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	<title>Rossana Caselli, Autore presso Labsus</title>
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	<title>Rossana Caselli, Autore presso Labsus</title>
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		<title>L&#8217;intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/09/lintelligenza-delle-differenze-tre-saperi-per-costruire-comunita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 06:27:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le pubbliche amministrazioni che apprendono dai conflitti In una fase storica segnata dalla crescente polarizzazione del dibattito pubblico, dalla sfiducia verso le istituzioni e dalla tendenza a considerare il conflitto come un problema da eliminare piuttosto che come una risorsa da comprendere, il libro Elogio dei tre saperi di Marianella Sclavi (Bordeau, Roma, aprile 2026) rappresenta una lettura preziosa e per certi aspetti controcorrente. Sociologa, docente di Etnografia urbana al Politecnico di Milano, studiosa dei processi di ascolto e gestione creativa dei conflitti, Marianella Sclavi affronta una questione che riguarda da vicino il futuro delle democrazie contemporanee: come possono le istituzioni pubbliche recuperare capacità di ascolto, legittimazione e innovazione in società sempre più complesse e frammentate? Come è possibile costruire decisioni pubbliche che non siano semplicemente il risultato di rapporti di forza, ma il frutto di un confronto capace di valorizzare punti di vista diversi? In sostanza: i conflitti sono forse non tanto un problema da sopprimere o sottacere, ma una risorsa da utilizzare per apprendere nuove strade possibili per cambiamenti importanti sociali. La metodologia dello studio di “casi” concreti La risposta che emerge dal libro non è affidata a teorie astratte o a modelli ideali di partecipazione. Al contrario, Marianella Sclavi sceglie una strada rigorosamente empirica, facendo parlare i protagonisti di esperienze concrete, osservando pratiche amministrative reali, ricostruendo i processi sviluppatisi nel corso di decenni. Il risultato è una riflessione che nasce dall&#8217;analisi dei fatti e che, proprio per questo, appare particolarmente convincente. Il cuore del libro è rappresentato dall&#8217;esperienza della città di Nantes, in Francia, che l&#8217;autrice ha studiato direttamente per quasi tre anni, andandoci a vivere per studiarla da vicino.  Nantes non è un semplice caso di successo amministrativo, presentandosi piuttosto come un laboratorio politico e sociale che, a partire dagli anni Ottanta, ha progressivamente costruito un modello di governo locale fondato sull&#8217;ascolto dei cittadini e sulla valorizzazione della partecipazione come strumento ordinario di governo. Non a caso, la città è stata riconosciuta dall’Unione Europea quale capitale d’Europa del verde (2013) e dell’innovazione sociale (2019). Non più solo amministrare per le persone, ma con le persone Ciò che rende particolarmente interessante questa esperienza è che non nasce da una situazione ideale. Al contrario, il percorso prende avvio da una crisi politica e da una perdita di consenso, da una sconfitta anche elettorale di chi aveva amministrato la città alla fine dello scorso secolo. Quegli amministratori, pur ritenendo di aver ben amministrato la città in quegli anni, si trovarono così a fare i conti con una crescente distanza tra l’operato delle istituzioni locali e il loro rapporto con i cittadini/e. Quali le cause e come intervenire per migliorare questo rapporto? Il punto di partenza fu l’acquisita consapevolezza del fatto che non fosse più sufficiente governare &#8220;per&#8221; le persone, ravvisando piuttosto la necessità di imparare a governare &#8220;con&#8221; le persone. Da qui è nato un lungo processo di sperimentazione che ha portato progressivamente a ridefinire il ruolo delle istituzioni, dei cittadini e degli stessi apparati tecnici della pubblica amministrazione. I tre saperi tra conflitti e dialoghi Il concetto chiave elaborato da Marianella Sclavi è quello dei &#8220;tre saperi&#8221;. Ogni comunità dispone infatti di almeno tre forme di conoscenza che, normalmente, tendono a rimanere separate. Il primo è il sapere d&#8217;uso dei cittadini, cioè la conoscenza che nasce dall&#8217;esperienza quotidiana di chi vive un territorio, utilizza servizi, frequenta spazi pubblici e sperimenta concretamente problemi e opportunità della vita collettiva. Il secondo è il sapere delle decisioni, proprio degli amministratori e dei rappresentanti eletti, chiamati ad assumersi la responsabilità delle scelte pubbliche e a definire indirizzi politici. Il terzo è il sapere tecnico, posseduto dai funzionari, dai professionisti e dagli esperti che conoscono norme, procedure, vincoli e strumenti operativi. Nella maggior parte dei casi questi saperi dialogano poco. Talvolta si ignorano. Altre volte entrano anche apertamente in conflitto. Il merito del libro è mostrare come proprio dall&#8217;incontro tra questi punti di vista differenti possano nascere soluzioni innovative e più efficaci. Il conflitto, in questa prospettiva, non viene presentato come qualcosa da reprimere o da nascondere, ma piuttosto come una fonte di apprendimento collettivo. Diventa l&#8217;occasione per mettere in discussione certezze consolidate, far emergere bisogni invisibili e costruire risposte nuove. A ben osservare, si tratta di un cambiamento culturale profondo. Le amministrazioni non vengono più viste come strutture che devono semplicemente decidere e comunicare le proprie decisioni, ma come organizzazioni che apprendono costantemente dal confronto con la società, come laboratori di “intelligenza collettiva” in cui i tre saperi si confrontano e individuano nuove vie da percorrere. L’infrastruttura necessaria L&#8217;esperienza di Nantes dimostra che questo approccio non si improvvisa. Non bastano consultazioni occasionali o strumenti partecipativi utilizzati in modo episodico. Occorrono luoghi, procedure, tempi e regole che rendano effettivo il dialogo tra cittadini e istituzioni. Insomma, dev’essere pensata e attuata una “infrastruttura” in grado di garantire, rendendolo vincolante,  questo modo di operare. Particolarmente significativo, in tal senso, è il &#8220;Patto per il dialogo con i cittadini&#8221; adottato dalla città nel 2021. Attraverso questo strumento, l&#8217;amministrazione si impegna non soltanto ad ascoltare i cittadini, ma anche a creare le condizioni affinché l&#8217;ascolto possa realmente avvenire, a rispondere alle proposte ricevute, a monitorarne gli esiti e a rendere conto pubblicamente delle decisioni assunte nelle diverse articolazioni ed espressioni territoriali. L&#8217;attenzione particolare viene rivolta soprattutto a coloro che normalmente