Di fronte alla varietà della domanda di cura espressa dalla società, differenti forme sociali possono operare in modo sussidiario sulla base della diversa capacità di cura di cui dispongono

Partirò dalla mia esperienza come cittadino attivo a Bucine (Arezzo), che è poi il luogo in cui abito. A Bucine, da qualche anno, si sta cercando di costruire una “comunità della cura”. Cioè una comunità legata al territorio, costruita attorno ai temi della salute e del benessere. E questo a partire dall’idea che, come spesso si ripete ma poco si pratica, la salute non sia solo un fatto medico, ma anche sociale; che per mantenerla non servano solo servizi professionali, ma anche un impegno collettivo e una propensione al mutuo-aiuto; e che, per questo, occorra operare non solo come individui, ma anche come comunità.
Il primo attore di questo processo è un comitato di associazioni e cittadini attivi, il Comitato Comunità della Cura, nato qualche anno fa in relazione all’annunciata realizzazione nel Comune di Bucine di una Casa della Comunità (evoluzione dell’attuale Casa della Salute). Negli anni successivi, anche se non è stato mai chiarito come e quando ciò avverrà (e quindi, per quello che ci è dato di sapere, su questo versante, il tema non ha avuto sviluppi), il Comitato ha deciso di continuare le sue attività cercando di anticipare qualcosa di ciò che queste Case della Comunità potrebbero essere. E questo nella convinzione che, in ogni caso, a Bucine, come in tanti altri comuni analoghi, quando la Casa della Comunità ci sarà, per funzionare come dovrebbe, richiederà l’esistenza di una comunità che la abiti. Cioè di un insieme di associazioni e cittadini che, a livello locale, ad essa facciano riferimento condividendo delle idee e delle pratiche di cura[1].

La costruzione della comunità della cura

Il Comune di Bucine ha poco meno di 10.000 abitanti, divisi in 14 frazioni su un territorio di 131 km2, molto diversificato tra colline e fondo valle[2]. Ne deriva che la costruzione di comunità presenta caratteristiche diverse da luogo a luogo, da frazione a frazione. In prima approssimazione si può osservare che, nei borghi sulle colline (che tendono a invecchiare e a spopolarsi) c’è ancora quello che resta delle comunità premoderne (cioè, comunità di luogo, eredità di una forma sociale tradizionale che, nell’esperienza di chi la vive, appare come “quasi naturale”: qualcosa che c’è perché c’è sempre stata). Viceversa, scendendo verso il fondo valle, queste reti sociali antiche via via si perdono, senza essere sostituite da altre forme di socializzazione (con un fenomeno di individualizzazione e desertificazione sociale simile a quello che si trova nelle grandi città).
La costruzione della comunità della cura ha dunque dovuto tener conto di queste differenze. Il che significa valorizzare e rigenerare le comunità tradizionali là dove ancora ci sono e, contemporaneamente, tessere nuove reti sociali nelle situazioni in cui quelle tradizionali si sono sciolte e le persone apparivano isolate. In fine, si tratta di connettere queste due realtà in un’unica comunità. La comunità della cura, appunto.
Dalla discussione con i cittadini sono emerse alcune “cose da fare assieme” che, in pratica, corrispondono a tre tipologie di attività che potrebbero essere praticate nella prospettiva del costruire comunità: (1) creare uno sportello leggero d’ascolto e informazione; (2) attivare un programma di iniziative culturali e formative in riferimento a salute e prevenzione; e (3) definire e prototipare delle attività di mutuo-aiuto (a cominciare dai temi dalla mobilità, della condivisione di attrezzature e ausili sanitari e del supporto ai care givers).
Nell’affrontare questi temi si è visto subito che, pur volendo costruire una comunità della cura (e, in futuro, speriamo anche ad una Casa della Comunità) a scala comunale, ogni proposta doveva articolarsi sul territorio. Doveva cioè essere portata anche vicino ai cittadini, nei borghi e nei loro sistemi di prossimità.
Ne è nata l’idea di creare dei “punti di comunità”, da collocare in spazi già attivi nelle frazioni (come i circoli Arci o altri luoghi analoghi), in cui articolare le tre tipologie di attività di cui si è detto, combinandole in forme diverse e definendo un programma e un calendario di presenze in ogni frazione.
Allo stato attuale delle cose, queste idee sono state verificate con alcune sperimentazioni. In futuro, si pensa che le associazioni del territorio che, come si è detto, sono già da tempo riunite nel Comitato Comunità della Cura potrebbero prendersi carico di animare con continuità questa rete di punti di comunità, in accordo con il Comune e con l’Asl, e definendo con essi dei patti di collaborazione.

