati e, più in generale, </span><span class="s9">promuove</span><span class="s9"> una separazione tra intermediazione e utilizzo del dato. In questo modo, l’intermediario non può sfruttare i dati </span><span class="s9">raccolti</span><span class="s9">, fungendo invece da guardiano rispetto ai possibili usi fatti da terzi. Il modello qui brevemente descritto ha una serie di pregi. In primo luogo, consente di sopperire ad alcune carenze strutturali del mercato digitale, basti pensare ai limiti del consenso informato al trattamento dei dati personali. </span><span class="s9">L</span><span class="s9">’intermediazione </span><span class="s9">garantisce che</span><span class="s9"> un soggetto </span><span class="s9">neutrale</span> <span class="s9">verifichi</span><span class="s9"> che i dati siano trattati correttamente, </span><span class="s9">senza </span><span class="s9">sopravvalutare </span><span class="s9">l’autodeterminazione informativa dei singoli, troppo spesso limitata o compromessa in un mercato sempre più rapido e caratterizzato da </span><em><span class="s4">dark patterns</span></em><span class="s9">. In secondo luogo, sul piano economico si garantisce che</span><span class="s9"> i dati</span> <span class="s9">siano valorizzati secondo modalità capaci di trattenere almeno una parte maggiore del valore generato all’interno dell’economia europea, anziché alimentare processi di accumulazione facenti capo a grandi operatori</span> <span class="s9">stabiliti al di fuori dell’Unione.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Un modello collaborativo: le cooperative di dati</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Tra le forme di intermediazione previste dal DGA, particolare rilievo rivestono le cooperative di dati. Si tratta, invero, di un modello già emerso nella prassi prima dell’adozione del regolamento europeo, con esperienze sviluppatesi in settori molto diversi, dalle costruzioni alla telemedicina e ai trasporti</span><span class="s9"> (per un’analisi approfondita cfr. </span><a href="https://site.unibo.it/cooperative-di-dati/it" target="_blank" rel="noopener"><span class="s10">questo volume</span></a><span class="s9">)</span><span class="s9">. Il tratto comune risiede nell’organizzazione della circolazione dei dati secondo una logica mutualistica: i dati possono essere condivisi tra i membri, utilizzati nell’interesse comune, messi a disposizione di altre cooperative o trasferiti a soggetti terzi. Il DGA recepisce tale fenomeno attraverso la nozione di «servizi di cooperative di dati», riferita ai servizi di intermediazione offerti da strutture costituite da interessati, imprese individuali o PMI che ne siano membri. </span><span class="s9">La cooperativa di dati non identifica, dunque, una particolare categoria di soggetti o una specifica forma organizzativa: il regolamento definisce piuttosto i servizi di cooperative di dati, che possono essere offerti tramite diverse strutture organizzative. </span><span class="s9">L’elemento qualificante è infatti soprattutto teleologico: tali strutture devono aiutare i membri nell’esercizio dei diritti relativi ai dati, consentire loro di confrontarsi sulle finalità e sulle condizioni del trattamento o negoziare collettivamente tali condizioni. La cooperativa introduce così nell’intermediazione una componente ulteriore rispetto alla semplice neutralità del terzo: organizza collettivamente gli interessi dei soggetti che detengono i dati, </span><span class="s9">riequilibrando l’asimmetria che affligge </span><span class="s9">il loro rapporto con gli </span><span class="s9">utenti dei dati.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;"><span class="s2">Un esempio</span><span class="s2">: </span><span class="s2">WeCity</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Un esempio consente di comprendere meglio le potenzialità del modello. Emblematico è il caso di </span><span class="s10"><a href="https://www.wecity.nl/nl" target="_blank" rel="noopener">WeCity</a></span><span class="s9">, società olandese </span><span class="s9">che opera</span><span class="s9"> come fornitore di servizi di intermediazione e indicata, tra le attività esercitate, anche come fornitrice di servizi di cooperative di dati</span><span class="s9">, come attestato in un </span><a href="https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/3a2a3e8b-edd1-11f0-8d3c-01aa75ed71a1/language-en" target="_blank" rel="noopener"><span class="s10">recente report</span></a><span class="s9">. </span><span class="s9">WeCity</span><span class="s9"> opera prevalentemente nell’ambito delle </span><em><span class="s4">smart cities</span></em><span class="s9">, mettendo a disposizione una piattaforma attraverso cui amministrazioni e altri attori urbani possono reperire e scambiare dati e servizi. Il modello è significativamente decentrato: i dati rimangono presso la fonte e vengono resi accessibili in forma federata, mantenendo in capo al loro titolare il controllo su destinatari e finalità della condivisione. La piattaforma mira</span><span class="s9">,</span><span class="s9"> inoltre</span><span class="s9">,</span><span class="s9"> a integrare non soltanto dati comunali, ma anche quelli detenuti da imprese energetiche, operatori del trasporto pubblico e gestori del verde, affiancando all’intermediazione servizi quali registri dei sensori installati negli spazi pubblici, strumenti IoT e attività di armonizzazione dei dati. </span><span class="s9">WeCity</span><span class="s9"> dichiara infatti di collaborare stabilmente con diverse </span><span class="s9">amministrazioni nella realizzazione della città intelligente. Il caso mostra così come i servizi di cooperative di dati possano assumere una dimensione territoriale, organizzando la circolazione di risorse informative prodotte da una pluralità di attori locali e mettendole al servizio della gestione di interessi riferibili alla comunità.