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	<title>Storie e notizie Archivi - Labsus</title>
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	<title>Storie e notizie Archivi - Labsus</title>
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		<title>Elogio dei tre saperi di Marianella Sclavi</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/elogio-dei-tre-saperi-di-marianella-sclavi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Labsus]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 11:46:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia deliberativa]]></category>
		<category><![CDATA[incontrare persone]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[presentazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il prossimo 30 settembre alle 16:00, Stroncature ospiterà la presentazione del libro “Elogio dei tre saperi” di Marianella Sclavi (Bordeaux, 2026). Il volume racconta l’esperienza di Nantes come città-laboratorio della democrazia deliberativa, dove il rapporto tra politica, tecnica e cittadinanza è diventato un metodo di governo. Marianella Sclavi ricostruisce una vicenda in cui il dialogo tra cittadini, professionisti ed eletti non resta un principio astratto, ma si traduce in pratiche concrete di ascolto, confronto e decisione condivisa. Attraverso un’indagine storico-etnografica e insieme militante, il libro ripercorre le molte radici di una democrazia capace di apprendere dai conflitti invece di rimuoverli. Ritratti di protagonisti, esperienze urbane, pratiche istituzionali e quindici “ricette” di democrazia deliberativa compongono un percorso che mostra come i conflitti possano diventare risorse per l’innovazione pubblica. Al centro del volume c’è l’idea che il sapere tecnico e il potere decisionale della politica restino incompleti senza il sapere d’uso delle persone comuni. Solo l’intreccio tra queste dimensioni può generare intelligenza collettiva, giustizia sociale e trasformazione urbana. Nantes diventa così il caso concreto di una democrazia intesa come pratica quotidiana da costruire e coltivare. Con l’autrice dialogheranno Giuliano Amato, presidente emerito della Corte costituzionale, e Gregorio Arena, professore emerito di Diritto amministrativo. Modera l’incontro Riccardo Pennisi. LEGGI ANCHE: L’intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità  Limiti e potenzialità della democrazia deliberativa Il ruolo del Terzo settore: un podcast di Amato per spiegarne i cambiamenti Immagine di copertina: Stroncature</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/elogio-dei-tre-saperi-di-marianella-sclavi/">Elogio dei tre saperi di Marianella Sclavi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il prossimo <strong>30 settembre alle 16:00</strong>, <a href="https://www.stroncature.com/" target="_blank" rel="noopener">Stroncature</a> ospiterà la presentazione del libro “Elogio dei tre saperi” di Marianella Sclavi (Bordeaux, 2026).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il volume racconta l’esperienza di Nantes come città-laboratorio della democrazia deliberativa, dove il rapporto tra politica, tecnica e cittadinanza è diventato un metodo di governo. Marianella Sclavi ricostruisce una vicenda in cui il dialogo tra cittadini, professionisti ed eletti non resta un principio astratto, ma si traduce in pratiche concrete di ascolto, confronto e decisione condivisa.<br />
</em><em>Attraverso un’indagine storico-etnografica e insieme militante, il libro ripercorre le molte radici di una democrazia capace di apprendere dai conflitti invece di rimuoverli. Ritratti di protagonisti, esperienze urbane, pratiche istituzionali e quindici “ricette” di democrazia deliberativa compongono un percorso che mostra come i conflitti possano diventare risorse per l’innovazione pubblica.<br />
</em><em>Al centro del volume c’è l’idea che il sapere tecnico e il potere decisionale della politica restino incompleti senza il sapere d’uso delle persone comuni. Solo l’intreccio tra queste dimensioni può generare intelligenza collettiva, giustizia sociale e trasformazione urbana. Nantes diventa così il caso concreto di una democrazia intesa come pratica quotidiana da costruire e coltivare.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Con l’autrice dialogheranno Giuliano Amato, presidente emerito della Corte costituzionale, e Gregorio Arena, professore emerito di Diritto amministrativo. Modera l’incontro Riccardo Pennisi.</p>
<p style="text-align: justify;">LEGGI ANCHE:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><a href="https://www.labsus.org/2026/09/lintelligenza-delle-differenze-tre-saperi-per-costruire-comunita/" target="_blank" rel="noopener">L’intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità </a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2009/12/limiti-e-potenzialita-della-democrazia-deliberativa/" target="_blank" rel="noopener">Limiti e potenzialità della democrazia deliberativa</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2022/02/terzo-settore-podcast/" target="_blank" rel="noopener">Il ruolo del Terzo settore: un podcast di Amato per spiegarne i cambiamenti</a></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Immagine di copertina: <a href="https://www.stroncature.com/p/elogio-dei-tre-saperi-di-marianella?r=43k8o&amp;utm_campaign=post&amp;utm_medium=web&amp;triedRedirect=true" target="_blank" rel="noopener">Stroncature</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/elogio-dei-tre-saperi-di-marianella-sclavi/">Elogio dei tre saperi di Marianella Sclavi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Corso di Perfezionamento in Co-progettazione e Amministrazione condivisa</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/corso-di-perfezionamento-in-co-progettazione-e-amministrazione-condivisa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Labsus]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 06:50:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[corso di perfezionamento]]></category>
		<category><![CDATA[facoltà di giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[università di Pisa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per l’anno accademico 2026/2027 è attivato presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell&#8217;Università di Pisa il Corso di perfezionamento in “Co-progettazione, Terzo Settore e Welfare partecipativo. Metodi e tecniche di amministrazione condivisa”, con inizio il 13 ottobre 2026. Il percorso formativo è rivolto congiuntamente agli attori della sfera pubblica, degli Enti del Terzo settore, così come della cooperazione sociale, o delle imprese a vocazione sociale o benefit. La domanda di ammissione deve essere presentata, pena l’esclusione, entro le ore 23:59 del 30/09/2026 a bandi@jus.unipi.it. Per maggiori informazioni: BANDO CORSO PERFEZIONAMENTO TERZO SETTORE 2026. Immagine di copertina: Dipartimento di Giurisprudenza, Università di Pisa</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/corso-di-perfezionamento-in-co-progettazione-e-amministrazione-condivisa/">Corso di Perfezionamento in Co-progettazione e Amministrazione condivisa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per l’anno accademico 2026/2027 è attivato presso il <strong>Dipartimento di Giurisprudenza dell&#8217;Università di Pisa</strong> il <a href="https://www.jus.unipi.it/2026/07/09/bando-per-lammissione-al-corso-di-perfezionamento-in-co-progettazione-terzo-settore-e-welfare-partecipativo-metodi-e-tecniche-di-amministrazione-condivisa-a-a-2026-2027/" target="_blank" rel="noopener">Corso di perfezionamento in “Co-progettazione, Terzo Settore e Welfare partecipativo. Metodi e tecniche di amministrazione condivisa”</a>, con inizio il 13 ottobre 2026.</p>
<p style="text-align: justify;">Il percorso formativo è rivolto congiuntamente agli attori della sfera pubblica, degli Enti del Terzo settore, così come della cooperazione sociale, o delle imprese a vocazione sociale o benefit.</p>
<p style="text-align: justify;">La domanda di ammissione deve essere presentata, pena l’esclusione, <strong>entro le ore 23:59 del 30/09/2026 </strong>a <strong>bandi@jus.unipi.it</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per maggiori informazioni: <strong><a href="https://alboufficiale.unipi.it/wp-content/uploads/2026/07/BANDO-CORSO-PERFEZIONAMENTO-TERZO-SETTORE-2026.pdf" target="_blank" rel="noopener">BANDO CORSO PERFEZIONAMENTO TERZO SETTORE 2026</a>.</strong></p>
<p><em>Immagine di copertina: Dipartimento di Giurisprudenza, Università di Pisa</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/corso-di-perfezionamento-in-co-progettazione-e-amministrazione-condivisa/">Corso di Perfezionamento in Co-progettazione e Amministrazione condivisa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Un Contratto di Fiume per il Tevere</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/un-contratto-di-fiume-per-il-tevere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ernesto Tunlii De Caprio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 05:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I fiumi, soprattutto quelli delle grandi città, hanno sempre suscitato grande diffidenza. Da un lato garantivano utilità essenziali per gli insediamenti di nuova formazione come acqua, nutrimento, trasporto di merci e persone. Tuttavia, a fronte di questi innegabili vantaggi, i fiumi, non hanno mai risparmiato le città da calamità terribili come piene ed esondazioni, inconvenienti non più tollerabili per quelle città che nei secoli sono cambiate radicalmente. Così, con il passare del tempo, i fiumi sono stati dimenticati. Sono stati relegati a mero elemento di contorno del paesaggio urbano, confinati in spazi angusti e poco accessibili, schiacciati da pesanti argini in pietra che, ancora oggi, spezzano il naturale dialogo con la città e soprattutto con i cittadini. Per questo è necessario passare dalla logica del muro – o meglio dell’argine – che separa, ad un nuovo modello di gestione dei fiumi e del loro territorio che possa ricucire quel ancestrale legame tra acqua, città e persone. Tra i vari istituti non autoritativi, espressione di questo nuovo paradigma, a disposizione dell’amministrazione e dei cittadini spiccano i Contratti di Fiume. Questi strumenti di amministrazione condivisa sono stati recentemente introdotti all’art. 68-bis del codice dell’ambiente dalla legge n. 221 del 9 dicembre 2015, quali strumenti volontari di programmazione strategica e negoziata che concorrono alla definizione e all&#8217;attuazione degli strumenti di pianificazione di distretto a livello di bacino e sottobacino idrografico. Ed è proprio grazie ad un Contratto di Fiume che a Roma il Tevere sta tornando al centro del dibattito cittadino in linea con gli obiettivi di sostenibilità che l’ONU intende raggiungere entro il 2030 quali: la gestione delle risorse idriche e la protezione dai rischi idraulici, la qualità delle acque, la qualità ambientale, l’accessibilità e la fruizione dei fiumi. Per conoscere da vicino la storia del Contratto di Fiume Tevere da Castel Giubileo alla foce abbiamo intervistato l’Architetta Laura Clerici vicepresidente dell’associazione Agenda Tevere ETS, associazione promotrice del Contratto di fiume Tevere, e a partire dall’aprile 2025 membro esterno della Segreteria Tecnica dei Contratti di Fiume Tevere e Aniene in seno alla Città metropolitana di Roma Capitale Soggetto Responsabile della gestione ed attuazione del Contratto di Fiume Tevere dal 22 febbraio 2022. L’origine del Contratto di Fiume Tevere Il Contratto di Fiume Tevere ha avuto origine a seguito di un processo partecipativo, nato nel 2016, promosso da Agenda Tevere ETS, “un’associazione indipendente, catalizzatore civico per la rigenerazione e valorizzazione del tratto urbano del fiume Tevere, un bene comune collettivo la cui tutela e rigenerazione è una responsabilità condivisa”. Tutto è iniziato con l’approvazione, nel 2017, del Manifesto d’Intenti, sottoscritto da Agenda Tevere ETS, Pubbliche Amministrazioni, Università, Istituti di Ricerca, Ordini Professionali, Imprenditori e Associazioni territoriali. Il “corso” del Contratto di Fiume Tevere si è articolato in quattro fasi principali. A partire dal 2018, in una prima fase del processo del Contratto di Fiume Tevere, il Comitato dei Promotori ha definito e formalizzato la struttura e le regole di governance del processo del Contratto con la costituzione di due organi interni: il Comitato interistituzionale e la Segreteria Tecnica. Successivamente la Segreteria ha istituito i Tavoli di Lavoro. In questa fase, prettamente documentale e di ricerca, i Tavoli di Lavoro si sono occupati di studiare i dati disponibili; implementare l’Analisi Conoscitiva; definire i valori e le questioni critiche; sviluppare gli obiettivi specifici predefiniti nel Manifesto di Intenti e impostare le linee strategiche fino alla definizione del Documento Programmatico del Contratto di Fiume Tevere. Si tratta di un documento strategico, sottoscritto nel 2018 dai soggetti già aderenti al Manifesto di Intenti, in cui sono programmate le decisioni, le priorità e gli obiettivi del formalizzando Contratto di Fiume Tevere. La seconda fase del processo del CdF Tevere è stata avviata con la strutturazione del Primo Programma Triennale di Azione al quale hanno contribuito i Tavoli di Lavoro coordinati dalla Segreteria Tecnica, programma che individua le linee guida per le azioni e definisce le strategie comuni, gli assi strategici, le macro azioni e le possibili tipologie di azione. Nella terza fase che va dal 2020 al 2022, la Segreteria Tecnica del CdF Tevere ha recepito gli esiti delle attività e i documenti dei Tavoli di Lavoro; ha strutturato e formalizzato gli assi strategici, le tipologie di azione, gli obiettivi specifici, il corpo delle azioni del primo programma triennale di azione 2022-2025; ha inquadrato la fattibilità tecnico-economica ed il relativo Quadro Economico  ed ha elaborato il Quadro Sinottico alla luce del Documento Programmatico e del Programma Triennale di Azione. La quarta fase ha conciso con la firma dell’Atto di Impegno del Contratto di Fiume Tevere il 22 febbraio 2022 presso la Regione Lazio. In questa occasione le adesioni al Contratto hanno raggiunto quota 86 sottoscrittori di cui 55 associazioni, con un quadro economico complessivo del valore di circa 79 milioni di euro ed una copertura finanziaria del 98%. Dal febbraio 2022, Città metropolitana di Roma Capitale è il Soggetto Responsabile della gestione ed attuazione del Contratto di fiume Tevere. Come è nato e chi sono le parti del Contratto di Fiume Tevere? Il Contratto di Fiume Tevere è un’anomalia nel sistema dei Contratti di Fiume, perché è uno di quei pochi casi a livello nazionale, ma anche nel panorama europeo, di Contratto di Fiume promosso completamente dal basso; quindi costruito e portato fino alla firma dell’Accordo di programmazione negoziata da volontari di un’associazione senza scopo di lucro come Agenda Tevere ETS. Dopo la firma dell’Atto di impegno, nell’ottobre dello stesso anno Città metropolitana di Roma Capitale è diventata il Soggetto responsabile della gestione e dell’attuazione. Tuttavia Agenda Tevere ETS tramite un protocollo d’intesa ha continuato a supportare Città metropolitana nell’attuazione fino alla istituzione della Segreteria Tecnica Scientifica dei Contratti di Fiume presso la Città metropolitana di Roma Capitale avvenuta ad aprile del 2025. Negli anni 2022-2025, la compagine contrattuale è cresciuta sempre di più. I sottoscrittori del Contratto di Fiume Tevere hanno raggiunto quota 92 (in origine 86), sono aumentate anche le azioni del Primo Programma Triennale di Azione a quota 66 (in origine 49) con 44 Soggetti</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/un-contratto-di-fiume-per-il-tevere/">Un Contratto di Fiume per il Tevere</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I <strong>fiumi</strong>, soprattutto quelli delle grandi città, hanno sempre suscitato grande diffidenza. Da un lato garantivano <strong>utilità essenziali</strong> per gli insediamenti di nuova formazione come acqua, nutrimento, trasporto di merci e persone. Tuttavia, a fronte di questi innegabili vantaggi, i fiumi, non hanno mai risparmiato le città da <strong>calamità terribili</strong> come piene ed esondazioni, inconvenienti non più tollerabili per quelle città che nei secoli sono cambiate radicalmente. Così, con il passare del tempo, <strong>i fiumi sono stati dimenticati</strong>. Sono stati relegati a mero elemento di<strong> contorno</strong> del paesaggio urbano, confinati in spazi angusti e poco accessibili, schiacciati da pesanti argini in pietra che, ancora oggi, <strong>spezzano il naturale dialogo con la città</strong> e soprattutto con i cittadini. Per questo è necessario passare dalla logica del muro – o meglio dell’argine – che separa, ad un nuovo modello di gestione dei fiumi e del loro territorio che possa ricucire quel ancestrale legame tra acqua, città e persone. Tra i vari istituti non autoritativi, espressione di questo nuovo paradigma, a disposizione dell’amministrazione e dei cittadini spiccano i <strong>Contratti di Fiume</strong>. Questi strumenti di amministrazione condivisa sono stati recentemente introdotti all’<strong>art. 68-<em>bis</em></strong> del <strong>codice dell’ambiente</strong> <strong>dalla legge n. 221 del 9 dicembre 2015</strong>, quali <strong>strumenti volontari di programmazione strategica e negoziata</strong> che <strong>concorrono alla definizione e all&#8217;attuazione degli strumenti di pianificazione</strong> <strong>di distretto a livello di bacino e sottobacino idrografico</strong>. Ed è proprio grazie ad un Contratto di Fiume che a Roma il Tevere sta tornando al centro del dibattito cittadino in linea con gli <strong>obiettivi di sostenibilità </strong>che l’<strong>ONU</strong> intende raggiungere entro il 2030 quali: la gestione delle risorse idriche e la protezione dai rischi idraulici, la qualità delle acque, la qualità ambientale, l’accessibilità e la fruizione dei fiumi.<br />
Per conoscere da vicino la storia del <strong><em>Contratto di Fiume</em> <em>Tevere da Castel Giubileo alla foce</em></strong> abbiamo intervistato l’Architetta <strong>Laura Clerici</strong> vicepresidente dell’associazione <strong>Agenda Tevere ETS</strong>, associazione promotrice del Contratto di fiume Tevere, e a partire dall’aprile 2025 membro esterno della Segreteria Tecnica dei Contratti di Fiume Tevere e Aniene in seno alla Città metropolitana di Roma Capitale Soggetto Responsabile della gestione ed attuazione del Contratto di Fiume Tevere dal 22 febbraio 2022.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>L’origine del Contratto di Fiume Tevere</strong></h4>