Collaborazione, prossimità e cura

Questa è la micro-storia della Comunità della Cura di Bucine, fino a qui. È una storia iper-locale, ancora del tutto in divenire. Ma credo se ne possano trarre alcune riflessioni di carattere generale, riassumibili in tre concetti: collaborazione, prossimità e cura.

Collaborazione. Nella nostra esperienza, si è subito capito che per costruire una comunità, e in particolare una comunità della cura, occorreva far riscoprire alle persone (e alle associazioni e alle istituzioni) la possibilità di aiutarsi e collaborare. Il farlo non è stato semplice. Per mille ragioni, molte persone hanno dimenticato cosa significhi collaborare e, spesso, pensano che non sia possibile. Oppure, rivendicano il diritto a non farlo: “pago già le tasse, perché dovrei anche collaborare a risolvere questi problemi”?
Dunque, per riproporre la collaborazione e il suo valore è stato necessario, prima di tutto, favorire il necessario cambiamento culturale. E farlo a partire dall’offerta di esperienze in cui si mostrasse che collaborando si potevano ottenere risultati utili e interessanti, altrimenti irraggiungibili.
Generalizzando, si può osservare che la capacità e la voglia di collaborare sono la precondizione di ogni possibilità di costruire le comunità che vorremmo veder nascere[3].
Questa collaborazione può avvenire in diversi modi e con diverse domande in termini di tempo, energia ed attenzione. Ma, in ogni caso, anche per collaborazioni a “bassa intensità” (cioè che non richiedono molto in temini di tempo, energia e attenzione), è necessario che le persone dialoghino ed abbiano una visione condivisa su cosa si vuole e come si intende raggiungerlo. Cioè, appunto che vogliano collaborare e siano nelle condizioni per farlo.

Prossimità. Nella nostra esperienza, per costruire una comunità della cura è stato necessario partire della relazione quotidiana tra le persone. Cioè da quel livello molecolare in cui le persone sono e si sentono vicine e capaci di cura reciproca. Certo, nel nostro caso, l’obiettivo era ed è anche quello di costruire anche un soggetto sociale capace di prendere la parola a livello dell’intero comune e del distretto.  Ma, per rendere concreta questa possibilità si è visto che si doveva partire dal basso. Cioè dai sistemi di prossimità e dalle occasioni che si danno alle persone per incontrarsi, dialogare, farsi compagnia e, quando serve, aiutarsi a vicenda.
Generalizzando, possiamo dire che le comunità della cura (come tutte le comunità) hanno una natura molecolare e locale: per esistere devono basarsi su intrecci di reti sociali di prossimità. Per ciascuna molecola, la questione non è il numero di persone che le compongono. Ciò che è cruciale è la distribuzione di queste persone sul territorio e la qualità del sistema di prossimità: in un’area densa queste molecole possono anche essere di migliaia di persone; in un piccolo borgo possono e devono essere anche solo un centinaio.  L’importante, in entrambi i casi, è che, per le persone, vi sia la concreta possibilità di instaurare tra loro una relazione di prossimità fisica e relazionale.
In conclusione, se l’obiettivo della comunità della cura è anche quello di creare condizioni per sentirsi meno soli e di scambiarsi mutuo-aiuto, ciò che si propone deve necessariamente partire dal sistema di prossimità.
Certamente, aggregandosi tra loro, queste molecole possono anche dar luogo ad organismi più grandi. Ed è bene che lo facciano. Ma questi ultimi, per essere le comunità della cura che oggi servono, non possono esistere senza le prime. Cioè senza le reti locali in cui le persone si incontrano e fanno assieme qualcosa di cui condividono il senso e l’utilità.