restano ai margini dei processi partecipativi: persone fragili, gruppi poco rappresentati, cittadini disillusi o lontani dalla vita pubblica. La partecipazione non è dunque concepita come un privilegio per chi è già attivo, ma come uno strumento per allargare la cittadinanza democratica. Il ruolo chiave dei dipendenti pubblici e le nuove professionalità Il libro offre inoltre spunti molto interessanti sul ruolo dei funzionari pubblici. In questo modello il sapere tecnico non perde importanza; al contrario, si arricchisce. I dipendenti pubblici sono chiamati a sviluppare nuove competenze relazionali e a lavorare in modo più trasversale, superando rigidità organizzative e compartimenti amministrativi. Non si tratta più soltanto di verificare ciò che è consentito dalle procedure, ma di esplorare le</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/09/lintelligenza-delle-differenze-tre-saperi-per-costruire-comunita/">L&#8217;intelligenza delle differenze: tre saperi per costruire comunità</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Le pubbliche amministrazioni che apprendono dai conflitti</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">In una fase storica segnata dalla crescente polarizzazione del dibattito pubblico, dalla sfiducia verso le istituzioni e dalla tendenza a considerare il conflitto come un problema da eliminare piuttosto che come una risorsa da comprendere, il libro <em>Elogio dei tre saperi</em> di Marianella Sclavi (Bordeau, Roma, aprile 2026) rappresenta una lettura preziosa e per certi aspetti controcorrente.<br />
Sociologa, docente di Etnografia urbana al Politecnico di Milano, studiosa dei processi di ascolto e gestione creativa dei conflitti, Marianella Sclavi affronta una questione che riguarda da vicino il futuro delle democrazie contemporanee: come possono le istituzioni pubbliche recuperare capacità di ascolto, legittimazione e innovazione in società sempre più complesse e frammentate? Come è possibile costruire decisioni pubbliche che non siano semplicemente il risultato di rapporti di forza, ma il frutto di un confronto capace di valorizzare punti di vista diversi? In sostanza: i conflitti sono forse non tanto un problema da sopprimere o sottacere, ma una risorsa da utilizzare per apprendere nuove strade possibili per cambiamenti importanti sociali.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>La metodologia dello studio di “casi” concreti</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La risposta che emerge dal libro non è affidata a teorie astratte o a modelli ideali di partecipazione. Al contrario, Marianella Sclavi sceglie una strada rigorosamente empirica, facendo parlare i protagonisti di esperienze concrete, osservando pratiche amministrative reali, ricostruendo i processi sviluppatisi nel corso di decenni. Il risultato è una riflessione che nasce dall&#8217;analisi dei fatti e che, proprio per questo, appare particolarmente convincente.<br />
Il cuore del libro è rappresentato dall&#8217;esperienza della città di Nantes, in Francia, che l&#8217;autrice ha studiato direttamente per quasi tre anni, andandoci a vivere per studiarla da vicino.  Nantes non è un semplice caso di successo amministrativo, presentandosi piuttosto come un laboratorio politico e sociale che, a partire dagli anni Ottanta, ha progressivamente costruito un modello di governo locale fondato sull&#8217;ascolto dei cittadini e sulla valorizzazione della partecipazione come strumento ordinario di governo. Non a caso, la città è stata riconosciuta dall’Unione Europea quale capitale d’Europa del verde (2013) e dell’innovazione sociale (2019).</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Non più solo amministrare per le persone, ma con le persone</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Ciò che rende particolarmente interessante questa esperienza è che non nasce da una situazione ideale. Al contrario, il percorso prende avvio da una crisi politica e da una perdita di consenso, da una sconfitta anche elettorale di chi aveva amministrato la città alla fine dello scorso secolo. Quegli amministratori, pur ritenendo di aver ben amministrato la città in quegli anni, si trovarono così a fare i conti con una crescente distanza tra l’operato delle istituzioni locali e il loro rapporto con i cittadini/e. Quali le cause e come intervenire per migliorare questo rapporto? Il punto di partenza fu l’acquisita consapevolezza del fatto che non fosse più sufficiente governare &#8220;per&#8221; le persone, ravvisando piuttosto la necessità di imparare a governare &#8220;con&#8221; le persone.<br />
Da qui è nato un lungo processo di sperimentazione che ha portato progressivamente a ridefinire il ruolo delle istituzioni, dei cittadini e degli stessi apparati tecnici della pubblica amministrazione.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>I tre saperi tra conflitti e dialoghi</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il concetto chiave elaborato da Marianella Sclavi è quello dei &#8220;tre saperi&#8221;. Ogni comunità dispone infatti di almeno tre forme di conoscenza che, normalmente, tendono a rimanere separate.<br />
Il primo è il sapere d&#8217;uso dei cittadini, cioè la conoscenza che nasce dall&#8217;esperienza quotidiana di chi vive un territorio, utilizza servizi, frequenta spazi pubblici e sperimenta concretamente problemi e opportunità della vita collettiva.<br />
Il secondo è il sapere delle decisioni, proprio degli amministratori e dei rappresentanti eletti, chiamati ad assumersi la responsabilità delle scelte pubbliche e a definire indirizzi politici.<br />
Il terzo è il sapere tecnico, posseduto dai funzionari, dai professionisti e dagli esperti che conoscono norme, procedure, vincoli e strumenti operativi.<br />
Nella maggior parte dei casi questi saperi dialogano poco. Talvolta si ignorano. Altre volte entrano anche apertamente in conflitto. Il merito del libro è mostrare come proprio dall&#8217;incontro tra questi punti di vista differenti possano nascere soluzioni innovative e più efficaci.<br />
Il conflitto, in questa prospettiva, non viene presentato come qualcosa da reprimere o da nascondere, ma piuttosto come una fonte di apprendimento collettivo. Diventa l&#8217;occasione per mettere in discussione certezze consolidate, far emergere bisogni invisibili e costruire risposte nuove.<br />