<div id="attachment_89686" style="width: 929px" class="wp-caption alignnone"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89686" class="wp-image-89686" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-300x182.jpeg" alt="" width="919" height="558" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-300x182.jpeg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-1024x621.jpeg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-768x466.jpeg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-810x491.jpeg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-1140x691.jpeg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884-600x364.jpeg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_fluviale_Paro_Marconi-rotated-e1788703096884.jpeg 1512w" sizes="(max-width: 919px) 100vw, 919px" /><p id="caption-attachment-89686" class="wp-caption-text">Parco di affaccio di Ponte Marconi ©Laura Clerici</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il Contratto di Fiume Tevere ha avuto origine a seguito di un processo partecipativo, nato nel 2016, promosso da <a href="https://www.agendatevere.org/">Agenda Tevere ETS</a>, <em>“un’associazione indipendente, catalizzatore civico per la rigenerazione e valorizzazione del tratto urbano del fiume Tevere, un bene comune collettivo la cui tutela e rigenerazione è una responsabilità condivisa”. </em>Tutto è iniziato con l’approvazione, nel 2017, del <strong>Manifesto d’Intenti</strong>, sottoscritto da Agenda Tevere ETS, Pubbliche Amministrazioni, Università, Istituti di Ricerca, Ordini Professionali, Imprenditori e Associazioni territoriali.<br />
Il “corso” del Contratto di Fiume Tevere si è articolato in quattro fasi principali. A partire dal 2018, in una <strong>prima fase</strong> del processo del Contratto di Fiume Tevere, il Comitato dei Promotori ha definito e formalizzato la struttura e le regole di <em>governance </em>del processo del Contratto con la costituzione di due organi interni: il <strong>Comitato interistituzionale</strong> e la <strong>Segreteria Tecnica</strong>. Successivamente la Segreteria ha istituito i <strong>Tavoli di Lavoro</strong>. In questa fase, prettamente documentale e di ricerca, i Tavoli di Lavoro si sono occupati di studiare i dati disponibili; implementare l’<strong>Analisi Conoscitiva</strong>; definire i valori e le questioni critiche; sviluppare gli obiettivi specifici predefiniti nel Manifesto di Intenti e impostare le linee strategiche fino alla definizione del Documento Programmatico del Contratto di Fiume Tevere. Si tratta di un documento strategico, sottoscritto nel 2018 dai soggetti già aderenti al Manifesto di Intenti, in cui sono programmate le decisioni, le priorità e gli obiettivi del formalizzando Contratto di Fiume Tevere.<br />
La <strong>seconda fase</strong> del processo del CdF Tevere è stata avviata con la strutturazione del <strong>Primo Programma Triennale di Azione</strong> al quale hanno contribuito i Tavoli di Lavoro coordinati dalla Segreteria Tecnica, programma che individua le linee guida per le azioni e definisce le strategie comuni, gli assi strategici, le macro azioni e le possibili tipologie di azione.<br />
Nella <strong>terza fase</strong> che va dal 2020 al 2022, la Segreteria Tecnica del CdF Tevere ha recepito gli esiti delle attività e i documenti dei Tavoli di Lavoro; ha strutturato e formalizzato gli assi strategici, le tipologie di azione, gli obiettivi specifici, il corpo delle azioni del primo programma triennale di azione 2022-2025; ha inquadrato la fattibilità tecnico-economica ed il relativo Quadro Economico  ed ha elaborato il Quadro Sinottico alla luce del Documento Programmatico e del Programma Triennale di Azione.<br />
La <strong>quarta fase </strong>ha conciso con la firma dell’<strong>Atto di Impegno </strong>del Contratto di Fiume Tevere il 22 febbraio 2022 presso la Regione Lazio. In questa occasione le adesioni al Contratto hanno raggiunto quota 86 sottoscrittori di cui 55 associazioni, con un quadro economico complessivo del valore di circa 79 milioni di euro ed una copertura finanziaria del 98%.<br />
Dal febbraio 2022, Città metropolitana di Roma Capitale è il Soggetto Responsabile della gestione ed attuazione del Contratto di fiume Tevere.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Come è nato e chi sono le parti del Contratto di Fiume Tevere?</strong></h4>
<div id="attachment_89675" style="width: 931px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89675" class="wp-image-89675" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-300x218.jpg" alt="" width="921" height="669" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-300x218.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-1024x744.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-768x558.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-810x589.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-1140x828.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975-600x436.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Oasi_Ponte_Milvio-e1788702729975.jpg 1200w" sizes="(max-width: 921px) 100vw, 921px" /><p id="caption-attachment-89675" class="wp-caption-text">Oasi Naturalistica di Ponte Milvio © Laura Clerici</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il Contratto di Fiume Tevere è un’anomalia nel sistema dei Contratti di Fiume, perché è uno di quei pochi casi a livello nazionale, ma anche nel panorama europeo, di <strong>Contratto di Fiume promosso completamente dal basso</strong>; quindi costruito e portato fino alla firma dell’Accordo di programmazione negoziata da volontari di un’associazione senza scopo di lucro come Agenda Tevere ETS. Dopo la firma dell’Atto di impegno, nell’ottobre dello stesso anno Città metropolitana di Roma Capitale è diventata il Soggetto responsabile della gestione e dell’attuazione. Tuttavia Agenda Tevere ETS tramite un protocollo d’intesa ha continuato a supportare Città metropolitana nell’attuazione fino alla istituzione della <strong>Segreteria Tecnica Scientifica dei Contratti di Fiume</strong> presso la Città metropolitana di Roma Capitale avvenuta ad aprile del 2025.<br />
Negli anni 2022-2025, <strong>la compagine contrattuale è cresciuta sempre di più</strong>. I sottoscrittori del Contratto di Fiume Tevere hanno raggiunto quota 92 (in origine 86), sono aumentate anche le azioni del Primo Programma Triennale di Azione a quota 66 (in origine 49) con 44 Soggetti Responsabili di Azione (in origine 31). Accanto alla componente istituzionale, nel rapporto tra le parti, essendoci una sostanziale prevalenza numerica del <strong>mondo associativo</strong>, culturale, dei dipartimenti di Università, la <strong>dimensione “negoziata”</strong> è molto sentita. Tra le associazioni si è formata una <strong>rete solida </strong>che è stata la spinta e il motore propulsivo in ogni fase del processo del Contratto di Fiume ed anche nella sua attuazione. Le associazioni che vivono il territorio del fiume Tevere compiono azioni in termini di <strong>partecipazione attiva</strong> e di <strong>conoscenza </strong>offrendo un bagaglio di competenze e di conoscenza profonda del territorio millimetro per millimetro. Ed è proprio questo patrimonio di competenze che ha fatto la differenza quando Roma Capitale, alla fine del 2023, ha deciso di realizzare i Parchi di affaccio sul Tevere concertandoli come azioni nell’Accordo di Programmazione Negoziata Contratto di Fiume Tevere; in questo modo, l’Amministrazione comunale, dalla sinergia ed il confronto con le associazioni, ha potuto anche acquisire la conoscenza diretta e diffusa dei luoghi, il bagaglio esperienziale delle realtà territoriali per poi trasferirli nelle progettualità traendone anche un vantaggio in termini di ottimizzazione dei tempi della “conoscenza dei luoghi” e definizione degli interventi.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Qual è il modello giuridico del Contratto di Fiume Tevere?</strong></h4>
<div id="attachment_89669" style="width: 927px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89669" class="wp-image-89669" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-300x225.jpg" alt="" width="917" height="688" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-300x225.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-1024x768.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-100x75.jpg 100w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-768x576.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-1536x1152.jpg 1536w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-810x608.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-1140x855.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole-600x450.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdF_Tevere_Citizen_Science_scuole.jpg 1600w" sizes="(max-width: 917px) 100vw, 917px" /><p id="caption-attachment-89669" class="wp-caption-text">© Laura Clerici</p></div>
<p style="text-align: justify;">Da un punto di vista giuridico il modello amministrativo è quello degli <strong>accordi di programmazione negoziata</strong> ai sensi dell’<strong>art. 2, comma 203, lett. <em>a)</em> della legge n. 662 del 23 dicembre 1996</strong> tra vari soggetti pubblici e privati.<br />
Il Contratto di Fiume ha una gerarchia a due livelli: una <strong>gerarchia verticale</strong> che è relativa all’ambito di competenza e coinvolge gli enti sovraordinati (dal Ministero dell’Ambiente, alla Regione, alla Città metropolitana, ai municipi, alle sovrintendenze); vi è poi una <strong>gerarchia orizzontale</strong> che riguarda tutti i soggetti che hanno aderito all&#8217;accordo che sono di fatto su un <strong>pari livello</strong>. Dal punto di vista dell’impegno non cambiano i pesi, tuttavia, dato che l’accordo è tra pubblico e privati ci sono una serie di <strong>ambiti di intervento dove solamente la Pubblica Amministrazione può operare</strong>. È il caso, ad esempio, della pulizia delle sponde e del rischio idraulico, di competenza regionale; mentre Acea Ato 2 è responsabile delle immissioni delle acque reflue; così come Roma Capitale si occupa degli ambiti di fruizione e accessibilità, ecc.<br />
Per quanto riguarda i <strong>finanziamenti</strong>, ogni soggetto responsabile che propone un’attività da mettere nel Programma di Azione è responsabile in prima persona della sua attuazione, quindi anche della <strong>fattibilità economica</strong> e del relativo <strong>recepimento delle risorse</strong>. È evidente che nel caso di un’associazione che decide di realizzare un evento oppure progetti di educazione ambientale nelle scuole, ci saranno più difficoltà in tema di risorse finanziarie anche se le varie azioni possono trovare copertura con bandi europei e nazionali in ambito ambientale.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Quali azioni e risultati concreti sono stati raggiunti tramite il Contratto di Fiume?</strong></h4>
<div id="attachment_89668" style="width: 926px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89668" class="wp-image-89668" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-300x135.jpg" alt="" width="916" height="412" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-300x135.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-1024x461.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-768x346.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-1536x691.jpg 1536w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-810x365.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-1140x513.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis-600x270.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/CdFTevere_sopralluogo_partecipato_Parco_Tiberis.jpg 1600w" sizes="(max-width: 916px) 100vw, 916px" /><p id="caption-attachment-89668" class="wp-caption-text">Sopralluogo partecipato al parco di affaccio Tiberis © Laura Clerici</p></div>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda le azioni del Contratto di Fiume queste sono contenute nel <strong>Primo Programma Triennale di Azione 2022-2025</strong> che prevede: <strong>49 azioni</strong> di diversa tipologia (attività, progetti, interventi) declinate su <strong>sei</strong> <strong>assi strategici</strong> (aggiornamento e sviluppo del quadro conoscitivo, sicurezza idraulica, qualità delle acque, biodiversità e funzionalità ecologica, fruizione integrata, partecipazione attiva); <strong>sei obiettivi specifici</strong> (gestione risorse idriche e protezione dai rischi idraulici, qualità delle acque, qualità ambientale, accessibilità e fruizione: Tevere spazio pubblico, valorizzazione e promozione delle progettualità esistenti, diffusione della conoscenza e della partecipazione attiva) e <strong>5 tipologie di azione</strong> (conoscenza, sicurezza, interventi, comunicazione, monitoraggio).<br />
Un risultato concreto che può essere preso a modello per far capire la logica sottesa ai Contratti di Fiume è stato quello di “ottenere” che Roma Capitale, in quanto Soggetto pubblico sottoscrittore, decidesse di inserire tra le azioni del Contratto di Fiume la realizzazione dei parchi d’affaccio sul Tevere. Bisogna segnalare che in questa occasione l’Amministrazione comunale ha utilizzato al meglio lo strumento del Contratto organizzando in fase progettuale <strong>sopralluoghi partecipati</strong> nelle aree che sarebbero diventate parchi d’affaccio (Oasi Naturalistica tra ponte Milvio e ponte Flaminio, Parco di affaccio “Foro Italico”, Parco d’affaccio su Lungotevere delle Navi, Parco d’affaccio tra via del Foro Italico e dell’Acqua Acetosa, Parco d’affaccio Ostia antica, Parco <em>Tiberis</em>), cosa mai accaduta prima!<br />
Sempre in tema di misure concrete bisogna dire che l’intensa attività e impegno sul territorio, di lavoro e di pressione sull’Amministrazione ha contribuito a far decidere alla politica di investire in termini di ambiente sul Fiume Tevere. Già la Giunta Raggi aveva iniziato questo percorso con l’istituzione di un ufficio preposto (Ufficio Valorizzazione del Tevere) ed è stata la prima ad aver bonificato l’area sotto ponte Marconi nel 2018 facendone un parco d’affaccio temporaneo chiamato <em>Tiberis</em>. Ebbene grazie al costante impegno di Agenda Tevere dal 2018 e all’attività del Contratto di Fiume Tevere è stato raggiunto l’obiettivo di rendere permanente il parco d’affaccio <em>Tiberis</em> con Roma Capitale che l’ha finanziato ed inserito nel Programma Triennale di Azione 2022-2025 ed anche nel costruendo Programma 2026-2029.<br />
Un’altra parte fondamentale delle attività in ambito Contratto di Fiume Tevere ha riguardato la campagna d’informazione e comunicazione che, nella fase del processo del Contratto, è stata realizzata (dal 2020 fino al gennaio del 2022) tramite la <em>newsletter</em> mensile del Contratto di Fiume, in cui accanto all’approfondimento di una tematica specifica – top news &#8211; veniva restituito un aggiornamento dei principali fatti e notizie riguardanti il fiume Tevere ed il suo territorio.<br />
Tuttora, nella fase di attuazione del Contratto di Fiume Tevere (2022-2025 e 2026-2029) prosegue la fondamentale attività di comunicazione ed informazione con la <em>Newsletter </em>del Contratto di Fiume Tevere, a cadenza bimensile, redatta a cura della Segreteria Tecnica Scientifica per il Contratto di Fiume Tevere (arch. Elisa Avellini, arch. Laura Clerici, arch. Romina D’Ascanio) in Città metropolitana di Roma Capitale.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>La storia del Contratto di Fiume Tevere è una scrittura continua</strong></h4>
<div id="attachment_89674" style="width: 928px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89674" class="wp-image-89674" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-300x205.jpg" alt="" width="918" height="628" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-300x205.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-1024x700.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-768x525.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-810x554.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-1140x779.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-145x100.jpg 145w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-380x260.jpg 380w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-634x433.jpg 634w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804-600x410.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/07/Parco_affaccio_Ostia_Antica2-e1788703428804.jpg 1200w" sizes="(max-width: 918px) 100vw, 918px" /><p id="caption-attachment-89674" class="wp-caption-text">Parco di affaccio di Ostia Antica © Laura Clerici</p></div>
<p style="text-align: justify;">È importante evidenziare che la dinamica del Contratto di Fiume Tevere non si è esaurita con la sottoscrizione di un Atto di Impegno formale (un contratto di fiume non è un fine ma uno strumento!) si tratta piuttosto di un procedimento dinamico, che da poco più di un anno si è ulteriormente strutturato negli uffici dell’Amministrazione, infatti, a partire dal 29 aprile 2025, come si legge nel sito di Città metropolitana di Roma Capitale, è stata costituita la <a href="https://provinciadiroma-my.sharepoint.com/:b:/g/personal/difesasuolo_cittametropolitanaroma_it/IQDHCH7CxuN1SrD4hZM0yl9ZAVKvPcsOh7k8qFE4cEBXXzE?e=Vx2FkC" target="_blank" rel="noopener"><strong>Segreteria Tecnica dei Contratti di Fiume</strong></a> «al fine di creare sinergia e dare maggiore impulso alle attività dei Contratti di Fiume, sia per implementarne i Programmi d’Azione, sia per garantire una <em>governance</em> efficace nell’attuazione delle azioni previste». Il gruppo di lavoro è costituito da personale interno e da cinque esperti esterni nella specifica materia. Città metropolitana, a partire dai dati a disposizione raccolti nelle fasi precedenti, ha poi implementato la piattaforma informatica <a href="https://geologico.cittametropolitanaroma.it/contratti-fiume/sistema-informativo-integrato-tevere-aniene-siita" target="_blank" rel="noopener">SIITA</a> Sistema Informativo Integrato Tevere e Aniene e una piattaforma WebGIS.<br />
Ad oggi, è in fase di costruzione il nuovo Programma Triennale di Azione 2026-2029: le proposte di azione finora pervenute testimoniano il rinnovato e costante impegno delle realtà aderenti al Contratto di Fiume Tevere, evidenziando in particolare il significativo <strong>prevalente contributo delle associazioni</strong> e dei soggetti attivi sul territorio che ottemperano agli impegni sottoscritti con l’Accordo, proponendo e realizzando iniziative e progettualità coerenti con gli obiettivi condivisi del Contratto.<br />
Tra le Amministrazioni Pubbliche, Roma Capitale Dipartimento Tutela Ambientale è in fase di perfezionamento tecnico-compilativo di due proprie proposte, dimostrando il rinnovato impegno nel percorso attuativo del Contratto di Fiume e nella costruzione condivisa del nuovo Programma Triennale di Azione. Analogamente, Città metropolitana di Roma Capitale conferma il proprio contributo nel PTA 2026-2029 finanziando l’implementazione e la gestione del Sistema Informativo Integrato Tevere e Aniene – SIITA.</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.labsus.org/2025/07/i-contratti-di-fiume-negli-argini-del-diritto-amministrativo/" target="_blank" rel="noopener">I Contratti di Fiume negli argini del diritto amministrativo</a></li>
</ul>
<p><em>Immagine di copertina: Laura Clerici</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/un-contratto-di-fiume-per-il-tevere/">Un Contratto di Fiume per il Tevere</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Corso di alta formazione in Amministrazione condivisa a.a. 2026/2027</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/07/corso-di-alta-formazione-in-amministrazione-condivisa-a-a-2026-2027/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Labsus]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 12:37:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[corso alta formazione]]></category>