Cura. L’esperienza che abbiamo fatto ci ha mostrato che le persone hanno spesso bisogno di piccoli aiuti che, in linea di principio, chiunque potrebbe dare. O, “semplicemente”, hanno bisogno di sapere che c’è qualcuno vicino che, nel caso di necessità, potrebbe farlo.
Per cui, assunto che quando le persone sono malate sono necessari dottori, infermieri, visite specialistiche e ospedali, sì è visto che, molto spesso, ciò di cui c’è bisogno è una cura di cui solo delle persone vicine ed amiche possono essere capaci. È dunque per questo che occorre costruire delle reti sociali di vicinato. Cioè, appunto, delle comunità della cura.
D’altro lato, si è visto anche che, quando queste reti non ci sono, il costruirle è un processo delicato che domanda tempo e attenzione: il tempo e l’attenzione richiesti per ricostruire la fiducia e ritessere le reti sociali.
Generalizzando, si può osservare che, se pure ogni servizio concernente le persone si basa su un compromesso tra efficienza e cura (più precisamente, tra i tempi dell’efficienza e i tempi della cura), in molti casi, la cura richiesta non è compatibile con le modalità di funzionamento di un servizio tradizionale.
Infatti, la capacità di cura di un servizio che opera in un’economia di mercato è di necessità minore di quella che può essere espressa da un servizio pubblico (che per sua natura risponde anche alla domanda di eguaglianza e inclusività) ed ancora minore di quella che dovrebbe esprimere un’impresa sociale senza fini di lucro e un’associazione di volontariato filantropico. In fine, la capacità di cura di tutte queste organizzazioni è minore di quella potenzialmente disponibile da parte di cittadini attivi che si scambino cura, vicinanza e aiuto in un regime di mutualità.
Da queste considerazioni sulla capacità di cura di diverse forme sociali emergono dunque le motivazioni che portano a riconoscere il ruolo delle associazioni, del volontariato filantropico e dei cittadini attivi. E quindi danno una possibile forte motivazione al tema della sussidiarietà orizzontale (in generale e nel campo della salute e del benessere, in particolare): di fronte alla varietà della domanda di cura espressa dalla società, diverse forme sociali possono operare in modo sussidiario sulla base della diversa capacità di cura di cui dispongono.

Conclusioni

Concludo dicendo che l’insegnamento che possiamo trarre dalle pratiche a livello iper-locale, come nel caso della costruzione della comunità della cura a Bucine da cui sono partito, può portare a una generalizzazione anche più ampia di quella fin qui proposta. Infatti, queste attività sui temi della prossimità, della cura e della collaborazione propongono modi di pensare e di fare in contrasto con l’esasperato individualismo, l’indifferenza ai luoghi e, di conseguenza, la solitudine e la desertificazione sociale oggi dominanti. In altre parole, anche le piccole iniziative come quelle di cui qui abbiamo parlato possono contribuire a costruire uno scenario positivo: la visione di una società collaborativa, supportata da sistemi di prossimità e capace di cura.
Qui si può aggiungere che, per quanto si è detto, lo scenario della collaborazione, della prossimità e della cura può anche essere visto come lo scenario della sussidiarietà orizzontale.
Però, adottando questa prospettiva, il tema della sussidiarietà orizzontale va ripensato ribaltando i ruoli dei principali attori: cittadini attivi, volontariato e associazioni non vanno visti come integratori dei servizi pubblici e privati, ma viceversa: sono i servizi pubblici e privati che dovrebbero integrare i cittadini attivi, il volontariato e le associazioni senza fini di lucro. In altre parole, i servizi pubblici e privati andrebbero visti come l’infrastruttura abilitante una società basata su rinnovati criteri di collaborazione e mutualità.
In questa prospettiva, l‘esperienza dei patti di collaborazione con i cittadini è quantomai preziosa. Ma, per immaginarne il ruolo nello scenario ora proposto, occorre si verifichi una loro estrema diffusione. Il che, a sua volta, esige un’infrastruttura sociale altrettanto diffusa che la possa sostenere. E, in particolare, richiede un Pubblico collaborativo grazie a cui il “fare assieme” diventi la nuova normalità.
In conclusione, e guardando in avanti, credo che occorra proiettare l’esperienza dei Patti nel nuovo contesto, proponendola come parte di un’infrastruttura sociale capace di sostenere delle pratiche collaborative diffuse, quotidiane e coerenti con la prospettiva di una società ecologica e giusta.

[1] Fino ad ora, il lavoro a cui qui faccio riferimento è stato condotto in modo volontario, con il supporto della Regione Toscana, in alcuni specifici progetti. Questi progetti sono stati: Esserci e Reprova, relativi a pratiche di costruzione di comunità a livello comunale, e Curare la comunità, proposto e svolto in collaborazione con altri comuni del Valdarno.
[2] Il problema più evidente è demografico: si registra un calo demografico con uno spopolamento crescente, a partire dai borghi collinari. Aumenta la popolazione anziana e, al suo interno, il numero di anziani che vivono soli.
[3] Va detto che possono anche esistere altri tipi di comunità: quelle basate sull’identità. Le comunità di chi si sente simile. Ma queste sono un’altra cosa. E qui non ne parliamo. Perché il sentirsi simili, non necessariamente significa aiutarsi. Ma soprattutto, perché queste comunità identitarie dividono il mondo tra chi è simile e chi non lo è. Tra chi è dentro il recinto della comunità e chi è fuori. E questo, come oggi stiamo tornando a vedere, può essere politicamente molto pericoloso.

Ezio Manzini, designer e fondatore di DESIS

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Immagine di copertina: Anton Sulsky su Unsplash