A ben osservare, si tratta di un cambiamento culturale profondo. Le amministrazioni non vengono più viste come strutture che devono semplicemente decidere e comunicare le proprie decisioni, ma come organizzazioni che apprendono costantemente dal confronto con la società, come laboratori di “intelligenza collettiva” in cui i tre saperi si confrontano e individuano nuove vie da percorrere.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>L’infrastruttura necessaria</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">L&#8217;esperienza di Nantes dimostra che questo approccio non si improvvisa. Non bastano consultazioni occasionali o strumenti partecipativi utilizzati in modo episodico. Occorrono luoghi, procedure, tempi e regole che rendano effettivo il dialogo tra cittadini e istituzioni. Insomma, dev’essere pensata e attuata una “infrastruttura” in grado di garantire, rendendolo vincolante,  questo modo di operare.<br />
Particolarmente significativo, in tal senso, è il &#8220;Patto per il dialogo con i cittadini&#8221; adottato dalla città nel 2021. Attraverso questo strumento, l&#8217;amministrazione si impegna non soltanto ad ascoltare i cittadini, ma anche a creare le condizioni affinché l&#8217;ascolto possa realmente avvenire, a rispondere alle proposte ricevute, a monitorarne gli esiti e a rendere conto pubblicamente delle decisioni assunte nelle diverse articolazioni ed espressioni territoriali.<br />
L&#8217;attenzione particolare viene rivolta soprattutto a coloro che normalmente restano ai margini dei processi partecipativi: persone fragili, gruppi poco rappresentati, cittadini disillusi o lontani dalla vita pubblica. La partecipazione non è dunque concepita come un privilegio per chi è già attivo, ma come uno strumento per allargare la cittadinanza democratica.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Il ruolo chiave dei dipendenti pubblici e le nuove professionalità </strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il libro offre inoltre spunti molto interessanti sul ruolo dei funzionari pubblici. In questo modello il sapere tecnico non perde importanza; al contrario, si arricchisce. I dipendenti pubblici sono chiamati a sviluppare nuove competenze relazionali e a lavorare in modo più trasversale, superando rigidità organizzative e compartimenti amministrativi. Non si tratta più soltanto di verificare ciò che è consentito dalle procedure, ma di esplorare le concrete  possibilità di azione che permettono di realizzare obiettivi condivisi nel rispetto delle regole.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>La sussidiarietà e i tre saperi</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Per chi opera nel campo dell&#8217;amministrazione condivisa, della sussidiarietà e dei patti di collaborazione, <em>Elogio dei tre saperi</em> rappresenta una lettura particolarmente utile. Il libro non parla direttamente di amministrazione condivisa, ma offre una chiave interpretativa che aiuta a comprenderne meglio il significato più profondo.<br />
L&#8217;esperienza italiana dei patti di collaborazione si fonda infatti sull&#8217;idea che cittadini e istituzioni possano cooperare nella cura dei beni comuni, nell’alveo della sussidiarietà e nell&#8217;interesse generale. Tuttavia, chi lavora concretamente in questi processi sa bene che norme e regolamenti, da soli, non bastano. Servono capacità di ascolto, competenze relazionali, disponibilità al confronto e una “regia” della gestione costruttiva delle differenze e soprattutto dei conflitti.<br />
Da questo punto di vista, il dialogo tra l&#8217;amministrazione condivisa italiana e la prospettiva proposta da Marianella Sclavi appare particolarmente fecondo. I patti di collaborazione possono offrire una concreta architettura istituzionale e organizzativa, essere la base anche del decentramento amministrativo dell’ente locale (per es: Comitati di zona, di quartiere, ecc: vedi l’esperienza di Bologna). Mentre il metodo dei tre saperi, una volta anche individuati i luoghi e le regole preposti al loro incontro, contribuisce a sviluppare quella cultura democratica e quelle competenze necessarie per far funzionare davvero la collaborazione.</p>
<h4 style="font-weight: 400; text-align: justify;"><strong>Trasformare i conflitti in occasioni di apprendimento collettivo e d’innovazione</strong></h4>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il messaggio finale del libro è tanto semplice quanto impegnativo: l&#8217;innovazione delle istituzioni non passa soltanto da nuove procedure, nuovi regolamenti o nuove tecnologie. Non passa soltanto dalla ricerca del consenso di gruppi sociali diversi. Passa soprattutto dalla capacità di costruire relazioni tra cittadini, amministratori e tecnici, riconoscendo che ciascuno di loro esprime una parte indispensabile della conoscenza necessaria per affrontare i problemi collettivi e nel far emergere l’interesse generale. È questo terreno di confronto che può quindi trasformare i conflitti anche in nuove forme di alleanze., come del resto già accade con gli stessi patti di collaborazione.<br />
In un&#8217;epoca in cui la tentazione di reprimere i conflitti è sempre più forte, <em>Elogio dei tre saperi</em> ci ricorda che una democrazia più viva, più inclusiva e più efficace nasce invece dalla capacità di attraversarli, comprenderli e trasformarli in occasioni di apprendimento collettivo e d’innovazione anche amministrativa. Una lezione preziosa non solo per gli studiosi e gli amministratori pubblici, ma per tutti coloro che credono che la qualità della democrazia dipenda dalla qualità delle relazioni che siamo capaci di costruire.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Immagine di copertina: AhmadArdity su Pixabay</em></p>
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		<title>Amministrazione condivisa e cambiamenti climatici &#8211; L&#8217;esperienza di Livorno</title>
		<link>https://www.labsus.org/2026/04/lamministrazione-condivisa-per-affrontare-i-cambiamenti-climatici-lesperienza-di-livorno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 07:04:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[adattamento ai cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[ANCI]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[Livorno]]></category>