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Dalle cooperative di dati all’amministrazione condivisa</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Il rilievo delle cooperative di dati nei rapporti con le amministrazioni non si esaurisce nella funzione di intermediazione tra cittadini che mettono a disposizione i propri dati e soggetti interessati a utilizzarli. Esperienze come quella appena descritta mostrano una possibilità ulteriore: i dati possono divenire una risorsa attorno alla quale organizzare forme di collaborazione tra amministrazioni, cittadini e altri attori del territorio per la cura di interessi riferibili alla comunità. È in questa prospettiva che il fenomeno delle cooperative di dati può essere maggiormente apprezzato se collocato all’interno del paradigma dell’amministrazione condivisa, fondato sul superamento del tradizionale rapporto bipolare tra amministrazione e amministrati e sulla valorizzazione, ai sensi dell’art. 118, co. 4, Cost., dell’autonoma iniziativa dei cittadini nello svolgimento di attività di interesse generale. </span><span class="s9">Come noto</span><span class="s9">, la Corte costituzionale, nella </span><span class="s9">ormai celebre </span><span class="s9">sentenza n. 131 del 2020, ha riconosciuto nel principio di sussidiarietà orizzontale il fondamento di un ambito di organizzazione delle «libertà sociali» «non riconducibile né allo Stato, né al mercato», ma fondato su relazioni di solidarietà. Pur nella diversità dei contesti, una tensione analoga sembra emergere nelle cooperative di dati: esse possono rappresentare una “terza via” rispetto tanto alla concentrazione delle risorse informative presso grandi operatori privati quanto alla loro gestione esclusivamente pubblica, entrambe suscettibili di tradursi in forme di potere digitale. La dimensione cooperativa valorizza invece forme collaborative di governo dei dati, trasformandoli da </span><span class="s4">asset</span><span class="s9"> da estrarre in risorsa condivisa a beneficio della comunità. </span><span class="s9">La riconducibilità delle cooperative di dati all’amministrazione condivisa emerge anche da un lessico comune. Emblematica è la «fiducia», posta dal DGA alla base dei rapporti tra titolari e utenti dei dati e, nell’amministrazione condivisa, tra i principi fondamentali della gestione dei beni comuni, sino a figurare nell’art. 3 del </span><a href="https://www.labsus.org/i-regolamenti-per-lamministrazione-condivisa-dei-beni-comuni/prototipo-di-regolamento-labsus/" target="_blank" rel="noopener"><span class="s10">prototipo di regolamento </span><span class="s10">Labsus</span></a><span class="s9">.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;"><span class="s2">Le</span><span class="s2"> cooperative di dati</span><span class="s2"> dalla teoria alla pratica</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Le potenzialità descritte non devono tuttavia nascondere le difficoltà del modello. Le cooperative di dati devono sostenere costi tecnologici, organizzativi e di </span><span class="s4">compliance</span><span class="s9">, mentre la costruzione di flussi di ricavo sufficienti può risultare difficile, soprattutto quando il valore prodotto è collettivo. Non sorprende che alcune esperienze abbiano incontrato problemi di sostenibilità: emblematico è il caso di </span><span class="s9">Polypoly</span><span class="s9">, società spesso richiamata tra le </span><em><span class="s4">data </span><span class="s4">cooperative</span><span class="s4">s</span></em><span class="s9">, assoggettata nel 2023 a procedura di insolvenza. A ciò si aggiunge l</span><span class="s9">’ancora </span><span class="s9">limitata diffusione, nel quadro del DGA, </span><span class="s9">di </span><span class="s9">servizi di cooperative di dati. Queste difficoltà non impongono però di abbandonare il modello</span><span class="s9">. A</span><span class="s9"> questo riguardo può essere utile riferirsi all’esperienza del</span><span class="s9">l’amministrazione </span><span class="s9">condivisa dei beni comuni: le prime esperienze incontravano incertezze su responsabilità, assicurazioni, procedure e rapporti con gli uffici, cui si è risposto attraverso una prassi che</span><span class="s9">,</span><span class="s9"> partendo da</span><span class="s9">l</span><span class="s9"> prototipo d</span><span class="s9">el</span><span class="s9"> regolamento e </span><span class="s9">dei</span><span class="s9"> patti di collaborazione</span><span class="s9">,</span> <span class="s9">h</span><span class="s9">a </span><span class="s9">poi</span><span class="s9"> affinato il metodo collaborativo. La diffusione di tali strumenti mostra che sperimentazione locale e apprendimento istituzionale procedono insieme</span><span class="s9">, </span><span class="s9">portando a sistemi di amministrazione pienamente sostenibili</span><span class="s9">.<br />
