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	<title>Labsus</title>
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	<title>Labsus</title>
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		<title>La città è di tutti</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/10/la-citta-e-di-tutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Pellegrino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 12:35:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[città ]]></category>
		<category><![CDATA[cura condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[rigenerare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poco più di duecento pagine, capitoli brevi, una prosa limpida che tradisce il mestiere dell&#8217;editorialista navigata. È la prima, piccola ironia che il volume stesso sembra riconoscere: per parlare di gratuità bisogna prima farsi accessibili e scrivere in modo che chiunque possa entrare nel discorso senza pagare il pedaggio del gergo accademico. Elena Granata, che insegna Urbanistica al Politecnico di Milano, lo sa fare da anni e lo rifà qui con una certa misura, dosando i toni per raggiungere un pubblico vasto. Vivere insieme è una questione di cura condivisa Il nucleo poggia su una convinzione che l&#8217;autrice colloca all&#8217;inizio come un manifesto: «la città è immeritata, e in questo sta la sua bellezza; ci ricorda che vivere insieme non è una questione di merito, ma di cura condivisa. è un patto che va rinnovato a ogni generazione». Un&#8217;affermazione che pare quasi ovvia, finché non si comincia a guardare fuori dalla finestra con lo sguardo suggerito dal testo. Allora ci si accorge che sedersi all&#8217;ombra, bere a una fontana o lasciare che i bambini giochino liberamente in un cortile sono diventati gesti rari, residuali, dentro metropoli che hanno imparato a monetizzare ogni sosta e ogni metro quadro. Una città che ha smesso di pensarsi come bene comune Si parte da un inventario minuto di ciò che un tempo era gratuito e oggi non lo è più — a partire da quelle panchine che un tempo rappresentavano il presidio elementare della socialità e della sosta gratuita, e che oggi tendono a sparire o a essere progettate per impedire il riposo prolungato — per arrivare alla domanda centrale: di chi è la città quando smette di essere pubblica e diventa un prodotto da vendere a chi può permetterselo? È un procedimento che Granata ripete più volte nel corso del libro, quasi un metodo: partire dal dettaglio minuscolo, dall&#8217;oggetto di arredo urbano che nessuno nota più, per risalire fino alla domanda politica che quel dettaglio porta con sé. Ogni oggetto diventa indizio di una trasformazione più ampia, quella di una città che ha smesso di pensarsi come bene comune per diventare superficie di rendita. Un&#8217;altra grammatica urbana La forza del volume sta nella capacità di tenere insieme la denuncia e la proposta senza scivolare nella lamentela sterile. Granata non si limita a elencare i guasti — la gentrificazione dei centri storici, l&#8217;espulsione dell&#8217;infanzia dagli spazi aperti, le periferie abbandonate alla logica del profitto e della rendita — ma prova a tracciare i contorni di un&#8217;altra grammatica urbana. Parla di pratiche di condivisione, di usi diversi del tempo libero, di luoghi in cui il valore non coincide necessariamente con il prezzo di mercato. È un ottimismo misurato, che non scade mai nell&#8217;utopia lontana perché rimane incarnata nelle esperienze concrete di chi già ha sperimentato strade alternative, impreviste, mai prima immaginate da altri. «In questo scenario rischiamo di diventare tutti abitanti scontenti delle città dove risediamo e turisti felici nelle città degli altri.» Tra le tante battute taglienti del libro, questa restituisce bene il paradosso della contemporaneità urbana: viaggiamo per cercare altrove la qualità dello spazio pubblico che non riusciamo più a pretendere a casa nostra, e torniamo convinti che il problema sia la nostra città in particolare, non un modello che si sta ripetendo, identico, da Lisbona a Seul. «Città non si nasce, si diventa» C&#8217;è poi un aspetto che merita attenzione, ed è forse la cifra più originale del percorso: la crisi dello spazio pubblico viene trattata come una questione radicale di diritti e di cittadinanza, prima ancora che di urbanistica in senso stretto. Granata apre l&#8217;accesso a un dibattito che di solito resta blindato tra tecnici e assessori, e lo fa portando dentro la discussione temi che appartengono anche alla pedagogia e alla sociologia, oltre che al disegno urbano: l&#8217;infanzia come apprendistato alla cittadinanza, il corpo come prima misura dello spazio, la fiducia reciproca come materiale da costruzione tanto quanto il cemento. Con la forza nota della sua penna, ricorda ai lettori che la responsabilità di tenere viva una città è un fatto collettivo e quotidiano, non più delegabile solo alla politica. «Città non si nasce, si diventa», scrive verso la fine, ribaltando il senso comune e restituendo all&#8217;abitare una dimensione attiva, da riconquistare giorno per giorno nei luoghi che frequentiamo. Rigenerare per chi? Resta, sullo sfondo, una domanda che il libro solleva più di quanto non risolva: quanto può bastare il richiamo alla cura condivisa, per quanto ben argomentato, di fronte a interessi immobiliari che muovono cifre incomparabilmente più grandi di qualunque buona volontà civica? Granata, ben consapevole del problema, lo attraversa con lo strumento della narrazione che, come ha fatto notare Paolo Bovio nell&#8217;episodio del podcast &#8220;Città&#8221; in cui l&#8217;autrice ha presentato il volume, ha dato vita a un&#8217;opera profondamente politica, quasi un vero e proprio manifesto che andrebbe messo tra le mani degli amministratori locali. Non ridefinirà la teoria urbanistica contemporanea in un giorno, ma ha il merito di rimettere al centro una domanda che la retorica della rigenerazione ha quasi sempre eluso: rigenerare per chi? E forse è proprio in questa domanda, più che in una risposta definitiva, che il libro trova la sua ragione d&#8217;essere più vera. Perché il vero lascito di questo lavoro è un modo diverso di guardare la panchina sotto casa, il cortile chiuso, i divieti di giocare a pallone e la fontana del villaggio: imparare a vedere, in quei dettagli trascurati, il confine sempre mobile tra ciò che è ancora di tutti e ciò che qualcuno, nel frattempo, ha già cominciato a vendere. Immagine di copertina: neufal54 su Pixabay</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/10/la-citta-e-di-tutti/">La città è di tutti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Poco più di duecento pagine, capitoli brevi, una prosa limpida che tradisce il mestiere dell&#8217;editorialista navigata. È la prima, piccola ironia che il volume stesso sembra riconoscere: per parlare di gratuità bisogna prima farsi accessibili e scrivere in modo che chiunque possa entrare nel discorso senza pagare il pedaggio del gergo accademico. Elena Granata, che insegna Urbanistica al Politecnico di Milano, lo sa fare da anni e lo rifà qui con una certa misura, dosando i toni per raggiungere un pubblico vasto.</p>
<h4>Vivere insieme è una questione di cura condivisa</h4>
<p style="text-align: justify;">Il nucleo poggia su una convinzione che l&#8217;autrice colloca all&#8217;inizio come un manifesto: «la città è immeritata, e in questo sta la sua bellezza; ci ricorda che vivere insieme non è una questione di merito, ma di cura condivisa. è un patto che va rinnovato a ogni generazione». Un&#8217;affermazione che pare quasi ovvia, finché non si comincia a guardare fuori dalla finestra con lo sguardo suggerito dal testo. Allora ci si accorge che sedersi all&#8217;ombra, bere a una fontana o lasciare che i bambini giochino liberamente in un cortile sono diventati gesti rari, residuali, dentro metropoli che hanno imparato a monetizzare ogni sosta e ogni metro quadro.</p>
<div id="attachment_89830" style="width: 509px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89830" class="wp-image-89830 size-full" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine1.png" alt="" width="499" height="244" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine1.png 499w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine1-300x147.png 300w" sizes="(max-width: 499px) 100vw, 499px" /><p id="caption-attachment-89830" class="wp-caption-text"><strong>Figura 1</strong>: <em>Cartello di divieto</em>, Roma. Fonte: Mattia Pellegrino, 2026</p></div>
<h4>Una città che ha smesso di pensarsi come bene comune</h4>
<p style="text-align: justify;">Si parte da un inventario minuto di ciò che un tempo era gratuito e oggi non lo è più — a partire da quelle panchine che un tempo rappresentavano il presidio elementare della socialità e della sosta gratuita, e che oggi tendono a sparire o a essere progettate per impedire il riposo prolungato — per arrivare alla domanda centrale: <em>di chi è la città quando smette di essere pubblica e diventa un prodotto da vendere a chi può permetterselo?</em> È un procedimento che Granata ripete più volte nel corso del libro, quasi un metodo: partire dal dettaglio minuscolo, dall&#8217;oggetto di arredo urbano che nessuno nota più, per risalire fino alla domanda politica che quel dettaglio porta con sé. Ogni oggetto diventa indizio di una trasformazione più ampia, quella di una città che ha smesso di pensarsi come bene comune per diventare superficie di rendita.</p>
<div id="attachment_89832" style="width: 950px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89832" class="size-full wp-image-89832" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2.png" alt="" width="940" height="310" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2.png 940w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2-300x99.png 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2-768x253.png 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2-810x267.png 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/10/Immagine2-600x198.png 600w" sizes="(max-width: 940px) 100vw, 940px" /><p id="caption-attachment-89832" class="wp-caption-text"><strong>Figura 2</strong>: Piazza dei Cinquecento, Roma. Fonte: Emanuele Fatteri, 2026</p></div>
<h4>Un&#8217;altra grammatica urbana</h4>
<p style="text-align: justify;">La forza del volume sta nella capacità di tenere insieme la denuncia e la proposta senza scivolare nella lamentela sterile. Granata non si limita a elencare i guasti — la gentrificazione dei centri storici, l&#8217;espulsione dell&#8217;infanzia dagli spazi aperti, le periferie abbandonate alla logica del profitto e della rendita — ma prova a tracciare i contorni di un&#8217;altra grammatica urbana. Parla di pratiche di condivisione, di usi diversi del tempo libero, di luoghi in cui il valore non coincide necessariamente con il prezzo di mercato. È un ottimismo misurato, che non scade mai nell&#8217;utopia lontana perché rimane incarnata nelle esperienze concrete di chi già ha sperimentato strade alternative, impreviste, mai prima immaginate da altri.<br />
«In questo scenario rischiamo di diventare tutti abitanti scontenti delle città dove risediamo e turisti felici nelle città degli altri.» Tra le tante battute taglienti del libro, questa restituisce bene il paradosso della contemporaneità urbana: viaggiamo per cercare altrove la qualità dello spazio pubblico che non riusciamo più a pretendere a casa nostra, e torniamo convinti che il problema sia la nostra città in particolare, non un modello che si sta ripetendo, identico, da Lisbona a Seul.</p>
<h4>«Città non si nasce, si diventa»</h4>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è poi un aspetto che merita attenzione, ed è forse la cifra più originale del percorso: la crisi dello spazio pubblico viene trattata come una questione radicale di diritti e di cittadinanza, prima ancora che di urbanistica in senso stretto. Granata apre l&#8217;accesso a un dibattito che di solito resta blindato tra tecnici e assessori, e lo fa portando dentro la discussione temi che appartengono anche alla pedagogia e alla sociologia, oltre che al disegno urbano: l&#8217;infanzia come apprendistato alla cittadinanza, il corpo come prima misura dello spazio, la fiducia reciproca come materiale da costruzione tanto quanto il cemento. Con la forza nota della sua penna, ricorda ai lettori che la responsabilità di tenere viva una città è un fatto collettivo e quotidiano, non più delegabile solo alla politica. «Città non si nasce, si diventa», scrive verso la fine, ribaltando il senso comune e restituendo all&#8217;abitare una dimensione attiva, da riconquistare giorno per giorno nei luoghi che frequentiamo.</p>
<h4>Rigenerare <em>per chi</em>?</h4>
<p style="text-align: justify;">Resta, sullo sfondo, una domanda che il libro solleva più di quanto non risolva: quanto può bastare il richiamo alla cura condivisa, per quanto ben argomentato, di fronte a interessi immobiliari che muovono cifre incomparabilmente più grandi di qualunque buona volontà civica? Granata, ben consapevole del problema, lo attraversa con lo strumento della narrazione che, come ha fatto notare Paolo Bovio nell&#8217;episodio del podcast &#8220;Città&#8221; in cui l&#8217;autrice ha presentato il volume, ha dato vita a un&#8217;opera profondamente politica, quasi un vero e proprio manifesto che andrebbe messo tra le mani degli amministratori locali. Non ridefinirà la teoria urbanistica contemporanea in un giorno, ma ha il merito di rimettere al centro una domanda che la retorica della rigenerazione ha quasi sempre eluso: rigenerare <em>per chi?<br />
</em>E forse è proprio in questa domanda, più che in una risposta definitiva, che il libro trova la sua ragione d&#8217;essere più vera. Perché il vero lascito di questo lavoro è un modo diverso di guardare la panchina sotto casa, il cortile chiuso, i divieti di giocare a pallone e la fontana del villaggio: imparare a vedere, in quei dettagli trascurati, il confine sempre mobile tra ciò che è ancora di tutti e ciò che qualcuno, nel frattempo, ha già cominciato a vendere.</p>
<p><em>Immagine di copertina: neufal54 su Pixabay</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/10/la-citta-e-di-tutti/">La città è di tutti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Diritto alla riparazione: da tutela del consumatore a motore di cambiamento?</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/10/diritto_alla_riparazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonella Maiello, Anna D'Agostino e Candida Leone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 06:29:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[centro riuso e riparazione]]></category>
		<category><![CDATA[ecosostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Laboratorio Beni Comuni]]></category>
		<category><![CDATA[pratiche di riuso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riparare è di tendenza, anche se non una pratica routinaria e quotidiana. Quanti di noi hanno il tempo di riparare o vogliono prendersi il tempo per imparare a farlo? Eppure, sono sempre crescenti le iniziative locali e della cittadinanza che, per ridurre la produzione di rifiuti e contrastare l’obsolescenza programmata e psicologica, promuovono la riparazione. Progetti come Repair Café e RestartParty vedono volontari impegnati nella condivisione di tecniche e conoscenze destinate alla cura, manutenzione e recupero di prodotti di consumo giornaliero, dal tessile all’elettronico, valorizzando competenze che sembravano smarrite nell’arco delle ultime generazioni. Grazie al movimento internazionale per il diritto alla riparazione, questa ha intercettato negli ultimi anni sia gli ambiti culturali e tradizionali delle comunità e dei luoghi, che l’innovazione e il design della grande produzione industriale. Ci sono voluti circa trent’anni dall’inizio delle prime pratiche di obsolescenza programmata introdotte dalle grandi imprese americane (e.g., Ford a General Electric), sin dagli anni Venti del secolo scorso (Perzanowski, 2022), prima che gruppi di cittadini si organizzassero, a partire dagli anni Cinquanta, imparando innanzitutto a riconoscere gli ostacoli posti alla riparazione sin dal disegno del prodotto per contrastarli. Ci sono voluti molti più anni, una crisi ecologica globale (ancora sottovalutata), prima che l’Unione Europea adottasse una direttiva per promuovere il diritto alla riparazione nel 2024. In questo editoriale discutiamo le potenzialità trasformative, a partire dalla Direttiva Europea 2024/1799, ragionando sulle possibilità di una concezione collettiva, piuttosto che privatistica, del diritto a riparare, che impari dalla teoria e dalla pratica di un altro ambito di sperimentazione sociale, quale quello del diritto alla città e della città come bene comune. In particolare, ci interessa esplorare un diritto collettivo a riparare, concepito sia in direzione verticale che nei rapporti orizzontali, da un lato potenziale strumento per superare alcuni degli ostacoli alla realizzazione individuale dello stesso diritto e, dall’altro, fattore propulsore dell’istituzionalizzazione delle pratiche collettive di recupero dello spazio urbano, come bene comune. La riparazione come diritto: da norma di consumo sostenibile a pratica sociale Il diritto alla riparazione introdotto dalla Direttiva 2024/1799 completa il diritto che già da tempo tutela il consumatore che, durante il periodo di garanzia legale, incorra in vizi di conformità nel bene acquistato. Dal 31 luglio 2026, per le categorie di prodotti cui si applicano (o meglio applicheranno) i requisiti di riparabilità, i consumatori godono dello stesso diritto alla riparazione a un “prezzo ragionevole” anche fuori garanzia legale (Art. 5, parr. 2 e 4). La Direttiva va letta insieme al Regolamento Ecodesign 2024/1781, che autorizza l’adozione di standard obbligatori di riparabilità: più semplice disassemblaggio, accesso a documentazione, strumenti e pezzi di ricambio. Il diritto alla riparazione va quindi visto al di fuori di una logica prettamente contrattuale e consumeristica: i suoi benefici si estendono anche ai riparatori indipendenti. Nel regolare il design industriale e aprire l’accesso ai materiali e conoscenze necessari per la riparazione, spesso di proprietà esclusiva del produttore, troviamo il primo tentativo di rivendicare la riparazione come un patrimonio comune che possa essere usato a beneficio di comunità locali, riparatori indipendenti ed economia locale, nonché per la reale riduzione dei consumi. Questo è stato già da tempo l’obiettivo di diverse iniziative che dalla Toscana al Trentino, dalla Lombardia alla Sicilia, vedono volontari condividere know-how e tempo per riparare insieme a chi porta un oggetto che non funziona più. Queste iniziative riportano nello spazio pubblico un sapere e competenze che si pensavano “in via d’estinzione”, ma anche una forma di socializzazione che sembrava altrettanto obsoleta. Non solo Repair Café, ma laboratori di &#8220;Smonting&#8220;, officine di riparazione che supportano la riparazione Do-It-Yourself.  Queste iniziative talvolta collaborano anche con altri progetti sul territorio come le “biblioteche degli oggetti” (Library of Things), spazi dove, come in una biblioteca, è possibile prendere in prestito degli strumenti di lavoro e utensili che altrimenti si acquisterebbero. Insieme, queste iniziative ci portano a ripensare la città come uno spazio in cui il cittadino possa essere tale, e non solo consumatore o turista. La domanda che ci poniamo è se sia possibile una pianificazione urbana che abbracci la logica della riparazione, non solo come pratica circolare, di riduzione di rifiuti, ma come azione politica che abbia come effetto il riscatto dello spazio pubblico come terreno di apprendimento collettivo e supporto ad un modello di produzione e consumo non votato al profitto ma piuttosto al bisogno e alla condivisione, che già esiste ma rimane per ora una nicchia. Dalla riparazione dei beni di consumo alla riparazione della città come bene comune Questa domanda inserisce il diritto alla riparazione all’interno di un dibattito noto ai lettori di Labsus: quello dei beni comuni. Quello che ci interessa esplorare in questa sede è, innanzitutto, se sia possibile concepire la riparazione come common e, in secondo luogo, cosa implichi questa concezione per il modo in cui possiamo pensare al riparare. In questo senso, la caratterizzazione potrebbe sembrare inconsueta a chi associ l’idea di bene comune a beni materiali facilmente visualizzabili come fiumi e foreste. Il discorso sui beni comuni, tuttavia, si è da tempo espanso per includere infrastrutture materiali e immateriali, come ad esempio le conoscenze tradizionali. Secondo la definizione della Commissione Rodotà, beni comuni sono oggetti funzionali all’attuazione di diritti fondamentali, molti dei quali – come quelli civili – hanno una natura necessariamente collettiva. Come ci fa notare Maria Rosaria Marella, tra questi rientrano la conoscenza &#8211; che include saperi formali e informali (taciti e diffusi come le competenze manuali) &#8211; e lo spazio urbano. Con il suo Le droit à la ville del 1968, Henry Lefebvre non solo ha fatto luce sul dominio degli interessi corporativi e delle logiche di mercato nel governo dello spazio pubblico urbano, ispirando movimenti sociali e attivismo locale, ma ha proposto una nuova concezione di diritto, con implicazioni che vanno al di là della città in senso stretto. Il diritto alla città introduce una dimensione collettiva e plurale del diritto che integra multiple dimensioni normative e pratiche dell’abitare, configurandosi come un “super-diritto” nelle parole del filosofo francese. Queste includono: diritto alla diversità, libertà individuale nella socializzazione; diritto all’opera, ovvero alla partecipazione attiva, tanto ai processi decisionali quanto ai processi di trasformazione/manutenzione fisica del bene comune; e, molto importante, diritto alla fruizione, ossia</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/10/diritto_alla_riparazione/">Diritto alla riparazione: da tutela del consumatore a motore di cambiamento?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span class="s4">Riparare è di tendenza, anche</span><span class="s4"> se </span><span class="s4">non </span><span class="s4">una pratica </span><span class="s4">routinaria</span><span class="s4"> e </span><span class="s4">quotidiana.</span> <span class="s4">Quanti di noi hanno </span><span class="s4">il tempo di </span><span class="s4">riparare</span> <span class="s4">o </span><span class="s4">vogliono prendersi il tempo </span><span class="s4">per</span> <span class="s4">imparare a </span><span class="s4">farlo? </span><span class="s4">Eppure, </span><span class="s4">sono sempre crescenti le iniziative locali e della cittadinanza che</span><span class="s4">, per ridurre la produzione di rifiuti e contrastare l’obsolescenza programmata e psicologica,</span><span class="s4"> promuovono la riparazione</span><span class="s4">. Progetti come </span><a href="https://www.repaircafe.org/en/cafe/?members_search=Italia%20\t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">Repair</span><span class="s6"> Café</span></a><span class="s7"> e </span><a href="https://therestartproject.org/" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">Restart</span><span class="s6">Party</span></a><span class="s7"> vedono volontari impegnati nel</span><span class="s4">la</span> <span class="s4">condivisione di</span><span class="s4"> tecniche </span><span class="s4">e conoscenze destinate</span> <span class="s4">al</span><span class="s4">l</span><span class="s4">a cura, manutenzione e recupero </span><span class="s4">di prodotti di consumo giornaliero, dal tessile all’elettronico</span><span class="s4">, valorizzando </span><span class="s4">co</span><span class="s4">mpetenze</span><span class="s4"> che sembravano smarrite nell’arco delle ultime generazioni</span><span class="s4">.</span> <span class="s4">Grazie al movimento internazionale per il diritto alla riparazione, questa </span><span class="s4">ha </span><span class="s4">intercetta</span><span class="s4">to</span> <span class="s4">negli ultimi anni </span><span class="s4">sia gli ambiti culturali</span><span class="s4"> e tradizionali delle comunità</span><span class="s4"> e dei luoghi</span><span class="s4">,</span><span class="s4"> che l’innovazione</span><span class="s4"> e il design della grande produzione industriale.<br />