		<category><![CDATA[patti di collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[reset]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un Comune della Toscana in cui i patti di collaborazione hanno raggiunto, nell’arco di quasi nove anni, un numero ragguardevole: ne sono stati infatti sottoscritti circa 150, di tipologia assai diversa, da quelli più complessi, caratterizzati dalla presenza di numerosi ed eterogenei firmatari, a quelli più semplici, come nel caso della cura di un singolo albero da parte di un solo cittadino. Considerati nel loro insieme, e inclusi anche i patti educativi di comunità, essi compongono una fitta costellazione di esperienze che restituisce l’immagine di una città che ha scelto l’amministrazione condivisa quale diversa modalità di costruzione del rapporto collaborativo tra Comune e cittadinanza. Questo Comune è inoltre tra i primi in Toscana ad essersi dotato di un proprio ufficio di amministrazione condivisa, così da conferire solidità all’architettura organizzativa interna dell’ente. Questa città è Livorno, la più giovane tra le città capoluogo della Toscana, in quanto elevata dai Medici al rango di città nel 1606. Ma è anche una città nella quale la presenza giovanile risulta in crescita, dal momento che i dati statistici del 2025 evidenziano un aumento assai significativo della popolazione compresa tra i 18 e i 35 anni, circostanza che, come ha osservato il sindaco Luca Salvetti, dipende dal fatto che non solo la città offre opportunità occupazionali, ma anche che “si vive bene”. Perché questa scelta per il modello dell’amministrazione condivisa? È forse necessaria una breve premessa storica per tentare di fornire una risposta. Le radici di Livorno affondano nella fine del Cinquecento, quando i Medici vi istituirono il porto franco, vale a dire una zona esente da dazi che fece della città un polo commerciale cosmopolita e uno dei principali fulcri mercantili del Mediterraneo. Proprio grazie alle agevolazioni fiscali previste dalla Costituzione livornina, Livorno attirò mercanti stranieri provenienti da molti paesi, ma anche gruppi perseguitati in altri contesti statali, come quelli della Spagna, del Portogallo e della Grecia. Livorno si configura dunque come una vera e propria “città delle Nazioni”, multietnica e multireligiosa, che ha visto confluire anche comunità ebraiche e armene provenienti da diversi paesi europei. Il suo sviluppo si è così fondato sulla capacità di far convivere e dialogare le molteplici differenze che ancora oggi la caratterizzano e, dunque, anche sulla cura di spazi e beni comuni funzionali alla vita economica e sociale delle diverse comunità che vi si insediarono. Ma Livorno è anche una città “ribelle”, spesso contraddistinta da un rapporto critico con i poteri centrali e da una diffusa insofferenza verso i c.d. “poteri forti”, nonché costantemente orientata alla ricerca di nuove forme politiche di amministrazione e di partecipazione civica. L’amministrazione condivisa si colloca, dunque, all’interno di questo più ampio contesto storico e culturale. Perché dunque si è sviluppata l’amministrazione condivisa dei beni comuni, più che in ogni altro Comune della Toscana? Come sintetizzato da Libera Camici, vicesindaca del Comune e assessora con delega anche ai beni comuni, “occorre coraggio per scegliere i percorsi dell’amministrazione condivisa”. Si tratta, in effetti, del coraggio di assumere fino in fondo un’innovazione nel modo di concepire il rapporto tra amministrazione e cittadini, non più costruito secondo una logica verticale, ma improntato a una relazione paritaria. Si tratta, altresì, del coraggio di dare a tale scelta un adeguato fondamento organizzativo, tanto all’interno dell’ente quanto sul territorio, mediante strumenti di decentramento e attraverso i comitati di zona. In questa prospettiva, il coraggio consiste anche nell’accettare di condividere con la cittadinanza una quota del potere tradizionalmente concentrato in capo a chi governa, riconoscendo nell’amministrazione condivisa non una rinuncia, ma una diversa e più matura modalità di esercizio della funzione pubblica. Ed è proprio tale atteggiamento che consente di misurarsi con la pluralità dei gruppi sociali, compresi quelli più “ribelli”, nella convinzione, profondamente radicata nella storia della città, che sia precisamente la capacità di dialogo tra le differenze a generare nuove forme di sviluppo. È anche in questa chiave, allora, che può essere letto il percorso di Livorno verso l’amministrazione condivisa. Un patto che ha fatto “scuola” Del resto, il primo patto di collaborazione fu proprio quello promosso nel 2017 da Pino Pera, per Reset, e da Silvia Menicagli, per Terme del Corallo Onlus, avente ad oggetto la cura di uno spazio, costituito da un immobile con parco dei primi del Novecento, completamente abbandonato nel cuore della città. Si trattò di un patto dotato di un forte significato identitario, sul piano storico e civico, che nel corso del tempo ha assunto anche una marcata valenza inclusiva e sociale, ad esempio attraverso esperienze di giustizia riparativa e percorsi educativi rivolti a studenti temporaneamente sospesi dalla frequenza scolastica. Non meno significativa fu la risposta della cittadinanza, che accolse con particolare entusiasmo questa prima esperienza, partecipando numerosa alle iniziative pubbliche organizzate da Reset, tra cui tre serate di eventi che trasformarono persino il cavalcavia di accesso dall’autostrada al centro di Livorno in una sorta di grande loggione a cielo aperto del “teatro” improvvisato presso le Terme. Al tempo stesso, decisiva fu la scelta dell’amministrazione comunale di accordare fiducia all’iniziativa, accogliendo la richiesta di chiudere le strade di accesso, nonostante il carattere obiettivamente sperimentale, e dunque rischioso, della proposta. Si trattò, in altri termini, di una vera e propria scommessa condivisa tra amministrazione e cittadini attivi, il cui esito superò ogni aspettativa, come dimostra la partecipazione di circa 22.000 livornesi. In questa vicenda emergono con particolare evidenza i due elementi che hanno segnato l’intero percorso livornese, vale a dire il coraggio e la fiducia reciproca, non semplicemente enunciati, ma concretamente praticati. È anche grazie a tale presupposto che si è resa possibile la successiva diffusione di numerosi patti di collaborazione nei più diversi ambiti. Il patto delle Terme del Corallo, dunque, non soltanto fu il primo, ma finì anche per costituire un modello esemplare, capace in certa misura di “fare scuola”. Non a caso, si tratta di un patto che è stato altresì premiato nel corso del Festival dell’amministrazione condivisa di Assisi del 2026. Adaptwise e ANCI Toscana: verso un patto per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici con un’amministrazione condivisa</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/04/lamministrazione-condivisa-per-affrontare-i-cambiamenti-climatici-lesperienza-di-livorno/">Amministrazione condivisa e cambiamenti climatici &#8211; L&#8217;esperienza di Livorno</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è un Comune della Toscana in cui i patti di collaborazione hanno raggiunto, nell’arco di quasi nove anni, un numero ragguardevole: ne sono stati infatti sottoscritti circa 150, di tipologia assai diversa, da quelli più complessi, caratterizzati dalla presenza di numerosi ed eterogenei firmatari, a quelli più semplici, come nel caso della cura di un singolo albero da parte di un solo cittadino. Considerati nel loro insieme, e inclusi anche i patti educativi di comunità, essi compongono una fitta costellazione di esperienze che restituisce <strong>l’immagine di una città che ha scelto l’amministrazione condivisa</strong> quale diversa modalità di costruzione del rapporto collaborativo tra Comune e cittadinanza. Questo Comune è inoltre tra i primi in Toscana ad essersi dotato di un proprio ufficio di amministrazione condivisa, così da conferire solidità all’architettura organizzativa interna dell’ente. Questa città è <strong>Livorno</strong>, la più giovane tra le città capoluogo della Toscana, in quanto elevata dai Medici al rango di città nel 1606. Ma è anche una città nella quale la presenza giovanile risulta in crescita, dal momento che i dati statistici del 2025 evidenziano un aumento assai significativo della popolazione compresa tra i 18 e i 35 anni, circostanza che, come ha osservato il sindaco Luca Salvetti, dipende dal fatto che non solo la città offre opportunità occupazionali, ma anche che “si vive bene”.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Perché questa scelta per il modello dell’amministrazione condivisa?</h4>