		<category><![CDATA[corso universitario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È stato pubblicato l’avviso di selezione del Corso di Alta Formazione in Amministrazione condivisa, che si terrà presso il Dipartimento di Scienze politiche della Sapienza. Obiettivi del corso, programma e condizioni di iscrizione si trovano qui: https://www.uniroma1.it/it/offerta-formativa/corso-di-alta-formazione/2027/amministrazione-condivisa Le lezioni sono svolte nella quasi totalità in via telematica. Per conoscere la valutazione del corso da chi ha frequentato si può vedere qui: https://disp.web.uniroma1.it/it/amministrazione-condivisa-governare-la-prossimita-con-i-cittadini Il corso è rivolto a studenti, volontari, operatori sociali, ricercatori, amministratori, politici e dipendenti pubblici. Per questi ultimi sono previste anche borse di studio a copertura del costo d’iscrizione. L’unico requisito per partecipare è avere conseguito un titolo di laurea (è sufficiente anche solo la triennale). Per ulteriori informazioni scrivere a: corsoafac.disp@uniroma1.it. Immagine di copertina: Giorgio Cosulich in Getty Images</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/07/corso-di-alta-formazione-in-amministrazione-condivisa-a-a-2026-2027/">Corso di alta formazione in Amministrazione condivisa a.a. 2026/2027</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È stato pubblicato l’avviso di selezione del Corso di Alta Formazione in Amministrazione condivisa, che si terrà presso il Dipartimento di Scienze politiche della Sapienza. Obiettivi del corso, programma e condizioni di iscrizione si trovano qui: <a href="https://www.uniroma1.it/it/offerta-formativa/corso-di-alta-formazione/2027/amministrazione-condivisa" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.uniroma1.it/it/offerta-formativa/corso-di-alta-formazione/2027/amministrazione-condivisa&amp;source=gmail&amp;ust=1785413085197000&amp;usg=AOvVaw2jK92PvL6gUfd0oheIY675">https://www.uniroma1.it/it/off<wbr />erta-formativa/corso-di-alta-<wbr />formazione/2027/amministrazion<wbr />e-condivisa</a></p>
<p>Le lezioni sono svolte nella quasi totalità in via telematica. Per conoscere la valutazione del corso da chi ha frequentato si può vedere qui: <a href="https://disp.web.uniroma1.it/it/amministrazione-condivisa-governare-la-prossimita-con-i-cittadini" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://disp.web.uniroma1.it/it/amministrazione-condivisa-governare-la-prossimita-con-i-cittadini&amp;source=gmail&amp;ust=1785413085197000&amp;usg=AOvVaw0QL369TNx4ljLNpYtDYCAU">https://disp.web.uniroma1.it/i<wbr />t/amministrazione-condivisa-go<wbr />vernare-la-prossimita-con-i-ci<wbr />ttadini</a></p>
<p>Il corso è rivolto a studenti, volontari, operatori sociali, ricercatori, amministratori, politici e dipendenti pubblici. Per questi ultimi sono previste anche borse di studio a copertura del costo d’iscrizione. L’unico requisito per partecipare è avere conseguito un titolo di laurea (è sufficiente anche solo la triennale).</p>
<p style="text-align: justify;">Per ulteriori informazioni scrivere a: <a href="mailto:corsoafac.disp@uniroma1.it" target="_blank" rel="noopener">corsoafac.disp@uniroma1.it.</a></p>
<p><em>Immagine di copertina: Giorgio Cosulich in Getty Images</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/07/corso-di-alta-formazione-in-amministrazione-condivisa-a-a-2026-2027/">Corso di alta formazione in Amministrazione condivisa a.a. 2026/2027</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<item>
		<title>Padova, da prati abbandonati a spazi di comunità</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/06/da-prati-abbandonati-a-spazi-di-comunita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Panizzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 20:44:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[patti di collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[prati abbandonati]]></category>
		<category><![CDATA[spazi di comunità]]></category>
		<category><![CDATA[sussidiarietà  orizzontale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89401</guid>

					<description><![CDATA[<p>È il 2018. Siamo all’Arcella, quartiere della prima periferia di Padova. C’è un’area, all’interno del quartiere più popoloso e multietnico della città che si chiama Ansa Borgomagno: un non luogo fatto di arterie trafficate, stradine costeggiate da ville liberty, vecchie fabbriche e spazi residuali. In questi interstizi urbani ci sono due prati di proprietà del Comune che però sono lì, abbandonati: l’erba è alta, rifiuti, incuria e nessuna funzione riconoscibile. Vuoti urbani, luoghi marginali e senza identità. Nasce proprio in quegli anni l’associazione Le Mille e Un’Arcella: quaranta famiglie che sognano di cambiare la narrazione sul quartiere, troppo spesso associato soltanto a immagini di degrado e marginalità. L’idea di fondo è semplice: costruire occasioni di incontro e socialità per generare fiducia e relazioni tra abitanti molto diversi per provenienza, età e condizioni sociali. Sognano quella che viene chiamata “rigenerazione urbana”, ma in realtà sognano una rivoluzione sociale. Iniziano quindi le prime ricognizioni e i primi momenti di convivialità per ascoltare i cittadini del rione. Come farlo? Con dei questionari? Con delle interviste? Eh no, con delle cene in strada. Tavolate aperte, costruite collettivamente, che servono sì a raccogliere fondi, ma soprattutto a creare prossimità. In quelle occasioni il quartiere inizia lentamente a riconoscersi come comunità. Lo spazio pubblico smette di essere soltanto luogo di passaggio e torna a essere luogo di relazione. Le cene in strada diventano l’occasione per sedersi con i vicini — e non solo — a chiacchierare, immaginare insieme ai bambini la trasformazione di quei due luoghi sospesi. Il Totem park Prende il nome da un totem in legno costruito durante una cena in strada da moltissimi bambini del rione. «Vogliamo che il Totem Park sia il giardino per tutti quelli che non ce l’hanno e non hanno verde attorno alle loro case». In un quartiere di condomini e cemento si decide di trasformare quel prato nel giardino della comunità. Per avvicinare le persone a quel luogo sconosciuto nel 2019 viene organizzato il Totem Festival che attira persone da tutta la regione e porta musica, arte, laboratori e momenti di immaginazione collettiva. Ed è così che il Totem Park lentamente prende forma, attraverso un processo informale e progressivo di appropriazione positiva dello spazio da parte degli abitanti del quartiere. Passato il festival si iniziano a piantare alberi, a immaginare orti, a ospitare api. La trasformazione materiale del parco procede insieme a quella relazionale. La cura dello spazio diventa occasione per costruire legami. Bambini, famiglie, volontari e associazioni partecipano a piccoli interventi di sistemazione, pulizia e allestimento. Si sperimentano forme spontanee di presidio civico che modificano gradualmente anche la percezione del luogo. Uno spazio vissuto cambia non solo nella sua forma fisica, ma anche nel significato che assume per chi lo attraversa. Una tappa importante arriva con “Kaboom! Il quartiere vibra”, progetto sostenuto dal bando Creative Living Lab del Ministero della Cultura e sviluppato insieme a una rete di soggetti del territorio. Con Kaboom il Totem Park consolida la propria vocazione di spazio culturale e comunitario. Il progetto introduce pratiche di co-progettazione e autocostruzione che coinvolgono direttamente gli abitanti nella definizione degli interventi. Sedute, arredi urbani, installazioni e dispositivi creativi non vengono semplicemente collocati nello spazio, ma realizzati insieme. Il processo conta quanto il risultato finale. Il cantiere stesso diventa esperienza collettiva, momento di apprendimento reciproco e costruzione di appartenenza. In questo senso il Totem Park rappresenta un esempio interessante di urbanistica relazionale, in cui la trasformazione fisica dello spazio è inseparabile dalla costruzione di legami sociali. Nel tempo il parco ha iniziato a ospitare attività sempre più diverse: concerti, laboratori per bambini, momenti interculturali, assemblee pubbliche e pratiche quotidiane di socialità informale. La pluralità che caratterizza l’Arcella ha trovato proprio qui uno spazio di espressione concreta. Non un luogo pensato per una comunità omogenea, ma uno spazio aperto, attraversabile e continuamente ridefinito dagli usi. Oggi il Totem Park viene definito il primo giardino di comunità di Padova. La sua particolarità non sta soltanto nella presenza di alberi, panchine o iniziative culturali. Sta nel fatto che quel luogo continua a vivere perché esiste una comunità che se ne prende cura quotidianamente. Prima è arrivata la comunità. Poi il parco. L&#8217;ingresso del Totem Park nel percorso di riconoscimento dei beni comuni urbani rappresenta una tappa significativa della sua storia. Dopo anni di cura spontanea, attività culturali e costruzione di relazioni, l&#8217;esperienza sviluppata dagli abitanti trova infatti una forma di riconoscimento istituzionale attraverso gli strumenti dell&#8217;amministrazione condivisa. Il patto di collaborazione non arriva all&#8217;inizio del processo, ma ne costituisce l&#8217;approdo naturale: formalizza una responsabilità che la comunità aveva già assunto nel tempo e definisce unquadro stabile di cooperazione tra cittadini e amministrazione comunale. Da una parte gli abitanti si impegnano nella cura e nell&#8217;animazione dello spazio; dall&#8217;altra il Comune sostiene le attività attraverso interventi manutentivi e contributi per la gestione. In questo modo il Totem Park diventa un esempio concreto di bene comune urbano: uno spazio pubblico il cui valore nasce dall&#8217;incontro tra iniziativa civica e responsabilità istituzionale. Il Kobe Briant Playground Maggio 2026. Centinaia di ragazzi si ritrovano all’Arcella per un torneo di basket della comunità filippina. La settimana successiva inizia il King of The City: trecento persone coinvolte in una sfida di street basket tra i quartieri di Padova. Ogni giorno, intanto, decine di adolescenti, bambini e famiglie attraversano quello spazio, si danno appuntamento, giocano fino a sera. È difficile immaginare che tutto questo, fino a pochi anni fa, fosse soltanto un prato abbandonato. Nel 2019 alcune associazioni del quartiere, insieme a gruppi informali di cittadini, iniziano a interrogarsi sul destino di quell’area residuale all’Arcella. L’erba è alta, lo spazio è vuoto, privo di funzione e identità. Uno dei tanti margini urbani che le città spesso smettono di vedere. Eppure proprio lì nasce un’idea semplice: costruire un luogo dove lo sport possa essere davvero per tutti. In quel percorso l’arte assume un ruolo decisivo. Non soltanto come elemento estetico o decorativo, ma come dispositivo capace di attivare desideri collettivi e nuove possibilità urbane. Per un mese lo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/06/da-prati-abbandonati-a-spazi-di-comunita/">Padova, da prati abbandonati a spazi di comunità</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È il 2018. Siamo all’Arcella, quartiere della prima periferia di Padova. C’è un’area, all’interno del quartiere più popoloso e multietnico della città che si chiama Ansa Borgomagno: un non luogo fatto di arterie trafficate, stradine costeggiate da ville liberty, vecchie fabbriche e spazi residuali. In questi interstizi urbani ci sono due prati di proprietà del Comune che però sono lì, abbandonati: l’erba è alta, rifiuti, incuria e nessuna funzione riconoscibile. Vuoti urbani, luoghi marginali e senza identità.</p>
<div id="attachment_89402" style="width: 1207px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89402" class="wp-image-89402 size-full" style="text-align: start;" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3757.jpg" alt="" width="1197" height="1197" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3757.jpg 1197w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3757-225x225.jpg 225w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3757-1024x1024.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3757-768x768.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3757-810x810.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3757-1140x1140.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3757-300x300.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3757-600x600.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3757-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 1197px) 100vw, 1197px" /><p id="caption-attachment-89402" class="wp-caption-text">Foto di: Videoe20</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nasce proprio in quegli anni l’associazione Le Mille e Un’Arcella: quaranta famiglie che sognano di cambiare la narrazione sul quartiere, troppo spesso associato soltanto a immagini di degrado e marginalità. L’idea di fondo è semplice: costruire occasioni di incontro e socialità per generare fiducia e relazioni tra abitanti molto diversi per provenienza, età e condizioni sociali. Sognano quella che viene chiamata “rigenerazione urbana”, ma in realtà sognano una rivoluzione sociale.<br />
Iniziano quindi le prime ricognizioni e i primi momenti di convivialità per ascoltare i cittadini del rione. Come farlo? Con dei questionari? Con delle interviste? Eh no, con delle <strong>cene in strada</strong>.</p>
<div id="attachment_89403" style="width: 1797px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89403" class="wp-image-89403 size-full" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3773.jpg" alt="" width="1787" height="1191" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3773.jpg 1787w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3773-300x200.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3773-1024x682.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3773-768x512.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3773-1536x1024.jpg 1536w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3773-810x540.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3773-1140x760.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3773-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1787px) 100vw, 1787px" /><p id="caption-attachment-89403" class="wp-caption-text">Foto di: Giorgia Panizzo</p></div>
<p style="text-align: justify;">Tavolate aperte, costruite collettivamente, che servono sì a raccogliere fondi, ma soprattutto a creare prossimità. In quelle occasioni il quartiere inizia lentamente a riconoscersi come comunità. Lo spazio pubblico smette di essere soltanto luogo di passaggio e torna a essere luogo di relazione. Le cene in strada diventano l’occasione per sedersi con i vicini — e non solo — a chiacchierare, immaginare insieme ai bambini la trasformazione di quei due luoghi sospesi.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Il Totem park</h4>
<p style="text-align: justify;">Prende il nome da un totem in legno costruito durante una cena in strada da moltissimi bambini del rione.<br />
«<strong>Vogliamo che il Totem Park sia il giardino per tutti quelli che non ce l’hanno e non hanno verde attorno alle loro case».<br />
</strong>In un quartiere di condomini e cemento si decide di trasformare quel prato nel giardino della comunità.<br />
Per avvicinare le persone a quel luogo sconosciuto nel 2019 viene organizzato il Totem Festival che attira persone da tutta la regione e porta musica, arte, laboratori e momenti di immaginazione collettiva.<br />
Ed è così che il Totem Park lentamente prende forma, attraverso un processo informale e progressivo di appropriazione positiva dello spazio da parte degli abitanti del quartiere.</p>
<div id="attachment_89405" style="width: 1011px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89405" class="wp-image-89405 size-full" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3767mod.jpg" alt="" width="1001" height="563" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3767mod.jpg 1001w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3767mod-300x169.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3767mod-768x432.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3767mod-810x456.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3767mod-600x337.jpg 600w" sizes="(max-width: 1001px) 100vw, 1001px" /><p id="caption-attachment-89405" class="wp-caption-text">Foto di: Giorgia Panizzo</p></div>
<p style="text-align: justify;">Passato il festival si iniziano a piantare alberi, a immaginare orti, a ospitare api. La trasformazione materiale del parco procede insieme a quella relazionale. La cura dello spazio diventa occasione per costruire legami. Bambini, famiglie, volontari e associazioni partecipano a piccoli interventi di sistemazione, pulizia e allestimento. Si sperimentano forme spontanee di presidio civico che modificano gradualmente anche la percezione del luogo. Uno spazio vissuto cambia non solo nella sua forma fisica, ma anche nel significato che assume per chi lo attraversa.<br />
Una tappa importante arriva con “Kaboom! Il quartiere vibra”, progetto sostenuto dal bando Creative Living Lab del Ministero della Cultura e sviluppato insieme a una rete di soggetti del territorio. Con Kaboom il Totem Park consolida la propria vocazione di spazio culturale e comunitario. Il progetto introduce pratiche di co-progettazione e autocostruzione che coinvolgono direttamente gli abitanti nella definizione degli interventi. Sedute, arredi urbani, installazioni e dispositivi creativi non vengono semplicemente collocati nello spazio, ma realizzati insieme. Il processo conta quanto il risultato finale. Il cantiere stesso diventa esperienza collettiva, momento di apprendimento reciproco e costruzione di appartenenza. In questo senso il Totem Park rappresenta un esempio interessante di <strong>urbanistica relazionale,</strong> in cui la trasformazione fisica dello spazio è inseparabile dalla costruzione di legami sociali.<br />
Nel tempo il parco ha iniziato a ospitare attività sempre più diverse: concerti, laboratori per bambini, momenti interculturali, assemblee pubbliche e pratiche quotidiane di socialità informale. La pluralità che caratterizza l’Arcella ha trovato proprio qui uno spazio di espressione concreta. Non un luogo pensato per una comunità omogenea, ma uno spazio aperto, attraversabile e continuamente ridefinito dagli usi.<br />
Oggi il Totem Park viene definito <strong>il primo giardino di comunità di Padova</strong>. La sua particolarità non sta soltanto nella presenza di alberi, panchine o iniziative culturali. Sta nel fatto che quel luogo continua a vivere perché esiste una comunità che se ne prende cura quotidianamente. <strong>Prima è arrivata la comunità. Poi il parco</strong>.</p>