</span><span class="s4">Ci sono voluti circa trent’anni </span><span class="s4">dall’inizio delle </span><span class="s4">prime </span><span class="s4">pratiche di obsolescenza programmata </span><span class="s4">introdotte dall</span><span class="s4">e grandi imprese americane</span><span class="s4"> (e.g., </span><em><span class="s9">Ford</span><span class="s4"> a </span><span class="s9">General Ele</span><span class="s9">c</span><span class="s9">tric</span></em><span class="s9">)</span><span class="s4">,</span><span class="s4"> sin dagli anni Venti </span><span class="s4">del secolo scorso</span><span class="s4"> (</span><span class="s4">Perzanowski, 202</span><span class="s4">2</span><span class="s4">)</span><span class="s4">, prima che gruppi di </span><span class="s4">cittadini</span><span class="s4"> si organizzassero, a partire dagli anni </span><span class="s4">Cinquanta,</span> imparando innanzitutto<span class="s4"> a riconoscere</span> <span class="s4">gli ostacoli posti </span><span class="s4">alla riparazione sin dal disegno del prodotto </span><span class="s4">per </span><span class="s4">contrastarli</span><span class="s4">. </span><span class="s4">Ci sono voluti molti più anni,</span><span class="s4"> una crisi ecologica globale</span> <span class="s4">(</span><span class="s4">ancora</span><span class="s4"> sottovalutata)</span><span class="s4">, prima </span><span class="s4">che </span><span class="s4">l’Unione Europea</span> <span class="s4">ad</span><span class="s4">ottasse</span><span class="s4"> una </span><span class="s4">d</span><span class="s4">irettiva </span><span class="s4">per promuovere il diritto alla riparazione</span> <span class="s4">nel 2024.<br />
</span><span class="s4">In questo editoriale </span><span class="s4">discutiamo le potenzialità </span><span class="s4">trasformative</span><span class="s4">, a partire dalla Direttiva Europea</span><span class="s4"> 2024/1799</span><span class="s4">, </span><span class="s4">ragionando sulle possibilità </span><span class="s4">di</span> <span class="s4">una concezione collettiva, piuttosto che privatist</span><span class="s4">ic</span><span class="s4">a, del diritto a riparare</span><span class="s4">, che impari dalla teoria e dalla pratica d</span><span class="s4">i un altro ambito di sperimentazione sociale</span><span class="s4">, quale quello del diritto alla città e della città come bene comune</span><span class="s4">.<br />
</span><span class="s4">In particolare,</span><span class="s4"> ci interessa esplorare</span><span class="s4"> un </span><em><span class="s9">diritto collettivo a riparare</span></em><span class="s4">, concepito sia in direzione verticale che nei rapporti orizzontali, </span><span class="s4">da un lato</span><span class="s4"> potenziale strumento per superare alcuni de</span><span class="s4">gli </span><span class="s4">ostacoli alla realizzazione individuale </span><span class="s4">dello stesso diritto</span><span class="s4"> e</span><span class="s4">,</span> <span class="s4">dall’altro,</span><span class="s4"> fattore propulsore</span> <span class="s4">dell’istituzionalizzazione</span> <span class="s4">del</span><span class="s4">le pratiche collettive di</span><span class="s4"> recupero dello spazio urbano, come bene comune</span><span class="s4">.</span></p>
<h4 class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s10">La riparazione come diritto</span><span class="s10">: da norma di consumo sostenibile a pratica sociale</span></h4>
<p class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s4">Il diritto alla riparazione introdotto dalla Direttiva 2024/1799 completa </span><span class="s4">il </span><span class="s4">diritto </span><span class="s4">che già da tempo tutela </span><span class="s4">il consumatore che</span><span class="s4">, du</span><span class="s4">r</span><span class="s4">ante il periodo di garanzia legale,</span> <span class="s4">incorra in </span><span class="s4">vizi di conformità nel bene acquistato. Dal 31 luglio 2026, per </span><span class="s4">le </span><span class="s4">categorie di prodotti</span><span class="s4"> cui</span><span class="s4"> si </span><span class="s4">applicano</span><span class="s4"> (o meg</span><span class="s4">l</span><span class="s4">io applicheranno)</span> <span class="s4">i </span><span class="s4">requisiti di r</span><span class="s4">ipa</span><span class="s4">rabilità,</span><span class="s4"> i </span><span class="s4">consumatori</span><span class="s4"> godono dello stesso diritto </span><span class="s4">alla riparazione a un “prezzo ragionevole” </span><span class="s4">anche </span><span class="s4">fuori</span> <span class="s4">garanzia legale</span> <span class="s4">(Art. 5</span><span class="s4">, parr. 2 e 4</span><span class="s4">)</span><span class="s4">.<br />
</span><span class="s4">La Direttiva va letta insieme al Regolamento</span><span class="s4"> Ecodesign</span> <span class="s4">2024/1781</span><span class="s4">, che </span><span class="s4">autorizza l’adozione di </span><span class="s4">standard </span><span class="s4">obbligatori di riparabilità</span><span class="s4">: </span><span class="s4">pi</span><span class="s4">ù </span><span class="s4">semplice </span><em><span class="s9">disassemblaggio</span></em><span class="s4">, </span><span class="s4">accesso </span><span class="s4">a</span><span class="s4"> documentazione</span><span class="s4">,</span> <span class="s4">strumenti</span><span class="s4"> e pezzi di ricambio.</span><span class="s4"> Il diritto alla riparazione va </span><span class="s4">quindi </span><span class="s4">visto</span> <span class="s4">al di fuori di una logica prettamente contrattuale</span><span class="s4"> e consumeristica</span><span class="s4">: </span><span class="s4">i suoi benefici si estendono anche a</span><span class="s4">i</span><span class="s4"> r</span><span class="s4">iparatori indipendenti</span><span class="s4">.</span> <span class="s4">Nel</span><span class="s4"> regolare il design industriale e aprire l’accesso ai materiali e conoscenze necessari per la riparazione,</span> <span class="s4">spesso di proprietà esclusiva del produttore</span><span class="s4">,</span> <span class="s4">troviamo il</span><span class="s4"> primo tentativo di rivendicare la riparazione come un patrimonio comune </span><span class="s4">che possa essere usato a beneficio di comunità locali, riparatori indipendenti ed economia locale, nonché per la reale riduzione dei consumi</span><span class="s4">.<br />
</span><span class="s7">Questo è stato già da tempo l’obiettivo di diverse iniziative che dalla Toscana al Trentino, dalla Lombardia alla Sicilia, vedono volontari condividere know-how e tempo per riparare insieme a chi porta un oggetto che non funziona più. Queste iniziative riportano nello spazio pubblico un sapere e competenze che si pensavano “in via d’estinzione”, ma anche una forma di socializzazione che sembrava altrettanto obsoleta. Non solo </span><span class="s7">Repair</span><span class="s7"> Café, ma </span><a href="https://www.unipv.news/eventi/laboratorio-smonting-al-museo-della-tecnica-elettrica-esplorare-smontare-e-reinventare-gli%20/t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">laboratori di &#8220;</span><span class="s6">Smonting</span><span class="s6">&#8220;</span></a><span class="s7">, </span><a href="https://blog.careservicetorino.it/2026/03/repair-cafe-torino-careservice-e-il.html%20/t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">officine di riparazione</span></a><span class="s7"> che supportano la riparazione Do-It-Yourself</span><span class="s7">.</span><span class="s7"> </span><span class="s7"><br />
</span><span class="s4">Queste iniziative</span><span class="s4"> talvolta</span><span class="s4"> collaborano anche con altri progetti sul territorio come le “</span><span class="s4">b</span><span class="s4">iblioteche degli oggetti” (Library of </span><span class="s4">T</span><span class="s4">hings), spazi dove</span><span class="s4">, </span><span class="s4">come in una biblioteca, è possibile prendere in prestito </span><span class="s4">degli strumenti di lavoro</span><span class="s4"> e</span> <span class="s4">utensili </span><span class="s4">che altrimenti si acquisterebbero. Insieme, queste iniziative ci portano a ripensare la città come uno spazio in cui il cittadino possa essere ta</span><span class="s4">le,</span><span class="s4"> e non solo consumatore o turista.<br />
</span><span class="s4">La domanda che ci poniamo è s</span><span class="s4">e </span><span class="s4">sia possibile</span><span class="s4"> una </span><span class="s4">pianificazione urbana</span> <span class="s4">che abbracci la logica della riparazione, non solo come pratica circolare, di riduzione di rifiuti,</span><span class="s4"> ma</span><span class="s4"> come azione</span><span class="s4"> politica che abbia come effetto il riscatto dello s</span><span class="s4">paz</span><span class="s4">io</span><span class="s4"> pubblico come </span><span class="s4">terreno di apprendimento collettivo e </span><span class="s4">supporto ad </span><span class="s4">un modello di produzione e consumo </span><span class="s4">non votato al profitto</span><span class="s4"> ma piuttosto al bisogno e </span><span class="s4">alla </span><span class="s4">condivision</span><span class="s4">e</span><span class="s4">, che già esiste ma</span><span class="s4"> rimane per ora una nicchia</span><span class="s4">.</span></p>
<h4 class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s10">Dalla riparazione dei beni di consumo alla riparazione della città come bene </span><span class="s10">comune</span></h4>
<p class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s7">Questa domanda inserisce il diritto alla riparazione all’interno di un dibattito noto ai lettori di </span><span class="s7">Labsus</span><span class="s7">: quello dei beni comuni. </span><span class="s4">Quello che ci interessa esplorare in questa sede è</span><span class="s4">, innanzitutto,</span><span class="s4"> se sia possibile </span><span class="s4">concepire </span><span class="s4">la riparazione come </span><em><span class="s9">common</span></em><span class="s4"> e</span><span class="s4">,</span> <span class="s4">in secondo luogo</span><span class="s4">,</span><span class="s4"> cosa implichi questa </span><span class="s4">concezione </span><span class="s4">per il modo in cui possiamo pensare al riparare. In questo senso</span><span class="s4">, la caratterizzazione potrebbe sembrare inconsueta a chi associ l’idea di bene comune a beni materiali </span><span class="s4">facilmente visualiz</span><span class="s4">zabili </span><span class="s4">come fiumi</span><span class="s4"> e foreste. Il discorso sui beni comuni, tuttavia, si è da tempo espanso per includere infrastrutture materiali </span><span class="s4">e immateriali, come ad esempio le conoscenze tradizionali.<br />
</span><span class="s4">Secondo la definizione della Commissione Rodotà, beni comuni sono oggetti funzionali all’attuazione di diritti fondamentali, molti dei quali – come quelli civili – hanno una natura necessariamente collettiva. Come ci fa notare Maria Rosaria Marella, </span><span class="s4">tra questi rientrano</span><span class="s4"> la conoscenza</span> &#8211; <span class="s4">che </span><span class="s4">include saperi formali e informali (taciti e diffusi come le competenze manuali)</span><span class="s4"> &#8211; </span><span class="s4">e lo spazio urbano.<br />
</span><span class="s4">Con il suo </span><em><span class="s9">Le droit à la ville</span></em><span class="s4"> del 1968, Henry Lefebvre non solo ha fatto luce sul dominio degli interessi corporativi e delle logiche di mercato nel governo </span><span class="s4">dello spazio pubblico urbano, ispirando movimenti sociali e attivismo locale, ma ha proposto una nuova concezione di diritto, con implicazioni che vanno al di là della città in senso stretto. Il diritto alla città introduce una dimensione collettiva e plurale del diritto che integra multiple dimensioni normative e pratiche dell’abitare, configurandosi come un “super-diritto” nelle parole del filosofo francese. Queste includono: diritto alla diversità</span><span class="s4">, libertà individuale nella socializzazione</span><span class="s4">; diritto all’opera, ovvero alla partecipazione attiva, tanto ai processi decisionali quanto ai processi di trasformazione/manutenzione fisica del</span><span class="s4"> bene </span><span class="s4">comune; e, molto importante, diritto alla fruizione, ossia all’uso di questo </span><span class="s4">bene</span><span class="s4">, in opposizione al diritto allo scambio acquisito con la proprietà.<br />
</span><span class="s4">Il concetto di diritto alla città, anche se in concreto si è scontrat</span><span class="s4">o</span><span class="s4"> con i limiti legati alla definizione legale e all&#8217;opposizione ideologica all</span><span class="s4">’idea</span> <span class="s4">di </span><em><span class="s9">bene comune</span></em><span class="s4">, ha tuttavia trovato spazi di realizzazione in sperimentazioni giuridiche che attraversano le diverse scale di govern</span><span class="s4">o</span><span class="s4"> e fonti del diritto: da quella internazionale con la Carta di Quito, passando da quelle nazionali come lo Statuto della Città in Brasile, per finire con quelle di livello locale, con l’</span><em><span class="s9">uso civico urbano</span></em><span class="s4"> introdotto dal Comune di Napoli.<br />
</span><span class="s4">Queste esperienze, insieme all’esistenza di meccanismi giuridici che preesistono al dibattito sul diritto alla città (e.g., </span><em><span class="s9">ius deambulandi</span></em><span class="s4"><em>,</em> per una spiegazione di dettaglio si veda Marella, 2012), dimostrano che </span><span class="s9">le <em>droit à la ville</em></span><span class="s4"> non è un’utopia. D’altra parte, come ci ricorda Marella (2012, ibid.), al pari di altri beni comuni, </span><em><span class="s9">l’urban common</span></em><span class="s4">, ovvero quella parte della città che supera la dicotomia pubblico-privato e si realizza nel suo usufrutto collettivo, è per definizione interstiziale e come tale oggetto costante di contestazione, conflitto e negoziazione, quando non di lotta.<br />
</span><span class="s4">Nel contesto italiano,</span><span class="s4"> l</span><span class="s4">’</span><span class="s4">esperienz</span><span class="s4">a</span><span class="s4"> di Labsus</span><span class="s4"> e </span><span class="s4">quella di </span><span class="s4">Napoli offrono due diverse scuole di pensiero nell’istituzionalizzazione del bene comune urbano, più incrementale la prima, attraverso i patti di collaborazione</span><span class="s4"> e più radicale la seconda, attraverso il riconoscimento e la legalizzazione delle occupazioni degli spazi abbandonati permesso dal meccanismo dell’</span><em><span class="s9">uso civico e collettivo urbano </span></em><span class="s4">(Vasco e Besso, 2024).<br />
</span><span class="s4">Nel dibattito internazionale, la discussione sul diritto alla città e sulla città come bene comune sta evolvendo verso concezioni più ampie e intersezionali, che ridiscutono il modello amministrativo e l’assetto pianificatorio dello spazio urbano a partire non solo dalle pratiche di autogoverno, ma dalla loro concezione etica e, ancora più importante, politica. È dentro questa recente corrente di pensiero, che affianca la riparazione allo spazio urbano, che troviamo ad esempio l’idea delle </span><em><span class="s9">città della cura</span></em><span class="s4"> (Marinelli, 2015) o, in inglese, </span><em><span class="s9">careful cities</span></em><span class="s4"> (Williams, 2020).</span></p>
<h4 class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s10">Riparazione come bene comune e ambito di co-creazione</span></h4>
<p class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s4">Secondo la direttiva </span><span class="s4">1799/2024 </span><span class="s4">in via di recepimento, ogni Stato Membro deve mettere in atto una o più misure di supporto alla riparazione. Esempi spesso nominati sono i <em>voucher</em>, o incentivi fiscali come l’eliminazione dell’IVA sui servizi di riparazione. Una via che ci sembra più promettente è quella della co-progettazione, regolata dall’articolo 55 del Codice del Terzo Settore.  A mente di questo articolo, le pubbliche amministrazioni hanno il compito di coinvolgere gli enti del terzo settore nella programmazione ed esecuzione di servizi di pubblico interesse come cultura e istruzione, alloggio sociale, salute, tutela dell’ambiente, etc. Se si accettano i ragionamenti che abbiamo articolato fin qui – sull’importanza della riparazione come esperienza collettiva, di </span><em><span class="s9">apprendimento</span></em><span class="s4"> e socializzazione oltre che di risparmio di materie prime – ci sembra non solo possibile ma quasi logicamente necessario concludere che i servizi di riparazione debbano essere considerati, alla stregua dei molti servizi inclusi nella lunga lista dell’articolo 5 </span><span class="s4">C</span><span class="s4">TS, come servizi di pubblico interesse da offrire in regime di co-progettazione. Questa soluzione aprirebbe la possibilità di co-finanziamento e in ogni caso concessione di spazi e altre agevolazioni da parte degli enti locali, con l’effetto di rendere tali servizi accessibili agli utenti in maniera plausibilmente più efficace – e verosimilmente anche più economica – che attraverso esborsi diretti </span><span class="s4">da parte</span><span class="s4"> dei singoli cittadini. </span><em><span class="s9">De lege lata</span></em><span class="s4">, si potrebbe già ipotizzare che entità come Repair café, Restarters etc</span><span class="s4">.</span><span class="s4">, ove formalizzate, potrebbero essere considerate come dedicate alla “salvaguardia e al miglioramento delle condizioni dell&#8217;ambiente e all&#8217;utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali” (lett. <em>e</em>) o  alla “organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e </span><span class="s4">diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale […]” (lett. <em>i</em>). </span><em><span class="s9">De lege ferenda</span></em><span class="s4">, basterebbe un decreto adottato a norma dello stesso art </span><span class="s4">. </span><span class="s4">5 </span><span class="s4">CTS </span><span class="s4">(comma 2) per chiarire la posizione della riparazione fra le attività di interesse generale regolate dall’articolo. L’attuazione della direttiva sarebbe un momento naturale – ma non certo l’unico possibile – per un simile chiarimento.<br />
</span><span class="s7">Nel frattempo la co-progettazione è stata già utilizzata per l’organizzazione di </span><a href="https://leila-bologna.it/storia/%20/t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">laboratori di falegnameria</span></a><span class="s7"> per adulti e bambini a Bologna, per la creazione di sei </span><a href="https://www.cubinrete.it/21042026-co-progettazione-biblioteca-degli-oggetti%20/t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">biblioteche degli oggetti in Lombardia</span></a><span class="s7"> e la creazione di una a </span><a href="https://affidamenti.comune.fi.it/node/17927%20/t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">Firenze</span></a><span class="s7"> ed è uno degli strumenti contemplati dal Comune di Capannori per il suo progetto </span><a href="https://capannori.trasparenza-valutazione-merito.it/web/trasparenza/papca-ap?p_p_id=jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet&amp;p_p_lifecycle=2&amp;p_p_state=pop_up&amp;p_p_mode=view&amp;p_p_resource_id=downloadAllegato&amp;p_p_cacheability=cacheLevelPage&amp;_jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet_downloadSigned=true&amp;_jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet_id=4557628&amp;_jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet_action=mostraDettaglio&amp;_jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet_fromAction=recuperaDettaglio%20\t%20_blank" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">RiPara</span></a><span class="s7">. Non sarebbe dunque insolito immaginare come la co-progettazione potrebbe rafforzare un diritto collettivo alla riparazione e, al tempo stesso, riconoscere e supportare lo sforzo già da tempo impiegato dai volontari sul territorio</span><span class="s7">.</span></p>