<p style="text-align: justify;">È forse necessaria una breve premessa storica per tentare di fornire una risposta. Le <strong>radici</strong> di Livorno affondano nella fine del Cinquecento, quando i Medici vi istituirono il porto franco, vale a dire una zona esente da dazi che fece della città un polo commerciale cosmopolita e uno dei principali fulcri mercantili del Mediterraneo. Proprio grazie alle agevolazioni fiscali previste dalla Costituzione livornina, Livorno attirò mercanti stranieri provenienti da molti paesi, ma anche gruppi perseguitati in altri contesti statali, come quelli della Spagna, del Portogallo e della Grecia. Livorno si configura dunque come una vera e propria “città delle Nazioni”, multietnica e multireligiosa, che ha visto confluire anche comunità ebraiche e armene provenienti da diversi paesi europei. Il suo sviluppo si è così fondato sulla <strong>capacità di far convivere e dialogare</strong> <strong>le molteplici differenze</strong> che ancora oggi la caratterizzano e, dunque, anche sulla cura di spazi e beni comuni funzionali alla vita economica e sociale delle diverse comunità che vi si insediarono. Ma Livorno è anche una città “ribelle”, spesso contraddistinta da un rapporto critico con i poteri centrali e da una diffusa insofferenza verso i c.d. “poteri forti”, nonché costantemente orientata alla ricerca di nuove forme politiche di amministrazione e di partecipazione civica. L’amministrazione condivisa si colloca, dunque, all’interno di questo più ampio contesto storico e culturale.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Perché dunque si è sviluppata l’amministrazione condivisa dei beni comuni, più che in ogni altro Comune della Toscana? </strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Come sintetizzato da Libera Camici, vicesindaca del Comune e assessora con delega anche ai beni comuni, “occorre <strong>coraggio</strong> per scegliere i percorsi dell’amministrazione condivisa”. Si tratta, in effetti, del coraggio di assumere fino in fondo un’innovazione nel modo di concepire il rapporto tra amministrazione e cittadini, non più costruito secondo una logica verticale, ma improntato a una relazione paritaria. Si tratta, altresì, del coraggio di dare a tale scelta un <strong>adeguato fondamento organizzativo</strong>, tanto all’interno dell’ente quanto sul territorio, mediante strumenti di decentramento e attraverso i comitati di zona. In questa prospettiva, il coraggio consiste anche nell’accettare di condividere con la cittadinanza una quota del potere tradizionalmente concentrato in capo a chi governa, riconoscendo nell’amministrazione condivisa non una rinuncia, ma una diversa e più matura modalità di esercizio della funzione pubblica. Ed è proprio tale atteggiamento che consente di misurarsi con la <strong>pluralità dei gruppi sociali</strong>, compresi quelli più “ribelli”, nella convinzione, profondamente radicata nella storia della città, che sia precisamente la capacità di dialogo tra le differenze a generare nuove forme di sviluppo. È anche in questa chiave, allora, che può essere letto il percorso di Livorno verso l’amministrazione condivisa.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Un patto che ha fatto “scuola”</h4>
<p style="text-align: justify;">Del resto, il primo patto di collaborazione fu proprio quello promosso nel 2017 da Pino Pera, per Reset, e da Silvia Menicagli, per <strong>Terme del Corallo</strong> Onlus, avente ad oggetto la cura di uno spazio, costituito da un immobile con parco dei primi del Novecento, completamente abbandonato nel cuore della città. Si trattò di un patto dotato di un forte significato identitario, sul piano storico e civico, che nel corso del tempo ha assunto anche una marcata valenza inclusiva e sociale, ad esempio attraverso esperienze di giustizia riparativa e percorsi educativi rivolti a studenti temporaneamente sospesi dalla frequenza scolastica. Non meno significativa fu la risposta della cittadinanza, che accolse con particolare entusiasmo questa prima esperienza, partecipando numerosa alle iniziative pubbliche organizzate da Reset, tra cui tre serate di eventi che trasformarono persino il cavalcavia di accesso dall’autostrada al centro di Livorno in una sorta di grande loggione a cielo aperto del “teatro” improvvisato presso le Terme. Al tempo stesso, decisiva fu la scelta dell’amministrazione comunale di accordare fiducia all’iniziativa, accogliendo la richiesta di chiudere le strade di accesso, nonostante il carattere obiettivamente sperimentale, e dunque rischioso, della proposta. Si trattò, in altri termini, di una vera e propria scommessa condivisa tra amministrazione e cittadini attivi, il cui esito superò ogni aspettativa, come dimostra la partecipazione di circa 22.000 livornesi. In questa vicenda emergono con particolare evidenza i due elementi che hanno segnato l’intero percorso livornese, vale a dire il <strong>coraggio e la fiducia reciproca</strong>, non semplicemente enunciati, ma concretamente praticati. È anche grazie a tale presupposto che si è resa possibile la successiva diffusione di numerosi patti di collaborazione nei più diversi ambiti. Il <strong>patto delle Terme del Corallo</strong>, dunque, non soltanto fu il primo, ma finì anche per costituire un modello esemplare, capace in certa misura di “fare scuola”. Non a caso, si tratta di un patto che è stato altresì premiato nel corso del <a href="https://www.labsus.org/2026/04/assisi-2026-la-bellezza-di-stare-insieme/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Festival dell’amministrazione condivisa di Assisi del 2026</strong></a>.