<div id="attachment_89406" style="width: 1180px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89406" class="wp-image-89406 size-full" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3764.jpg" alt="" width="1170" height="840" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3764.jpg 1170w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3764-300x215.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3764-1024x735.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3764-768x551.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3764-810x582.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3764-1140x818.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3764-600x431.jpg 600w" sizes="(max-width: 1170px) 100vw, 1170px" /><p id="caption-attachment-89406" class="wp-caption-text">Foto di: Giorgia Panizzo</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ingresso del Totem Park nel percorso di riconoscimento dei beni comuni urbani rappresenta una tappa significativa della sua storia. Dopo anni di cura spontanea, attività culturali e costruzione di relazioni, l&#8217;esperienza sviluppata dagli abitanti trova infatti una forma di riconoscimento istituzionale attraverso gli strumenti dell&#8217;amministrazione condivisa.<br />
Il patto di collaborazione non arriva all&#8217;inizio del processo, ma ne costituisce l&#8217;approdo naturale: formalizza una responsabilità che la comunità aveva già assunto nel tempo e definisce un<a href="https://benicomunipadova.it/il-regolamento-beni-comuni-a-padova/" target="_blank" rel="noopener">quadro stabile di cooperazione tra cittadini e amministrazione comunale</a>. Da una parte gli abitanti si impegnano nella cura e nell&#8217;animazione dello spazio; dall&#8217;altra il Comune sostiene le attività attraverso interventi manutentivi e contributi per la gestione.<br />
In questo modo il Totem Park diventa un esempio concreto di bene comune urbano: uno spazio pubblico il cui valore nasce dall&#8217;incontro tra iniziativa civica e responsabilità istituzionale.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Il Kobe Briant Playground</h4>
<p style="text-align: justify;">Maggio 2026. Centinaia di ragazzi si ritrovano all’Arcella per un torneo di basket della comunità filippina. La settimana successiva inizia il <em>King of The City</em>: trecento persone coinvolte in una sfida di street basket tra i quartieri di Padova. Ogni giorno, intanto, decine di adolescenti, bambini e famiglie attraversano quello spazio, si danno appuntamento, giocano fino a sera.<br />
È difficile immaginare che tutto questo, fino a pochi anni fa, fosse soltanto un prato abbandonato.</p>
<div id="attachment_89408" style="width: 672px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89408" class="wp-image-89408 size-large" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3761mod-662x1024.jpg" alt="" width="662" height="1024" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3761mod-662x1024.jpg 662w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3761mod-145x225.jpg 145w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3761mod-768x1188.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3761mod-993x1536.jpg 993w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3761mod-810x1253.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3761mod-600x928.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3761mod.jpg 1038w" sizes="(max-width: 662px) 100vw, 662px" /><p id="caption-attachment-89408" class="wp-caption-text">Foto di: 049 Basketball</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel 2019 alcune associazioni del quartiere, insieme a gruppi informali di cittadini, iniziano a interrogarsi sul destino di quell’area residuale all’Arcella. L’erba è alta, lo spazio è vuoto, privo di funzione e identità. Uno dei tanti margini urbani che le città spesso smettono di vedere. Eppure proprio lì nasce un’idea semplice: costruire un luogo <strong>dove lo sport possa essere davvero per tutti.<br />
</strong>In quel percorso l’<strong>arte</strong> assume un ruolo decisivo. Non soltanto come elemento estetico o decorativo, ma come <strong>dispositivo capace di attivare desideri collettivi e nuove possibilità urbane</strong>. Per un mese lo street artist padovano C0110 lavora alla realizzazione di un grande murales dedicato a Kobe Bryant.<br />
Il volto di Kobe — icona globale dello sport e simbolo di disciplina, riscatto e determinazione — restituisce improvvisamente identità a quello spazio anonimo. <strong>Il prato smette di essere invisibile. Le persone iniziano a fermarsi, fotografare, attraversare l’area. Il murales produce curiosità, presenza e nuove frequentazioni.<br />
</strong>Tutti iniziano a chiedersi cosa significhi quell’opera comparsa nel quartiere. La risposta, in fondo, è semplice: <strong>significa che quello spazio può avere un altro destino</strong>. <strong>Significa che l’amministrazione deve farsi carico della realizzazione di un campo da basket aperto e accessibile</strong>.<br />
Il Kobe Bryant Playground non nasce quindi da un progetto calato dall’alto, ma dalla capacità degli abitanti di guardare diversamente un prato abbandonato e iniziare a immaginarne una trasformazione possibile.<br />
In molte esperienze contemporanee di rigenerazione urbana l’arte pubblica svolge proprio questa funzione: non limitarsi ad abbellire uno spazio degradato, ma modificare lo sguardo collettivo sul luogo. Uno spazio che torna visibile può tornare anche a essere abitato. Ed è esattamente ciò che è accaduto in questa parte di città.<br />
In questo senso il Kobe Bryant Playground rappresenta bene una <strong>dinamica tipica dei beni comuni urbani: la cittadinanza attiva non si limita a chiedere un intervento pubblico, ma contribuisce preventivamente a produrre valore attorno a uno spazio. Prima ancora della riqualificazione istituzionale, esiste già una comunità che riconosce in quel luogo un bene collettivo possibile.<br />
</strong>La pressione positiva esercitata dagli abitanti convince così l’amministrazione comunale a investire nella riqualificazione dell’area. Il prato abbandonato viene trasformato in un campo da basket aperto e accessibile, capace di ospitare pratiche sportive, eventi e socialità quotidiana.<br />
Ma il vero cambiamento non riguarda soltanto l’infrastruttura fisica. Il playground acquisisce rapidamente una funzione sociale molto più ampia. Il basket diventa linguaggio condiviso dentro un quartiere multiculturale come l’Arcella: uno spazio di prossimità urbana in cui adolescenti e giovani di provenienze diverse possono incontrarsi attraverso pratiche comuni.<br />
Nel tempo il Kobe Bryant Playground si trasforma in un vero presidio comunitario. Un ruolo fondamentale è oggi svolto dall’associazione 049 Santi Joseph, che mantiene vivo e aperto il campo attraverso una presenza quotidiana fatta di sport, relazioni e iniziative sociali. Il container trasformato in bar non rappresenta soltanto un servizio, ma un punto di aggregazione stabile, capace di generare incontro e permanenza nello spazio pubblico.<br />
Ciò che colpisce è la capacità del playground di <strong>produrre sicurezza e qualità urbana</strong> attraverso la presenza costante di persone e relazioni. Il campo è vivo perché abitato. La cura dello spazio nasce dalla frequentazione quotidiana, dall’uso condiviso e dal senso di appartenenza costruito nel tempo. In molte periferie contemporanee il problema non è soltanto la mancanza di servizi, ma la progressiva <strong>riduzione degli spazi informali di socialità</strong>: luoghi in cui stare senza necessariamente consumare o essere utenti di qualcosa. Il Kobe Bryant Playground risponde anche a questo bisogno. Restituisce al quartiere uno spazio libero, aperto e collettivo.<br />
Negli anni le realtà associative che animano il playground hanno costruito un rapporto stabile di collaborazione con l&#8217;amministrazione comunale. Mentre il Comune garantisce manutenzione ordinaria, sfalcio dell&#8217;erba e gestione delle principali infrastrutture, le associazioni assicurano l&#8217;apertura dello spazio, l&#8217;organizzazione delle attività e il presidio sociale quotidiano. Anche in questo caso il percorso sembra orientarsi verso gli strumenti dell&#8217;amministrazione condivisa. Il patto di collaborazione non viene concepito come un semplice accordo gestionale, ma come il riconoscimento di una corresponsabilità già esistente nella produzione e nella cura di un bene comune urbano. Il playground è infatti il risultato dell&#8217;azione congiunta di cittadini attivi, associazioni e istituzioni, che nel tempo hanno contribuito a trasformare un vuoto urbano in uno spazio di incontro, sport e coesione sociale.</p>
<p><em>Immagine di copertina: 049 Basketball</em></p>
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		<title>Amministrazione condivisa e cambiamenti climatici &#8211; L&#8217;esperienza di Livorno</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/04/lamministrazione-condivisa-per-affrontare-i-cambiamenti-climatici-lesperienza-di-livorno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 07:04:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[adattamento ai cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[ANCI]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[Livorno]]></category>
		<category><![CDATA[patti di collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[reset]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=89234</guid>

					<description><![CDATA[<p>C’è un Comune della Toscana in cui i patti di collaborazione hanno raggiunto, nell’arco di quasi nove anni, un numero ragguardevole: ne sono stati infatti sottoscritti circa 150, di tipologia assai diversa, da quelli più complessi, caratterizzati dalla presenza di numerosi ed eterogenei firmatari, a quelli più semplici, come nel caso della cura di un singolo albero da parte di un solo cittadino. Considerati nel loro insieme, e inclusi anche i patti educativi di comunità, essi compongono una fitta costellazione di esperienze che restituisce l’immagine di una città che ha scelto l’amministrazione condivisa quale diversa modalità di costruzione del rapporto collaborativo tra Comune e cittadinanza. Questo Comune è inoltre tra i primi in Toscana ad essersi dotato di un proprio ufficio di amministrazione condivisa, così da conferire solidità all’architettura organizzativa interna dell’ente. Questa città è Livorno, la più giovane tra le città capoluogo della Toscana, in quanto elevata dai Medici al rango di città nel 1606. Ma è anche una città nella quale la presenza giovanile risulta in crescita, dal momento che i dati statistici del 2025 evidenziano un aumento assai significativo della popolazione compresa tra i 18 e i 35 anni, circostanza che, come ha osservato il sindaco Luca Salvetti, dipende dal fatto che non solo la città offre opportunità occupazionali, ma anche che “si vive bene”. Perché questa scelta per il modello dell’amministrazione condivisa? È forse necessaria una breve premessa storica per tentare di fornire una risposta. Le radici di Livorno affondano nella fine del Cinquecento, quando i Medici vi istituirono il porto franco, vale a dire una zona esente da dazi che fece della città un polo commerciale cosmopolita e uno dei principali fulcri mercantili del Mediterraneo. Proprio grazie alle agevolazioni fiscali previste dalla Costituzione livornina, Livorno attirò mercanti stranieri provenienti da molti paesi, ma anche gruppi perseguitati in altri contesti statali, come quelli della Spagna, del Portogallo e della Grecia. Livorno si configura dunque come una vera e propria “città delle Nazioni”, multietnica e multireligiosa, che ha visto confluire anche comunità ebraiche e armene provenienti da diversi paesi europei. Il suo sviluppo si è così fondato sulla capacità di far convivere e dialogare le molteplici differenze che ancora oggi la caratterizzano e, dunque, anche sulla cura di spazi e beni comuni funzionali alla vita economica e sociale delle diverse comunità che vi si insediarono. Ma Livorno è anche una città “ribelle”, spesso contraddistinta da un rapporto critico con i poteri centrali e da una diffusa insofferenza verso i c.d. “poteri forti”, nonché costantemente orientata alla ricerca di nuove forme politiche di amministrazione e di partecipazione civica. L’amministrazione condivisa si colloca, dunque, all’interno di questo più ampio contesto storico e culturale. Perché dunque si è sviluppata l’amministrazione condivisa dei beni comuni, più che in ogni altro Comune della Toscana? Come sintetizzato da Libera Camici, vicesindaca del Comune e assessora con delega anche ai beni comuni, “occorre coraggio per scegliere i percorsi dell’amministrazione condivisa”. Si tratta, in effetti, del coraggio di assumere fino in fondo un’innovazione nel modo di concepire il rapporto tra amministrazione e cittadini, non più costruito secondo una logica verticale, ma improntato a una relazione paritaria. Si tratta, altresì, del coraggio di dare a tale scelta un adeguato fondamento organizzativo, tanto all’interno dell’ente quanto sul territorio, mediante strumenti di decentramento e attraverso i comitati di zona. In questa prospettiva, il coraggio consiste anche nell’accettare di condividere con la cittadinanza una quota del potere tradizionalmente concentrato in capo a chi governa, riconoscendo nell’amministrazione condivisa non una rinuncia, ma una diversa e più matura modalità di esercizio della funzione pubblica. Ed è proprio tale atteggiamento che consente di misurarsi con la pluralità dei gruppi sociali, compresi quelli più “ribelli”, nella convinzione, profondamente radicata nella storia della città, che sia precisamente la capacità di dialogo tra le differenze a generare nuove forme di sviluppo. È anche in questa chiave, allora, che può essere letto il percorso di Livorno verso l’amministrazione condivisa. Un patto che ha fatto “scuola” Del resto, il primo patto di collaborazione fu proprio quello promosso nel 2017 da Pino Pera, per Reset, e da Silvia Menicagli, per Terme del Corallo Onlus, avente ad oggetto la cura di uno spazio, costituito da un immobile con parco dei primi del Novecento, completamente abbandonato nel cuore della città. Si trattò di un patto dotato di un forte significato identitario, sul piano storico e civico, che nel corso del tempo ha assunto anche una marcata valenza inclusiva e sociale, ad esempio attraverso esperienze di giustizia riparativa e percorsi educativi rivolti a studenti temporaneamente sospesi dalla frequenza scolastica. Non meno significativa fu la risposta della cittadinanza, che accolse con particolare entusiasmo questa prima esperienza, partecipando numerosa alle iniziative pubbliche organizzate da Reset, tra cui tre serate di eventi che trasformarono persino il cavalcavia di accesso dall’autostrada al centro di Livorno in una sorta di grande loggione a cielo aperto del “teatro” improvvisato presso le Terme. Al tempo stesso, decisiva fu la scelta dell’amministrazione comunale di accordare fiducia all’iniziativa, accogliendo la richiesta di chiudere le strade di accesso, nonostante il carattere obiettivamente sperimentale, e dunque rischioso, della proposta. Si trattò, in altri termini, di una vera e propria scommessa condivisa tra amministrazione e cittadini attivi, il cui esito superò ogni aspettativa, come dimostra la partecipazione di circa 22.000 livornesi. In questa vicenda emergono con particolare evidenza i due elementi che hanno segnato l’intero percorso livornese, vale a dire il coraggio e la fiducia reciproca, non semplicemente enunciati, ma concretamente praticati. È anche grazie a tale presupposto che si è resa possibile la successiva diffusione di numerosi patti di collaborazione nei più diversi ambiti. Il patto delle Terme del Corallo, dunque, non soltanto fu il primo, ma finì anche per costituire un modello esemplare, capace in certa misura di “fare scuola”. Non a caso, si tratta di un patto che è stato altresì premiato nel corso del Festival dell’amministrazione condivisa di Assisi del 2026. Adaptwise e ANCI Toscana: verso un patto per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici con un’amministrazione condivisa</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/04/lamministrazione-condivisa-per-affrontare-i-cambiamenti-climatici-lesperienza-di-livorno/">Amministrazione condivisa e cambiamenti climatici &#8211; L&#8217;esperienza di Livorno</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è un Comune della Toscana in cui i patti di collaborazione hanno raggiunto, nell’arco di quasi nove anni, un numero ragguardevole: ne sono stati infatti sottoscritti circa 150, di tipologia assai diversa, da quelli più complessi, caratterizzati dalla presenza di numerosi ed eterogenei firmatari, a quelli più semplici, come nel caso della cura di un singolo albero da parte di un solo cittadino. Considerati nel loro insieme, e inclusi anche i patti educativi di comunità, essi compongono una fitta costellazione di esperienze che restituisce <strong>l’immagine di una città che ha scelto l’amministrazione condivisa</strong> quale diversa modalità di costruzione del rapporto collaborativo tra Comune e cittadinanza. Questo Comune è inoltre tra i primi in Toscana ad essersi dotato di un proprio ufficio di amministrazione condivisa, così da conferire solidità all’architettura organizzativa interna dell’ente. Questa città è <strong>Livorno</strong>, la più giovane tra le città capoluogo della Toscana, in quanto elevata dai Medici al rango di città nel 1606. Ma è anche una città nella quale la presenza giovanile risulta in crescita, dal momento che i dati statistici del 2025 evidenziano un aumento assai significativo della popolazione compresa tra i 18 e i 35 anni, circostanza che, come ha osservato il sindaco Luca Salvetti, dipende dal fatto che non solo la città offre opportunità occupazionali, ma anche che “si vive bene”.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Perché questa scelta per il modello dell’amministrazione condivisa?</h4>