<h4 class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s10">Diritto alla riparazione: oltre la tutela del consumatore verso un diritto collettivo</span></h4>
<p class="s8" style="text-align: justify;"><span class="s4">L’idea della città come bene comune è oggetto di un dibattito decennale </span><span class="s4">di cui Labsus si è occupata ampiamente, </span><span class="s4">che</span><span class="s4"> non occorre rip</span><span class="s4">rendere</span><span class="s4"> qui. La discussione che </span><span class="s4">invece abbiamo inteso</span><span class="s4"> stimolare è quella di un diritto alla riparazione che, imparando dalle esperienze del diritto alla città, lo abbracci, superando una dimensione privatistica</span><span class="s4">, </span><span class="s4">individualista</span><span class="s4"> e puramente limitata alla sfera del consumo</span><span class="s4">,</span> <span class="s4">elevando</span><span class="s4"> la riparazione </span><span class="s4">a motore di cambiamento</span><span class="s4">.<br />
</span><span class="s4">Il</span> <span class="s4">nostro </span><span class="s4">ragionamento </span><span class="s4">si </span><span class="s4">basa su due</span> <span class="s4">argomenti principali</span><span class="s4">. </span><span class="s4">Primo, per svolgere una funzione trasformativa,</span> <span class="s4">che </span><span class="s4">supera una mera funzione di</span><span class="s4"> compensazione e riduzione del danno ambientale, </span><span class="s4">il diritto alla riparazione, </span><span class="s4">sia esso applicato ad un bene di consumo </span><span class="s4">privato </span><span class="s4">o ad uno spazio urbano</span> <span class="s4">comune,</span><span class="s4"> deve poggiare su una</span><span class="s4"> visione</span><span class="s4"> etica ed essere parte di un progetto politico</span><span class="s4"> che ne ancori la missione ad una dimensione genuinamente pubblica e necessariamente collettiva.<br />
</span><span class="s4">Secondo, </span><span class="s4">questa transizione da</span><span class="s4">lla sfera privata a quella</span><span class="s4"> pubblica richiede il giusto </span><span class="s4">contesto istituzionale, culturale e cognitivo</span><span class="s4">. </span><span class="s4">Sia nel caso del diritto </span><span class="s4">alla riparazione che di quello del bene urbano comune,</span><span class="s4"> ci troviamo </span><span class="s4">di fronte</span><span class="s4"> ad ambiti</span> <span class="s4">di sperimentazione </span><span class="s4">dell’organizzazione sociale</span><span class="s4">, contro i quali </span><span class="s4">il diritto tradizionale, con le sue categorie esatte (</span><span class="s4">e.g., </span><span class="s4">publico – privato</span><span class="s4">; stato </span><span class="s4">–</span><span class="s4"> mercato</span><span class="s4">; bene intermedio – bene finale</span><span class="s4">) </span><span class="s4">si rivela insufficiente</span><span class="s4">, </span><span class="s4">ma </span><span class="s4">per </span><span class="s4">cui </span><span class="s4">l&#8217;</span><span class="s4">esperienza quotidiana ha </span><span class="s4">funzionato da stimolo per ritrovare meccanismi giuridici del passato, </span><span class="s4">(</span><span class="s4">e.g., </span><em><span class="s9">ius deambulandi</span></em><span class="s4">) e per </span><span class="s4">svilupparne</span><span class="s4"> di nuovi (</span><span class="s4">e.g., usi civici</span><span class="s4">)</span><span class="s4">, tutti volti</span><span class="s4"> alla costruzione e tutela del collettivo.<br />
</span><span class="s4">Ci troviamo quindi difronte ad una</span><span class="s4"> sfida </span><span class="s4">ape</span><span class="s4">rta </span><span class="s4">per</span><span class="s4"> quanti sono coinvolti nello sviluppo teorico e pratico</span><span class="s4">,</span><span class="s4"> sia del governo locale che della riparazione</span><span class="s4">,</span> <span class="s4">che </span><span class="s4">richied</span><span class="s4">e</span> <span class="s4">non solo un</span><span class="s4"> esercizio di immaginazione </span><span class="s4">ma soprattutto un dialogo </span><span class="s4">transdisciplinare.</span></p>
<p class="s8" style="text-align: justify;"><strong><span class="s4">Bibliografia</span><span class="s4"> essenziale:</span></strong></p>
<p><span class="s11">(1) </span><span class="s4">Lefebvre H. (1968), </span><span class="s9"><em>Il diritto alla città</em></span><span class="s4">, Venezia, Marsilio, 197 (ed. orig. </span><em><span class="s9">Le droit à  la ville</span></em><span class="s4">, Parigi, Editions Anthropos.<br />
</span><span class="s11">(2) </span><span class="s4">Perzanowski A. (2022), </span><em><span class="s9">The right to repair: Reclaiming the things we own</span></em><span class="s9">, in</span><span class="s4"> Cambridge University Press.<br />
</span><span class="s11">(3) </span><span class="s4">Vesco A., Busso S. (2024), What is “Political” in Commons-Public Partnership? The Italian Cases of Bologna and Naples, in </span><em><span class="s9">International Journal of the Commons</span></em><span class="s4">, </span><span class="s9">18</span><span class="s4">(1), 246-259.<br />
</span><span class="s11">(4) </span><span class="s4">Marella M. R. (2011), <em>Il diritto dei beni comuni. Un invito alla discussione</em>, in </span><em><span class="s9">Rivista critica del diritto privato</span></em><span class="s4">, </span><span class="s9">29</span><span class="s4">(1), 103-118.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Antonella Maiello</strong>, politologa e professore di Governance della Sostenibilità, Istituto di Amministrazione Pubblica, Facoltà di Governance, Università di Leiden (UL);<strong><br />
Anna D’Agostino</strong>, giurista e dottoranda presso l’Istituto di Diritto Privato, Dipartimento di Diritto Civile, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Leiden (UL);<strong><br />
Candida Leone</strong>, giurista e professore associato di diritto privato, Dipartimento di Diritto Privato, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Amsterdam (UvA);</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Immagine di copertina: Anastasia Shuraeva su Paxels</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/10/diritto_alla_riparazione/">Diritto alla riparazione: da tutela del consumatore a motore di cambiamento?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Elogio dei tre saperi di Marianella Sclavi</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/elogio-dei-tre-saperi-di-marianella-sclavi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Labsus]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 11:46:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia deliberativa]]></category>
		<category><![CDATA[incontrare persone]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[presentazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89751</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il prossimo 30 settembre alle 16:00, Stroncature ospiterà la presentazione del libro “Elogio dei tre saperi” di Marianella Sclavi (Bordeaux, 2026). Il volume racconta l’esperienza di Nantes come città-laboratorio della democrazia deliberativa, dove il rapporto tra politica, tecnica e cittadinanza è diventato un metodo di governo. Marianella Sclavi ricostruisce una vicenda in cui il dialogo tra cittadini, professionisti ed eletti non resta un principio astratto, ma si traduce in pratiche concrete di ascolto, confronto e decisione condivisa. Attraverso un’indagine storico-etnografica e insieme militante, il libro ripercorre le molte radici di una democrazia capace di apprendere dai conflitti invece di rimuoverli. Ritratti di protagonisti, esperienze urbane, pratiche istituzionali e quindici “ricette” di democrazia deliberativa compongono un percorso che mostra come i conflitti possano diventare risorse per l’innovazione pubblica. Al centro del volume c’è l’idea che il sapere tecnico e il potere decisionale della politica restino incompleti senza il sapere d’uso delle persone comuni. Solo l’intreccio tra queste dimensioni può generare intelligenza collettiva, giustizia sociale e trasformazione urbana. Nantes diventa così il caso concreto di una democrazia intesa come pratica quotidiana da costruire e coltivare. Con l’autrice dialogheranno Giuliano Amato, presidente emerito della Corte costituzionale, e Gregorio Arena, professore emerito di Diritto amministrativo. Modera l’incontro Riccardo Pennisi. LEGGI ANCHE: L’intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità  Limiti e potenzialità della democrazia deliberativa Il ruolo del Terzo settore: un podcast di Amato per spiegarne i cambiamenti Immagine di copertina: Stroncature</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/elogio-dei-tre-saperi-di-marianella-sclavi/">Elogio dei tre saperi di Marianella Sclavi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il prossimo <strong>30 settembre alle 16:00</strong>, <a href="https://www.stroncature.com/" target="_blank" rel="noopener">Stroncature</a> ospiterà la presentazione del libro “Elogio dei tre saperi” di Marianella Sclavi (Bordeaux, 2026).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il volume racconta l’esperienza di Nantes come città-laboratorio della democrazia deliberativa, dove il rapporto tra politica, tecnica e cittadinanza è diventato un metodo di governo. Marianella Sclavi ricostruisce una vicenda in cui il dialogo tra cittadini, professionisti ed eletti non resta un principio astratto, ma si traduce in pratiche concrete di ascolto, confronto e decisione condivisa.<br />
</em><em>Attraverso un’indagine storico-etnografica e insieme militante, il libro ripercorre le molte radici di una democrazia capace di apprendere dai conflitti invece di rimuoverli. Ritratti di protagonisti, esperienze urbane, pratiche istituzionali e quindici “ricette” di democrazia deliberativa compongono un percorso che mostra come i conflitti possano diventare risorse per l’innovazione pubblica.<br />
</em><em>Al centro del volume c’è l’idea che il sapere tecnico e il potere decisionale della politica restino incompleti senza il sapere d’uso delle persone comuni. Solo l’intreccio tra queste dimensioni può generare intelligenza collettiva, giustizia sociale e trasformazione urbana. Nantes diventa così il caso concreto di una democrazia intesa come pratica quotidiana da costruire e coltivare.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Con l’autrice dialogheranno Giuliano Amato, presidente emerito della Corte costituzionale, e Gregorio Arena, professore emerito di Diritto amministrativo. Modera l’incontro Riccardo Pennisi.</p>
<p style="text-align: justify;">LEGGI ANCHE:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><a href="https://www.labsus.org/2026/09/lintelligenza-delle-differenze-tre-saperi-per-costruire-comunita/" target="_blank" rel="noopener">L’intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità </a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2009/12/limiti-e-potenzialita-della-democrazia-deliberativa/" target="_blank" rel="noopener">Limiti e potenzialità della democrazia deliberativa</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2022/02/terzo-settore-podcast/" target="_blank" rel="noopener">Il ruolo del Terzo settore: un podcast di Amato per spiegarne i cambiamenti</a></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Immagine di copertina: <a href="https://www.stroncature.com/p/elogio-dei-tre-saperi-di-marianella?r=43k8o&amp;utm_campaign=post&amp;utm_medium=web&amp;triedRedirect=true" target="_blank" rel="noopener">Stroncature</a></em></p>
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		<title>Quando le parole si fanno cura: collaborazioni inaspettate per la nuova vita di una baita Trentina</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/quando-le-parole-si-fanno-cura-collaborazioni-inaspettate-per-la-nuova-vita-di-una-baita-trentina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcella Iannuzzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 15:44:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Patti di collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[Storie di patti]]></category>
		<category><![CDATA[Trentino Alto Adige]]></category>
		<category><![CDATA[patto di colaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[progettazione partecipata]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89736</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ci sono luoghi nati per ospitare mandrie e produrre formaggi che, a un certo punto della loro storia, si trasformano in laboratori di idee e spazi di socialità. È il caso del Malgone, una baita situata in un piccolo borgo montano a circa 12 chilometri da Trento con appena 111 abitanti che, resistendo allo spopolamento, negli ultimi anni ha persino visto nascere quattro bambini.  Dalla concessione tradizionale all’amministrazione condivisa In passato la malga era gestita dalla Pro Loco locale, che vi organizzava attività ricreative per gli abitanti della zona e della città vicina. Il termine della concessione è andato a coincidere con un momento in cui il ripensamento del Monte Bondone era uno degli obiettivi dell’amministrazione comunale. In quel periodo si era infatti avviata la costruzione di una rete di partner per valorizzare il capitale sociale locale e a consolidare il presidio del territorio da parte dei residenti. Così, in questa direzione e nell’anno di Trento Capitale Europea e Italiana del Volontariato, il Comune ha trovato importante pensare la co-gestione dei beni comuni come esercizio di cittadinanza attiva e inclusiva. Come spiega la funzionaria comunale Francesca Di Biase, l&#8217;Amministrazione ha voluto investire su «una cultura del dialogo con il territorio» e per favorire una partecipazione aperta e orizzontale, è stato pubblicato un avviso pubblico per un Patto di collaborazione, con l&#8217;obiettivo di costruire un calendario condiviso di attività per gestire insieme il Malgone. In quest’ottica, sono stati quindi organizzati incontri pubblici per illustrare a cittadini e associazioni il concetto di &#8220;Bene comune&#8221;, ponendo l&#8217;accento sui valori della gratuità e della sostenibilità . Una cordata insolita: quando gli editori salgono in malga La risposta degli enti e del territorio all’avviso pubblico ha sorpreso tutti: alla chiamata del Comune hanno risposto ben dieci realtà diverse. Accanto alla Proloco e due cooperative, si è proposta un’inedita rete di piccole case editrici trentine «È stato un caso, le energie giravano!», ricordano i protagonisti. Una coincidenza fortunata, nata dal fatto che l&#8217;allora presidente della Proloco era stato, anni prima, anche alla guida degli editori locali, attivando un tam-tam che ha contagiato il settore. A completare il quadro si è unita una cooperativa sociale e due cittadini attivi che mettevano a disposizione competenze quali la conoscenza della tecnica di costruzione dei muretti a secco, e proposte tra cui un cineforum di montagna. L’avviso ha messo quindi in moto un’ondata di entusiasmo che ha espresso diverse proposte e voglia di immaginare la nuova vita della Malga. «Si sa, le idee vengono come le ciliege, nella progettazione partecipata», commenta Di Biase. Il confronto tra diverse realtà ha generato un forte incremento delle attività culturali, allargando il target di persone che partecipavano e riuscendo a proporre oltre quaranta eventi in un anno.  Gunder Books , ad esempio, hanno proposto laboratori di ginnastica posturale per neomamme abbinati ad aperitivi letterari sui temi della maternità,oppure le altre case editrici hanno invitato autori per presentare i loro libri, riscuotendo un bel successo di pubblico. A proposito di questo, Barbara Ciaghi di Edizioni del faro osserva: «In qualche modo si sono presi cura delle mamme e nello stesso tempo del Malgone. Questa nuova alleanza ha fatto spostare il termine della cura dalle azioni alle parole, alla letteratura, in una maniera inaspettata». Oltre la sindrome di Pollyanna: le fatiche della progettazione partecipata  Tuttavia, al di là dei bei risultati raggiunti, nelle parole dei protagonisti c’è anche il racconto della fatica a stare nel processo di progettazione partecipata. Anche Francesca Di Biase ammette con franchezza che, durante il percorso, ci si è scontrati con molte criticità, sulle quali «si è scontrato il mio mondo di Pollyanna». Mettere attorno allo stesso tavolo soggetti che non si conoscevano e con background e idee progettuali differenti ha sollevato inevitabili resistenze. «Ho cercato di mediare e sviluppare sinergie che in seguito si sono costruite, soprattutto tra le case editrici che hanno compreso immediatamente il valore e la potenzialità del Patto, si è riuscito quindi a costruire, con fatica, una regolazione interna. Purtroppo, nel corso del processo si sono persi i due cittadini attivi, che probabilmente hanno valutato troppo onerosa la partecipazione ed E’ stato un vero peccato, perché portavano entrambi competenze e proposte davvero interessanti» dice De Biase. Tuttavia, la fatica o forse il timore di stare nel conflitto con enti più strutturati ha fatto sì che non si sentissero a loro agio nel percorso. Sicuramente, il tema dell’inclusione di sensibilità e attori diversi nelle fasi di co-progettazione è una questione importante da considerare. La collaborazione ha richiesto uno sforzo di maturità non indifferente da parte di tutti i partecipanti. che hanno dovuto rivedere i propri progetti e farli dialogare con le proposte degli altri: «È evidente che bisognava fare un passo indietro a livello di protagonismo, adattare e adeguare le azioni… bisogna credere nella trasversalità e composizione delle proposte che possono nascere dalle collaborazioni, anche quelle inaspettate” ci ha detto Raffaelli, della casa editrice Nuovi Panorami e dell’ETS A Partire da Noi. Anche per la Proloco la progettazione partecipata non è sempre stata semplice, sia per la complessità di coordinare un gruppo così eterogeneo, sia per il limite della gratuità degli eventi imposto dal Comune, che ha aperto accesi dibattiti sulla sostenibilità economica delle attività. Eppure, il bilancio finale pende verso il valore del progetto: «Si fa fatica, però merita; il mio pensiero è che quel posto merita la nostra fatica» dice Paolo Curco il referente della Proloco per il Patto. Il nuovo ruolo del dipendente pubblico nell’amministrazione condivisa La fatica dello stare nella co-progettazione non è solo dei pattisti: anche i dipendenti pubblici stanno facendo esperienza di un nuovo modo di relazionarsi con i cittadini. Francesca Di Biase evidenzia come i dipendenti comunali si siano trovati davanti a funzioni per le quali spesso non hanno competenze specifiche: «In questi processi ci viene chiesto difarci mediatori, di facilitare le relazioni, trovare soluzioni. In questo campo ci vogliono doti umane e di resilienza non indifferenti».  Come Labsus, ci capita spesso di confrontarci con i dipendenti che portano questo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/quando-le-parole-si-fanno-cura-collaborazioni-inaspettate-per-la-nuova-vita-di-una-baita-trentina/">Quando le parole si fanno cura: collaborazioni inaspettate per la nuova vita di una baita Trentina</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono luoghi nati per ospitare mandrie e produrre formaggi che, a un certo punto della loro storia, si trasformano in laboratori di idee e spazi di socialità. È il caso del <b>Malgone</b>, una baita situata in un piccolo borgo montano a circa 12 chilometri da Trento con appena 111 abitanti che, resistendo allo spopolamento, negli ultimi anni ha persino visto nascere quattro bambini.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h4>Dalla concessione tradizionale all’amministrazione condivisa</h4>
<p style="text-align: justify;">In passato la malga era gestita dalla Pro Loco locale, che vi organizzava attività ricreative per gli abitanti della zona e della città vicina. Il termine della concessione è andato a coincidere con un momento in cui il ripensamento del Monte Bondone era uno degli obiettivi dell’amministrazione comunale. In quel periodo si era infatti avviata la costruzione di una rete di partner per valorizzare il capitale sociale locale e a consolidare il presidio del territorio da parte dei residenti. Così, in questa direzione e nell’anno di Trento Capitale Europea e Italiana del Volontariato, <b>il Comune ha trovato importante pensare la co-gestione dei beni comuni come esercizio di cittadinanza attiva e inclusiva.</b> Come spiega la funzionaria comunale <b>Francesca Di Biase</b>, l&#8217;Amministrazione ha voluto investire su <b>«una cultura del dialogo con il territorio»</b> e per favorire una partecipazione aperta e orizzontale, è stato pubblicato un <a href="https://www.comune.trento.it/Amministrazione/Documenti-e-dati/Accordi-tra-enti/Patto-di-collaborazione-Gestione-condivisa-del-Malgone-di-Candriai-2025" target="_blank" rel="noopener">avviso pubblico</a> per un <b>Patto di collaborazione, con l&#8217;obiettivo di costruire un calendario condiviso di attività per gestire insieme il Malgone.</b> In quest’ottica, sono stati quindi organizzati incontri pubblici per illustrare a cittadini e associazioni il concetto di &#8220;Bene comune&#8221;, ponendo l&#8217;accento sui valori della gratuità e della sostenibilità<span class="Apple-converted-space"> .</span></p>