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Adaptwise e ANCI Toscana: verso un patto per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici con un’amministrazione condivisa “multilivello” </strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Uno dei più recenti patti di collaborazione va segnalato per il suo elevato grado di innovazione. Nel biennio 2023-2024, infatti, un progetto europeo coordinato da ANCI Toscana e cofinanziato dal <strong>Programma Interreg IT – FR Marittimo 21-27</strong>, dall’amministrazione comunale di Livorno al fine di sperimentare l’impiego dei patti di collaborazione in un ambito certamente inconsueto e di particolare rilievo innovativo, quale quello dell’<strong>adattamento ai cambiamenti climatici</strong>. Si è trattato di un progetto di matrice europea, rispetto al quale tanto ANCI Toscana, rappresentata dalla coordinatrice progettuale Valentina Bucchi, quanto il Comune di Livorno, per il tramite dell’assessora all’urbanistica Silvia Viviani, hanno compiuto una precisa scelta di fondo: quella di ritenere che lo sviluppo di comportamenti adattivi ai cambiamenti climatici richieda, anzitutto, comunità locali consapevoli e protagoniste, nonché la costruzione di forme di collaborazione e dialogo fondate su impegni reciproci puntuali, secondo una logica bottom-up, piuttosto che discendente.<br />
In questa prospettiva, è stato proposto alla cittadinanza un percorso partecipativo volto a far emergere proposte provenienti dalle comunità stesse. Labsus è stata chiamata a prendervi parte attivamente, a supporto del percorso promosso da ANCI, nella consapevolezza che tali proposte avrebbero potuto trovare nei patti di collaborazione la propria più adeguata formalizzazione giuridico-organizzativa. Il progetto europeo, in altri termini, individuava <strong>specifici obiettivi di resilienza climatica</strong> intorno ai quali attivare le comunità locali, mentre ANCI Toscana e il Comune di Livorno hanno riconosciuto nei patti di collaborazione lo strumento probabilmente più idoneo a strutturare quella collaborazione che appariva indispensabile per il perseguimento di tali obiettivi. Si è così delineata una <strong>forma di amministrazione condivisa</strong> che potrebbe definirsi<strong> multilivello</strong>, in quanto articolata non soltanto sulla dimensione comunale, rappresentata dal Comune di Livorno, ma anche su quella regionale, espressa da ANCI Toscana, nonché su quella europea, riflessa nella partecipazione al progetto di altri territori, italiani e francesi, interessati a conoscere l’esperienza dell’amministrazione condivisa pur in assenza, nei rispettivi contesti, di strumenti analoghi già consolidati. Non a caso, il progetto ha previsto, in una fase iniziale, un momento di conoscenza reciproca dedicato ai temi dell’amministrazione condivisa dei beni comuni e alle caratteristiche proprie dei patti di collaborazione, che ha costituito il primo snodo del relativo percorso di attuazione.<br />
Per un esame più puntuale del progetto e del suo sviluppo, anche con riguardo a tale fase introduttiva, si rinvia alla relativa <a href="https://interreg-marittimo.eu/web/adaptwise" target="_blank" rel="noopener">documentazione</a>.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Dalla prossimità locale alla visione globale, un percorso tutt’altro che semplice in un’area difficile</h4>
<p style="text-align: justify;">La domanda di fondo cui il progetto intendeva rispondere era la seguente: come affrontare fenomeni quali alluvioni, siccità e ondate di calore a partire dalla dimensione della prossimità, cioè dal quartiere e dalla quotidianità delle comunità che vi abitano? Se l’“adattamento” costituisce la parola chiave per individuare le soluzioni che consentiranno, in futuro, di fronteggiare concretamente gli effetti del cambiamento climatico sulle nostre vite, preparandoci ai rischi e contribuendo alla costruzione di società più resilienti, occorre allora domandarsi da dove sia possibile cominciare. Non si tratta, infatti, soltanto di intervenire nei momenti dell’emergenza, pur nel necessario coordinamento con la protezione civile, ma anche di promuovere cambiamenti di carattere trasformativo, vale a dire non limitati alla sola prevenzione degli effetti negativi del cambiamento climatico, bensì orientati a generare comportamenti e misure capaci di prefigurare un futuro diverso. In tale prospettiva, cittadini e comunità possono offrire un contributo essenziale, non soltanto attraverso la formulazione di proposte, ma anche mediante il concreto svolgimento di attività in collaborazione con l’ente pubblico.<br />
In questa chiave, Labsus ha aderito al progetto, muovendo dall’idea che anche la <strong>resilienza ai cambiamenti climatici</strong> possa essere qualificata <strong>come un bene comune</strong> da tutelare pure su piccola scala, tanto su suolo pubblico quanto su suolo privato, mediante patti di collaborazione tra cittadini, imprese ed enti pubblici. ADAPTWISE si colloca, pertanto, in rapporto sinergico e complementare rispetto alla pianificazione dell’adattamento di più ampia scala, che spetta naturalmente alle istituzioni e richiede i necessari investimenti pubblici, ma che può trovare, nelle iniziative di prossimità, un fondamentale terreno di radicamento sociale e civico.<br />
Una delle aree prescelte per la sperimentazione è stata una specifica zona del Comune di Livorno, cioè <strong>l’area di Collinaia e le limitrofe Scopaia e La Leccia</strong>. Si tratta di un territorio certamente difficile, anche all’interno di un contesto cittadino generalmente favorevole all’amministrazione condivisa. La sua complessità deriva anzitutto dal fatto che esso è stato colpito dall’alluvione del 2017, che causò otto vittime. In tale area, inoltre, il conflitto intorno ai temi della sostenibilità ambientale si era manifestato in modo particolarmente intenso: le associazioni degli alluvionati, così come i comitati locali contrari ad alcune opere pubbliche incidenti sugli spazi verdi, avevano già contribuito a rendere complessa la stessa presentazione del progetto a livello territoriale.<br />
L’idea sviluppata nell’ambito di ADAPTWISE è stata allora quella di iniziare dall’ascolto delle diverse realtà presenti sul territorio, associazioni, organizzazioni, imprese, singoli cittadini, nonché del Comitato di zona di riferimento. Il percorso partecipativo ha preso infatti avvio, dopo una breve presentazione iniziale, da una serie di interviste rivolte ai portavoce di questo contesto profondamente segnato dall’esperienza dell’alluvione, privilegiando l’ascolto individuale e partendo dai soggetti maggiormente coinvolti, compresi gli stessi alluvionati. Si è trattato di una fase di ascolto ampia e approfondita, che ha consentito anche di elaborare una mappa della vulnerabilità percepita rispetto non soltanto al rischio di nuove alluvioni, ma più in generale agli effetti del cambiamento climatico.<br />