<p style="text-align: justify;">È forse necessaria una breve premessa storica per tentare di fornire una risposta. Le <strong>radici</strong> di Livorno affondano nella fine del Cinquecento, quando i Medici vi istituirono il porto franco, vale a dire una zona esente da dazi che fece della città un polo commerciale cosmopolita e uno dei principali fulcri mercantili del Mediterraneo. Proprio grazie alle agevolazioni fiscali previste dalla Costituzione livornina, Livorno attirò mercanti stranieri provenienti da molti paesi, ma anche gruppi perseguitati in altri contesti statali, come quelli della Spagna, del Portogallo e della Grecia. Livorno si configura dunque come una vera e propria “città delle Nazioni”, multietnica e multireligiosa, che ha visto confluire anche comunità ebraiche e armene provenienti da diversi paesi europei. Il suo sviluppo si è così fondato sulla <strong>capacità di far convivere e dialogare</strong> <strong>le molteplici differenze</strong> che ancora oggi la caratterizzano e, dunque, anche sulla cura di spazi e beni comuni funzionali alla vita economica e sociale delle diverse comunità che vi si insediarono. Ma Livorno è anche una città “ribelle”, spesso contraddistinta da un rapporto critico con i poteri centrali e da una diffusa insofferenza verso i c.d. “poteri forti”, nonché costantemente orientata alla ricerca di nuove forme politiche di amministrazione e di partecipazione civica. L’amministrazione condivisa si colloca, dunque, all’interno di questo più ampio contesto storico e culturale.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Perché dunque si è sviluppata l’amministrazione condivisa dei beni comuni, più che in ogni altro Comune della Toscana? </strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Come sintetizzato da Libera Camici, vicesindaca del Comune e assessora con delega anche ai beni comuni, “occorre <strong>coraggio</strong> per scegliere i percorsi dell’amministrazione condivisa”. Si tratta, in effetti, del coraggio di assumere fino in fondo un’innovazione nel modo di concepire il rapporto tra amministrazione e cittadini, non più costruito secondo una logica verticale, ma improntato a una relazione paritaria. Si tratta, altresì, del coraggio di dare a tale scelta un <strong>adeguato fondamento organizzativo</strong>, tanto all’interno dell’ente quanto sul territorio, mediante strumenti di decentramento e attraverso i comitati di zona. In questa prospettiva, il coraggio consiste anche nell’accettare di condividere con la cittadinanza una quota del potere tradizionalmente concentrato in capo a chi governa, riconoscendo nell’amministrazione condivisa non una rinuncia, ma una diversa e più matura modalità di esercizio della funzione pubblica. Ed è proprio tale atteggiamento che consente di misurarsi con la <strong>pluralità dei gruppi sociali</strong>, compresi quelli più “ribelli”, nella convinzione, profondamente radicata nella storia della città, che sia precisamente la capacità di dialogo tra le differenze a generare nuove forme di sviluppo. È anche in questa chiave, allora, che può essere letto il percorso di Livorno verso l’amministrazione condivisa.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Un patto che ha fatto “scuola”</h4>
<p style="text-align: justify;">Del resto, il primo patto di collaborazione fu proprio quello promosso nel 2017 da Pino Pera, per Reset, e da Silvia Menicagli, per <strong>Terme del Corallo</strong> Onlus, avente ad oggetto la cura di uno spazio, costituito da un immobile con parco dei primi del Novecento, completamente abbandonato nel cuore della città. Si trattò di un patto dotato di un forte significato identitario, sul piano storico e civico, che nel corso del tempo ha assunto anche una marcata valenza inclusiva e sociale, ad esempio attraverso esperienze di giustizia riparativa e percorsi educativi rivolti a studenti temporaneamente sospesi dalla frequenza scolastica. Non meno significativa fu la risposta della cittadinanza, che accolse con particolare entusiasmo questa prima esperienza, partecipando numerosa alle iniziative pubbliche organizzate da Reset, tra cui tre serate di eventi che trasformarono persino il cavalcavia di accesso dall’autostrada al centro di Livorno in una sorta di grande loggione a cielo aperto del “teatro” improvvisato presso le Terme. Al tempo stesso, decisiva fu la scelta dell’amministrazione comunale di accordare fiducia all’iniziativa, accogliendo la richiesta di chiudere le strade di accesso, nonostante il carattere obiettivamente sperimentale, e dunque rischioso, della proposta. Si trattò, in altri termini, di una vera e propria scommessa condivisa tra amministrazione e cittadini attivi, il cui esito superò ogni aspettativa, come dimostra la partecipazione di circa 22.000 livornesi. In questa vicenda emergono con particolare evidenza i due elementi che hanno segnato l’intero percorso livornese, vale a dire il <strong>coraggio e la fiducia reciproca</strong>, non semplicemente enunciati, ma concretamente praticati. È anche grazie a tale presupposto che si è resa possibile la successiva diffusione di numerosi patti di collaborazione nei più diversi ambiti. Il <strong>patto delle Terme del Corallo</strong>, dunque, non soltanto fu il primo, ma finì anche per costituire un modello esemplare, capace in certa misura di “fare scuola”. Non a caso, si tratta di un patto che è stato altresì premiato nel corso del <a href="https://www.labsus.org/2026/04/assisi-2026-la-bellezza-di-stare-insieme/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Festival dell’amministrazione condivisa di Assisi del 2026</strong></a>.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Adaptwise e ANCI Toscana: verso un patto per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici con un’amministrazione condivisa “multilivello” </strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Uno dei più recenti patti di collaborazione va segnalato per il suo elevato grado di innovazione. Nel biennio 2023-2024, infatti, un progetto europeo coordinato da ANCI Toscana e cofinanziato dal <strong>Programma Interreg IT – FR Marittimo 21-27</strong>, dall’amministrazione comunale di Livorno al fine di sperimentare l’impiego dei patti di collaborazione in un ambito certamente inconsueto e di particolare rilievo innovativo, quale quello dell’<strong>adattamento ai cambiamenti climatici</strong>. Si è trattato di un progetto di matrice europea, rispetto al quale tanto ANCI Toscana, rappresentata dalla coordinatrice progettuale Valentina Bucchi, quanto il Comune di Livorno, per il tramite dell’assessora all’urbanistica Silvia Viviani, hanno compiuto una precisa scelta di fondo: quella di ritenere che lo sviluppo di comportamenti adattivi ai cambiamenti climatici richieda, anzitutto, comunità locali consapevoli e protagoniste, nonché la costruzione di forme di collaborazione e dialogo fondate su impegni reciproci puntuali, secondo una logica bottom-up, piuttosto che discendente.<br />
In questa prospettiva, è stato proposto alla cittadinanza un percorso partecipativo volto a far emergere proposte provenienti dalle comunità stesse. Labsus è stata chiamata a prendervi parte attivamente, a supporto del percorso promosso da ANCI, nella consapevolezza che tali proposte avrebbero potuto trovare nei patti di collaborazione la propria più adeguata formalizzazione giuridico-organizzativa. Il progetto europeo, in altri termini, individuava <strong>specifici obiettivi di resilienza climatica</strong> intorno ai quali attivare le comunità locali, mentre ANCI Toscana e il Comune di Livorno hanno riconosciuto nei patti di collaborazione lo strumento probabilmente più idoneo a strutturare quella collaborazione che appariva indispensabile per il perseguimento di tali obiettivi. Si è così delineata una <strong>forma di amministrazione condivisa</strong> che potrebbe definirsi<strong> multilivello</strong>, in quanto articolata non soltanto sulla dimensione comunale, rappresentata dal Comune di Livorno, ma anche su quella regionale, espressa da ANCI Toscana, nonché su quella europea, riflessa nella partecipazione al progetto di altri territori, italiani e francesi, interessati a conoscere l’esperienza dell’amministrazione condivisa pur in assenza, nei rispettivi contesti, di strumenti analoghi già consolidati. Non a caso, il progetto ha previsto, in una fase iniziale, un momento di conoscenza reciproca dedicato ai temi dell’amministrazione condivisa dei beni comuni e alle caratteristiche proprie dei patti di collaborazione, che ha costituito il primo snodo del relativo percorso di attuazione.<br />
Per un esame più puntuale del progetto e del suo sviluppo, anche con riguardo a tale fase introduttiva, si rinvia alla relativa <a href="https://interreg-marittimo.eu/web/adaptwise" target="_blank" rel="noopener">documentazione</a>.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Dalla prossimità locale alla visione globale, un percorso tutt’altro che semplice in un’area difficile</h4>
<p style="text-align: justify;">La domanda di fondo cui il progetto intendeva rispondere era la seguente: come affrontare fenomeni quali alluvioni, siccità e ondate di calore a partire dalla dimensione della prossimità, cioè dal quartiere e dalla quotidianità delle comunità che vi abitano? Se l’“adattamento” costituisce la parola chiave per individuare le soluzioni che consentiranno, in futuro, di fronteggiare concretamente gli effetti del cambiamento climatico sulle nostre vite, preparandoci ai rischi e contribuendo alla costruzione di società più resilienti, occorre allora domandarsi da dove sia possibile cominciare. Non si tratta, infatti, soltanto di intervenire nei momenti dell’emergenza, pur nel necessario coordinamento con la protezione civile, ma anche di promuovere cambiamenti di carattere trasformativo, vale a dire non limitati alla sola prevenzione degli effetti negativi del cambiamento climatico, bensì orientati a generare comportamenti e misure capaci di prefigurare un futuro diverso. In tale prospettiva, cittadini e comunità possono offrire un contributo essenziale, non soltanto attraverso la formulazione di proposte, ma anche mediante il concreto svolgimento di attività in collaborazione con l’ente pubblico.<br />
In questa chiave, Labsus ha aderito al progetto, muovendo dall’idea che anche la <strong>resilienza ai cambiamenti climatici</strong> possa essere qualificata <strong>come un bene comune</strong> da tutelare pure su piccola scala, tanto su suolo pubblico quanto su suolo privato, mediante patti di collaborazione tra cittadini, imprese ed enti pubblici. ADAPTWISE si colloca, pertanto, in rapporto sinergico e complementare rispetto alla pianificazione dell’adattamento di più ampia scala, che spetta naturalmente alle istituzioni e richiede i necessari investimenti pubblici, ma che può trovare, nelle iniziative di prossimità, un fondamentale terreno di radicamento sociale e civico.<br />
Una delle aree prescelte per la sperimentazione è stata una specifica zona del Comune di Livorno, cioè <strong>l’area di Collinaia e le limitrofe Scopaia e La Leccia</strong>. Si tratta di un territorio certamente difficile, anche all’interno di un contesto cittadino generalmente favorevole all’amministrazione condivisa. La sua complessità deriva anzitutto dal fatto che esso è stato colpito dall’alluvione del 2017, che causò otto vittime. In tale area, inoltre, il conflitto intorno ai temi della sostenibilità ambientale si era manifestato in modo particolarmente intenso: le associazioni degli alluvionati, così come i comitati locali contrari ad alcune opere pubbliche incidenti sugli spazi verdi, avevano già contribuito a rendere complessa la stessa presentazione del progetto a livello territoriale.<br />
L’idea sviluppata nell’ambito di ADAPTWISE è stata allora quella di iniziare dall’ascolto delle diverse realtà presenti sul territorio, associazioni, organizzazioni, imprese, singoli cittadini, nonché del Comitato di zona di riferimento. Il percorso partecipativo ha preso infatti avvio, dopo una breve presentazione iniziale, da una serie di interviste rivolte ai portavoce di questo contesto profondamente segnato dall’esperienza dell’alluvione, privilegiando l’ascolto individuale e partendo dai soggetti maggiormente coinvolti, compresi gli stessi alluvionati. Si è trattato di una fase di ascolto ampia e approfondita, che ha consentito anche di elaborare una mappa della vulnerabilità percepita rispetto non soltanto al rischio di nuove alluvioni, ma più in generale agli effetti del cambiamento climatico.<br />
Il passaggio successivo ha consistito allora nel tentativo di ricomporre, attraverso questi racconti e queste storie, spesso anche personali, una visione complessiva, capace di collegare la prossimità dei problemi vissuti quotidianamente alla dimensione globale dei fenomeni climatici. E ciò è stato reso possibile anche grazie alla pluralità di competenze e sensibilità espresse dagli intervistati, i quali, non di rado, neppure si conoscevano tra loro.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>L’alleanza come proposta emergente, verso un patto unitario e complessivo</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">La visione d’insieme ha rappresentato l’esito più significativo della <strong>fase di ascolto</strong>. Dalle interviste emergeva infatti, con crescente evidenza, l’esigenza di mettere in relazione i diversi soggetti coinvolti, affinché potessero incontrarsi, confrontarsi sulle possibili iniziative da intraprendere e immaginare insieme che cosa fosse concretamente realizzabile mediante la convergenza delle forze, dei saperi diffusi e delle esperienze maturate nel territorio. Si delineava così, sin da questa prima fase, una prospettiva fondata sull’apprendimento collettivo e sulla possibilità di generare pratiche suscettibili di essere replicate anche in altri contesti locali. Non soltanto le istituzioni, ma anche i soggetti del Terzo settore, insieme alla parrocchia, alle scuole e ad altre realtà territoriali, hanno mostrato di riconoscersi nell’obiettivo sussidiario di costruire una comunità capace di affrontare gli effetti del cambiamento climatico e di prepararsi, in modo condiviso, ai processi di adattamento. In tale contesto, il Comune ha scelto di esercitare soprattutto un ruolo di sostegno e di accompagnamento, lasciando ampio spazio all’auto-organizzazione delle forze coinvolte, ma manifestando al tempo stesso fiducia verso le proposte che andavano progressivamente emergendo dalla cittadinanza, compresa l’alleanza che stava prendendo forma.<br />
Dopo alcuni mesi di incontri, svoltisi sia online sia in presenza, è emersa con particolare nettezza l’idea di promuovere un unico patto, idoneo a dare forma e riconoscimento all’alleanza sviluppatasi all’interno della comunità di Collinaia e delle aree limitrofe, al fine di individuare congiuntamente le iniziative da intraprendere. A tale risultato si è pervenuti attraverso un percorso articolato, segnato da numerose riunioni, dall’esame di alcune buone pratiche europee in materia di comunità adattive e dalla condivisione, anche grazie al supporto di Labsus, di linee guida e di un vademecum finalizzati alla costruzione di patti di collaborazione efficaci.<br />
Il processo ha trovato poi un momento di particolare consolidamento in quattro incontri pubblici in presenza, aperti alla popolazione delle zone interessate, i cosiddetti “<strong>weekend climatici</strong>”, all’esito dei quali è stata elaborata una vera e propria proposta di patto quadro, presentata al Comune nel giugno 2025 per l’avvio della successiva fase di co-progettazione. A ciò si è altresì aggiunto il contributo di giovani studiosi e studiose universitari, che hanno offerto ulteriore supporto all’elaborazione della proposta.<br />
A questo punto, all’amministrazione comunale spettava il compito di aprire un confronto non soltanto con i proponenti del patto, ma anche all’interno della propria struttura organizzativa, affinché la proposta potesse essere attuata in coerenza con la pianificazione urbana, con le competenze della protezione civile e con quelle dei settori preposti alla gestione del verde pubblico. Si trattava, evidentemente, di un passaggio tutt’altro che immediato, nella misura in cui avrebbe richiesto la costruzione di sinergie tra ambiti amministrativi nei quali le competenze tecniche tendevano fisiologicamente a prevalere su altri ordini di considerazioni.<br />
La proposta di patto ha così consentito di individuare <strong>le priorità di un piano locale</strong> orientato al rafforzamento della resilienza territoriale. Le azioni ipotizzate sono prevalentemente di ridotta scala, ma non per questo prive di incisività, e comprendono, tra l’altro, la cura del verde urbano nelle aree più fragili, il miglioramento della gestione delle acque piovane, la creazione di spazi sicuri per fronteggiare i periodi di calore estremo, la promozione di attività di formazione e coinvolgimento della comunità, a partire dalle scuole, nonché l’individuazione di misure utili per la gestione delle emergenze, come l’impiego di paratie mobili o la predisposizione di risposte più efficaci alle piene dei corsi d’acqua. In questa prospettiva, l’obiettivo non è soltanto quello di ridurre o contenere gli impatti degli eventi climatici estremi, ma anche quello di rafforzare la coesione sociale e la capacità dei cittadini di prendersi cura della resilienza del proprio quartiere, costruendo una comunità attraverso pratiche condivise.<br />
Tra le principali linee di azione individuate, all’esito delle numerose riunioni e dei materiali progressivamente elaborati, vi rientrano: il monitoraggio civico degli allagamenti e delle isole di calore urbano, la creazione di spazi comunitari resilienti, inclusivi e orientati alla sensibilizzazione, lo sviluppo di iniziative di citizen science, interventi di manutenzione diffusa, la promozione di una cultura della resilienza a partire dalle scuole, anche mediante la creazione di una biblioteca dedicata ai bambini e alle bambine, nonché il ripristino di piccole infrastrutture idriche e di spazi verdi connessi ad alcune ville storiche dell’area, anche attraverso percorsi di inclusione sociale. Proprio quest’ultimo versante è stato curato in misura significativa da Reset, confermando ancora una volta il ruolo generativo svolto dall’esperienza delle Terme del Corallo. In tal senso, infatti, le Terme del Corallo hanno continuato “a fare scuola”, mostrando come sia possibile non arrestarsi di fronte alla pluralità dei punti di vista, dei ruoli e delle possibili tensioni tra gli attori territoriali e istituzionali, ma piuttosto valorizzare ciò che unisce, orientando il lavoro comune verso obiettivi condivisi mediante un approccio operativo.<br />
In questo senso, il tratto forse più rilevante dell’intero percorso è stato proprio la capacità di <strong>dare consistenza all’alleanza</strong> che si andava formando, facendone prevalere la forza aggregante rispetto alla diversità delle visioni, degli atteggiamenti e delle posture dei singoli soggetti coinvolti.</p>
<div id="attachment_89235" style="width: 810px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.labsus.org/2026/04/lamministrazione-condivisa-per-affrontare-i-cambiamenti-climatici-lesperienza-di-livorno/immagine1/" rel="attachment wp-att-89235"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89235" class="wp-image-89235 " src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1.jpg" alt="" width="800" height="447" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1.jpg 1472w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1-300x168.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1-1024x572.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1-768x429.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1-810x452.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1-1140x637.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1-600x335.jpg 600w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a><p id="caption-attachment-89235" class="wp-caption-text">Rappresentazione grafica del patto nelle sue diverse articolazioni.</p></div>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>La “forza” della dimensione europea</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">A partire dal giugno 2025 hanno preso avvio i primi incontri di co-progettazione con l’amministrazione, protrattisi sino alla seconda metà dello stesso anno. La base del confronto era costituita dalla proposta di patto elaborata nella fase precedente, una proposta che dava forma all’alleanza tra i diversi pattisti, accomunati da obiettivi condivisi nei quali tutti si riconoscevano e rispetto ai quali tutti assumevano una responsabilità paritaria circa i risultati da conseguire. In tale prospettiva, l’alleanza esprimeva anche la forza derivante dall’unità del fronte proponente, e dunque la capacità di sottoporre al Comune un impianto complessivo da accogliere nella sua interezza. Si trattava di un patto-quadro, unitario nella sua impostazione generale, ma al tempo stesso articolato internamente in quattro aree specifiche, ciascuna contrassegnata da propri compiti, impegni e responsabilità, nonché dalla presenza di un referente dedicato.<br />