<h4>Una cordata insolita: quando gli editori salgono in malga</h4>
<p style="text-align: justify;">La risposta degli enti e del territorio all’avviso pubblico ha sorpreso tutti: <b>alla chiamata del Comune hanno risposto ben dieci realtà diverse.</b> Accanto alla Proloco e due cooperative, si è proposta un’inedita rete di piccole case editrici trentine <b>«È stato un caso, le energie giravano!»</b>, ricordano i protagonisti. Una coincidenza fortunata, nata dal fatto che l&#8217;allora presidente della Proloco era stato, anni prima, anche alla guida degli editori locali, attivando un tam-tam che ha contagiato il settore. A completare il quadro si è unita una cooperativa sociale e due cittadini attivi che mettevano a disposizione competenze quali la conoscenza della tecnica di costruzione dei muretti a secco, e proposte tra cui un cineforum di montagna. L’avviso ha messo quindi in moto un’ondata di entusiasmo che ha espresso diverse proposte e voglia di immaginare la nuova vita della Malga. <b>«Si sa, le idee vengono come le ciliege, nella progettazione partecipata»</b>, commenta Di Biase.<br />
<b>Il confronto tra diverse realtà ha generato un forte incremento delle attività culturali, allargando il target di persone che partecipavano e riuscendo a proporre oltre quaranta eventi in un anno.</b>  <a href="https://gander-books.com/?srsltid=AfmBOoodbs5VjnnQHc1MeV8h7BeDGzRRZD9aeb__k7hNjhIK-TU7o3n6" target="_blank" rel="noopener">Gunder Books</a> , ad esempio, hanno proposto laboratori di ginnastica posturale per neomamme abbinati ad aperitivi letterari sui temi della maternità,oppure le altre case editrici hanno invitato autori per presentare i loro libri, riscuotendo un bel successo di pubblico. A proposito di questo<b>, Barbara Ciaghi </b>di Edizioni del faro osserva: «In qualche modo si sono presi cura delle mamme e nello stesso tempo del Malgone. <b>Questa nuova alleanza ha fatto spostare il termine della cura dalle azioni alle parole, alla letteratura, in una maniera inaspettata».</b></p>
<h4>Oltre la sindrome di Pollyanna: le fatiche della progettazione partecipata<span class="Apple-converted-space"> </span></h4>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, al di là dei bei risultati raggiunti, nelle parole dei protagonisti c’è anche il racconto della <b>fatica a stare nel processo di progettazione partecipata.</b> Anche Francesca Di Biase ammette con franchezza che, durante il percorso, ci si è scontrati con molte criticità, sulle quali <b>«si è scontrato il mio mondo di Pollyanna»</b>. Mettere attorno allo stesso tavolo soggetti che non si conoscevano e con background e idee progettuali differenti ha sollevato inevitabili resistenze.<br />
<b>«</b>Ho cercato di mediare e sviluppare sinergie che in seguito si sono costruite, soprattutto tra le case editrici che hanno compreso immediatamente il valore e la potenzialità del Patto, si è riuscito quindi a costruire, con fatica, una regolazione interna. Purtroppo, nel corso del processo si sono persi i due cittadini attivi, che probabilmente hanno valutato troppo onerosa la partecipazione ed E’ stato un vero peccato, perché portavano entrambi competenze e proposte davvero interessanti<b>»</b> dice De Biase. Tuttavia, la fatica o forse il timore di stare nel conflitto con enti più strutturati ha fatto sì che non si sentissero a loro agio nel percorso. Sicuramente, il tema dell’inclusione di sensibilità e attori diversi nelle fasi di co-progettazione è una questione importante da considerare.<br />
La collaborazione ha richiesto uno sforzo di maturità non indifferente da parte di tutti i partecipanti. che hanno dovuto rivedere i propri progetti e farli dialogare con le proposte degli altri: <b>«È evidente che bisognava fare un passo indietro a livello di protagonismo, adattare e adeguare le azioni… bisogna credere nella trasversalità e composizione delle proposte che possono nascere dalle collaborazioni, anche quelle inaspettate”</b> ci ha detto <b>Raffaelli</b>, della casa editrice Nuovi Panorami e dell’ETS A Partire da Noi.<br />
Anche per la Proloco la progettazione partecipata non è sempre stata semplice, sia per la complessità di coordinare un gruppo così eterogeneo, sia per il limite della gratuità degli eventi imposto dal Comune, che ha aperto accesi dibattiti sulla sostenibilità economica delle attività. Eppure, il bilancio finale pende verso il valore del progetto: <b>«Si fa fatica, però merita; il mio pensiero è che quel posto merita la nostra fatica»</b> dice <b>Paolo Curco</b> il referente della Proloco per il Patto.</p>
<h4>Il nuovo ruolo del dipendente pubblico nell’amministrazione condivisa</h4>
<p style="text-align: justify;">La fatica dello stare nella co-progettazione non è solo dei pattisti: <b>anche i dipendenti pubblici stanno facendo esperienza di un nuovo modo di relazionarsi con i cittadini.</b> Francesca Di Biase evidenzia come i dipendenti comunali si siano trovati davanti a funzioni per le quali spesso non hanno competenze specifiche: <b>«In questi processi ci viene chiesto difarci mediatori, di facilitare le relazioni, trovare soluzioni. In questo campo ci vogliono doti umane e di resilienza non indifferenti».<span class="Apple-converted-space"> </span></b> Come Labsus, ci capita spesso di confrontarci con i dipendenti che portano questo stesso pensiero: il ruolo del dipendente è messo alla prova dall’amministrazione condivisa che lo vede attore attivo nella costruzione del patto, parte del processo e allo stesso tempo facilitatore, spesso catalizzatore e interfaccia della PA nei momenti di scontento. Da burocrate, il dipendente pubblico si trasforma in facilitatore e risolutore di criticità, si ritrova a stare su un piano prettamente relazionale e spesso di conflitto a cui non è spesso preparato. Eppure c’è grande coinvolgimento e entusiasmo, a volte frustrato, anche da parte dei funzionari che si rendono conto di dover apprendere nuove competenze e che in qualche modo accettano questa nuova sfida.<br />
Nel caso di Trento, la scommessa del Comune –<span class="Apple-converted-space">  </span>-che ha tenuto per sé la regia, la facilitazione e i costi delle utenze, lasciando la gestione degli spazi e delle attività ai cittadini- – ha pagato: <b>la novità delle case editrici ha stimolato la partecipazione di un target giovane</b> e cittadino completamente diverso da quello tradizionale, arricchendo l&#8217;offerta e creando una vera e propria comunità. Allo stesso tempo questo tipo di collaborazione diventa molto onerosa da parte del Comune, sia in termini di costi che di risorse di dipendenti per la gestione del patto. Forse una formula più condivisa, anche sulla gestione operativa, farebbe coinvolgere maggiormente in termini di responsabilità anche gli attori meno partecipi. <span class="Apple-converted-space"><br />
</span>Allo stesso tempo, <b>la fatica a costruire le relazioni da parte dei pattisti è fisiologica anche allo strumento dell’avviso pubblico</b> per la costruzione del Patto. Ѐ preferibile prevedere un percorsopiù lungo<span class="Apple-converted-space">  </span>affinché i diversi attori si confrontino e trovino il modo di collaborare. È evidente che, se il bene viene riconosciuto dalla comunità, è più facile stabilire relazioniche spesso sono già pregresse. D’altra parte, se c’è una chiamata da parte dell’Amministrazione, le realtà che rispondono spesso non si conoscono e devono far fronte a una collaborazione con soggetti che non si sono scelti.</p>
<h4>Il valore del &#8220;Come&#8221;</h4>
<p style="text-align: justify;">Alla fine della prima sperimentazione, si può comunque dire che l’esperienza è stata positiva. Come spiega <b>Mario Fiori</b> della cooperativa Amica, la co-gestione ha trasformato la struttura in <b>«un contenitore di idee, richiesto e utilizzato anche da altri, costruendo relazioni e alleanze che lo facessero crescere, per essere sempre più abitato»</b>.<br />
La vera forza del progetto è stata rimettere al centro il metodo della progettazione partecipata, che è stata interiorizzata ed è diventato il motore del progetto: <b>«In questo luogo, mi sembra importante, non è il &#8220;cosa fai&#8221; ma il &#8220;</b><b><i>come</i></b><b> lo fai&#8221; (&#8230;) Tutti avevano idee definite su quello che avrebbero voluto che succedesse, ma poi si parla insieme e tutto prende una forma diversa, ma comunque condivisa».</b> Nonostante la fatica, si è trovato un modo per collaborare facendolo<span class="Apple-converted-space">  </span>in modo condiviso, per rendere il Malgone davvero di tutti. Il Malgone non è più solo quindi uno strumento per promuovere il territorio del Monte Bondone; è diventato un luogo educativo che cura le persone attraverso la reciprocità, come ci ha detto Giulia: <b>«Gli eventi fanno bene al Malgone e viceversa!».</b></p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.labsus.org/2026/06/il-diritto-a-restare-fra-montagna-e-sussidiarieta-orizzontale/" target="_blank" rel="noopener">Il diritto a restare fra montagna e sussidiarietà </a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2021/03/il-primo-pane-gli-insegnamenti-della-montagna/" target="_blank" rel="noopener">Il primo pane. Gli insegnamenti della montagna</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2015/02/farecentro-e-cittadini-progettisti-del-trentino-alto-adige/" target="_blank" rel="noopener">Farecentro, i cittadini &#8220;progettisti&#8221; del Trentino Alto Adige</a></li>
</ul>
<p><em>Immagine di copertina: Stefano Aliverti su Pexels.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/quando-le-parole-si-fanno-cura-collaborazioni-inaspettate-per-la-nuova-vita-di-una-baita-trentina/">Quando le parole si fanno cura: collaborazioni inaspettate per la nuova vita di una baita Trentina</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le cooperative di dati: verso un’amministrazione condivisa “digitale”</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/le-cooperative-di-dati-verso-unamministrazione-condivisa-digitale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simone Franca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 07:08:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[cooperative di dati]]></category>
		<category><![CDATA[Data Governance Act]]></category>
		<category><![CDATA[digitalizzazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89712</guid>

					<description><![CDATA[<p>Secondo una recente ricostruzione, l’estrattivismo si caratterizza per l’appropriazione di risorse, l’accumulazione del capitale e la concentrazione del potere, il trasferimento di ricchezza tra soggetti e territori e, infine, la capacità di incidere sulle forme di vita umane e non. Tali elementi trovano una significativa proiezione nell’economia digitale: i dati prodotti dagli utenti vengono acquisiti e trasformati in risorse economicamente rilevanti; la loro disponibilità concentra capitale e potere nelle imprese dotate delle infrastrutture necessarie alla loro elaborazione; il valore generato si trasferisce dai soggetti e dai contesti in cui i dati sono prodotti verso chi li sfrutta; l’estrazione dei dati finisce così per condizionare comportamenti e relazioni sociali. Come noto, il consolidamento di tali poteri digitali ha indotto l’Unione europea a intervenire su più fronti per ridurre le asimmetrie e rafforzare le forme di controllo, secondo un’impostazione regolativa oggi oggetto di parziale revisione. Tuttavia, occorre ricordare che l’UE, in particolare tramite il Data Governance Act (DGA), ha promosso un modello differente da quello estrattivo, fondato sull’intermediazione dei dati. Per comprenderne la portata occorre allora chiarirne i tratti essenziali. L’intermediazione dei dati nel Data Governance Act Attraverso la regolamentazione dei servizi di intermediazione si intende affiancare al modello fondato sulla concentrazione dei dati presso i soggetti in grado di estrarne valore un diverso assetto, nel quale la loro condivisione è affidata a soggetti terzi (gli intermediari) chiamati a mettere in relazione i titolari dei dati, da un lato, e i potenziali utilizzatori (utenti dei dati), dall’altro. L’idea è quella di porre le condizioni affinché la circolazione dei dati possa avvenire in un contesto di maggiore fiducia e controllo da parte di coloro che mettono a disposizione i propri dati, personali e non. Per evitare che anche gli intermediari possano trasformarsi, a loro volta, in nuovi poteri digitali, sfruttando i dati acquisiti, la regolamentazione eurounitaria prevede specifici requisiti di neutralità rispetto all’utilizzazione dei dati intermediati e, più in generale, promuove una separazione tra intermediazione e utilizzo del dato. In questo modo, l’intermediario non può sfruttare i dati raccolti, fungendo invece da guardiano rispetto ai possibili usi fatti da terzi. Il modello qui brevemente descritto ha una serie di pregi. In primo luogo, consente di sopperire ad alcune carenze strutturali del mercato digitale, basti pensare ai limiti del consenso informato al trattamento dei dati personali. L’intermediazione garantisce che un soggetto neutrale verifichi che i dati siano trattati correttamente, senza sopravvalutare l’autodeterminazione informativa dei singoli, troppo spesso limitata o compromessa in un mercato sempre più rapido e caratterizzato da dark patterns. In secondo luogo, sul piano economico si garantisce che i dati siano valorizzati secondo modalità capaci di trattenere almeno una parte maggiore del valore generato all’interno dell’economia europea, anziché alimentare processi di accumulazione facenti capo a grandi operatori stabiliti al di fuori dell’Unione. Un modello collaborativo: le cooperative di dati Tra le forme di intermediazione previste dal DGA, particolare rilievo rivestono le cooperative di dati. Si tratta, invero, di un modello già emerso nella prassi prima dell’adozione del regolamento europeo, con esperienze sviluppatesi in settori molto diversi, dalle costruzioni alla telemedicina e ai trasporti (per un’analisi approfondita cfr. questo volume). Il tratto comune risiede nell’organizzazione della circolazione dei dati secondo una logica mutualistica: i dati possono essere condivisi tra i membri, utilizzati nell’interesse comune, messi a disposizione di altre cooperative o trasferiti a soggetti terzi. Il DGA recepisce tale fenomeno attraverso la nozione di «servizi di cooperative di dati», riferita ai servizi di intermediazione offerti da strutture costituite da interessati, imprese individuali o PMI che ne siano membri. La cooperativa di dati non identifica, dunque, una particolare categoria di soggetti o una specifica forma organizzativa: il regolamento definisce piuttosto i servizi di cooperative di dati, che possono essere offerti tramite diverse strutture organizzative. L’elemento qualificante è infatti soprattutto teleologico: tali strutture devono aiutare i membri nell’esercizio dei diritti relativi ai dati, consentire loro di confrontarsi sulle finalità e sulle condizioni del trattamento o negoziare collettivamente tali condizioni. La cooperativa introduce così nell’intermediazione una componente ulteriore rispetto alla semplice neutralità del terzo: organizza collettivamente gli interessi dei soggetti che detengono i dati, riequilibrando l’asimmetria che affligge il loro rapporto con gli utenti dei dati. Un esempio: WeCity Un esempio consente di comprendere meglio le potenzialità del modello. Emblematico è il caso di WeCity, società olandese che opera come fornitore di servizi di intermediazione e indicata, tra le attività esercitate, anche come fornitrice di servizi di cooperative di dati, come attestato in un recente report. WeCity opera prevalentemente nell’ambito delle smart cities, mettendo a disposizione una piattaforma attraverso cui amministrazioni e altri attori urbani possono reperire e scambiare dati e servizi. Il modello è significativamente decentrato: i dati rimangono presso la fonte e vengono resi accessibili in forma federata, mantenendo in capo al loro titolare il controllo su destinatari e finalità della condivisione. La piattaforma mira, inoltre, a integrare non soltanto dati comunali, ma anche quelli detenuti da imprese energetiche, operatori del trasporto pubblico e gestori del verde, affiancando all’intermediazione servizi quali registri dei sensori installati negli spazi pubblici, strumenti IoT e attività di armonizzazione dei dati. WeCity dichiara infatti di collaborare stabilmente con diverse amministrazioni nella realizzazione della città intelligente. Il caso mostra così come i servizi di cooperative di dati possano assumere una dimensione territoriale, organizzando la circolazione di risorse informative prodotte da una pluralità di attori locali e mettendole al servizio della gestione di interessi riferibili alla comunità. Dalle cooperative di dati all’amministrazione condivisa Il rilievo delle cooperative di dati nei rapporti con le amministrazioni non si esaurisce nella funzione di intermediazione tra cittadini che mettono a disposizione i propri dati e soggetti interessati a utilizzarli. Esperienze come quella appena descritta mostrano una possibilità ulteriore: i dati possono divenire una risorsa attorno alla quale organizzare forme di collaborazione tra amministrazioni, cittadini e altri attori del territorio per la cura di interessi riferibili alla comunità. È in questa prospettiva che il fenomeno delle cooperative di dati può essere maggiormente apprezzato se collocato all’interno del paradigma dell’amministrazione condivisa, fondato sul superamento del tradizionale rapporto</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/le-cooperative-di-dati-verso-unamministrazione-condivisa-digitale/">Le cooperative di dati: verso un’amministrazione condivisa “digitale”</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span class="s5">Secondo una </span><a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/03066150.2022.2069015" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">recente ricostruzione</span></a><span class="s5">, l’</span><span class="s5">estrattivismo</span><span class="s5"> si caratterizza per l’appropriazione di risorse, l’accumulazione del capitale e la concentrazione del potere, il trasferimento di ricchezza tra soggetti e territori e, infine, la capacità di incidere sulle forme di vita umane e non. </span><span class="s5">Tali elementi trovano una significativa proiezione nell’economia digitale: i dati prodotti dagli utenti vengono acquisiti e trasformati in risorse economicamente rilevanti; la loro disponibilità concentra capitale e potere nelle imprese dotate delle infrastrutture necessarie alla loro elaborazione; il valore generato si trasferisce dai soggetti e dai contesti in cui i dati sono prodotti verso chi li sfrutta; l’estrazione dei dati finisce così per condizionare comportamenti e relazioni sociali.<br />
</span><span class="s5">Come noto, il consolidamento di tali poteri digitali ha indotto l’Unione europea a intervenire su più fronti per ridurre le asimmetrie e rafforzare le forme di controllo, secondo un’impostazione regolativa oggi oggetto di </span><a href="https://www.diariodidirittopubblico.it/closing-the-innovation-gap-i-digital-omnibus-e-il-miraggio-delleffetto-bruxelles/" target="_blank" rel="noopener"><span class="s6">parziale revisione</span></a><span class="s5">. Tuttavia, occorre ricordare che l’UE, in particolare tramite il </span><em><span class="s7">Data Governance Act</span></em><span class="s5"> (<strong>DGA</strong>)</span><span class="s5">,</span><span class="s5"> ha promosso un modello differente da quello estrattivo, fondato sull’intermediazione dei dati. Per comprenderne la portata occorre allora chiarir</span><span class="s5">n</span><span class="s5">e i tratti essenziali.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;"><span class="s8">L’intermediazione dei dati nel D</span><span class="s8">ata Governance Act</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Attraverso la regolamentazione dei servizi di intermediazione si intende affiancare al modello fondato sulla concentrazione dei dati presso i soggetti in grado di estrarne valore un diverso assetto, nel quale la loro condivisione è affidata a soggetti terzi (gli intermediari) chiamati a mettere in relazione i </span><span class="s9">titolari</span><span class="s9"> dei dati, da un lato, e i potenziali utilizzatori</span><span class="s9"> (utenti dei dati)</span><span class="s9">, dall’altro.<br />