Il passaggio successivo ha consistito allora nel tentativo di ricomporre, attraverso questi racconti e queste storie, spesso anche personali, una visione complessiva, capace di collegare la prossimità dei problemi vissuti quotidianamente alla dimensione globale dei fenomeni climatici. E ciò è stato reso possibile anche grazie alla pluralità di competenze e sensibilità espresse dagli intervistati, i quali, non di rado, neppure si conoscevano tra loro.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>L’alleanza come proposta emergente, verso un patto unitario e complessivo</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">La visione d’insieme ha rappresentato l’esito più significativo della <strong>fase di ascolto</strong>. Dalle interviste emergeva infatti, con crescente evidenza, l’esigenza di mettere in relazione i diversi soggetti coinvolti, affinché potessero incontrarsi, confrontarsi sulle possibili iniziative da intraprendere e immaginare insieme che cosa fosse concretamente realizzabile mediante la convergenza delle forze, dei saperi diffusi e delle esperienze maturate nel territorio. Si delineava così, sin da questa prima fase, una prospettiva fondata sull’apprendimento collettivo e sulla possibilità di generare pratiche suscettibili di essere replicate anche in altri contesti locali. Non soltanto le istituzioni, ma anche i soggetti del Terzo settore, insieme alla parrocchia, alle scuole e ad altre realtà territoriali, hanno mostrato di riconoscersi nell’obiettivo sussidiario di costruire una comunità capace di affrontare gli effetti del cambiamento climatico e di prepararsi, in modo condiviso, ai processi di adattamento. In tale contesto, il Comune ha scelto di esercitare soprattutto un ruolo di sostegno e di accompagnamento, lasciando ampio spazio all’auto-organizzazione delle forze coinvolte, ma manifestando al tempo stesso fiducia verso le proposte che andavano progressivamente emergendo dalla cittadinanza, compresa l’alleanza che stava prendendo forma.<br />
Dopo alcuni mesi di incontri, svoltisi sia online sia in presenza, è emersa con particolare nettezza l’idea di promuovere un unico patto, idoneo a dare forma e riconoscimento all’alleanza sviluppatasi all’interno della comunità di Collinaia e delle aree limitrofe, al fine di individuare congiuntamente le iniziative da intraprendere. A tale risultato si è pervenuti attraverso un percorso articolato, segnato da numerose riunioni, dall’esame di alcune buone pratiche europee in materia di comunità adattive e dalla condivisione, anche grazie al supporto di Labsus, di linee guida e di un vademecum finalizzati alla costruzione di patti di collaborazione efficaci.<br />
Il processo ha trovato poi un momento di particolare consolidamento in quattro incontri pubblici in presenza, aperti alla popolazione delle zone interessate, i cosiddetti “<strong>weekend climatici</strong>”, all’esito dei quali è stata elaborata una vera e propria proposta di patto quadro, presentata al Comune nel giugno 2025 per l’avvio della successiva fase di co-progettazione. A ciò si è altresì aggiunto il contributo di giovani studiosi e studiose universitari, che hanno offerto ulteriore supporto all’elaborazione della proposta.<br />
A questo punto, all’amministrazione comunale spettava il compito di aprire un confronto non soltanto con i proponenti del patto, ma anche all’interno della propria struttura organizzativa, affinché la proposta potesse essere attuata in coerenza con la pianificazione urbana, con le competenze della protezione civile e con quelle dei settori preposti alla gestione del verde pubblico. Si trattava, evidentemente, di un passaggio tutt’altro che immediato, nella misura in cui avrebbe richiesto la costruzione di sinergie tra ambiti amministrativi nei quali le competenze tecniche tendevano fisiologicamente a prevalere su altri ordini di considerazioni.<br />
La proposta di patto ha così consentito di individuare <strong>le priorità di un piano locale</strong> orientato al rafforzamento della resilienza territoriale. Le azioni ipotizzate sono prevalentemente di ridotta scala, ma non per questo prive di incisività, e comprendono, tra l’altro, la cura del verde urbano nelle aree più fragili, il miglioramento della gestione delle acque piovane, la creazione di spazi sicuri per fronteggiare i periodi di calore estremo, la promozione di attività di formazione e coinvolgimento della comunità, a partire dalle scuole, nonché l’individuazione di misure utili per la gestione delle emergenze, come l’impiego di paratie mobili o la predisposizione di risposte più efficaci alle piene dei corsi d’acqua. In questa prospettiva, l’obiettivo non è soltanto quello di ridurre o contenere gli impatti degli eventi climatici estremi, ma anche quello di rafforzare la coesione sociale e la capacità dei cittadini di prendersi cura della resilienza del proprio quartiere, costruendo una comunità attraverso pratiche condivise.<br />
Tra le principali linee di azione individuate, all’esito delle numerose riunioni e dei materiali progressivamente elaborati, vi rientrano: il monitoraggio civico degli allagamenti e delle isole di calore urbano, la creazione di spazi comunitari resilienti, inclusivi e orientati alla sensibilizzazione, lo sviluppo di iniziative di citizen science, interventi di manutenzione diffusa, la promozione di una cultura della resilienza a partire dalle scuole, anche mediante la creazione di una biblioteca dedicata ai bambini e alle bambine, nonché il ripristino di piccole infrastrutture idriche e di spazi verdi connessi ad alcune ville storiche dell’area, anche attraverso percorsi di inclusione sociale. Proprio quest’ultimo versante è stato curato in misura significativa da Reset, confermando ancora una volta il ruolo generativo svolto dall’esperienza delle Terme del Corallo. In tal senso, infatti, le Terme del Corallo hanno continuato “a fare scuola”, mostrando come sia possibile non arrestarsi di fronte alla pluralità dei punti di vista, dei ruoli e delle possibili tensioni tra gli attori territoriali e istituzionali, ma piuttosto valorizzare ciò che unisce, orientando il lavoro comune verso obiettivi condivisi mediante un approccio operativo.<br />
In questo senso, il tratto forse più rilevante dell’intero percorso è stato proprio la capacità di <strong>dare consistenza all’alleanza</strong> che si andava formando, facendone prevalere la forza aggregante rispetto alla diversità delle visioni, degli atteggiamenti e delle posture dei singoli soggetti coinvolti.</p>