Il passaggio dalla proposta iniziale alla definizione del patto-cornice, successivamente articolato in quattro distinti patti attuativi, si è sviluppato attraverso il coinvolgimento dei diversi uffici competenti rispetto alle numerose materie che il patto finiva con l’intersecare trasversalmente. Ciò è avvenuto dopo che l’ufficio per l’amministrazione condivisa ne aveva verificato la coerenza sia con il regolamento comunale, sia con l’accordo originariamente intervenuto tra ANCI Toscana e il Comune di Livorno.<br />
Il coordinamento generale è stato inoltre assicurato da ANCI Toscana, che entrava a far parte del patto anche in qualità di firmataria e che svolgeva, al tempo stesso, una funzione di raccordo nei confronti dell’amministrazione comunale. Il programma, intanto, ha iniziato a trovare una prima attuazione concreta, tanto da consentire già l’acquisto dei materiali necessari ai primi interventi previsti.<br />
Oggi il percorso può dirsi ancora in una fase intermedia, posto che il progetto si concluderà nel 2027, ma risultano già realizzate, o comunque programmate, le prime riunioni congiunte sia tra i pattisti, sia con i referenti dell’amministrazione comunale e di ANCI Toscana.<br />
Ciò che merita di essere particolarmente sottolineato è, tuttavia, il fatto che il patto ha potuto prendere forma soprattutto grazie alla sua <strong>dimensione europea</strong>. Essa, infatti, non solo ha conferito cogenza al percorso, sulla base dell’accordo iniziale siglato tra ANCI Toscana e il Comune di Livorno, ma ha anche vincolato tutti i soggetti coinvolti al rispetto di tempi definiti e ha reso disponibili specifiche risorse economiche, che hanno consentito di effettuare i primi acquisti indispensabili per dare concreta attuazione alle azioni previste. In questo senso, il progetto ha apportato vere e proprie risorse condivise, idonee a tradurre in termini operativi obiettivi anche ambiziosi, concepiti non già come risultati immediatamente esauribili, bensì come l’avvio di un percorso destinato a svilupparsi negli anni successivi al 2027 all’interno di quel territorio livornese. Proprio per questo, esso ha contribuito a costruire un processo difficilmente reversibile per tutti i soggetti coinvolti, comunità locali, associazioni, amministratori e tecnici.<br />
In assenza di quel progetto iniziale, divenuto progressivamente vincolante, e senza il ruolo svolto da ANCI Toscana nell’avviare il percorso e nel sostenerlo anche sul piano economico mediante le risorse europee, è verosimile ritenere che un’iniziativa tanto complessa e ambiziosa, capace di mettere in relazione sia differenti settori interni all’ente, sia associazioni e cittadini del territorio, avrebbe rischiato di arenarsi nel tempo. I tempi imposti dal progetto, unitamente alle risorse rese disponibili, hanno invece indotto tutti gli attori coinvolti ad accelerare il processo, favorendo la costruzione di alleanze e spingendoli a guardare oltre i conflitti di competenza, la frammentazione dei saperi e la pluralità degli interessi in campo. Inoltre, la dimensione europea ha consentito anche di diffondere conoscenze in altri territori e di attivare scambi di visioni ed esperienze con gli ulteriori partner, nazionali e francesi, coinvolti nel progetto.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Conclusioni</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Da questa esperienza emerge con particolare evidenza<strong> la rilevanza della dimensione sovracomunale e, in special modo, di quella europea</strong>. È infatti proprio tale dimensione ad avere reso possibile la sperimentazione, in un ambito innovativo quale quello della resilienza ai cambiamenti climatici, di un patto di collaborazione capace di dare forma istituzionale a un’alleanza territoriale che, altrimenti, sarebbe verosimilmente rimasta inespressa. Ciò è avvenuto in un contesto particolarmente delicato, segnato dagli effetti drammatici degli eventi alluvionali, ma al tempo stesso già sensibile e recettivo rispetto alle logiche dell’amministrazione condivisa.<br />
La forza del patto deriva, in larga misura, proprio da questo ruolo svolto dalla dimensione europea. Essa, infatti, non solo favorisce esperienze di partecipazione attiva della cittadinanza e la diffusione dei relativi risultati, contribuendo così anche alla conoscenza e alla circolazione di strumenti quali i patti di collaborazione e l’amministrazione condivisa, ma rende altresì disponibili le condizioni materiali affinché tali esperienze possano tradursi in pratiche effettive. In questo senso, ANCI Toscana si è fatta interprete e veicolo di tale forza propulsiva, contribuendo a far sì che venissero sostenute, almeno nella loro fase iniziale, le azioni e le dotazioni materiali necessarie per dare attuazione a quanto congiuntamente definito da cittadini e amministrazione. Al tempo stesso, il progetto ha imposto tempi, obiettivi e risultati, sottoponendo il percorso a una dinamica di monitoraggio e valutazione che ne ha rafforzato la tenuta e la credibilità.<br />
Proprio per la sua natura sovracomunale ed europea, e dunque per il suo carattere di esperienza di amministrazione condivisa multilivello, il progetto ha potuto svilupparsi con una propria <strong>autonomia economica e organizzativa</strong>, tale da garantire non soltanto la nascita del patto, ma anche la sua effettiva attivazione, facilitando la costruzione di un’alleanza sia tra i cittadini, sia tra questi e l’amministrazione locale, anche grazie al ruolo attivo assunto da ANCI Toscana.<br />
Alla luce dell’esperienza di ADAPTWISE, sembra allora possibile ritenere che la dimensione europea possa rappresentare una direttrice particolarmente promettente per quei progetti di cura dei beni comuni che si caratterizzano per un più elevato <strong>tasso di innovazione</strong>. In tali contesti, infatti, lo scambio di esperienze su scala internazionale consente non solo di diffondere conoscenze e competenze, ma anche di mostrare concretamente che cosa significhi costruire percorsi di amministrazione condivisa dei beni comuni capaci di coniugare partecipazione, responsabilità diffusa e capacità trasformativa dei territori.</p>
<p style="text-align: justify;">Immagine di copertina: fotografia di Mario Morroni.</p>
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<li><a href="https://www.labsus.org/2021/04/la-pratica-quotidiana-della-amministrazione-condivisa-a-livorno/" target="_blank" rel="noopener">La pratica quotidiana dell’Amministrazione condivisa a Livorno</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2025/04/lamministrazione-condivisa-dei-rischi/" target="_blank" rel="noopener">L&#8217;amministrazione condivisa dei rischi</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2025/01/la-collaborazione-prima-durante-e-dopo-emergenze/" target="_blank" rel="noopener">La collaborazione prima, durante e dopo le emergenze</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/04/lamministrazione-condivisa-per-affrontare-i-cambiamenti-climatici-lesperienza-di-livorno/">Amministrazione condivisa e cambiamenti climatici &#8211; L&#8217;esperienza di Livorno</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>10 anni di Villa Giaquinto bene comune: una comunità in cammino</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/04/10-anni-di-villa-giaquinto-bene-comune-una-comunita-in-cammino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ferdinando Errichiello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 14:08:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[bilancio sociale]]></category>
		<category><![CDATA[comunità ]]></category>
		<category><![CDATA[villa giaquinto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 16 Gennaio 2026 il Comitato per Villa Giaquinto compie i suoi primi 10 anni di vita collettiva. Sembra incredibile, ma sono già passati 10 anni da quella mattina in cui, in centinaia, liberammo un parco abbandonato nel centro storico della città, dando inizio ad una delle rivoluzioni più importanti di Caserta. Villa Giaquinto ha rivoluzionato Caserta perché ha messo al centro dell&#8217;agenda politica e sociale cittadina tre elementi: le comunità; gli spazi pubblici; la partecipazione. Si tratta di tre elementi che sono stati, per anni, sistematicamente esclusi da chi ha governato e preso scelte decisive per Caserta. Crediamo, dunque, che rimetterle al centro del discorso sia un atto radicale, poiché impatta sulla radice dei problemi della nostra terra, provando a cambiare le cose con segni e azioni fortissime. D&#8217;altronde, proprio quella di Villa Giaquinto è una storia che testimonia come comunità, spazi pubblici e partecipazione possano essere il motore di un cambiamento concreto e fortemente impattante sulla comunità. Il 16 gennaio 2016, durante una giornata di mobilitazione cittadina contro l&#8217;allora Governo nazionale, barricatosi nella Reggia di Caserta, un gruppo eterogeneo di studenti, attivisti e abitanti decise di rompere il lucchetto che teneva chiuso da troppi mesi il cancello di Villa Giaquinto. Non avevamo un progetto strutturato, né un piano definito, ma tanta rabbia per una città abbandonata, tanta voglia di cambiare il futuro e anche una buona dose di incoscienza. Quello che nessuno poteva prevedere era che quel gesto, quasi casuale, avrebbe dato vita a una delle esperienze più durature e significative di gestione civica di un bene comune nella città di Caserta e dell&#8217;intero Sud Italia. Prima di quella mattina, Villa Giaquinto era stata tante cose: un luogo di ritrovo, uno spazio di quartiere, una casa per tante e tanti. Ma era stata anche una piazza di spaccio, un luogo di solitudine e abbandono. Un ettaro di verde nel cuore urbano di Caserta, una città senza verde e piena di cemento, troppo spesso abbandonata a sé stessa e relegata agli ultimi posti della qualità della vita. Dal 16 gennaio 2016 abbiamo scelto un metodo nuovo di gestire lo spazio pubblico; abbiamo scelto di decidere insieme, di includere chi normalmente è escluso dalla gestione della cosa pubblica. Abbiamo deciso di essere di nuovo comunità, di prenderci cura di noi stessi e dei nostri legami attraverso la cura di un parco abbandonato. Abbiamo scelto di costruire e diffondere il modello dei beni comuni: un percorso complesso, basato sulla democrazia, sulla partecipazione e sulla gestione condivisa, in cui ogni cosa è decisa e realizzata collettivamente. Non è una scelta facile: si tratta di una scelta pedagogica, perché richiede di imparare a rispettare gli altri e di essere disponibili al compromesso per il bene di tutti. Eppure riteniamo che si tratti di una scelta vincente, perché permette di coinvolgere, di tenere assieme, di costruire comunità. Questo è uno degli aspetti decisivi dell&#8217;esperienza di Villa Giaquinto bene comune: la comunità. La cura del parco è uno strumento per prendersi cura della comunità che lo abita, per tessere relazioni solidali e creare reti democratiche che contrastino la solitudine e l&#8217;abbandono. Villa Giaquinto, quindi, non è un semplice parco. La nostra comunità l’ha trasformata in un centro culturale e sociale unico nel suo genere. Lo si nota entrando: orto, giostre colorate, eventi culturali, graffiti, arte pubblica, musica, verde curato, bookcrossing, vita. Villa Giaquinto è un parco open source dove chiunque può proporre e trasformare un&#8217;idea in realtà, dov&#8217;è possibile piantare un albero, prendersi cura dell&#8217;orto, organizzare la presentazione di un libro o fare una passeggiata. Villa Giaquinto è divenuta un dispositivo generativo che ha creato possibilità in tutta la città, dove è stata da esempio per cittadini e cittadine che hanno deciso di prendersi cura di spazi pubblici. Oggi, infatti, esistono altri 3 parchi gestiti comunemente e sono innumerevoli i patti di collaborazione siglati dal Comune. Villa Giaquinto ha anche generato tre Regolamenti comunali: quello sui Beni comuni, quello sulla street art e quello sugli orti urbani. In questo bilancio sociale che presentiamo per raccontare i primi 10 anni di Villa Giaquinto bene comune c&#8217;è la testimonianza di questa comunità. È un racconto corale di quello che significa questa sperimentazione per questa città e non solo. Non sappiamo cosa ci attende per il futuro, ma siamo certi che ogni sua pagina sarà scritta collettivamente, cercando di restituire alla comunità il diritto di decidere insieme sugli spazi che abitano e, attraverso questi, sulle proprie vite. Consulta qui il bilancio sociale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/04/10-anni-di-villa-giaquinto-bene-comune-una-comunita-in-cammino/">10 anni di Villa Giaquinto bene comune: una comunità in cammino</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 16 Gennaio 2026 il Comitato per Villa Giaquinto compie i suoi primi 10 anni di vita collettiva. Sembra incredibile, ma sono già passati 10 anni da quella mattina in cui, in centinaia, liberammo un parco abbandonato nel centro storico della città, dando inizio ad una delle rivoluzioni più importanti di Caserta.<br />
Villa Giaquinto ha rivoluzionato Caserta perché ha messo al centro dell&#8217;agenda politica e sociale cittadina tre elementi: le comunità; gli spazi pubblici; la partecipazione. Si tratta di tre elementi che sono stati, per anni, sistematicamente esclusi da chi ha governato e preso scelte decisive per Caserta. Crediamo, dunque, che rimetterle al centro del discorso sia un atto radicale, poiché impatta sulla radice dei problemi della nostra terra, provando a cambiare le cose con segni e azioni fortissime.<br />
D&#8217;altronde, proprio quella di Villa Giaquinto è una storia che testimonia come comunità, spazi pubblici e partecipazione possano essere il motore di un cambiamento concreto e fortemente impattante sulla comunità. Il 16 gennaio 2016, durante una giornata di mobilitazione cittadina contro l&#8217;allora Governo nazionale, barricatosi nella Reggia di Caserta, un gruppo eterogeneo di studenti, attivisti e abitanti decise di rompere il lucchetto che teneva chiuso da troppi mesi il cancello di Villa Giaquinto. Non avevamo un progetto strutturato, né un piano definito, ma tanta rabbia per una città abbandonata, tanta voglia di cambiare il futuro e anche una buona dose di incoscienza. Quello che nessuno poteva prevedere era che quel gesto, quasi casuale, avrebbe dato vita a una delle esperienze più durature e significative di gestione civica di un bene comune nella città di Caserta e dell&#8217;intero Sud Italia.<br />
Prima di quella mattina, Villa Giaquinto era stata tante cose: un luogo di ritrovo, uno spazio di quartiere, una casa per tante e tanti. Ma era stata anche una piazza di spaccio, un luogo di solitudine e abbandono. Un ettaro di verde nel cuore urbano di Caserta, una città senza verde e piena di cemento, troppo spesso abbandonata a sé stessa e relegata agli ultimi posti della qualità della vita.<br />
Dal 16 gennaio 2016 abbiamo scelto un metodo nuovo di gestire lo spazio pubblico; abbiamo scelto di decidere insieme, di includere chi normalmente è escluso dalla gestione della cosa pubblica. Abbiamo deciso di essere di nuovo comunità, di prenderci cura di noi stessi e dei nostri legami attraverso la cura di un parco abbandonato. Abbiamo scelto di costruire e diffondere il modello dei beni comuni: un percorso complesso, basato sulla democrazia, sulla partecipazione e sulla gestione condivisa, in cui ogni cosa è decisa e realizzata collettivamente. Non è una scelta facile: si tratta di una scelta pedagogica, perché richiede di imparare a rispettare gli altri e di essere disponibili al compromesso per il bene di tutti. Eppure riteniamo che si tratti di una scelta vincente, perché permette di coinvolgere, di tenere assieme, di costruire comunità.<br />
Questo è uno degli aspetti decisivi dell&#8217;esperienza di Villa Giaquinto bene comune: la comunità. La cura del parco è uno strumento per prendersi cura della comunità che lo abita, per tessere relazioni solidali e creare reti democratiche che contrastino la solitudine e l&#8217;abbandono.<br />
Villa Giaquinto, quindi, non è un semplice parco. La nostra comunità l’ha trasformata in un centro culturale e sociale unico nel suo genere. Lo si nota entrando: orto, giostre colorate, eventi culturali, graffiti, arte pubblica, musica, verde curato, bookcrossing, vita.<br />
Villa Giaquinto è un parco open source dove chiunque può proporre e trasformare un&#8217;idea in realtà, dov&#8217;è possibile piantare un albero, prendersi cura dell&#8217;orto, organizzare la presentazione di un libro o fare una passeggiata.<br />
Villa Giaquinto è divenuta un dispositivo generativo che ha creato possibilità in tutta la città, dove è stata da esempio per cittadini e cittadine che hanno deciso di prendersi cura di spazi pubblici. Oggi, infatti, esistono altri 3 parchi gestiti comunemente e sono innumerevoli i patti di collaborazione siglati dal Comune. Villa Giaquinto ha anche generato tre Regolamenti comunali: quello sui Beni comuni, quello sulla street art e quello sugli orti urbani.<br />
In questo bilancio sociale che presentiamo per raccontare i primi 10 anni di Villa Giaquinto bene comune c&#8217;è la testimonianza di questa comunità. È un racconto corale di quello che significa questa sperimentazione per questa città e non solo.<br />
Non sappiamo cosa ci attende per il futuro, ma siamo certi che ogni sua pagina sarà scritta collettivamente, cercando di restituire alla comunità il diritto di decidere insieme sugli spazi che abitano e, attraverso questi, sulle proprie vite.</p>
<p><a href="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Bilancio-HD.pdf" target="_blank" rel="noopener">Consulta qui il bilancio sociale.</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/04/10-anni-di-villa-giaquinto-bene-comune-una-comunita-in-cammino/">10 anni di Villa Giaquinto bene comune: una comunità in cammino</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Un partenariato speciale pubblico-privato per Villa Boschetti (San Cesario sul Panario)</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/02/un-partenariato-speciale-pubblico-privato-per-villa-boschetti-san-cesario-sul-panario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Labsus]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 06:30:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[beni culturali]]></category>
		<category><![CDATA[partenariato speciale]]></category>