</span><span class="s9">L’idea è quella di </span><span class="s9">porre</span><span class="s9"> le condizioni </span><span class="s9">affinché la circolazione dei dati</span><span class="s9"> possa avvenire in un contesto di maggiore fiducia e controllo da parte di coloro che mettono a disposizione i propri dati, personali e non. Per evitare che anche gli intermediari possano trasformarsi, a loro volta, in nuovi poteri digitali, </span><span class="s9">sfruttando</span><span class="s9"> i dati acquisiti, la regolamentazione eurounitaria prevede specifici requisiti di neutralità rispetto all’utilizzazione dei dati intermediati e, più in generale, </span><span class="s9">promuove</span><span class="s9"> una separazione tra intermediazione e utilizzo del dato. In questo modo, l’intermediario non può sfruttare i dati </span><span class="s9">raccolti</span><span class="s9">, fungendo invece da guardiano rispetto ai possibili usi fatti da terzi. Il modello qui brevemente descritto ha una serie di pregi. In primo luogo, consente di sopperire ad alcune carenze strutturali del mercato digitale, basti pensare ai limiti del consenso informato al trattamento dei dati personali. </span><span class="s9">L</span><span class="s9">’intermediazione </span><span class="s9">garantisce che</span><span class="s9"> un soggetto </span><span class="s9">neutrale</span> <span class="s9">verifichi</span><span class="s9"> che i dati siano trattati correttamente, </span><span class="s9">senza </span><span class="s9">sopravvalutare </span><span class="s9">l’autodeterminazione informativa dei singoli, troppo spesso limitata o compromessa in un mercato sempre più rapido e caratterizzato da </span><em><span class="s4">dark patterns</span></em><span class="s9">. In secondo luogo, sul piano economico si garantisce che</span><span class="s9"> i dati</span> <span class="s9">siano valorizzati secondo modalità capaci di trattenere almeno una parte maggiore del valore generato all’interno dell’economia europea, anziché alimentare processi di accumulazione facenti capo a grandi operatori</span> <span class="s9">stabiliti al di fuori dell’Unione.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Un modello collaborativo: le cooperative di dati</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Tra le forme di intermediazione previste dal DGA, particolare rilievo rivestono le cooperative di dati. Si tratta, invero, di un modello già emerso nella prassi prima dell’adozione del regolamento europeo, con esperienze sviluppatesi in settori molto diversi, dalle costruzioni alla telemedicina e ai trasporti</span><span class="s9"> (per un’analisi approfondita cfr. </span><a href="https://site.unibo.it/cooperative-di-dati/it" target="_blank" rel="noopener"><span class="s10">questo volume</span></a><span class="s9">)</span><span class="s9">. Il tratto comune risiede nell’organizzazione della circolazione dei dati secondo una logica mutualistica: i dati possono essere condivisi tra i membri, utilizzati nell’interesse comune, messi a disposizione di altre cooperative o trasferiti a soggetti terzi. Il DGA recepisce tale fenomeno attraverso la nozione di «servizi di cooperative di dati», riferita ai servizi di intermediazione offerti da strutture costituite da interessati, imprese individuali o PMI che ne siano membri. </span><span class="s9">La cooperativa di dati non identifica, dunque, una particolare categoria di soggetti o una specifica forma organizzativa: il regolamento definisce piuttosto i servizi di cooperative di dati, che possono essere offerti tramite diverse strutture organizzative. </span><span class="s9">L’elemento qualificante è infatti soprattutto teleologico: tali strutture devono aiutare i membri nell’esercizio dei diritti relativi ai dati, consentire loro di confrontarsi sulle finalità e sulle condizioni del trattamento o negoziare collettivamente tali condizioni. La cooperativa introduce così nell’intermediazione una componente ulteriore rispetto alla semplice neutralità del terzo: organizza collettivamente gli interessi dei soggetti che detengono i dati, </span><span class="s9">riequilibrando l’asimmetria che affligge </span><span class="s9">il loro rapporto con gli </span><span class="s9">utenti dei dati.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;"><span class="s2">Un esempio</span><span class="s2">: </span><span class="s2">WeCity</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Un esempio consente di comprendere meglio le potenzialità del modello. Emblematico è il caso di </span><span class="s10"><a href="https://www.wecity.nl/nl" target="_blank" rel="noopener">WeCity</a></span><span class="s9">, società olandese </span><span class="s9">che opera</span><span class="s9"> come fornitore di servizi di intermediazione e indicata, tra le attività esercitate, anche come fornitrice di servizi di cooperative di dati</span><span class="s9">, come attestato in un </span><a href="https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/3a2a3e8b-edd1-11f0-8d3c-01aa75ed71a1/language-en" target="_blank" rel="noopener"><span class="s10">recente report</span></a><span class="s9">. </span><span class="s9">WeCity</span><span class="s9"> opera prevalentemente nell’ambito delle </span><em><span class="s4">smart cities</span></em><span class="s9">, mettendo a disposizione una piattaforma attraverso cui amministrazioni e altri attori urbani possono reperire e scambiare dati e servizi. Il modello è significativamente decentrato: i dati rimangono presso la fonte e vengono resi accessibili in forma federata, mantenendo in capo al loro titolare il controllo su destinatari e finalità della condivisione. La piattaforma mira</span><span class="s9">,</span><span class="s9"> inoltre</span><span class="s9">,</span><span class="s9"> a integrare non soltanto dati comunali, ma anche quelli detenuti da imprese energetiche, operatori del trasporto pubblico e gestori del verde, affiancando all’intermediazione servizi quali registri dei sensori installati negli spazi pubblici, strumenti IoT e attività di armonizzazione dei dati. </span><span class="s9">WeCity</span><span class="s9"> dichiara infatti di collaborare stabilmente con diverse </span><span class="s9">amministrazioni nella realizzazione della città intelligente. Il caso mostra così come i servizi di cooperative di dati possano assumere una dimensione territoriale, organizzando la circolazione di risorse informative prodotte da una pluralità di attori locali e mettendole al servizio della gestione di interessi riferibili alla comunità.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;">Dalle cooperative di dati all’amministrazione condivisa</h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Il rilievo delle cooperative di dati nei rapporti con le amministrazioni non si esaurisce nella funzione di intermediazione tra cittadini che mettono a disposizione i propri dati e soggetti interessati a utilizzarli. Esperienze come quella appena descritta mostrano una possibilità ulteriore: i dati possono divenire una risorsa attorno alla quale organizzare forme di collaborazione tra amministrazioni, cittadini e altri attori del territorio per la cura di interessi riferibili alla comunità. È in questa prospettiva che il fenomeno delle cooperative di dati può essere maggiormente apprezzato se collocato all’interno del paradigma dell’amministrazione condivisa, fondato sul superamento del tradizionale rapporto bipolare tra amministrazione e amministrati e sulla valorizzazione, ai sensi dell’art. 118, co. 4, Cost., dell’autonoma iniziativa dei cittadini nello svolgimento di attività di interesse generale. </span><span class="s9">Come noto</span><span class="s9">, la Corte costituzionale, nella </span><span class="s9">ormai celebre </span><span class="s9">sentenza n. 131 del 2020, ha riconosciuto nel principio di sussidiarietà orizzontale il fondamento di un ambito di organizzazione delle «libertà sociali» «non riconducibile né allo Stato, né al mercato», ma fondato su relazioni di solidarietà. Pur nella diversità dei contesti, una tensione analoga sembra emergere nelle cooperative di dati: esse possono rappresentare una “terza via” rispetto tanto alla concentrazione delle risorse informative presso grandi operatori privati quanto alla loro gestione esclusivamente pubblica, entrambe suscettibili di tradursi in forme di potere digitale. La dimensione cooperativa valorizza invece forme collaborative di governo dei dati, trasformandoli da </span><span class="s4">asset</span><span class="s9"> da estrarre in risorsa condivisa a beneficio della comunità. </span><span class="s9">La riconducibilità delle cooperative di dati all’amministrazione condivisa emerge anche da un lessico comune. Emblematica è la «fiducia», posta dal DGA alla base dei rapporti tra titolari e utenti dei dati e, nell’amministrazione condivisa, tra i principi fondamentali della gestione dei beni comuni, sino a figurare nell’art. 3 del </span><a href="https://www.labsus.org/i-regolamenti-per-lamministrazione-condivisa-dei-beni-comuni/prototipo-di-regolamento-labsus/" target="_blank" rel="noopener"><span class="s10">prototipo di regolamento </span><span class="s10">Labsus</span></a><span class="s9">.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;"><span class="s2">Le</span><span class="s2"> cooperative di dati</span><span class="s2"> dalla teoria alla pratica</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><span class="s9">Le potenzialità descritte non devono tuttavia nascondere le difficoltà del modello. Le cooperative di dati devono sostenere costi tecnologici, organizzativi e di </span><span class="s4">compliance</span><span class="s9">, mentre la costruzione di flussi di ricavo sufficienti può risultare difficile, soprattutto quando il valore prodotto è collettivo. Non sorprende che alcune esperienze abbiano incontrato problemi di sostenibilità: emblematico è il caso di </span><span class="s9">Polypoly</span><span class="s9">, società spesso richiamata tra le </span><em><span class="s4">data </span><span class="s4">cooperative</span><span class="s4">s</span></em><span class="s9">, assoggettata nel 2023 a procedura di insolvenza. A ciò si aggiunge l</span><span class="s9">’ancora </span><span class="s9">limitata diffusione, nel quadro del DGA, </span><span class="s9">di </span><span class="s9">servizi di cooperative di dati. Queste difficoltà non impongono però di abbandonare il modello</span><span class="s9">. A</span><span class="s9"> questo riguardo può essere utile riferirsi all’esperienza del</span><span class="s9">l’amministrazione </span><span class="s9">condivisa dei beni comuni: le prime esperienze incontravano incertezze su responsabilità, assicurazioni, procedure e rapporti con gli uffici, cui si è risposto attraverso una prassi che</span><span class="s9">,</span><span class="s9"> partendo da</span><span class="s9">l</span><span class="s9"> prototipo d</span><span class="s9">el</span><span class="s9"> regolamento e </span><span class="s9">dei</span><span class="s9"> patti di collaborazione</span><span class="s9">,</span> <span class="s9">h</span><span class="s9">a </span><span class="s9">poi</span><span class="s9"> affinato il metodo collaborativo. La diffusione di tali strumenti mostra che sperimentazione locale e apprendimento istituzionale procedono insieme</span><span class="s9">, </span><span class="s9">portando a sistemi di amministrazione pienamente sostenibili</span><span class="s9">.<br />
</span><span class="s9">Inoltre, proprio le metodologie sviluppate nella gestione condivisa dei beni comuni possono rappresentare un riferimento per trovare applicazioni utili </span><span class="s9">a</span><span class="s9">l modello della cooperativa di dati. </span><span class="s9">In questa prospettiva, le cooperative di dati possono essere lette non come un modello compiuto, ma come un laboratorio aperto di governo collaborativo delle risorse digitali</span><span class="s9">, un nuovo ambito digitale in cui può </span><span class="s9">trovare nuova realizzazione</span><span class="s9"> il</span><span class="s9"> modello</span><span class="s9"> dell’amministrazione condivisa.</span></p>
<p><em>Simone Franca è ricercatore (RTD-A) presso la Facoltà di Giurisprudenza dell&#8217;Università di Trento</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li style="text-align: justify;"><a href="https://www.labsus.org/2026/03/la-collaborazione-digitale-nella-tutela-del-patrimonio-culturale/" target="_blank" rel="noopener">La collaborazione digitale nella tutela del patrimonio culturale</a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="https://www.labsus.org/2023/05/la-difesa-dei-lavoratori-digitali-passa-per-lamministrazione-condivisa/" target="_blank" rel="noopener">La difesa dei lavoratori digitali passa per l’Amministrazione condivisa</a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="https://www.labsus.org/2022/10/le-comunita-energetiche-la-risposta-locale-agli-stravolgimenti-generati-dalla-globalizzazione/" target="_blank" rel="noopener">Le comunità energetiche la risposta locale agli stravolgimenti generati dalla globalizzazione</a></li>
</ul>
<p><em>Immagine di copertina: Markus Spiske su Unsplash</em></p>
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		<item>
		<title>Corso di Perfezionamento in Co-progettazione e Amministrazione condivisa</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/corso-di-perfezionamento-in-co-progettazione-e-amministrazione-condivisa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Labsus]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 06:50:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[corso di perfezionamento]]></category>
		<category><![CDATA[facoltà di giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[università di Pisa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per l’anno accademico 2026/2027 è attivato presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell&#8217;Università di Pisa il Corso di perfezionamento in “Co-progettazione, Terzo Settore e Welfare partecipativo. Metodi e tecniche di amministrazione condivisa”, con inizio il 13 ottobre 2026. Il percorso formativo è rivolto congiuntamente agli attori della sfera pubblica, degli Enti del Terzo settore, così come della cooperazione sociale, o delle imprese a vocazione sociale o benefit. La domanda di ammissione deve essere presentata, pena l’esclusione, entro le ore 23:59 del 30/09/2026 a bandi@jus.unipi.it. Per maggiori informazioni: BANDO CORSO PERFEZIONAMENTO TERZO SETTORE 2026. Immagine di copertina: Dipartimento di Giurisprudenza, Università di Pisa</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/corso-di-perfezionamento-in-co-progettazione-e-amministrazione-condivisa/">Corso di Perfezionamento in Co-progettazione e Amministrazione condivisa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per l’anno accademico 2026/2027 è attivato presso il <strong>Dipartimento di Giurisprudenza dell&#8217;Università di Pisa</strong> il <a href="https://www.jus.unipi.it/2026/07/09/bando-per-lammissione-al-corso-di-perfezionamento-in-co-progettazione-terzo-settore-e-welfare-partecipativo-metodi-e-tecniche-di-amministrazione-condivisa-a-a-2026-2027/" target="_blank" rel="noopener">Corso di perfezionamento in “Co-progettazione, Terzo Settore e Welfare partecipativo. Metodi e tecniche di amministrazione condivisa”</a>, con inizio il 13 ottobre 2026.</p>
<p style="text-align: justify;">Il percorso formativo è rivolto congiuntamente agli attori della sfera pubblica, degli Enti del Terzo settore, così come della cooperazione sociale, o delle imprese a vocazione sociale o benefit.</p>
<p style="text-align: justify;">La domanda di ammissione deve essere presentata, pena l’esclusione, <strong>entro le ore 23:59 del 30/09/2026 </strong>a <strong>bandi@jus.unipi.it</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per maggiori informazioni: <strong><a href="https://alboufficiale.unipi.it/wp-content/uploads/2026/07/BANDO-CORSO-PERFEZIONAMENTO-TERZO-SETTORE-2026.pdf" target="_blank" rel="noopener">BANDO CORSO PERFEZIONAMENTO TERZO SETTORE 2026</a>.</strong></p>
<p><em>Immagine di copertina: Dipartimento di Giurisprudenza, Università di Pisa</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/corso-di-perfezionamento-in-co-progettazione-e-amministrazione-condivisa/">Corso di Perfezionamento in Co-progettazione e Amministrazione condivisa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<item>
		<title>L&#8217;intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/lintelligenza-delle-differenze-tre-saperi-per-costruire-comunita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 06:27:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[Amministrazione condivsa]]></category>
		<category><![CDATA[cittadini attivi]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[sussidiarietà ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89657</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le pubbliche amministrazioni che apprendono dai conflitti In una fase storica segnata dalla crescente polarizzazione del dibattito pubblico, dalla sfiducia verso le istituzioni e dalla tendenza a considerare il conflitto come un problema da eliminare piuttosto che come una risorsa da comprendere, il libro Elogio dei tre saperi di Marianella Sclavi (Bordeau, Roma, aprile 2026) rappresenta una lettura preziosa e per certi aspetti controcorrente. Sociologa, docente di Etnografia urbana al Politecnico di Milano, studiosa dei processi di ascolto e gestione creativa dei conflitti, Marianella Sclavi affronta una questione che riguarda da vicino il futuro delle democrazie contemporanee: come possono le istituzioni pubbliche recuperare capacità di ascolto, legittimazione e innovazione in società sempre più complesse e frammentate? Come è possibile costruire decisioni pubbliche che non siano semplicemente il risultato di rapporti di forza, ma il frutto di un confronto capace di valorizzare punti di vista diversi? In sostanza: i conflitti sono forse non tanto un problema da sopprimere o sottacere, ma una risorsa da utilizzare per apprendere nuove strade possibili per cambiamenti importanti sociali. La metodologia dello studio di “casi” concreti La risposta che emerge dal libro non è affidata a teorie astratte o a modelli ideali di partecipazione. Al contrario, Marianella Sclavi sceglie una strada rigorosamente empirica, facendo parlare i protagonisti di esperienze concrete, osservando pratiche amministrative reali, ricostruendo i processi sviluppatisi nel corso di decenni. Il risultato è una riflessione che nasce dall&#8217;analisi dei fatti e che, proprio per questo, appare particolarmente convincente. Il cuore del libro è rappresentato dall&#8217;esperienza della città di Nantes, in Francia, che l&#8217;autrice ha studiato direttamente per quasi tre anni, andandoci a vivere per studiarla da vicino.  Nantes non è un semplice caso di successo amministrativo, presentandosi piuttosto come un laboratorio politico e sociale che, a partire dagli anni Ottanta, ha progressivamente costruito un modello di governo locale fondato sull&#8217;ascolto dei cittadini e sulla valorizzazione della partecipazione come strumento ordinario di governo. Non a caso, la città è stata riconosciuta dall’Unione Europea quale capitale d’Europa del verde (2013) e dell’innovazione sociale (2019). Non più solo amministrare per le persone, ma con le persone Ciò che rende particolarmente interessante questa esperienza è che non nasce da una situazione ideale. Al contrario, il percorso prende avvio da una crisi politica e da una perdita di consenso, da una sconfitta anche elettorale di chi aveva amministrato la città alla fine dello scorso secolo. Quegli amministratori, pur ritenendo di aver ben amministrato la città in quegli anni, si trovarono così a fare i conti con una crescente distanza tra l’operato delle istituzioni locali e il loro rapporto con i cittadini/e. Quali le cause e come intervenire per migliorare questo rapporto? Il punto di partenza fu l’acquisita consapevolezza del fatto che non fosse più sufficiente governare &#8220;per&#8221; le persone, ravvisando piuttosto la necessità di imparare a governare &#8220;con&#8221; le persone. Da qui è nato un lungo processo di sperimentazione che ha portato progressivamente a ridefinire il ruolo delle istituzioni, dei cittadini e degli stessi apparati tecnici della pubblica amministrazione. I tre saperi tra conflitti e dialoghi Il concetto chiave elaborato da Marianella Sclavi è quello dei &#8220;tre saperi&#8221;. Ogni comunità dispone infatti di almeno tre forme di conoscenza che, normalmente, tendono a rimanere separate. Il primo è il sapere d&#8217;uso dei cittadini, cioè la conoscenza che nasce dall&#8217;esperienza quotidiana di chi vive un territorio, utilizza servizi, frequenta spazi pubblici e sperimenta concretamente problemi e opportunità della vita collettiva. Il secondo è il sapere delle decisioni, proprio degli amministratori e dei rappresentanti eletti, chiamati ad assumersi la responsabilità delle scelte pubbliche e a definire indirizzi politici. Il terzo è il sapere tecnico, posseduto dai funzionari, dai professionisti e dagli esperti che conoscono norme, procedure, vincoli e strumenti operativi. Nella maggior parte dei casi questi saperi dialogano poco. Talvolta si ignorano. Altre volte entrano anche apertamente in conflitto. Il merito del libro è mostrare come proprio dall&#8217;incontro tra questi punti di vista differenti possano nascere soluzioni innovative e più efficaci. Il conflitto, in questa prospettiva, non viene presentato come qualcosa da reprimere o da nascondere, ma piuttosto come una fonte di apprendimento collettivo. Diventa l&#8217;occasione per mettere in discussione certezze consolidate, far emergere bisogni invisibili e costruire risposte nuove. A ben osservare, si tratta di un cambiamento culturale profondo. Le amministrazioni non vengono più viste come strutture che devono semplicemente decidere e comunicare le proprie decisioni, ma come organizzazioni che apprendono costantemente dal confronto con la società, come laboratori di “intelligenza collettiva” in cui i tre saperi si confrontano e individuano nuove vie da percorrere. L’infrastruttura necessaria L&#8217;esperienza di Nantes dimostra che questo approccio non si improvvisa. Non bastano consultazioni occasionali o strumenti partecipativi utilizzati in modo episodico. Occorrono luoghi, procedure, tempi e regole che rendano effettivo il dialogo tra cittadini e istituzioni. Insomma, dev’essere pensata e attuata una “infrastruttura” in grado di garantire, rendendolo vincolante,  questo modo di operare. Particolarmente significativo, in tal senso, è il &#8220;Patto per il dialogo con i cittadini&#8221; adottato dalla città nel 2021. Attraverso questo strumento, l&#8217;amministrazione si impegna non soltanto ad ascoltare i cittadini, ma anche a creare le condizioni affinché l&#8217;ascolto possa realmente avvenire, a rispondere alle proposte ricevute, a monitorarne gli esiti e a rendere conto pubblicamente delle decisioni assunte nelle diverse articolazioni ed espressioni territoriali. L&#8217;attenzione particolare viene rivolta soprattutto a coloro che normalmente restano ai margini dei processi partecipativi: persone fragili, gruppi poco rappresentati, cittadini disillusi o lontani dalla vita pubblica. La partecipazione non è dunque concepita come un privilegio per chi è già attivo, ma come uno strumento per allargare la cittadinanza democratica. Il ruolo chiave dei dipendenti pubblici e le nuove professionalità Il libro offre inoltre spunti molto interessanti sul ruolo dei funzionari pubblici. In questo modello il sapere tecnico non perde importanza; al contrario, si arricchisce. I dipendenti pubblici sono chiamati a sviluppare nuove competenze relazionali e a lavorare in modo più trasversale, superando rigidità organizzative e compartimenti amministrativi. Non si tratta più soltanto di verificare ciò che è consentito dalle procedure, ma di esplorare le</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/lintelligenza-delle-differenze-tre-saperi-per-costruire-comunita/">L&#8217;intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Le pubbliche amministrazioni che apprendono dai conflitti</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">In una fase storica segnata dalla crescente polarizzazione del dibattito pubblico, dalla sfiducia verso le istituzioni e dalla tendenza a considerare il conflitto come un problema da eliminare piuttosto che come una risorsa da comprendere, il libro <em>Elogio dei tre saperi</em> di Marianella Sclavi (Bordeau, Roma, aprile 2026) rappresenta una lettura preziosa e per certi aspetti controcorrente.<br />