</span><span class="s9">Inoltre, proprio le metodologie sviluppate nella gestione condivisa dei beni comuni possono rappresentare un riferimento per trovare applicazioni utili </span><span class="s9">a</span><span class="s9">l modello della cooperativa di dati. </span><span class="s9">In questa prospettiva, le cooperative di dati possono essere lette non come un modello compiuto, ma come un laboratorio aperto di governo collaborativo delle risorse digitali</span><span class="s9">, un nuovo ambito digitale in cui può </span><span class="s9">trovare nuova realizzazione</span><span class="s9"> il</span><span class="s9"> modello</span><span class="s9"> dell’amministrazione condivisa.</span></p>
<p><em>Simone Franca è ricercatore (RTD-A) presso la Facoltà di Giurisprudenza dell&#8217;Università di Trento</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li style="text-align: justify;"><a href="https://www.labsus.org/2026/03/la-collaborazione-digitale-nella-tutela-del-patrimonio-culturale/" target="_blank" rel="noopener">La collaborazione digitale nella tutela del patrimonio culturale</a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="https://www.labsus.org/2023/05/la-difesa-dei-lavoratori-digitali-passa-per-lamministrazione-condivisa/" target="_blank" rel="noopener">La difesa dei lavoratori digitali passa per l’Amministrazione condivisa</a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="https://www.labsus.org/2022/10/le-comunita-energetiche-la-risposta-locale-agli-stravolgimenti-generati-dalla-globalizzazione/" target="_blank" rel="noopener">Le comunità energetiche la risposta locale agli stravolgimenti generati dalla globalizzazione</a></li>
</ul>
<p><em>Immagine di copertina: Markus Spiske su Unsplash</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/le-cooperative-di-dati-verso-unamministrazione-condivisa-digitale/">Le cooperative di dati: verso un’amministrazione condivisa “digitale”</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Corso di Perfezionamento in Co-progettazione e Amministrazione condivisa</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/corso-di-perfezionamento-in-co-progettazione-e-amministrazione-condivisa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Labsus]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 06:50:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[corso di perfezionamento]]></category>
		<category><![CDATA[facoltà di giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[università di Pisa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89721</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per l’anno accademico 2026/2027 è attivato presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell&#8217;Università di Pisa il Corso di perfezionamento in “Co-progettazione, Terzo Settore e Welfare partecipativo. Metodi e tecniche di amministrazione condivisa”, con inizio il 13 ottobre 2026. Il percorso formativo è rivolto congiuntamente agli attori della sfera pubblica, degli Enti del Terzo settore, così come della cooperazione sociale, o delle imprese a vocazione sociale o benefit. La domanda di ammissione deve essere presentata, pena l’esclusione, entro le ore 23:59 del 30/09/2026 a bandi@jus.unipi.it. Per maggiori informazioni: BANDO CORSO PERFEZIONAMENTO TERZO SETTORE 2026. Immagine di copertina: Dipartimento di Giurisprudenza, Università di Pisa</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/corso-di-perfezionamento-in-co-progettazione-e-amministrazione-condivisa/">Corso di Perfezionamento in Co-progettazione e Amministrazione condivisa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per l’anno accademico 2026/2027 è attivato presso il <strong>Dipartimento di Giurisprudenza dell&#8217;Università di Pisa</strong> il <a href="https://www.jus.unipi.it/2026/07/09/bando-per-lammissione-al-corso-di-perfezionamento-in-co-progettazione-terzo-settore-e-welfare-partecipativo-metodi-e-tecniche-di-amministrazione-condivisa-a-a-2026-2027/" target="_blank" rel="noopener">Corso di perfezionamento in “Co-progettazione, Terzo Settore e Welfare partecipativo. Metodi e tecniche di amministrazione condivisa”</a>, con inizio il 13 ottobre 2026.</p>
<p style="text-align: justify;">Il percorso formativo è rivolto congiuntamente agli attori della sfera pubblica, degli Enti del Terzo settore, così come della cooperazione sociale, o delle imprese a vocazione sociale o benefit.</p>
<p style="text-align: justify;">La domanda di ammissione deve essere presentata, pena l’esclusione, <strong>entro le ore 23:59 del 30/09/2026 </strong>a <strong>bandi@jus.unipi.it</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per maggiori informazioni: <strong><a href="https://alboufficiale.unipi.it/wp-content/uploads/2026/07/BANDO-CORSO-PERFEZIONAMENTO-TERZO-SETTORE-2026.pdf" target="_blank" rel="noopener">BANDO CORSO PERFEZIONAMENTO TERZO SETTORE 2026</a>.</strong></p>
<p><em>Immagine di copertina: Dipartimento di Giurisprudenza, Università di Pisa</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/corso-di-perfezionamento-in-co-progettazione-e-amministrazione-condivisa/">Corso di Perfezionamento in Co-progettazione e Amministrazione condivisa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