		<category><![CDATA[villa Boschetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel Comune di San Cesario sul Panaro è stato pubblicato un avviso volto a individuare uno o più partner, anche in forma aggregata, per attivare un partenariato speciale pubblico-privato, ai sensi dell’art. 134, comma 2, del d.lgs. 36/2023, finalizzato alla valorizzazione e alla gestione strategica del complesso monumentale di Villa Boschetti. La cornice, presentata anche nella notizia sul sito comunale, è quella di un patrimonio pubblico già largamente recuperato, 3 ettari di parco monumentale e circa 3.000 mq in gran parte restaurati, che il Comune mette a disposizione a canone zero, chiedendo una regia progettuale e gestionale capace di far vivere gli spazi come infrastruttura culturale collettiva, con continuità e riconoscibilità. L’avviso prevede la configurazione del rapporto nei termini di un contratto a titolo gratuito per l’Amministrazione, espressamente non riconducibile agli schemi dell’appalto o della concessione, nell&#8217;ambito del quale non è previsto alcun canone. Naturalmente si tratta di un rapporto differente rispetto al rapporto che si instaura tramite i patti di collaborazione, nella misura in cui si procederebbe alla selezione del partner a seguito di un&#8217;apposita procedura valutativa, sul quale ricadrà la responsabilità gestionale continuativa del bene, nonché gli oneri connessi alla realizzazione di una serie di investimenti strategici finalizzati alla valorizzazione del bene. Nella gestione del bene, dunque, l&#8217;apporto dell&#8217;amministrazione comunale si limiterebbe prevalentemente alla concessione gratuita del bene e all&#8217;eventuale riconoscimento di una contribuzione pubblica. La scelta di attivare un partenariato speciale viene motivata dall’esigenza di superare una condizione tipica di molti luoghi della cultura, nei quali prevale la frammentazione, in assenza di un disegno unitario che trasformi il bene in un presidio quotidiano e accogliente. Come si evince dalla notizia condivisa dal Comune, la Villa non deve essere un semplice insieme di spazi, ma un polo culturale vivo, continuo e riconoscibile, integrando la biblioteca, spazi espositivi, il parco ed eventi. L’avviso collega esplicitamente questa traiettoria a un lavoro di ascolto e partecipazione territoriale e alla prospettiva della Convenzione di Faro, richiamando l’idea di una comunità che non si pone solo come un pubblico destinatario, ma parte attiva nella produzione di significato e nell’uso responsabile del patrimonio. Per ulteriori informazioni, consulta l’avviso pubblico e la pagina informativa del Comune. Immagine di copertina: Vardan Papikyan su Unsplash</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/02/un-partenariato-speciale-pubblico-privato-per-villa-boschetti-san-cesario-sul-panario/">Un partenariato speciale pubblico-privato per Villa Boschetti (San Cesario sul Panario)</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel Comune di San Cesario sul Panaro è stato pubblicato <strong>un avviso</strong> volto a individuare uno o più partner, anche in forma aggregata, per attivare un <strong>partenariato speciale pubblico-privato</strong>, ai sensi dell’art. 134, comma 2, del d.lgs. 36/2023, finalizzato alla valorizzazione e alla gestione strategica del complesso monumentale di <strong>Villa Boschetti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La cornice, presentata anche nella notizia sul sito comunale, è quella di un patrimonio pubblico già largamente recuperato, 3 ettari di parco monumentale e circa 3.000 mq in gran parte restaurati, che il Comune mette a disposizione a canone zero, chiedendo una regia progettuale e gestionale capace di far vivere gli spazi come infrastruttura culturale collettiva, con continuità e riconoscibilità.</p>
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<div dir="ltr">
<p style="text-align: justify;">L’avviso prevede la configurazione del rapporto nei termini di un contratto a titolo gratuito per l’Amministrazione, espressamente non riconducibile agli schemi dell’appalto o della concessione, nell&#8217;ambito del quale non è previsto alcun canone. Naturalmente si tratta di un rapporto differente rispetto al rapporto che si instaura tramite i patti di collaborazione, nella misura in cui si procederebbe alla selezione del partner a seguito di un&#8217;apposita procedura valutativa, sul quale ricadrà la responsabilità gestionale continuativa del bene, nonché gli oneri connessi alla realizzazione di una serie di investimenti strategici finalizzati alla valorizzazione del bene. Nella gestione del bene, dunque, l&#8217;apporto dell&#8217;amministrazione comunale si limiterebbe prevalentemente alla concessione gratuita del bene e all&#8217;eventuale riconoscimento di una contribuzione pubblica.</p>
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<p style="text-align: justify;">La scelta di attivare un partenariato speciale viene motivata dall’esigenza di superare una condizione tipica di molti luoghi della cultura, nei quali prevale la frammentazione, in assenza di un disegno unitario che trasformi il bene in un <strong>presidio quotidiano e accogliente</strong>. Come si evince dalla notizia condivisa dal Comune, la Villa non deve essere un semplice insieme di spazi, ma <strong>un polo culturale vivo, continuo e riconoscibile</strong>, integrando la biblioteca, spazi espositivi, il parco ed eventi. L’avviso collega esplicitamente questa traiettoria a un lavoro di <strong>ascolto e partecipazione territoriale</strong> e alla prospettiva della <strong>Convenzione di Faro</strong>, richiamando l’idea di una comunità che non si pone solo come un pubblico destinatario, ma parte attiva nella produzione di significato e nell’uso responsabile del patrimonio.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ulteriori informazioni, consulta l’avviso pubblico e la <strong><a href="https://www.comune.sancesariosulpanaro.mo.it/novita/notizie/avviso-partenariato-speciale-villa-boschetti">pagina informativa</a> </strong>del Comune.</p>
<p style="text-align: justify;">Immagine di copertina: Vardan Papikyan su Unsplash</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/02/un-partenariato-speciale-pubblico-privato-per-villa-boschetti-san-cesario-sul-panario/">Un partenariato speciale pubblico-privato per Villa Boschetti (San Cesario sul Panario)</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Il Progetto BePart: fiducia rinnovata nella pubblica amministrazione</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/02/il-progetto-bepart-fiducia-rinnovata-nella-pubblica-amministrazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Labsus]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 22:48:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[cittadini attivi]]></category>
		<category><![CDATA[patto di collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[progetto bepart]]></category>
		<category><![CDATA[pubblica amministrazione]]></category>
		<category><![CDATA[questionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Labsus &#8211; Laboratorio per la sussidiarietà sta supportando le Università di Siena e Cagliari nella diffusione di un questionario di indagine rivolto a pubbliche amministrazioni e cittadini attivi, per indagare in che modo i patti di collaborazione influenzano il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Per potere contribuire a tale ricerca, invitiamo funzionari e cittadini attivi impegnati in patti di collaborazione in giro per l&#8217;Italia a compilare il questionario al link che segue. https://surveys.smartlabkaralis.com/index.php/bepart La compilazione richiede un tempo massimo stimato di 10 minuti. L&#8217;indagine è parte del progetto di ricerca &#8220;BePart &#8211; Bounded to Digitalized Public Administrations to Restore Trust&#8221;, finanziato dal Programma Next Generation EU dell&#8217;Unione Europea e dal Ministero dell&#8217;Università e della Ricerca. Vi ringraziamo per la vostra collaborazione! &#160;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/02/il-progetto-bepart-fiducia-rinnovata-nella-pubblica-amministrazione/">Il Progetto BePart: fiducia rinnovata nella pubblica amministrazione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">
<p>Labsus &#8211; Laboratorio per la sussidiarietà sta supportando le <strong>Università di Siena e Cagliari</strong> nella diffusione di <b>un questionario di indagine </b>rivolto a <b>pubbliche amministrazioni e cittadini attivi</b>, per indagare <b>in che modo i patti di collaborazione influenzano il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.</b></p>
<p><b></b>Per potere contribuire a tale ricerca, invitiamo <b>funzionari e cittadini attivi impegnati in patti di collaborazione in giro per l&#8217;Italia a compilare il questionario al link che segue. </b></p>
<p><strong style="text-align: center;"><a href="https://surveys.smartlabkaralis.com/index.php/bepart" target="_blank" rel="noopener">https://surveys.smartlabkaralis.com/index.php/bepart</a></strong></p>
<p>La compilazione richiede un tempo massimo stimato di<b> 10 minuti.</b></p>
<p>L&#8217;indagine è parte del progetto di ricerca <a href="https://www.instagram.com/bepart.project/?hl=it" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.instagram.com/bepart.project/?hl%3Dit&amp;source=gmail&amp;ust=1770759129644000&amp;usg=AOvVaw0Sri2CcJQ5phzrXnzHcQEZ">&#8220;BePart &#8211; Bounded to Digitalized Public Administrations to Restore Trust&#8221;</a>, finanziato dal Programma Next Generation EU dell&#8217;Unione Europea e dal Ministero dell&#8217;Università e della Ricerca.</p>
<p>Vi ringraziamo per la vostra collaborazione!</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/02/il-progetto-bepart-fiducia-rinnovata-nella-pubblica-amministrazione/">Il Progetto BePart: fiducia rinnovata nella pubblica amministrazione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La piazza siamo noi! Storia della comunità protagonista della rinascita di Largo Mengaroni</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/02/la-piazza-siamo-noi-storia-della-comunita-protagonista-della-rinascita-di-largo-mengaroni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Bernabucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 22:03:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[comune di Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Largo Mengaroni]]></category>
		<category><![CDATA[piazza bene comune]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La piazza siamo noi”, questo il nome scelto per il patto di collaborazione per la cura e l’animazione della piazza, riqualificata, di Largo Mengaroni a Tor Bella Monaca a Roma. Un nome che potrebbe sembrare arrogante, escludente, ma che piuttosto sottolinea l&#8217;identità collettiva, il senso di appartenenza positiva, di una comunità verso un luogo simbolo di resilienza, di riscatto sociale, di possibilità individuale e collettiva, in un contesto grigio e pluriproblematico come quello di Tor Bella Monaca, dove la differenza ed il cambiamento è attuato, ogni giorno, dalle persone che lo vivono. Quel “noi” è quindi simbolo della comunità che si riconosce, mentre “piazza” è la valorizzazione di uno spazio, non solo urbano, come luogo pubblico di aggregazione, condivisione e vita sociale. Contesto e origini Tor Bella Monaca è un quartiere popolare, si stima una popolazione di circa 28.000 abitanti, con una densità elevata (circa 36.000 ab./km²). Fu realizzato negli anni ‘80, con un cantiere lampo di circa 3 anni, per rispondere all’emergenza abitativa romana. È un quartiere dove ogni servizio, dalle strade alle scuole, passando per le linee bus, è stato frutto delle lotte dei suoi abitanti. Tor Bella Monaca è troppo spesso noto come quartiere “malfamato”, segnato da forte degrado, illegalità e spaccio, con un alto indice di vulnerabilità sociale e materiale.  È un territorio raccontato spesso dalla stampa generalista con questo stereotipo negativo a cui si aggiunge l’assenza, da decenni, di politiche pubbliche e amministrazioni spesso assenti.  È un quartiere  in cui spesso le persone si sentono emarginate, abbandonate, private di diritti fondamentali come il lavoro, in cui la paura e la precarietà affossano i sogni e le prospettive future dei suoi abitanti, un luogo che alcuni vorrebbero lasciare, mentre per  altri, la criminalità organizzata, è terra di conquiste ed egemonia. Per molti è casa ed è l’unica possibilità di vita. È in questo complesso contesto che qualcosa di buono, vincente, duraturo, prezioso, viene dalle persone che non accettano le etichette attribuitegli e che nel tempo, lottando per i propri diritti, hanno costruito alternative al degrado attraverso gesti di cura, di partecipazione, di riscatto. Per sostenere queste persone, combattendo lo stereotipo che vuole segnare indistintamente il destino di uno tra i più grandi quartieri della periferia romana, nel 2020 un gruppo di coraggiosi sognatori avvia il percorso di rigenerazione, urbana ed educativa, di Largo Mengaroni, luogo di cultura ed attivismo che già negli anni ‘90 con la nascita del Centro Sociale “Il Chentro&#8221;, si era distinto come luogo di vita sociale, animazione e protagonismo. I promotori di questo ambizioso progetto, CRESCO, Cantiere di Rigenerazione Educativa, Scuola, Cultura, Occupazione, sono: la Fondazione Paolo Bulgari, che ha finanziato l’intero intervento, sostenendo e partecipando attivamente alla sua realizzazione; l’Associazione culturale Cubo Libro, che dal 2008 porta avanti progetti culturali, educativi, di animazione territoriale nel quartiere; il Dipartimento DICEA dell’Università La Sapienza, che dal 2015, attraverso il Laboratorio di Studi Urbani &#8220;Territori dell&#8217;Abitare&#8221;, fa ricerca-azione sul territorio. Insieme ai protagonisti di CRESCO si sono affiancati, nella costruzione del patto di collaborazione, l’associazione Labsus, Laboratorio per la sussidiarietà, l’amministrazione del Municipio VI Le Torri, il dipartimento Ambiente di Roma Capitale. Fin dalle prime fasi di progettazione del patto hanno partecipato tanti abitanti del quartiere desiderosi di cambiamento. Il progetto CRESCO attraverso il coinvolgimento attivo e costante delle persone, protagoniste indiscusse del processo di cambiamento, ha voluto trasformare lo spazio pubblico di Largo Mengaroni, in Bene Comune, vissuto, curato, abitato con consapevolezza e responsabilità, attraverso un lungo percorso, fatto di molteplici fasi, macro e micro obiettivi, documentazione costante e parallela narrazione sincera ed autentica. Dopo le diverse fasi di coprogettazione, caratterizzate da numerosi incontri in piazza, assemblee, strumenti di partecipazione, si è arrivati alla definizione specifica del progetto partecipato di rigenerazione, basato sui bisogni e desideri degli abitanti stessi della piazza. Nella fase di realizzazione del cantiere si è avviata la fase di costruzione non solo dell’opera pubblica, ma anche dello strumento sociale di tutela e animazione della futura piazza, il Patto di collaborazione. Il progetto è iniziato nel 2020, ma solo nel febbraio 2023 inizia il cantiere e, agli inizi della primavera dello stesso anno, si avvia la costruzione del Patto che viene firmato dagli abitanti e dalle associazioni, in occasione dell’inaugurazione della piazza rigenerata nel dicembre 2023. La costruzione del patto La prima volta che a Largo Mengaroni si è parlato di  amministrazione condivisa” è stato quando, all’interno del Cubo Libro, Giulio Cederna, direttore della Fondazione Paolo Bulgari, ha chiesto a Gregorio Arena, Fondatore di Labsus, di illustrare a Claudia Bernabucci, presidente dell’Associazione Cubo Libro, il potenziale di questo strumento, fondato sul principio di sussidiarietà orizzontale, che in numerose esperienze in tutta Italia, aveva permesso a molti cittadini attivi, di essere legittimati, al pari delle amministrazioni, nell’operato di cura, valorizzazione e animazione del Bene Comune. Fin da quel primo momento lo strumento è sembrato vincente, rispecchiava a pieno tutte le caratteristiche di quella storia fatta di resilienza, riscatto, riappropriazione e protagonismo che caratterizzava il percorso della nostra piazza. La possibilità di restituire ai cittadini un ruolo riconosciuto dalle istituzioni, al pari di associazioni e amministratori, nella gestione dello spazio pubblico risuonava come perfetta definizione di quel processo vissuto e sostenuto dal progetto Cresco. Il “Regolamento per l’Amministrazione condivisa dei beni comuni”, finalmente approvato anche a Roma, proprio nel maggio 2023, era l’occasione perfetta per sperimentare uno strumento innovativo in una realtà a Roma, caratterizzata dall’attivismo degli abitanti che per decenni è stato il motore positivo di un controverso territorio, al culmine di un percorso basato sulla partecipazione popolare, nel momento in cui si affermava la comunità riunita attorno ad una piazza, simbolo, bene comune. Dopo quel primo incontro abbiamo chiesto più volte al gruppo di esperti di Labsus, oltre a Gregorio, le preziose Elisabetta Salvatorelli e  Irene Ianiro, di spiegare nel dettaglio, usando molteplici linguaggi, la possibilità data dall’amministrazione condivisa e dai patti di collaborazione, agli abitanti di Tor Bella Monaca, alle numerose realtà sociali ed associazioni interessate, per creare consapevolezza e adesione profonda al percorso. Dopo mesi di lavoro,</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/02/la-piazza-siamo-noi-storia-della-comunita-protagonista-della-rinascita-di-largo-mengaroni/">La piazza siamo noi! Storia della comunità protagonista della rinascita di Largo Mengaroni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“La piazza siamo noi”, questo il nome scelto per il patto di collaborazione per la cura e l’animazione della piazza, riqualificata, di Largo Mengaroni a Tor Bella Monaca a Roma.<br />
Un nome che potrebbe sembrare arrogante, escludente, ma che piuttosto sottolinea l&#8217;identità collettiva, il senso di appartenenza positiva, di una comunità verso un luogo simbolo di resilienza, di riscatto sociale, di possibilità individuale e collettiva, in un contesto grigio e pluriproblematico come quello di Tor Bella Monaca, dove la differenza ed il cambiamento è attuato, ogni giorno, dalle persone che lo vivono.<br />
Quel “noi” è quindi simbolo della comunità che si riconosce, mentre “piazza” è la valorizzazione di uno spazio, non solo urbano, come luogo pubblico di aggregazione, condivisione e vita sociale.</p>
<h4>Contesto e origini</h4>
<p style="text-align: justify;">Tor Bella Monaca è un quartiere popolare, si stima una popolazione di circa 28.000 abitanti, con una densità elevata (circa 36.000 ab./km²). Fu realizzato negli anni ‘80, con un cantiere lampo di circa 3 anni, per rispondere all’emergenza abitativa romana. È un quartiere dove ogni servizio, dalle strade alle scuole, passando per le linee bus, è stato frutto delle lotte dei suoi abitanti.<br />
Tor Bella Monaca è troppo spesso noto come quartiere “malfamato”, segnato da forte degrado, illegalità e spaccio, con un alto indice di vulnerabilità sociale e materiale.  È un territorio raccontato spesso dalla stampa generalista con questo stereotipo negativo a cui si aggiunge l’assenza, da decenni, di politiche pubbliche e amministrazioni spesso assenti.  È un quartiere  in cui spesso le persone si sentono emarginate, abbandonate, private di diritti fondamentali come il lavoro, in cui la paura e la precarietà affossano i sogni e le prospettive future dei suoi abitanti, un luogo che alcuni vorrebbero lasciare, mentre per  altri, la criminalità organizzata, è terra di conquiste ed egemonia. Per molti è casa ed è l’unica possibilità di vita.<br />