Sociologa, docente di Etnografia urbana al Politecnico di Milano, studiosa dei processi di ascolto e gestione creativa dei conflitti, Marianella Sclavi affronta una questione che riguarda da vicino il futuro delle democrazie contemporanee: come possono le istituzioni pubbliche recuperare capacità di ascolto, legittimazione e innovazione in società sempre più complesse e frammentate? Come è possibile costruire decisioni pubbliche che non siano semplicemente il risultato di rapporti di forza, ma il frutto di un confronto capace di valorizzare punti di vista diversi? In sostanza: i conflitti sono forse non tanto un problema da sopprimere o sottacere, ma una risorsa da utilizzare per apprendere nuove strade possibili per cambiamenti importanti sociali.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>La metodologia dello studio di “casi” concreti</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La risposta che emerge dal libro non è affidata a teorie astratte o a modelli ideali di partecipazione. Al contrario, Marianella Sclavi sceglie una strada rigorosamente empirica, facendo parlare i protagonisti di esperienze concrete, osservando pratiche amministrative reali, ricostruendo i processi sviluppatisi nel corso di decenni. Il risultato è una riflessione che nasce dall&#8217;analisi dei fatti e che, proprio per questo, appare particolarmente convincente.<br />
Il cuore del libro è rappresentato dall&#8217;esperienza della città di Nantes, in Francia, che l&#8217;autrice ha studiato direttamente per quasi tre anni, andandoci a vivere per studiarla da vicino.  Nantes non è un semplice caso di successo amministrativo, presentandosi piuttosto come un laboratorio politico e sociale che, a partire dagli anni Ottanta, ha progressivamente costruito un modello di governo locale fondato sull&#8217;ascolto dei cittadini e sulla valorizzazione della partecipazione come strumento ordinario di governo. Non a caso, la città è stata riconosciuta dall’Unione Europea quale capitale d’Europa del verde (2013) e dell’innovazione sociale (2019).</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Non più solo amministrare per le persone, ma con le persone</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Ciò che rende particolarmente interessante questa esperienza è che non nasce da una situazione ideale. Al contrario, il percorso prende avvio da una crisi politica e da una perdita di consenso, da una sconfitta anche elettorale di chi aveva amministrato la città alla fine dello scorso secolo. Quegli amministratori, pur ritenendo di aver ben amministrato la città in quegli anni, si trovarono così a fare i conti con una crescente distanza tra l’operato delle istituzioni locali e il loro rapporto con i cittadini/e. Quali le cause e come intervenire per migliorare questo rapporto? Il punto di partenza fu l’acquisita consapevolezza del fatto che non fosse più sufficiente governare &#8220;per&#8221; le persone, ravvisando piuttosto la necessità di imparare a governare &#8220;con&#8221; le persone.<br />
Da qui è nato un lungo processo di sperimentazione che ha portato progressivamente a ridefinire il ruolo delle istituzioni, dei cittadini e degli stessi apparati tecnici della pubblica amministrazione.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>I tre saperi tra conflitti e dialoghi</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il concetto chiave elaborato da Marianella Sclavi è quello dei &#8220;tre saperi&#8221;. Ogni comunità dispone infatti di almeno tre forme di conoscenza che, normalmente, tendono a rimanere separate.<br />
Il primo è il sapere d&#8217;uso dei cittadini, cioè la conoscenza che nasce dall&#8217;esperienza quotidiana di chi vive un territorio, utilizza servizi, frequenta spazi pubblici e sperimenta concretamente problemi e opportunità della vita collettiva.<br />
Il secondo è il sapere delle decisioni, proprio degli amministratori e dei rappresentanti eletti, chiamati ad assumersi la responsabilità delle scelte pubbliche e a definire indirizzi politici.<br />
Il terzo è il sapere tecnico, posseduto dai funzionari, dai professionisti e dagli esperti che conoscono norme, procedure, vincoli e strumenti operativi.<br />
Nella maggior parte dei casi questi saperi dialogano poco. Talvolta si ignorano. Altre volte entrano anche apertamente in conflitto. Il merito del libro è mostrare come proprio dall&#8217;incontro tra questi punti di vista differenti possano nascere soluzioni innovative e più efficaci.<br />
Il conflitto, in questa prospettiva, non viene presentato come qualcosa da reprimere o da nascondere, ma piuttosto come una fonte di apprendimento collettivo. Diventa l&#8217;occasione per mettere in discussione certezze consolidate, far emergere bisogni invisibili e costruire risposte nuove.<br />
A ben osservare, si tratta di un cambiamento culturale profondo. Le amministrazioni non vengono più viste come strutture che devono semplicemente decidere e comunicare le proprie decisioni, ma come organizzazioni che apprendono costantemente dal confronto con la società, come laboratori di “intelligenza collettiva” in cui i tre saperi si confrontano e individuano nuove vie da percorrere.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>L’infrastruttura necessaria</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">L&#8217;esperienza di Nantes dimostra che questo approccio non si improvvisa. Non bastano consultazioni occasionali o strumenti partecipativi utilizzati in modo episodico. Occorrono luoghi, procedure, tempi e regole che rendano effettivo il dialogo tra cittadini e istituzioni. Insomma, dev’essere pensata e attuata una “infrastruttura” in grado di garantire, rendendolo vincolante,  questo modo di operare.<br />
Particolarmente significativo, in tal senso, è il &#8220;Patto per il dialogo con i cittadini&#8221; adottato dalla città nel 2021. Attraverso questo strumento, l&#8217;amministrazione si impegna non soltanto ad ascoltare i cittadini, ma anche a creare le condizioni affinché l&#8217;ascolto possa realmente avvenire, a rispondere alle proposte ricevute, a monitorarne gli esiti e a rendere conto pubblicamente delle decisioni assunte nelle diverse articolazioni ed espressioni territoriali.<br />
L&#8217;attenzione particolare viene rivolta soprattutto a coloro che normalmente restano ai margini dei processi partecipativi: persone fragili, gruppi poco rappresentati, cittadini disillusi o lontani dalla vita pubblica. La partecipazione non è dunque concepita come un privilegio per chi è già attivo, ma come uno strumento per allargare la cittadinanza democratica.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Il ruolo chiave dei dipendenti pubblici e le nuove professionalità </strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il libro offre inoltre spunti molto interessanti sul ruolo dei funzionari pubblici. In questo modello il sapere tecnico non perde importanza; al contrario, si arricchisce. I dipendenti pubblici sono chiamati a sviluppare nuove competenze relazionali e a lavorare in modo più trasversale, superando rigidità organizzative e compartimenti amministrativi. Non si tratta più soltanto di verificare ciò che è consentito dalle procedure, ma di esplorare le concrete  possibilità di azione che permettono di realizzare obiettivi condivisi nel rispetto delle regole.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>La sussidiarietà e i tre saperi</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Per chi opera nel campo dell&#8217;amministrazione condivisa, della sussidiarietà e dei patti di collaborazione, <em>Elogio dei tre saperi</em> rappresenta una lettura particolarmente utile. Il libro non parla direttamente di amministrazione condivisa, ma offre una chiave interpretativa che aiuta a comprenderne meglio il significato più profondo.<br />
L&#8217;esperienza italiana dei patti di collaborazione si fonda infatti sull&#8217;idea che cittadini e istituzioni possano cooperare nella cura dei beni comuni, nell’alveo della sussidiarietà e nell&#8217;interesse generale. Tuttavia, chi lavora concretamente in questi processi sa bene che norme e regolamenti, da soli, non bastano. Servono capacità di ascolto, competenze relazionali, disponibilità al confronto e una “regia” della gestione costruttiva delle differenze e soprattutto dei conflitti.<br />
Da questo punto di vista, il dialogo tra l&#8217;amministrazione condivisa italiana e la prospettiva proposta da Marianella Sclavi appare particolarmente fecondo. I patti di collaborazione possono offrire una concreta architettura istituzionale e organizzativa, essere la base anche del decentramento amministrativo dell’ente locale (per es: Comitati di zona, di quartiere, ecc: vedi l’esperienza di Bologna). Mentre il metodo dei tre saperi, una volta anche individuati i luoghi e le regole preposti al loro incontro, contribuisce a sviluppare quella cultura democratica e quelle competenze necessarie per far funzionare davvero la collaborazione.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Trasformare i conflitti in occasioni di apprendimento collettivo e d’innovazione</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il messaggio finale del libro è tanto semplice quanto impegnativo: l&#8217;innovazione delle istituzioni non passa soltanto da nuove procedure, nuovi regolamenti o nuove tecnologie. Non passa soltanto dalla ricerca del consenso di gruppi sociali diversi. Passa soprattutto dalla capacità di costruire relazioni tra cittadini, amministratori e tecnici, riconoscendo che ciascuno di loro esprime una parte indispensabile della conoscenza necessaria per affrontare i problemi collettivi e nel far emergere l’interesse generale. È questo terreno di confronto che può quindi trasformare i conflitti anche in nuove forme di alleanze., come del resto già accade con gli stessi patti di collaborazione.<br />
In un&#8217;epoca in cui la tentazione di reprimere i conflitti è sempre più forte, <em>Elogio dei tre saperi</em> ci ricorda che una democrazia più viva, più inclusiva e più efficace nasce invece dalla capacità di attraversarli, comprenderli e trasformarli in occasioni di apprendimento collettivo e d’innovazione anche amministrativa. Una lezione preziosa non solo per gli studiosi e gli amministratori pubblici, ma per tutti coloro che credono che la qualità della democrazia dipenda dalla qualità delle relazioni che siamo capaci di costruire.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Immagine di copertina: AhmadArdity su Pixabay</em></p>
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		<title>Un Contratto di Fiume per il Tevere</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/un-contratto-di-fiume-per-il-tevere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ernesto Tunlii De Caprio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 05:01:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I fiumi, soprattutto quelli delle grandi città, hanno sempre suscitato grande diffidenza. Da un lato garantivano utilità essenziali per gli insediamenti di nuova formazione come acqua, nutrimento, trasporto di merci e persone. Tuttavia, a fronte di questi innegabili vantaggi, i fiumi, non hanno mai risparmiato le città da calamità terribili come piene ed esondazioni, inconvenienti non più tollerabili per quelle città che nei secoli sono cambiate radicalmente. Così, con il passare del tempo, i fiumi sono stati dimenticati. Sono stati relegati a mero elemento di contorno del paesaggio urbano, confinati in spazi angusti e poco accessibili, schiacciati da pesanti argini in pietra che, ancora oggi, spezzano il naturale dialogo con la città e soprattutto con i cittadini. Per questo è necessario passare dalla logica del muro – o meglio dell’argine – che separa, ad un nuovo modello di gestione dei fiumi e del loro territorio che possa ricucire quel ancestrale legame tra acqua, città e persone. Tra i vari istituti non autoritativi, espressione di questo nuovo paradigma, a disposizione dell’amministrazione e dei cittadini spiccano i Contratti di Fiume. Questi strumenti di amministrazione condivisa sono stati recentemente introdotti all’art. 68-bis del codice dell’ambiente dalla legge n. 221 del 9 dicembre 2015, quali strumenti volontari di programmazione strategica e negoziata che concorrono alla definizione e all&#8217;attuazione degli strumenti di pianificazione di distretto a livello di bacino e sottobacino idrografico. Ed è proprio grazie ad un Contratto di Fiume che a Roma il Tevere sta tornando al centro del dibattito cittadino in linea con gli obiettivi di sostenibilità che l’ONU intende raggiungere entro il 2030 quali: la gestione delle risorse idriche e la protezione dai rischi idraulici, la qualità delle acque, la qualità ambientale, l’accessibilità e la fruizione dei fiumi. Per conoscere da vicino la storia del Contratto di Fiume Tevere da Castel Giubileo alla foce abbiamo intervistato l’Architetta Laura Clerici vicepresidente dell’associazione Agenda Tevere ETS, associazione promotrice del Contratto di fiume Tevere, e a partire dall’aprile 2025 membro esterno della Segreteria Tecnica dei Contratti di Fiume Tevere e Aniene in seno alla Città metropolitana di Roma Capitale Soggetto Responsabile della gestione ed attuazione del Contratto di Fiume Tevere dal 22 febbraio 2022. L’origine del Contratto di Fiume Tevere Il Contratto di Fiume Tevere ha avuto origine a seguito di un processo partecipativo, nato nel 2016, promosso da Agenda Tevere ETS, “un’associazione indipendente, catalizzatore civico per la rigenerazione e valorizzazione del tratto urbano del fiume Tevere, un bene comune collettivo la cui tutela e rigenerazione è una responsabilità condivisa”. Tutto è iniziato con l’approvazione, nel 2017, del Manifesto d’Intenti, sottoscritto da Agenda Tevere ETS, Pubbliche Amministrazioni, Università, Istituti di Ricerca, Ordini Professionali, Imprenditori e Associazioni territoriali. Il “corso” del Contratto di Fiume Tevere si è articolato in quattro fasi principali. A partire dal 2018, in una prima fase del processo del Contratto di Fiume Tevere, il Comitato dei Promotori ha definito e formalizzato la struttura e le regole di governance del processo del Contratto con la costituzione di due organi interni: il Comitato interistituzionale e la Segreteria Tecnica. Successivamente la Segreteria ha istituito i Tavoli di Lavoro. In questa fase, prettamente documentale e di ricerca, i Tavoli di Lavoro si sono occupati di studiare i dati disponibili; implementare l’Analisi Conoscitiva; definire i valori e le questioni critiche; sviluppare gli obiettivi specifici predefiniti nel Manifesto di Intenti e impostare le linee strategiche fino alla definizione del Documento Programmatico del Contratto di Fiume Tevere. Si tratta di un documento strategico, sottoscritto nel 2018 dai soggetti già aderenti al Manifesto di Intenti, in cui sono programmate le decisioni, le priorità e gli obiettivi del formalizzando Contratto di Fiume Tevere. La seconda fase del processo del CdF Tevere è stata avviata con la strutturazione del Primo Programma Triennale di Azione al quale hanno contribuito i Tavoli di Lavoro coordinati dalla Segreteria Tecnica, programma che individua le linee guida per le azioni e definisce le strategie comuni, gli assi strategici, le macro azioni e le possibili tipologie di azione. Nella terza fase che va dal 2020 al 2022, la Segreteria Tecnica del CdF Tevere ha recepito gli esiti delle attività e i documenti dei Tavoli di Lavoro; ha strutturato e formalizzato gli assi strategici, le tipologie di azione, gli obiettivi specifici, il corpo delle azioni del primo programma triennale di azione 2022-2025; ha inquadrato la fattibilità tecnico-economica ed il relativo Quadro Economico  ed ha elaborato il Quadro Sinottico alla luce del Documento Programmatico e del Programma Triennale di Azione. La quarta fase ha conciso con la firma dell’Atto di Impegno del Contratto di Fiume Tevere il 22 febbraio 2022 presso la Regione Lazio. In questa occasione le adesioni al Contratto hanno raggiunto quota 86 sottoscrittori di cui 55 associazioni, con un quadro economico complessivo del valore di circa 79 milioni di euro ed una copertura finanziaria del 98%. Dal febbraio 2022, Città metropolitana di Roma Capitale è il Soggetto Responsabile della gestione ed attuazione del Contratto di fiume Tevere. Come è nato e chi sono le parti del Contratto di Fiume Tevere? Il Contratto di Fiume Tevere è un’anomalia nel sistema dei Contratti di Fiume, perché è uno di quei pochi casi a livello nazionale, ma anche nel panorama europeo, di Contratto di Fiume promosso completamente dal basso; quindi costruito e portato fino alla firma dell’Accordo di programmazione negoziata da volontari di un’associazione senza scopo di lucro come Agenda Tevere ETS. Dopo la firma dell’Atto di impegno, nell’ottobre dello stesso anno Città metropolitana di Roma Capitale è diventata il Soggetto responsabile della gestione e dell’attuazione. Tuttavia Agenda Tevere ETS tramite un protocollo d’intesa ha continuato a supportare Città metropolitana nell’attuazione fino alla istituzione della Segreteria Tecnica Scientifica dei Contratti di Fiume presso la Città metropolitana di Roma Capitale avvenuta ad aprile del 2025. Negli anni 2022-2025, la compagine contrattuale è cresciuta sempre di più. I sottoscrittori del Contratto di Fiume Tevere hanno raggiunto quota 92 (in origine 86), sono aumentate anche le azioni del Primo Programma Triennale di Azione a quota 66 (in origine 49) con 44 Soggetti</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/un-contratto-di-fiume-per-il-tevere/">Un Contratto di Fiume per il Tevere</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I <strong>fiumi</strong>, soprattutto quelli delle grandi città, hanno sempre suscitato grande diffidenza. Da un lato garantivano <strong>utilità essenziali</strong> per gli insediamenti di nuova formazione come acqua, nutrimento, trasporto di merci e persone. Tuttavia, a fronte di questi innegabili vantaggi, i fiumi, non hanno mai risparmiato le città da <strong>calamità terribili</strong> come piene ed esondazioni, inconvenienti non più tollerabili per quelle città che nei secoli sono cambiate radicalmente. Così, con il passare del tempo, <strong>i fiumi sono stati dimenticati</strong>. Sono stati relegati a mero elemento di<strong> contorno</strong> del paesaggio urbano, confinati in spazi angusti e poco accessibili, schiacciati da pesanti argini in pietra che, ancora oggi, <strong>spezzano il naturale dialogo con la città</strong> e soprattutto con i cittadini. Per questo è necessario passare dalla logica del muro – o meglio dell’argine – che separa, ad un nuovo modello di gestione dei fiumi e del loro territorio che possa ricucire quel ancestrale legame tra acqua, città e persone. Tra i vari istituti non autoritativi, espressione di questo nuovo paradigma, a disposizione dell’amministrazione e dei cittadini spiccano i <strong>Contratti di Fiume</strong>. Questi strumenti di amministrazione condivisa sono stati recentemente introdotti all’<strong>art. 68-<em>bis</em></strong> del <strong>codice dell’ambiente</strong> <strong>dalla legge n. 221 del 9 dicembre 2015</strong>, quali <strong>strumenti volontari di programmazione strategica e negoziata</strong> che <strong>concorrono alla definizione e all&#8217;attuazione degli strumenti di pianificazione</strong> <strong>di distretto a livello di bacino e sottobacino idrografico</strong>. Ed è proprio grazie ad un Contratto di Fiume che a Roma il Tevere sta tornando al centro del dibattito cittadino in linea con gli <strong>obiettivi di sostenibilità </strong>che l’<strong>ONU</strong> intende raggiungere entro il 2030 quali: la gestione delle risorse idriche e la protezione dai rischi idraulici, la qualità delle acque, la qualità ambientale, l’accessibilità e la fruizione dei fiumi.<br />
Per conoscere da vicino la storia del <strong><em>Contratto di Fiume</em> <em>Tevere da Castel Giubileo alla foce</em></strong> abbiamo intervistato l’Architetta <strong>Laura Clerici</strong> vicepresidente dell’associazione <strong>Agenda Tevere ETS</strong>, associazione promotrice del Contratto di fiume Tevere, e a partire dall’aprile 2025 membro esterno della Segreteria Tecnica dei Contratti di Fiume Tevere e Aniene in seno alla Città metropolitana di Roma Capitale Soggetto Responsabile della gestione ed attuazione del Contratto di Fiume Tevere dal 22 febbraio 2022.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>L’origine del Contratto di Fiume Tevere</strong></h4>
