Prendersi cura dei beni comuni significa diventare cittadini attivi e assumersene la responsabilità

Nel dibattito pubblico italiano siamo abituati a una narrazione polarizzata che vede le Istituzioni e la cittadinanza su fronti opposti. Da un lato, la pubblica amministrazione percepita come lenta, distante e burocratizzata; dall’altro, la cittadinanza o, più ampiamente, il corpo sociale (per riprendere un’espressione del sociologo francese Émile Durkheim) spesso relegato al ruolo di fruitore passivo, o, nel peggiore dei casi, di portatore di cahiers de doléances all’attenzione dei decisori pubblici.

Non semplici patti, ma vero e proprio banco di prova dell’amministrazione condivisa

Questa dicotomia sterile ha contribuito ad alimentare un rovinoso senso di disaffezione nei confronti delle istituzioni, con ricadute rilevanti anche sul piano della partecipazione elettorale. Così, per anni, si è registrata una battuta d’arresto della vera crescita del Paese: quella che si misura nella cura quotidiana del territorio, nella coesione sociale e nel senso di appartenenza a una comunità. È in questo scenario di sfiducia permanente che la diffusione dei patti di collaborazione, promossi a livello locale dai regolamenti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, si configura come un fenomeno non solo tecnico-giuridico d’interesse, ma come un vero e proprio antidoto alla deriva antidemocratica alla quale si assiste impotenti in varie parti del mondo.
Una vera e propria rivoluzione culturale e sociale, quella dell’amministrazione condivisa, che attraverso i patti si va cementando con basi molto solide. Questi strumenti, infatti, sono ben radicati nel principio di sussidiarietà orizzontale sancito dall’articolo 118, quarto comma, della Costituzione, del quale ne rappresentano la massima concretizzazione. Questo fondamentale passaggio reca in sé una serie di conseguenze piuttosto rilevanti sul piano pratico: si passa dalla logica del cittadino-utente passivo a quella del cittadino attivo e co-responsabile. È una riscrittura delle regole del gioco tra ente pubblico e collettività che trasforma un rapporto gerarchico, spesso conflittuale, in un vincolo di fiducia, responsabilità e cooperazione, calibrato sulla cura di un bene comune specifico, sia esso materiale (un parco, un edificio storico, una biblioteca, come recentemente avvenuto nel Patto del Polo biblio-museale di Lecce) o immateriale (attività culturali, educative o di welfare di prossimità).

La collaborazione come motore dell’innovazione sociale

Il cuore pulsante dei patti non è la semplice concessione o autorizzazione, né tantomeno l’esternalizzazione di un servizio pubblico. È la co-progettazione, che si traduce in co-responsabilità. Quando un’amministrazione e un gruppo di cittadini (singoli, associazioni, ETS o imprese sociali) siedono allo stesso tavolo per definire un patto, essi stanno compiendo un atto rivoluzionario di profonda innovazione in cui si condividono obiettivi, mezzi e, soprattutto, rischi. L’amministrazione può mettere a disposizione il bene, l’inquadramento normativo e, in alcuni casi, risorse umane, economiche o logistiche. Il cittadino-attivo mette in campo le sue risorse più preziose e illimitate: le competenze, il tempo, le reti relazionali e, fondamentalmente, l’intelligenza collettiva (tutt’altro che artificiale) dell’intera comunità di riferimento.
Questa combinazione virtuosa genera un impatto che trascende il singolo progetto pattizio. La cura condivisa di un bene non si limita a migliorarne l’aspetto estetico o la funzionalità; essa rigenera il capitale sociale del quartiere e ne incrementa anche il valore patrimoniale ed esistenziale. Le persone si conoscono, creano legami, sviluppano un senso di responsabilità e protezione verso quel bene o luogo che è frutto del loro impegno congiunto. I patti diventano, in questo senso, dei veri e propri laboratori di comunità, luoghi dove si sperimenta la solidarietà, si combatte l’isolamento e si rinvigorisce il tessuto connettivo. Di là dalla qualificazione e dagli aspetti tecnico-giuridici, la responsabilità che ne deriva per ciascun partecipante al progetto può dirsi in questo senso civica, perché diretta promanazione di un senso di solidarietà sociale che riguarda ciascuno di noi (a mente dell’art. 2 della Costituzione, che espressamente richiede «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»).