È in questo complesso contesto che qualcosa di buono, vincente, duraturo, prezioso, viene dalle persone che non accettano le etichette attribuitegli e che nel tempo, lottando per i propri diritti, hanno costruito alternative al degrado attraverso gesti di cura, di partecipazione, di riscatto.<br />
Per sostenere queste persone, combattendo lo stereotipo che vuole segnare indistintamente il destino di uno tra i più grandi quartieri della periferia romana, nel 2020 un gruppo di coraggiosi sognatori avvia il percorso di rigenerazione, urbana ed educativa, di Largo Mengaroni, luogo di cultura ed attivismo che già negli anni ‘90 con la nascita del Centro Sociale “Il Chentro&#8221;, si era distinto come luogo di vita sociale, animazione e protagonismo.<br />
I promotori di questo ambizioso progetto, CRESCO, Cantiere di Rigenerazione Educativa, Scuola, Cultura, Occupazione, sono: la Fondazione Paolo Bulgari, che ha finanziato l’intero intervento, sostenendo e partecipando attivamente alla sua realizzazione; l’Associazione culturale Cubo Libro, che dal 2008 porta avanti progetti culturali, educativi, di animazione territoriale nel quartiere; il Dipartimento DICEA dell’Università La Sapienza, che dal 2015, attraverso il Laboratorio di Studi Urbani &#8220;Territori dell&#8217;Abitare&#8221;, fa ricerca-azione sul territorio. Insieme ai protagonisti di CRESCO si sono affiancati, nella costruzione del patto di collaborazione, l’associazione Labsus, Laboratorio per la sussidiarietà, l’amministrazione del Municipio VI Le Torri, il dipartimento Ambiente di Roma Capitale.<br />
Fin dalle prime fasi di progettazione del patto hanno partecipato tanti abitanti del quartiere desiderosi di cambiamento. Il progetto CRESCO attraverso il coinvolgimento attivo e costante delle persone, protagoniste indiscusse del processo di cambiamento, ha voluto trasformare lo spazio pubblico di Largo Mengaroni, in Bene Comune, vissuto, curato, abitato con consapevolezza e responsabilità, attraverso un lungo percorso, fatto di molteplici fasi, macro e micro obiettivi, documentazione costante e parallela narrazione sincera ed autentica.<br />
Dopo le diverse fasi di coprogettazione, caratterizzate da numerosi incontri in piazza, assemblee, strumenti di partecipazione, si è arrivati alla definizione specifica del progetto partecipato di rigenerazione, basato sui bisogni e desideri degli abitanti stessi della piazza.<br />
Nella fase di realizzazione del cantiere si è avviata la fase di costruzione non solo dell’opera pubblica, ma anche dello strumento sociale di tutela e animazione della futura piazza, il Patto di collaborazione.<br />
Il progetto è iniziato nel 2020, ma solo nel febbraio 2023 inizia il cantiere e, agli inizi della primavera dello stesso anno, si avvia la costruzione del Patto che viene firmato dagli abitanti e dalle associazioni, in occasione dell’inaugurazione della piazza rigenerata nel dicembre 2023.</p>
<h4 style="text-align: justify;">La costruzione del patto</h4>
<p style="text-align: justify;">La prima volta che a Largo Mengaroni si è parlato di  amministrazione condivisa” è stato quando, all’interno del Cubo Libro, Giulio Cederna, direttore della Fondazione Paolo Bulgari, ha chiesto a Gregorio Arena, Fondatore di Labsus, di illustrare a Claudia Bernabucci, presidente dell’Associazione Cubo Libro, il potenziale di questo strumento, fondato sul principio di sussidiarietà orizzontale, che in numerose esperienze in tutta Italia, aveva permesso a molti cittadini attivi, di essere legittimati, al pari delle amministrazioni, nell’operato di cura, valorizzazione e animazione del Bene Comune.</p>
<div id="attachment_88713" style="width: 820px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-88713" class="wp-image-88713 size-large" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/06_58A4630-1024x683.jpeg" alt="" width="810" height="540" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/06_58A4630-1024x683.jpeg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/06_58A4630-300x200.jpeg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/06_58A4630-768x512.jpeg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/06_58A4630-1536x1025.jpeg 1536w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/06_58A4630-2048x1366.jpeg 2048w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/06_58A4630-810x540.jpeg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/06_58A4630-1140x760.jpeg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/06_58A4630-600x400.jpeg 600w" sizes="(max-width: 810px) 100vw, 810px" /><p id="caption-attachment-88713" class="wp-caption-text">Foto di Claudia Bernabucci</p></div>
<p style="text-align: justify;">Fin da quel primo momento lo strumento è sembrato vincente, rispecchiava a pieno tutte le caratteristiche di quella storia fatta di resilienza, riscatto, riappropriazione e protagonismo che caratterizzava il percorso della nostra piazza. La possibilità di restituire ai cittadini un ruolo riconosciuto dalle istituzioni, al pari di associazioni e amministratori, nella gestione dello spazio pubblico risuonava come perfetta definizione di quel processo vissuto e sostenuto dal progetto Cresco.<br />
Il “Regolamento per l’Amministrazione condivisa dei beni comuni”, finalmente approvato anche a Roma, proprio nel maggio 2023, era l’occasione perfetta per sperimentare uno strumento innovativo in una realtà a Roma, caratterizzata dall’attivismo degli abitanti che per decenni è stato il motore positivo di un controverso territorio, al culmine di un percorso basato sulla partecipazione popolare, nel momento in cui si affermava la comunità riunita attorno ad una piazza, simbolo, bene comune.<br />
Dopo quel primo incontro abbiamo chiesto più volte al gruppo di esperti di Labsus, oltre a Gregorio, le preziose Elisabetta Salvatorelli e  Irene Ianiro, di spiegare nel dettaglio, usando molteplici linguaggi, la possibilità data dall’amministrazione condivisa e dai patti di collaborazione, agli abitanti di Tor Bella Monaca, alle numerose realtà sociali ed associazioni interessate, per creare consapevolezza e adesione profonda al percorso. Dopo mesi di lavoro, oltre 60 abitanti ed 11 realtà sociali hanno sottoscritto il patto “La piazza siamo noi”, non solo con l&#8217;obiettivo di tutelare e curare la nuova piazza del quartiere, ma con l’impegno di viverla ed animarla costantemente, secondo i propri, ma comuni, interessi.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Il Patto</h4>
<p style="text-align: justify;">“La piazza siamo noi”, come la storia da cui proviene, è un patto ambizioso e variegato, unisce nella sua sottoscrizione tante diversità, che ne fa nella sua composizione ricchezza e modello.<br />
Nella sua eterogeneità di intenti e composizione, rappresenta in maniera veritiera il contesto di appartenenza, le diverse età, culture, estrazioni sociali, le soggettività racchiuse nelle sue firme sono la dimostrazione di quanto l’intento, la Piazza bene comune, di questo complesso quartiere popolare, sia trasversale, genuinamente un bene per tutt@, un luogo di diritto e dignità, uno spazio pubblico fondamentale per il benessere individuale e per la qualità della vita collettiva.<br />
Tra i firmatari, non solo i protagonisti del percorso di partecipazione, ma tanti soggetti interessati negli anni di cantiere, spronati alla partecipazione dall’orizzontalità degli strumenti utilizzati, dalla scuola del comparto alla parrocchia, da intere famiglie a singoli attivisti, da anziani ad artisti, da insegnanti a bambini, da educatori a volontari che ogni giorno attraversano la piazza. Tutti hanno trovato il proprio spazio e il proprio ambito.</p>
<div id="attachment_88715" style="width: 820px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-88715" class="wp-image-88715 size-large" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/Cubo-Libro-1024x683.jpg" alt="" width="810" height="540" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/Cubo-Libro-1024x683.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/Cubo-Libro-300x200.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/Cubo-Libro-768x512.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/Cubo-Libro-1536x1024.jpg 1536w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/Cubo-Libro-2048x1365.jpg 2048w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/Cubo-Libro-810x540.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/Cubo-Libro-1140x760.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/Cubo-Libro-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 810px) 100vw, 810px" /><p id="caption-attachment-88715" class="wp-caption-text">Foto di Claudia Bernabucci</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il Patto di collaborazione per la piazza di Largo Mengaroni non parla infatti solo di cura e ordinaria manutenzione ma parla di iniziative culturali, artistiche, azioni di comunità, formazione, informazione e tanto altro, il protagonismo nel patto riporta il singolo interesse di ognuno verso il bene comune, nella firma i sottoscrittori hanno indicato il proprio campo di interesse ma soprattutto il proprio impegno.<br />
Un Patto di collaborazione molto eterogeneo, sottoscritto da istituzioni come il VI  Municipio di Roma Capitale, il Dipartimento Ambiente e l’AMA (Azienda Municipale Ambiente) che si impegnano al fianco di 60 cittadini e cittadine ed 11 realtà diverse per mission e struttura, Cubo Libro, Gasotto, TBMusic LAB, IC Acquaroni, Alberi in periferia, Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani (AGESCI) Gruppo Roma 422, Associazione Croma, Compagnia delle Bollicine, Parrocchia Santa Rita, Ciclofficina la Gabbia, Libera contro le mafie. La gestione è una sfida oggettiva e al tempo stesso una grande motivazione all’impegno.</p>
<h4 style="text-align: justify;">La sfida</h4>
<p style="text-align: justify;">Date le premesse ed il contesto in cui il patto “La piazza siamo noi” prende vita, la sfida non è sicuramente solo tenere assieme la diversa composizione dei suoi firmatari, o combattere il pregiudizio che etichetta il territorio come malfamato, ma è anche contrastare quella disillusione profonda e paura dell’ennesimo intervento estemporaneo, destinato a non durare nel tempo, che attanaglia nel profondo il pensiero degli abitanti del quartiere.<br />
Come il progetto ha mosso i suoi primi passi questi pensieri sono emersi, costanti e pungenti come una vocina maligna che sussurrava all’orecchio “non ce la farai”, “non finiranno mai i lavori”, “la piazza sarà danneggiata prima del termine del cantiere”, “la nuova piazza non durerà”, “romperanno tutto”. Ma questi pensieri sono stati vissuti come triste conferma di quanto questo intervento fosse necessario e anziché scoraggiarsi, il gruppo di partecipanti al progetto ha maturato consapevolezza coinvolgendo anche gli scettici.</p>
<div id="attachment_88714" style="width: 820px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-88714" class="wp-image-88714 size-large" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/6_MG_8442-1024x682.jpg" alt="" width="810" height="539" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/6_MG_8442-1024x682.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/6_MG_8442-300x200.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/6_MG_8442-768x512.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/6_MG_8442-1536x1024.jpg 1536w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/6_MG_8442-810x540.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/6_MG_8442-1140x760.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/6_MG_8442-600x400.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/6_MG_8442.jpg 2000w" sizes="(max-width: 810px) 100vw, 810px" /><p id="caption-attachment-88714" class="wp-caption-text">Foto di Claudia Bernabucci</p></div>
<p style="text-align: justify;">Rispettare ed accogliere le diverse opinioni, anche quelle più negative, ha permesso di sperimentare la vera inclusività del progetto, ha messo alla prova, nella convinzione e nell’impegno, chi si è sentito responsabile del processo, e ha permesso a coloro che si sono avvicinati a questo processo, nel tempo, lento e specifico di ognuno, di trovare la propria motivazione, il proprio modo di partecipare, la propria personale risposta a quelle paure, che non serviva contrastare, ma che piuttosto era importante ascoltare, per sentirle mutare di pari passo ai risultati, per vederle affievolite giorno dopo giorno in una piazza che ormai ha compiuto due anni dalla sua riqualificazione e che vede ancora vivo ed attivo, non nella forma, ma nella sostanza, il suo patto di collaborazione.</p>
<h4 style="text-align: left;">Il metodo: partecipazione pratica, non formale</h4>
<p style="text-align: justify;">Se la retorica delle promesse, le tante parole della politica, le innumerevoli dichiarazioni degli amministratori di turno, hanno reso gli abitanti di Tor Bella Monaca diffidenti, era necessario che il percorso intrapreso con la riqualificazione della piazza, fosse concreto, tangibile, che i risultati fossero visibili in tempi relativamente brevi, che le numerose sfide fossero vinte insieme, con le persone, e non contro di queste o creando conflitto tra queste.<br />
La partecipazione attiva è stata anche in questo caso la risposta, gestire il patto, come il cantiere, coinvolgendo le persone nella costruzione del processo, del metodo di lavoro, negli impegni da prendere, negli interessi da perseguire, ha permesso, nel tempo, che il patto si componesse spontaneamente. Le firme, come la sua stesura, sono avvenute attraverso mesi di lavoro condiviso, di incontri, di laboratori, di azioni ed eventi in piazza, che hanno permesso di sperimentare attivamente il processo prima di definirlo e sottoscriverlo.<br />
Nei mesi di costruzione del patto si sono infatti sperimentate occasioni di messa in pratica del senso di questo, sono stati realizzati insieme arredi per la piazza, organizzati momenti conviviali, persino il programma dell’inaugurazione è stato deciso assieme.<br />
È con questa modalità che il patto dopo la sua sottoscrizione è andato avanti. Ogni singolo firmatario ha scelto dove posizionarsi per il bene comune, dichiarando una responsabilità già sperimentata (e non viceversa aderendo ad un impegno sconosciuto), ha spontaneamente dato seguito nel tempo a quanto espresso con il patto.<br />
Il patto di Largo Mengaroni non ha assemblee periodiche prestabilite, si riunisce al bisogno, in piccoli sottogruppi o in forma allargata su convocazioni che partono dai suoi singoli sottoscriventi, le attività non vengono organizzate “a tavolino” ma è la condivisione di competenze, buone pratiche e relazioni personali che porta ognuno nel sentirsi libero, e responsabile, di realizzare il proprio obiettivo.<br />
E così ogni giorno cresce l&#8217;aiuola che qualcuno ha iniziato a piantare portando in autonomia piantine dal suo balcone in piazza, si radicano gli alberi che sono stati piantati insieme, si curano e puliscono le zone che non sono di competenza AMA, qualcuno ogni mattina cambia i sacchi nei cestini, qualcuno ogni pomeriggio spazza la pista dello skate park prima del suo utilizzo oppure ripulisce il campo da basket dai rifiuti lasciati da qualche “maleducato”.<br />
Passare all’azione di contrasto alla maleducazione, non limitarsi alla critica, condividere il malessere per le mancanze altrui con qualcuno con cui quotidianamente si condivide la socialità, la cura e il senso civico è la risposta più efficace che ogni giorno si costruisce per contrastare quella “vocina maligna”, che non ha ancora  smesso di sussurrare, ma che ogni giorno è costretta ad inventare nuove critiche.<br />
Come ogni spazio pubblico, &#8220;La Piazza siamo noi&#8221; non è un’oasi perfetta, priva di difetti o problemi. Come qualsiasi cosa utilizzata e vissuta è soggetta all’usura e al danneggiamento, ma quello che ne fa, dopo due anni, un percorso vincente, è la risposta collettiva ad ogni evento, da quello più materiale, al problema sociale.</p>
<div id="attachment_88716" style="width: 820px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-88716" class="wp-image-88716 size-large" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/1_MG_8431-1024x682.jpg" alt="Foto di Claudia Bernabucci" width="810" height="539" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/1_MG_8431-1024x682.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/1_MG_8431-300x200.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/1_MG_8431-768x512.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/1_MG_8431-1536x1024.jpg 1536w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/1_MG_8431-810x540.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/1_MG_8431-1140x760.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/1_MG_8431-600x400.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/02/1_MG_8431.jpg 2000w" sizes="(max-width: 810px) 100vw, 810px" /><p id="caption-attachment-88716" class="wp-caption-text">Foto di Claudia Bernabucci</p></div>
<p style="text-align: justify;">Se prima del Patto nessuno si sentiva in diritto, o semplicemente libero, di mostrarsi attento al proprio territorio attraverso piccoli gesti di cura, o costanti posizionamenti positivi, e restava in silenzio o chiuso nel proprio appartamento, oggi, in piazza si percepisce un clima attento a quel che succede, si costruiscono spontaneamente risposte ai problemi, si chiedono momenti di confronto o azioni di supporto laddove i problemi sono più complessi.<br />
È a questo movimento, che non ha bisogno di gesti plateali, o voci amplificate, ma che si muove a passo lento, semplicemente, giorno dopo giorno, che il patto deve la sua stabilità, il suo crescente interesse, la sua continua spinta propositiva.<br />
A Largo Mengaroni, dopo due anni dalla riqualificazione della piazza, lo sguardo si sta ora spingendo più in là, verso la meravigliosa pineta adiacente. Le azioni di pulizia ed organizzazione di attività sono già cominciate e qualcuno già immagina un nuovo patto su cui lavorare.</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.labsus.org/2025/01/la-piazza-siamo-noi/" target="_blank" rel="noopener">La piazza siamo noi </a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2022/11/un-passo-importante-per-lamministrazione-condivisa-a-roma/" target="_blank" rel="noopener">Un passo decisivo per l&#8217;amministrazione condivisa a Roma</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2023/06/finalmente-parte-anche-a-roma-lamministrazione-condivisa-dei-beni-comuni/" target="_blank" rel="noopener">Finalmente parte anche a Roma l’amministrazione condivisa dei beni comuni</a></li>
</ul>
<p><em>Immagine di copertina: Foto di Claudia Bernabucci</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/02/la-piazza-siamo-noi-storia-della-comunita-protagonista-della-rinascita-di-largo-mengaroni/">La piazza siamo noi! Storia della comunità protagonista della rinascita di Largo Mengaroni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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