<div id="attachment_89686" style="width: 929px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89686" class="wp-image-89686" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-300x182.jpeg" alt="" width="919" height="558" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-300x182.jpeg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-1024x621.jpeg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-768x466.jpeg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-810x491.jpeg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-1140x691.jpeg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-600x364.jpeg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884.jpeg 1512w" sizes="(max-width: 919px) 100vw, 919px" /><p id="caption-attachment-89686" class="wp-caption-text">Parco di affaccio di Ponte Marconi ©Laura Clerici</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il Contratto di Fiume Tevere ha avuto origine a seguito di un processo partecipativo, nato nel 2016, promosso da <a href="https://www.agendatevere.org/">Agenda Tevere ETS</a>, <em>“un’associazione indipendente, catalizzatore civico per la rigenerazione e valorizzazione del tratto urbano del fiume Tevere, un bene comune collettivo la cui tutela e rigenerazione è una responsabilità condivisa”. </em>Tutto è iniziato con l’approvazione, nel 2017, del <strong>Manifesto d’Intenti</strong>, sottoscritto da Agenda Tevere ETS, Pubbliche Amministrazioni, Università, Istituti di Ricerca, Ordini Professionali, Imprenditori e Associazioni territoriali.<br />
Il “corso” del Contratto di Fiume Tevere si è articolato in quattro fasi principali. A partire dal 2018, in una <strong>prima fase</strong> del processo del Contratto di Fiume Tevere, il Comitato dei Promotori ha definito e formalizzato la struttura e le regole di <em>governance </em>del processo del Contratto con la costituzione di due organi interni: il <strong>Comitato interistituzionale</strong> e la <strong>Segreteria Tecnica</strong>. Successivamente la Segreteria ha istituito i <strong>Tavoli di Lavoro</strong>. In questa fase, prettamente documentale e di ricerca, i Tavoli di Lavoro si sono occupati di studiare i dati disponibili; implementare l’<strong>Analisi Conoscitiva</strong>; definire i valori e le questioni critiche; sviluppare gli obiettivi specifici predefiniti nel Manifesto di Intenti e impostare le linee strategiche fino alla definizione del Documento Programmatico del Contratto di Fiume Tevere. Si tratta di un documento strategico, sottoscritto nel 2018 dai soggetti già aderenti al Manifesto di Intenti, in cui sono programmate le decisioni, le priorità e gli obiettivi del formalizzando Contratto di Fiume Tevere.<br />
La <strong>seconda fase</strong> del processo del CdF Tevere è stata avviata con la strutturazione del <strong>Primo Programma Triennale di Azione</strong> al quale hanno contribuito i Tavoli di Lavoro coordinati dalla Segreteria Tecnica, programma che individua le linee guida per le azioni e definisce le strategie comuni, gli assi strategici, le macro azioni e le possibili tipologie di azione.<br />
Nella <strong>terza fase</strong> che va dal 2020 al 2022, la Segreteria Tecnica del CdF Tevere ha recepito gli esiti delle attività e i documenti dei Tavoli di Lavoro; ha strutturato e formalizzato gli assi strategici, le tipologie di azione, gli obiettivi specifici, il corpo delle azioni del primo programma triennale di azione 2022-2025; ha inquadrato la fattibilità tecnico-economica ed il relativo Quadro Economico  ed ha elaborato il Quadro Sinottico alla luce del Documento Programmatico e del Programma Triennale di Azione.<br />
La <strong>quarta fase </strong>ha conciso con la firma dell’<strong>Atto di Impegno </strong>del Contratto di Fiume Tevere il 22 febbraio 2022 presso la Regione Lazio. In questa occasione le adesioni al Contratto hanno raggiunto quota 86 sottoscrittori di cui 55 associazioni, con un quadro economico complessivo del valore di circa 79 milioni di euro ed una copertura finanziaria del 98%.<br />
Dal febbraio 2022, Città metropolitana di Roma Capitale è il Soggetto Responsabile della gestione ed attuazione del Contratto di fiume Tevere.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Come è nato e chi sono le parti del Contratto di Fiume Tevere?</strong></h4>
<div id="attachment_89675" style="width: 931px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89675" class="wp-image-89675" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-300x218.jpg" alt="" width="921" height="669" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-300x218.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-1024x744.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-768x558.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-810x589.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-1140x828.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-600x436.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975.jpg 1200w" sizes="(max-width: 921px) 100vw, 921px" /><p id="caption-attachment-89675" class="wp-caption-text">Oasi Naturalistica di Ponte Milvio © Laura Clerici</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il Contratto di Fiume Tevere è un’anomalia nel sistema dei Contratti di Fiume, perché è uno di quei pochi casi a livello nazionale, ma anche nel panorama europeo, di <strong>Contratto di Fiume promosso completamente dal basso</strong>; quindi costruito e portato fino alla firma dell’Accordo di programmazione negoziata da volontari di un’associazione senza scopo di lucro come Agenda Tevere ETS. Dopo la firma dell’Atto di impegno, nell’ottobre dello stesso anno Città metropolitana di Roma Capitale è diventata il Soggetto responsabile della gestione e dell’attuazione. Tuttavia Agenda Tevere ETS tramite un protocollo d’intesa ha continuato a supportare Città metropolitana nell’attuazione fino alla istituzione della <strong>Segreteria Tecnica Scientifica dei Contratti di Fiume</strong> presso la Città metropolitana di Roma Capitale avvenuta ad aprile del 2025.<br />
Negli anni 2022-2025, <strong>la compagine contrattuale è cresciuta sempre di più</strong>. I sottoscrittori del Contratto di Fiume Tevere hanno raggiunto quota 92 (in origine 86), sono aumentate anche le azioni del Primo Programma Triennale di Azione a quota 66 (in origine 49) con 44 Soggetti Responsabili di Azione (in origine 31). Accanto alla componente istituzionale, nel rapporto tra le parti, essendoci una sostanziale prevalenza numerica del <strong>mondo associativo</strong>, culturale, dei dipartimenti di Università, la <strong>dimensione “negoziata”</strong> è molto sentita. Tra le associazioni si è formata una <strong>rete solida </strong>che è stata la spinta e il motore propulsivo in ogni fase del processo del Contratto di Fiume ed anche nella sua attuazione. Le associazioni che vivono il territorio del fiume Tevere compiono azioni in termini di <strong>partecipazione attiva</strong> e di <strong>conoscenza </strong>offrendo un bagaglio di competenze e di conoscenza profonda del territorio millimetro per millimetro. Ed è proprio questo patrimonio di competenze che ha fatto la differenza quando Roma Capitale, alla fine del 2023, ha deciso di realizzare i Parchi di affaccio sul Tevere concertandoli come azioni nell’Accordo di Programmazione Negoziata Contratto di Fiume Tevere; in questo modo, l’Amministrazione comunale, dalla sinergia ed il confronto con le associazioni, ha potuto anche acquisire la conoscenza diretta e diffusa dei luoghi, il bagaglio esperienziale delle realtà territoriali per poi trasferirli nelle progettualità traendone anche un vantaggio in termini di ottimizzazione dei tempi della “conoscenza dei luoghi” e definizione degli interventi.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Qual è il modello giuridico del Contratto di Fiume Tevere?</strong></h4>
<div id="attachment_89669" style="width: 927px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89669" class="wp-image-89669" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-300x225.jpg" alt="" width="917" height="688" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-300x225.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-1024x768.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-100x75.jpg 100w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-768x576.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-1536x1152.jpg 1536w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-810x608.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-1140x855.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-600x450.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole.jpg 1600w" sizes="(max-width: 917px) 100vw, 917px" /><p id="caption-attachment-89669" class="wp-caption-text">© Laura Clerici</p></div>
<p style="text-align: justify;">Da un punto di vista giuridico il modello amministrativo è quello degli <strong>accordi di programmazione negoziata</strong> ai sensi dell’<strong>art. 2, comma 203, lett. <em>a)</em> della legge n. 662 del 23 dicembre 1996</strong> tra vari soggetti pubblici e privati.<br />
Il Contratto di Fiume ha una gerarchia a due livelli: una <strong>gerarchia verticale</strong> che è relativa all’ambito di competenza e coinvolge gli enti sovraordinati (dal Ministero dell’Ambiente, alla Regione, alla Città metropolitana, ai municipi, alle sovrintendenze); vi è poi una <strong>gerarchia orizzontale</strong> che riguarda tutti i soggetti che hanno aderito all&#8217;accordo che sono di fatto su un <strong>pari livello</strong>. Dal punto di vista dell’impegno non cambiano i pesi, tuttavia, dato che l’accordo è tra pubblico e privati ci sono una serie di <strong>ambiti di intervento dove solamente la Pubblica Amministrazione può operare</strong>. È il caso, ad esempio, della pulizia delle sponde e del rischio idraulico, di competenza regionale; mentre Acea Ato 2 è responsabile delle immissioni delle acque reflue; così come Roma Capitale si occupa degli ambiti di fruizione e accessibilità, ecc.<br />
Per quanto riguarda i <strong>finanziamenti</strong>, ogni soggetto responsabile che propone un’attività da mettere nel Programma di Azione è responsabile in prima persona della sua attuazione, quindi anche della <strong>fattibilità economica</strong> e del relativo <strong>recepimento delle risorse</strong>. È evidente che nel caso di un’associazione che decide di realizzare un evento oppure progetti di educazione ambientale nelle scuole, ci saranno più difficoltà in tema di risorse finanziarie anche se le varie azioni possono trovare copertura con bandi europei e nazionali in ambito ambientale.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Quali azioni e risultati concreti sono stati raggiunti tramite il Contratto di Fiume?</strong></h4>
<div id="attachment_89668" style="width: 926px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89668" class="wp-image-89668" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-300x135.jpg" alt="" width="916" height="412" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-300x135.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-1024x461.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-768x346.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-1536x691.jpg 1536w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-810x365.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-1140x513.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-600x270.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis.jpg 1600w" sizes="(max-width: 916px) 100vw, 916px" /><p id="caption-attachment-89668" class="wp-caption-text">Sopralluogo partecipato al parco di affaccio Tiberis © Laura Clerici</p></div>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda le azioni del Contratto di Fiume queste sono contenute nel <strong>Primo Programma Triennale di Azione 2022-2025</strong> che prevede: <strong>49 azioni</strong> di diversa tipologia (attività, progetti, interventi) declinate su <strong>sei</strong> <strong>assi strategici</strong> (aggiornamento e sviluppo del quadro conoscitivo, sicurezza idraulica, qualità delle acque, biodiversità e funzionalità ecologica, fruizione integrata, partecipazione attiva); <strong>sei obiettivi specifici</strong> (gestione risorse idriche e protezione dai rischi idraulici, qualità delle acque, qualità ambientale, accessibilità e fruizione: Tevere spazio pubblico, valorizzazione e promozione delle progettualità esistenti, diffusione della conoscenza e della partecipazione attiva) e <strong>5 tipologie di azione</strong> (conoscenza, sicurezza, interventi, comunicazione, monitoraggio).<br />
Un risultato concreto che può essere preso a modello per far capire la logica sottesa ai Contratti di Fiume è stato quello di “ottenere” che Roma Capitale, in quanto Soggetto pubblico sottoscrittore, decidesse di inserire tra le azioni del Contratto di Fiume la realizzazione dei parchi d’affaccio sul Tevere. Bisogna segnalare che in questa occasione l’Amministrazione comunale ha utilizzato al meglio lo strumento del Contratto organizzando in fase progettuale <strong>sopralluoghi partecipati</strong> nelle aree che sarebbero diventate parchi d’affaccio (Oasi Naturalistica tra ponte Milvio e ponte Flaminio, Parco di affaccio “Foro Italico”, Parco d’affaccio su Lungotevere delle Navi, Parco d’affaccio tra via del Foro Italico e dell’Acqua Acetosa, Parco d’affaccio Ostia antica, Parco <em>Tiberis</em>), cosa mai accaduta prima!<br />
Sempre in tema di misure concrete bisogna dire che l’intensa attività e impegno sul territorio, di lavoro e di pressione sull’Amministrazione ha contribuito a far decidere alla politica di investire in termini di ambiente sul Fiume Tevere. Già la Giunta Raggi aveva iniziato questo percorso con l’istituzione di un ufficio preposto (Ufficio Valorizzazione del Tevere) ed è stata la prima ad aver bonificato l’area sotto ponte Marconi nel 2018 facendone un parco d’affaccio temporaneo chiamato <em>Tiberis</em>. Ebbene grazie al costante impegno di Agenda Tevere dal 2018 e all’attività del Contratto di Fiume Tevere è stato raggiunto l’obiettivo di rendere permanente il parco d’affaccio <em>Tiberis</em> con Roma Capitale che l’ha finanziato ed inserito nel Programma Triennale di Azione 2022-2025 ed anche nel costruendo Programma 2026-2029.<br />
Un’altra parte fondamentale delle attività in ambito Contratto di Fiume Tevere ha riguardato la campagna d’informazione e comunicazione che, nella fase del processo del Contratto, è stata realizzata (dal 2020 fino al gennaio del 2022) tramite la <em>newsletter</em> mensile del Contratto di Fiume, in cui accanto all’approfondimento di una tematica specifica – top news &#8211; veniva restituito un aggiornamento dei principali fatti e notizie riguardanti il fiume Tevere ed il suo territorio.<br />
Tuttora, nella fase di attuazione del Contratto di Fiume Tevere (2022-2025 e 2026-2029) prosegue la fondamentale attività di comunicazione ed informazione con la <em>Newsletter </em>del Contratto di Fiume Tevere, a cadenza bimensile, redatta a cura della Segreteria Tecnica Scientifica per il Contratto di Fiume Tevere (arch. Elisa Avellini, arch. Laura Clerici, arch. Romina D’Ascanio) in Città metropolitana di Roma Capitale.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>La storia del Contratto di Fiume Tevere è una scrittura continua</strong></h4>
<div id="attachment_89674" style="width: 928px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89674" class="wp-image-89674" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-300x205.jpg" alt="" width="918" height="628" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-300x205.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-1024x700.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-768x525.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-810x554.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-1140x779.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-145x100.jpg 145w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-380x260.jpg 380w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-634x433.jpg 634w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-600x410.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804.jpg 1200w" sizes="(max-width: 918px) 100vw, 918px" /><p id="caption-attachment-89674" class="wp-caption-text">Parco di affaccio di Ostia Antica © Laura Clerici</p></div>
<p style="text-align: justify;">È importante evidenziare che la dinamica del Contratto di Fiume Tevere non si è esaurita con la sottoscrizione di un Atto di Impegno formale (un contratto di fiume non è un fine ma uno strumento!) si tratta piuttosto di un procedimento dinamico, che da poco più di un anno si è ulteriormente strutturato negli uffici dell’Amministrazione, infatti, a partire dal 29 aprile 2025, come si legge nel sito di Città metropolitana di Roma Capitale, è stata costituita la <a href="https://provinciadiroma-my.sharepoint.com/:b:/g/personal/difesasuolo_cittametropolitanaroma_it/IQDHCH7CxuN1SrD4hZM0yl9ZAVKvPcsOh7k8qFE4cEBXXzE?e=Vx2FkC" target="_blank" rel="noopener"><strong>Segreteria Tecnica dei Contratti di Fiume</strong></a> «al fine di creare sinergia e dare maggiore impulso alle attività dei Contratti di Fiume, sia per implementarne i Programmi d’Azione, sia per garantire una <em>governance</em> efficace nell’attuazione delle azioni previste». Il gruppo di lavoro è costituito da personale interno e da cinque esperti esterni nella specifica materia. Città metropolitana, a partire dai dati a disposizione raccolti nelle fasi precedenti, ha poi implementato la piattaforma informatica <a href="https://geologico.cittametropolitanaroma.it/contratti-fiume/sistema-informativo-integrato-tevere-aniene-siita" target="_blank" rel="noopener">SIITA</a> Sistema Informativo Integrato Tevere e Aniene e una piattaforma WebGIS.<br />
Ad oggi, è in fase di costruzione il nuovo Programma Triennale di Azione 2026-2029: le proposte di azione finora pervenute testimoniano il rinnovato e costante impegno delle realtà aderenti al Contratto di Fiume Tevere, evidenziando in particolare il significativo <strong>prevalente contributo delle associazioni</strong> e dei soggetti attivi sul territorio che ottemperano agli impegni sottoscritti con l’Accordo, proponendo e realizzando iniziative e progettualità coerenti con gli obiettivi condivisi del Contratto.<br />
Tra le Amministrazioni Pubbliche, Roma Capitale Dipartimento Tutela Ambientale è in fase di perfezionamento tecnico-compilativo di due proprie proposte, dimostrando il rinnovato impegno nel percorso attuativo del Contratto di Fiume e nella costruzione condivisa del nuovo Programma Triennale di Azione. Analogamente, Città metropolitana di Roma Capitale conferma il proprio contributo nel PTA 2026-2029 finanziando l’implementazione e la gestione del Sistema Informativo Integrato Tevere e Aniene – SIITA.</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.labsus.org/2025/07/i-contratti-di-fiume-negli-argini-del-diritto-amministrativo/" target="_blank" rel="noopener">I Contratti di Fiume negli argini del diritto amministrativo</a></li>
</ul>
<p><em>Immagine di copertina: Laura Clerici</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/un-contratto-di-fiume-per-il-tevere/">Un Contratto di Fiume per il Tevere</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Corso di alta formazione in Amministrazione condivisa a.a. 2026/2027</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/07/corso-di-alta-formazione-in-amministrazione-condivisa-a-a-2026-2027/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Labsus]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 12:37:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[corso alta formazione]]></category>
		<category><![CDATA[corso universitario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È stato pubblicato l’avviso di selezione del Corso di Alta Formazione in Amministrazione condivisa, che si terrà presso il Dipartimento di Scienze politiche della Sapienza. Obiettivi del corso, programma e condizioni di iscrizione si trovano qui: https://www.uniroma1.it/it/offerta-formativa/corso-di-alta-formazione/2027/amministrazione-condivisa Le lezioni sono svolte nella quasi totalità in via telematica. Per conoscere la valutazione del corso da chi ha frequentato si può vedere qui: https://disp.web.uniroma1.it/it/amministrazione-condivisa-governare-la-prossimita-con-i-cittadini Il corso è rivolto a studenti, volontari, operatori sociali, ricercatori, amministratori, politici e dipendenti pubblici. Per questi ultimi sono previste anche borse di studio a copertura del costo d’iscrizione. L’unico requisito per partecipare è avere conseguito un titolo di laurea (è sufficiente anche solo la triennale). Per ulteriori informazioni scrivere a: corsoafac.disp@uniroma1.it. Immagine di copertina: Giorgio Cosulich in Getty Images</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/07/corso-di-alta-formazione-in-amministrazione-condivisa-a-a-2026-2027/">Corso di alta formazione in Amministrazione condivisa a.a. 2026/2027</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È stato pubblicato l’avviso di selezione del Corso di Alta Formazione in Amministrazione condivisa, che si terrà presso il Dipartimento di Scienze politiche della Sapienza. Obiettivi del corso, programma e condizioni di iscrizione si trovano qui: <a href="https://www.uniroma1.it/it/offerta-formativa/corso-di-alta-formazione/2027/amministrazione-condivisa" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.uniroma1.it/it/offerta-formativa/corso-di-alta-formazione/2027/amministrazione-condivisa&amp;source=gmail&amp;ust=1785413085197000&amp;usg=AOvVaw2jK92PvL6gUfd0oheIY675">https://www.uniroma1.it/it/off<wbr />erta-formativa/corso-di-alta-<wbr />formazione/2027/amministrazion<wbr />e-condivisa</a></p>
<p>Le lezioni sono svolte nella quasi totalità in via telematica. Per conoscere la valutazione del corso da chi ha frequentato si può vedere qui: <a href="https://disp.web.uniroma1.it/it/amministrazione-condivisa-governare-la-prossimita-con-i-cittadini" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://disp.web.uniroma1.it/it/amministrazione-condivisa-governare-la-prossimita-con-i-cittadini&amp;source=gmail&amp;ust=1785413085197000&amp;usg=AOvVaw0QL369TNx4ljLNpYtDYCAU">https://disp.web.uniroma1.it/i<wbr />t/amministrazione-condivisa-go<wbr />vernare-la-prossimita-con-i-ci<wbr />ttadini</a></p>