Responsabilità e profili assicurativi nei patti di collaborazione

Il patto di collaborazione è tale perché non si basa su un isolato atto di buona volontà, ma su un’assunzione di responsabilità, anche in senso formale. È qui che si distingue nettamente da un mero atto di volontariato o da una buona azione estemporanea. All’interno del patto vengono definiti ruoli, compiti, tempi e – aspetto cruciale – anche le modalità di valutazione e misurazione dell’efficacia delle azioni. Il cittadino attivo, in quanto co-amministratore di quel bene, si impegna, non solo ad agire con diligenza nella cura del bene comune come se fosse proprio, ma anche a rispettarne la progettualità e ad assicurarne la sostenibilità, insieme all’amministrazione locale di riferimento. Questo impegno reciproco introduce un elemento di serietà e rigore, fondamentale per superare lo scetticismo di chi vede nel coinvolgimento civico solo un approccio episodico o autoreferenziale.
La responsabilità, dunque, non è a senso unico. Anche l’amministrazione si vincola e deve garantire il buon andamento del progetto dedotto nel patto, semplificare le procedure, fornire supporto tecnico e, soprattutto, evitare di trasformare l’azione partecipata in disimpegno o esonero da responsabilità. Tutto il contrario. Oltre alla responsabilità per gli eventuali danni a persone o cose che l’amministrazione dovrebbe manlevare, salvo le ipotesi di colpa o dolo e in assenza di altre forme di garanzia (ad esempio direttamente in capo all’associazione per i propri associati, ma sul punto si tornerà in seguito), se un patto fallisce anche l’ente dovrà assumersene la responsabilità, giacché il suo ruolo si è evoluto da “gestore unico” a “facilitatore e garante” della collaborazione per la cura dei beni comuni. Qui emerge in tutta la sua forza evocativa l’interesse generale da tutelare, frutto del combinato disposto degli art. 4 («ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società») e 118 ultimo comma (la Repubblica favorisce «l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà») della nostra Carta fondamentale.
Questo è il sostrato valoriale che sorregge, in punto di disciplina, anche i profili assicurativi che informano l’agire consensuale dei cittadini con la pubblica amministrazione. La rilevanza di tali aspetti viene immediatamente percepita da chi è impegnato nella diffusione della cultura dei patti e nella loro stessa realizzazione. La questione può essere osservata da diverse prospettive. Vista “dall’alto” si presenta subito frammentata, attesa l’eterogeneità di disciplina dei singoli regolamenti a livello municipale. Tuttavia, se non si perdono di vista le coordinate essenziali previste a livello costituzionale, a me pare possibile offrire alcune soluzioni in grado di tenere insieme efficacemente attività e responsabilità. Ferma restando la responsabilità del cittadino che agisce con colpa o dolo nella realizzazione del danno (art. 2043 c.c.), traslare in capo alle amministrazioni – quali facilitatori e garanti del patto di collaborazione – la responsabilità di eventuali danni che potrebbero verificarsi durante le attività di cura e rigenerazione dei beni comuni urbani appare la soluzione preferibile. Responsabilità che la stessa amministrazione può mitigare ponendo in essere misure di prevenzione del rischio e ricorrendo a forme di copertura assicurativa affatto peculiari. Una prima bussola viene fornita da pressoché tutti i regolamenti comunali che prevedono, da un lato, la necessità di prevenire i rischi attraverso la formazione continua dei funzionari pubblici, degli amministratori pro tempore e degli stessi cittadini attivi chiamati a cooperare (utili in tal senso le Scuole di cittadinanza organizzate da Labsus); dall’altro, la necessità di stipulare polizze assicurative taylor-made, ovvero pensate su misura delle esigenze e delle peculiarità delle attività dedotte nei patti (generalmente a basso rischio, caratterizzate da temporaneità, flessibilità e gratuità). Tali peculiarità, peraltro, segnano una distanza rispetto ad altri tipi di attività e rendono i patti non assimilabili a fenomeni solo apparentemente affini, come ad esempio il volontariato in senso stretto. A soluzioni di tipo contrattuale, inoltre, potrebbero affiancarsi (e ibridarsi) soluzioni di tipo patrimoniale, come l’auto-assicurazione (o self-insurance) della pubblica amministrazione (come già avviene nel settore sanitario), la quale, sul piano organizzativo interno, potrebbe destinare parte del proprio patrimonio alla copertura degli eventuali danni nell’esercizio di attività di rigenerazione urbana e di amministrazione condivisa. Da ultimo, il discorso potrebbe auspicabilmente allargarsi fino a ricomprendere forme pattizie di coinvolgimento delle stesse imprese assicurative, chiamate – oggi più di ieri – alla valorizzazione della persona e della promozione sociale, in equilibrio tra sussidiarietà e sostenibilità.

Le nuove sfide: condividere responsabilità per il bene comune

Affrontare nuove sfide significa trovarsi di fronte a nuove difficoltà e responsabilità. L’espansione dei patti di collaborazione ha tolto il velo a nuove forme di resistenza, anche operative, di non poco momento che si annidano negli uffici dell’amministrazione pubblica. Un primo ostacolo, ad esempio, è dato riscontrarlo nel tentativo di sradicamento della cultura burocratica. Abituati a operare in silos e secondo un approccio verticistico, molti operatori faticano a sviluppare competenze relazionali e trasversali necessarie alla coprogettazione. Passare da un rassicurante iter amministrativo tralatizio a un processo orizzontale consensuale richiede formazione, apertura e consapevolezza che “fare insieme” può essere più complesso che “fare da soli”, ma i vantaggi saranno profondamente più radicati e diffusi. Il secondo ostacolo è nella cultura della de-responsabilizzazione, laddove dovrebbe essere l’esatto opposto. I patti reclamano l’assunzione di responsabilità e sono davvero efficaci solo se riescono a intercettare una platea vasta e a trasformare la mera indignazione in proposta costruttiva e impegno duraturo.

Un futuro condiviso e responsabile

I patti di collaborazione non sono certo la panacea, ma strumenti concreti che, in un’epoca di individualismo e frammentazione, sono in grado di ricostruire legami di comunità e senso civico di appartenenza, attraverso la responsabilizzazione di ciascuno. Il successo di questo modello è strettamente legato al binomio inscindibile collaborazione e responsabilità. La prima fornisce il metodo per agire; la seconda assicura serietà e sostenibilità dell’impegno. Occorre investire nella formazione di amministratori aperti al nuovo che avanza e di cittadini consapevoli e responsabili, affinché i patti di collaborazione possano dispiegare tutto il loro potenziale, trasformando anche il più remoto angolo della penisola in un’opportunità rigenerativa. Da questo paradigm shift (per richiamare Thomas Kuhn) nessuno può sentirsi escluso. La responsabilità del progresso materiale e spirituale della società ricade su ciascuno di noi, amministratori e cittadini, uniti nel coraggio della sussidiarietà.

Lucio Casalini – Docente di Civil law presso l’Università LUISS “Guido Carli” e caporedattore della sezione ‘Ricerche’ di Labsus. Autore del volume “Patti di collaborazione per la rigenerazione urbana e profili assicurativi

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Immagine di copertina: Mark Hayward su Unsplash