<p>Il corso è rivolto a studenti, volontari, operatori sociali, ricercatori, amministratori, politici e dipendenti pubblici. Per questi ultimi sono previste anche borse di studio a copertura del costo d’iscrizione. L’unico requisito per partecipare è avere conseguito un titolo di laurea (è sufficiente anche solo la triennale).</p>
<p style="text-align: justify;">Per ulteriori informazioni scrivere a: <a href="mailto:corsoafac.disp@uniroma1.it" target="_blank" rel="noopener">corsoafac.disp@uniroma1.it.</a></p>
<p><em>Immagine di copertina: Giorgio Cosulich in Getty Images</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/07/corso-di-alta-formazione-in-amministrazione-condivisa-a-a-2026-2027/">Corso di alta formazione in Amministrazione condivisa a.a. 2026/2027</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Oltre la rigenerazione urbana: la cura dei custodi come nuovo bene comune</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/07/oltre-la-rigenerazione-urbana-la-cura-dei-custodi-come-nuovo-bene-comune/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diego Donati]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 10:03:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
		<category><![CDATA[fragilità]]></category>
		<category><![CDATA[persone]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89589</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il lungo cammino dei beni comuni: dalle radici alla nuova frontiera In Italia, il dibattito sui beni comuni ha vissuto una stagione di straordinario fervore a partire dai primi anni Duemila, trovando un punto di sintesi fondamentale nei lavori della Commissione Rodotà del 2007. Quella proposta ebbe il merito storico di individuare una terza via tra proprietà pubblica e privata, definendo i beni comuni come entità che esprimono utilità funzionali all&#8217;esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona. Questa visione &#8220;funzionale&#8221; è stata poi consacrata dal voto popolare con il referendum sull&#8217;acqua pubblica del 2011, che ha sottratto la gestione di questi beni all&#8217;esclusività dei soggetti privati. Proprio sulla spinta di quella mobilitazione civile e culturale, negli anni successivi si è aperta una fase di sperimentazione istituzionale che ha visto nascere i primi “Regolamenti per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”. Sebbene inizialmente focalizzata sulla gestione fisica degli spazi, l’esperienza dell’amministrazione condivisa suggerisce oggi la necessità di compiere un ulteriore passo in avanti. Se i patti di collaborazione sono stati lo strumento per rigenerare piazze, giardini e scuole, oggi appare opportuno spostare l’attenzione sui &#8220;custodi&#8221; stessi. Non si tratta più soltanto di amministrare beni, ma di prendersi cura della comunità che quei beni rende vivi. In questa prospettiva, la cura del bene materiale e la dimensione relazionale diventano inscindibili: l&#8217;attenzione alle persone non svaluta l&#8217;oggetto comune ma, al contrario, lo rinforza. Ogni bene comune, infatti, è vivo solo se viva e forte è la comunità che lo cura; senza questa linfa relazionale, ogni processo di rigenerazione rischia di rimanere fragile e di trasformarsi in una mera prestazione tecnica. Come osserva Gregorio Arena, “senza l’attività di cura delle persone e del territorio il sistema non regge”. La domanda diventa allora inevitabile: chi si prenderà cura dei beni comuni, se non ci sono persone messe nelle condizioni materiali e sociali di farlo? La cura come categoria giuridica e l’Amministrazione della Cura Affinché il passaggio dai beni alle persone non resti un’aspirazione ideale, quella della cura è una categoria che merita di essere presa in considerazione come una vera e propria categoria giuridica e amministrativa. In questo senso, i contributi di Alessandra Pioggia risultano illuminanti: l’autrice propone l’idea di una &#8220;amministrazione della cura&#8221; (Cura e pubblica amministrazione di Alessandra Pioggia &#8211; Labsus) che inaugura una modalità rinnovata di relazione tra istituzioni e comunità. Questa prospettiva affonda le radici nel pensiero femminista che ha storicamente segnalato la mancanza di un “vocabolario” pubblico della cura, spesso relegata a fatto privato o professionale. Riprendendo l’intuizione di Carol Gilligan sull’etica della cura, Pioggia evidenzia come l’azione amministrativa non debba esaurirsi nell’applicazione formale di norme astratte. Un’amministrazione che &#8220;cura&#8221; è quella capace di: operare con flessibilità, definendo modalità operative non standardizzate, valorizzare le energie presenti nei contesti locali e interpretare le norme per garantire la concreta fruizione dei diritti oltre che agire con responsabilità, prossimità e cooperazione, requisiti che trovano un riscontro concreto proprio nei patti di collaborazione. L&#8217;obiettivo dell&#8217;amministrazione non deve essere solamente il mero rispetto della norma, ma anche e soprattutto la traduzione della stessa in soluzioni capaci di realizzare effettivamente l’interesse collettivo e la fioritura delle persone. Dal cittadino astratto alla cura delle fragilità Uno dei punti di maggiore originalità di questa visione riguarda il superamento del modello di &#8220;cittadino astratto&#8221;. La teoria della giustizia tradizionale, come quella di John Rawls, tende a immaginare un destinatario dell’azione pubblica adulto, competente e autonomo. Tuttavia, la realtà ci consegna persone segnate da vulnerabilità, non autosufficienza e marginalità sociale. Un’amministrazione condivisa orientata alla cura deve farsi carico della concreta emancipazione di chi non ha la forza di rivendicare i propri diritti: i più fragili, i non autosufficienti, chi vive in condizioni di marginalità. Spostare il focus sui “custodi” significa anche includere coloro che, per condizioni sociali o personali, non hanno ancora avuto l’opportunità di partecipare. In questo quadro, il coinvolgimento delle persone fragili nella cura dei beni comuni diventa un atto trasformativo: il destinatario passivo di assistenza si trasforma in un soggetto attivo, portatore non solo di bisogni ma di abilità e potenzialità per la collettività. Il diritto alla cura: la svolta della Corte Interamericana nel parere OC-31/2025 Questa evoluzione nazionale trova oggi una sponda straordinaria nel panorama internazionale, in particolare nel recente parere consultivo OC-31/2025 della Corte Interamericana dei Diritti Umani (Inter-American Court of Human Rights). Sebbene maturato in un contesto geografico differente, il valore legale e morale di questo strumento assume una portata universale: su sollecitazione della Repubblica dell’Argentina — che ha chiesto alla Corte di definire il contenuto e l&#8217;estensione del “diritto alla cura” (derecho al cuidado) all&#8217;interno della Convenzione Americana sui Diritti Umani — la Corte ha infatti ufficialmente definito e riconosciuto il “diritto alla cura” come un diritto umano autonomo ed esigibile. Tale diritto è stato declinato in tre dimensioni interdipendenti che si armonizzano con la visione appena delineata dell’amministrazione condivisa: Diritto a ricevere cura (ser cuidado/a): ogni individuo, in ogni fase di fragilità (dall&#8217;infanzia alla vecchiaia), ha diritto a ricevere sostegno in condizioni di dignità. Questo richiama l&#8217;obbligo delle istituzioni di non limitarsi a regole neutrali, ma di assicurare opportunità reali di sviluppo. Diritto di fornire cura (cuidar): è necessario rendere visibile e sostenere il ruolo di cura esercitato dai caregiver familiari e dai volontari: “La cura è l’anello mancante nella scala dei valori economici e politici della nostra organizzazione umana, e questo non fa tornare mai i conti” (A. Marinelli. La città della cura. P.128 ss.) Il diritto all&#8217;autocura (autocuidarse): Il riconoscimento del diritto ad avere tempo e risorse per sé, salvaguardando il proprio progetto di vita e la propria autonomia. È il riconoscimento che il “custode” non può essere inteso come una risorsa inesauribile a disposizione del sistema, ma deve essere a sua volta destinatario di tutele e di specifiche politiche pubbliche. Per un riconoscimento costituzionale della cura È proprio alla luce di queste riflessioni sulla portata universale e sociale della cura che si inserisce la proposta ambiziosa di Gregorio Arena, esposta in questo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/07/oltre-la-rigenerazione-urbana-la-cura-dei-custodi-come-nuovo-bene-comune/">Oltre la rigenerazione urbana: la cura dei custodi come nuovo bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il lungo cammino dei beni comuni: dalle radici alla nuova frontiera</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">In Italia, il dibattito sui beni comuni ha vissuto una stagione di straordinario fervore a partire dai primi anni Duemila, trovando un punto di sintesi fondamentale nei lavori della Commissione Rodotà del 2007. Quella proposta ebbe il merito storico di individuare una terza via tra proprietà pubblica e privata, definendo i beni comuni come entità che esprimono utilità funzionali all&#8217;esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona. Questa visione &#8220;funzionale&#8221; è stata poi consacrata dal voto popolare con il referendum sull&#8217;acqua pubblica del 2011, che ha sottratto la gestione di questi beni all&#8217;esclusività dei soggetti privati.<br />
Proprio sulla spinta di quella mobilitazione civile e culturale, negli anni successivi si è aperta una fase di sperimentazione istituzionale che ha visto nascere i primi “Regolamenti per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”. Sebbene inizialmente focalizzata sulla gestione fisica degli spazi, l’esperienza dell’amministrazione condivisa suggerisce oggi la necessità di compiere un ulteriore passo in avanti. Se i patti di collaborazione sono stati lo strumento per rigenerare piazze, giardini e scuole, oggi appare opportuno spostare l’attenzione sui &#8220;custodi&#8221; stessi. Non si tratta più soltanto di amministrare beni, ma di prendersi cura della comunità che quei beni rende vivi. In questa prospettiva, la cura del bene materiale e la dimensione relazionale diventano inscindibili: l&#8217;attenzione alle persone non svaluta l&#8217;oggetto comune ma, al contrario, lo rinforza. Ogni bene comune, infatti, è vivo solo se viva e forte è la comunità che lo cura; senza questa linfa relazionale, ogni processo di rigenerazione rischia di rimanere fragile e di trasformarsi in una mera prestazione tecnica. Come osserva Gregorio Arena, “senza l’attività di cura delle persone e del territorio il sistema non regge”. La domanda diventa allora inevitabile: chi si prenderà cura dei beni comuni, se non ci sono persone messe nelle condizioni materiali e sociali di farlo?</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;">La cura come categoria giuridica e l’Amministrazione della Cura</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Affinché il passaggio dai beni alle persone non resti un’aspirazione ideale, quella della cura è una categoria che merita di essere presa in considerazione come una vera e propria categoria giuridica e amministrativa. In questo senso, i contributi di Alessandra Pioggia risultano illuminanti: l’autrice propone l’idea di una <strong>&#8220;amministrazione della cura&#8221; </strong>(<a href="https://www.labsus.org/2025/03/recensione-volume-cura-e-pubblica-amministrazione-di-alessandra-pioggia/" target="_blank" rel="noopener">Cura e pubblica amministrazione di Alessandra Pioggia &#8211; Labsus</a>) che inaugura una modalità rinnovata di relazione tra istituzioni e comunità.<br />
Questa prospettiva affonda le radici nel pensiero femminista che ha storicamente segnalato la mancanza di un “vocabolario” pubblico della cura, spesso relegata a fatto privato o professionale. Riprendendo l’intuizione di Carol Gilligan sull’etica della cura, Pioggia evidenzia come l’azione amministrativa non debba esaurirsi nell’applicazione formale di norme astratte. Un’amministrazione che &#8220;cura&#8221; è quella capace di: operare con flessibilità, definendo modalità operative non standardizzate, valorizzare le energie presenti nei contesti locali e interpretare le norme per garantire la concreta fruizione dei diritti oltre che agire con responsabilità, prossimità e cooperazione, requisiti che trovano un riscontro concreto proprio nei patti di collaborazione.<br />
L&#8217;obiettivo dell&#8217;amministrazione non deve essere solamente il mero rispetto della norma, ma anche e soprattutto la traduzione della stessa in soluzioni capaci di realizzare effettivamente l’interesse collettivo e la fioritura delle persone.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;">Dal cittadino astratto alla cura delle fragilità</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Uno dei punti di maggiore originalità di questa visione riguarda il superamento del modello di &#8220;cittadino astratto&#8221;. La teoria della giustizia tradizionale, come quella di John Rawls, tende a immaginare un destinatario dell’azione pubblica adulto, competente e autonomo. Tuttavia, la realtà ci consegna persone segnate da vulnerabilità, non autosufficienza e marginalità sociale.<br />
Un’amministrazione condivisa orientata alla cura deve farsi carico della concreta emancipazione di chi non ha la forza di rivendicare i propri diritti: i più fragili, i non autosufficienti, chi vive in condizioni di marginalità. Spostare il focus sui “custodi” significa anche includere coloro che, per condizioni sociali o personali, non hanno ancora avuto l’opportunità di partecipare. In questo quadro, il coinvolgimento delle persone fragili nella cura dei beni comuni diventa un atto trasformativo: il destinatario passivo di assistenza si trasforma in un soggetto attivo, portatore non solo di bisogni ma di abilità e potenzialità per la collettività.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il diritto alla cura: la svolta della Corte Interamericana nel parere OC-31/2025</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Questa evoluzione nazionale trova oggi una sponda straordinaria nel panorama internazionale, in particolare nel recente parere consultivo OC-31/2025 della Corte Interamericana dei Diritti Umani (<em>Inter-American Court of Human Rights</em>). Sebbene maturato in un contesto geografico differente, il valore legale e morale di questo strumento assume una portata universale: su sollecitazione della Repubblica dell’Argentina — che ha chiesto alla Corte di definire il contenuto e l&#8217;estensione del “diritto alla cura” (<em>derecho al cuidado</em>) all&#8217;interno della Convenzione Americana sui Diritti Umani — la Corte ha infatti ufficialmente definito e riconosciuto il “diritto alla cura” come un diritto umano autonomo ed esigibile.<br />
Tale diritto è stato declinato in tre dimensioni interdipendenti che si armonizzano con la visione appena delineata dell’amministrazione condivisa:</p>
<ul>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Diritto a ricevere cura (<em>ser cuidado/a</em>):</strong> ogni individuo, in ogni fase di fragilità (dall&#8217;infanzia alla vecchiaia), ha diritto a ricevere sostegno in condizioni di dignità. Questo richiama l&#8217;obbligo delle istituzioni di non limitarsi a regole neutrali, ma di assicurare opportunità reali di sviluppo.</li>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Diritto di fornire cura (<em>cuidar</em>):</strong> è necessario rendere visibile e sostenere il ruolo di cura esercitato dai caregiver familiari e dai volontari: “La cura è l’anello mancante nella scala dei valori economici e politici della nostra organizzazione umana, e questo non fa tornare mai i conti” (A. Marinelli. La città della cura. P.128 ss.)</li>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Il diritto all&#8217;autocura (<em>autocuidarse</em>):</strong> Il riconoscimento del diritto ad avere tempo e risorse per sé, salvaguardando il proprio progetto di vita e la propria autonomia. È il riconoscimento che il “custode” non può essere inteso come una risorsa inesauribile a disposizione del sistema, ma deve essere a sua volta destinatario di tutele e di specifiche politiche pubbliche.</li>
</ul>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;">Per un riconoscimento costituzionale della cura</h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">È proprio alla luce di queste riflessioni sulla portata universale e sociale della cura che si inserisce la proposta ambiziosa di Gregorio Arena, esposta in questo precedente <a href="https://www.labsus.org/2018/01/la-societa-della-cura-un-progetto-fondato-sullempatia/"><strong>articolo</strong></a> e che merita di essere ripresa. Se, come abbiamo osservato, la cura non è un mero fatto privato ma un elemento sistemico che regge la tenuta della società, allora il quadro giuridico è chiamato a prenderne pienamente atto.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">L’Articolo 118, ultimo comma, della Costituzione impegna la Repubblica a favorire le autonome iniziative dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà. Finora, questo principio ha rappresentato la &#8220;casa&#8221; della cura dei beni comuni urbani; tuttavia, si apre oggi un interrogativo fondamentale: perché non valorizzare esplicitamente l&#8217;attività di cura delle persone all&#8217;interno di questo perimetro costituzionale?</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Le relazioni di cura esercitate nello spazio privato, tradizionalmente considerate estranee all’ambito pubblico, hanno in realtà un&#8217;importanza sistemica e sono, a tutti gli effetti, di interesse generale. Ricondurre la cura della persona dell’esclusivo ambito familiare all’alveo dell’art. 118 significherebbe dare a queste attività la medesima legittimazione costituzionale che oggi hanno i patti di collaborazione per la cura e valorizzazione dei beni comuni urbani. In questo modo, il principio di sussidiarietà si realizzerebbe pienamente come una &#8220;relazione di condivisione fondata sull&#8217;aiuto&#8221;.</span></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Per approfondimenti:</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">DONATI D. (2025), “L’amministrazione condivisa: modelli e pratiche per la cura delle persone”, Tesi di Laurea Magistrale in Politica, Amministrazione e Territorio, rel. Prof.ssa Alessandra Pioggia, Università degli Studi di Perugia, a.a. 2024/2025, discussa il 19 dicembre 2025, 150 pp., consultabile in allegato.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Bibliografia</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">ARENA, G. (1997), Introduzione all’amministrazione condivisa. Studi parlamentari e di politica costituzionale, n.117, pp. 29-65, Roma, Edistudio.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">ARENA, G. (2020), I custodi della bellezza. Prendersi cura dei beni comuni. Un patto per l’Italia fra cittadini e istituzioni. Milano: Touring Club Italiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">MARINELLI, A. (2015), La città della cura. Ovvero, perché una madre ne sa una più dell’urbanista. Collana Metropolis 45. Napoli: Liguori Editore.</span></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">PIOGGIA, A. (2022), “La cura nella Costituzione. Prospettive per una amministrazione della cura.” In L’amministrazione condivisa, a cura di G. Arena e M. Bombardelli. Trento: Università degli Studi di Trento.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">PIOGGIA, A. (2024) “Etica della cura e approccio di collettività e amministrazioni ai beni comuni.” In La cura dei beni comuni tra teoria e prassi. Un’analisi interdisciplinare, a cura di D. Donati. Milano: FrancoAngeli.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">PIOGGIA, A. (2024) Cura e pubblica amministrazione: come il pensiero femminista può cambiare in meglio le nostre amministrazioni. Bologna: Il Mulino.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Normativa</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">CORTE INTERAMERICANA DEI DIRITTI UMANI (2025) – Parere Consultivo OC-31/25 del 12 giugno 2025, richiesto dalla Repubblica Argentina, su: &#8220;Il contenuto e la portata del diritto alla cura e la sua interrelazione con altri diritti&#8221;.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Sitografia</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">ARENA, G. (2018, 2 gennaio). La “società della cura” e il valore politico dei piccoli gesti quotidiani. Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà. https://www.labsus.org/2018/01/la-societa-della-cura-un-progetto-fondato-sullempatia/</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">MARLETTA, G. (2025, 4 marzo). <em>Cura e pubblica amministrazione di Alessandra Pioggia</em>. Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà. <a href="https://www.labsus.org/2025/03/recensione-volume-cura-e-pubblica-amministrazione-di-alessandra-pioggia/"><strong>https://www.labsus.org/2025/03/recensione-volume-cura-e-pubblica-amministrazione-di-alessandra-pioggia/</strong></a></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Corte Interamericana dei Diritti Umani, Parere Consultivo OC-31/25 <a href="https://www.corteidh.or.cr/OC-31-2025/index-eng.html"><strong>https://www.corteidh.or.cr/OC-31-2025/index-eng.html</strong></a></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Diego Donati è dipendente pubblico, Specializzato </strong><strong>in <em>Community Management</em> e governo della prossimità</strong></p>
<p><em>Immagine di copertina: Lina Trochez su Unsplash</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/07/oltre-la-rigenerazione-urbana-la-cura-dei-custodi-come-nuovo-bene-comune/">Oltre la rigenerazione urbana: la cura dei custodi come nuovo bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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