<div id="attachment_89235" style="width: 810px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.labsus.org/2026/04/lamministrazione-condivisa-per-affrontare-i-cambiamenti-climatici-lesperienza-di-livorno/immagine1/" rel="attachment wp-att-89235"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-89235" class="wp-image-89235 " src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1.jpg" alt="" width="800" height="447" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1.jpg 1472w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1-300x168.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1-1024x572.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1-768x429.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1-810x452.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1-1140x637.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1-600x335.jpg 600w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a><p id="caption-attachment-89235" class="wp-caption-text">Rappresentazione grafica del patto nelle sue diverse articolazioni.</p></div>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>La “forza” della dimensione europea</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">A partire dal giugno 2025 hanno preso avvio i primi incontri di co-progettazione con l’amministrazione, protrattisi sino alla seconda metà dello stesso anno. La base del confronto era costituita dalla proposta di patto elaborata nella fase precedente, una proposta che dava forma all’alleanza tra i diversi pattisti, accomunati da obiettivi condivisi nei quali tutti si riconoscevano e rispetto ai quali tutti assumevano una responsabilità paritaria circa i risultati da conseguire. In tale prospettiva, l’alleanza esprimeva anche la forza derivante dall’unità del fronte proponente, e dunque la capacità di sottoporre al Comune un impianto complessivo da accogliere nella sua interezza. Si trattava di un patto-quadro, unitario nella sua impostazione generale, ma al tempo stesso articolato internamente in quattro aree specifiche, ciascuna contrassegnata da propri compiti, impegni e responsabilità, nonché dalla presenza di un referente dedicato.<br />
Il passaggio dalla proposta iniziale alla definizione del patto-cornice, successivamente articolato in quattro distinti patti attuativi, si è sviluppato attraverso il coinvolgimento dei diversi uffici competenti rispetto alle numerose materie che il patto finiva con l’intersecare trasversalmente. Ciò è avvenuto dopo che l’ufficio per l’amministrazione condivisa ne aveva verificato la coerenza sia con il regolamento comunale, sia con l’accordo originariamente intervenuto tra ANCI Toscana e il Comune di Livorno.<br />
Il coordinamento generale è stato inoltre assicurato da ANCI Toscana, che entrava a far parte del patto anche in qualità di firmataria e che svolgeva, al tempo stesso, una funzione di raccordo nei confronti dell’amministrazione comunale. Il programma, intanto, ha iniziato a trovare una prima attuazione concreta, tanto da consentire già l’acquisto dei materiali necessari ai primi interventi previsti.<br />
Oggi il percorso può dirsi ancora in una fase intermedia, posto che il progetto si concluderà nel 2027, ma risultano già realizzate, o comunque programmate, le prime riunioni congiunte sia tra i pattisti, sia con i referenti dell’amministrazione comunale e di ANCI Toscana.<br />
Ciò che merita di essere particolarmente sottolineato è, tuttavia, il fatto che il patto ha potuto prendere forma soprattutto grazie alla sua <strong>dimensione europea</strong>. Essa, infatti, non solo ha conferito cogenza al percorso, sulla base dell’accordo iniziale siglato tra ANCI Toscana e il Comune di Livorno, ma ha anche vincolato tutti i soggetti coinvolti al rispetto di tempi definiti e ha reso disponibili specifiche risorse economiche, che hanno consentito di effettuare i primi acquisti indispensabili per dare concreta attuazione alle azioni previste. In questo senso, il progetto ha apportato vere e proprie risorse condivise, idonee a tradurre in termini operativi obiettivi anche ambiziosi, concepiti non già come risultati immediatamente esauribili, bensì come l’avvio di un percorso destinato a svilupparsi negli anni successivi al 2027 all’interno di quel territorio livornese. Proprio per questo, esso ha contribuito a costruire un processo difficilmente reversibile per tutti i soggetti coinvolti, comunità locali, associazioni, amministratori e tecnici.<br />
In assenza di quel progetto iniziale, divenuto progressivamente vincolante, e senza il ruolo svolto da ANCI Toscana nell’avviare il percorso e nel sostenerlo anche sul piano economico mediante le risorse europee, è verosimile ritenere che un’iniziativa tanto complessa e ambiziosa, capace di mettere in relazione sia differenti settori interni all’ente, sia associazioni e cittadini del territorio, avrebbe rischiato di arenarsi nel tempo. I tempi imposti dal progetto, unitamente alle risorse rese disponibili, hanno invece indotto tutti gli attori coinvolti ad accelerare il processo, favorendo la costruzione di alleanze e spingendoli a guardare oltre i conflitti di competenza, la frammentazione dei saperi e la pluralità degli interessi in campo. Inoltre, la dimensione europea ha consentito anche di diffondere conoscenze in altri territori e di attivare scambi di visioni ed esperienze con gli ulteriori partner, nazionali e francesi, coinvolti nel progetto.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Conclusioni</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Da questa esperienza emerge con particolare evidenza<strong> la rilevanza della dimensione sovracomunale e, in special modo, di quella europea</strong>. È infatti proprio tale dimensione ad avere reso possibile la sperimentazione, in un ambito innovativo quale quello della resilienza ai cambiamenti climatici, di un patto di collaborazione capace di dare forma istituzionale a un’alleanza territoriale che, altrimenti, sarebbe verosimilmente rimasta inespressa. Ciò è avvenuto in un contesto particolarmente delicato, segnato dagli effetti drammatici degli eventi alluvionali, ma al tempo stesso già sensibile e recettivo rispetto alle logiche dell’amministrazione condivisa.<br />
La forza del patto deriva, in larga misura, proprio da questo ruolo svolto dalla dimensione europea. Essa, infatti, non solo favorisce esperienze di partecipazione attiva della cittadinanza e la diffusione dei relativi risultati, contribuendo così anche alla conoscenza e alla circolazione di strumenti quali i patti di collaborazione e l’amministrazione condivisa, ma rende altresì disponibili le condizioni materiali affinché tali esperienze possano tradursi in pratiche effettive. In questo senso, ANCI Toscana si è fatta interprete e veicolo di tale forza propulsiva, contribuendo a far sì che venissero sostenute, almeno nella loro fase iniziale, le azioni e le dotazioni materiali necessarie per dare attuazione a quanto congiuntamente definito da cittadini e amministrazione. Al tempo stesso, il progetto ha imposto tempi, obiettivi e risultati, sottoponendo il percorso a una dinamica di monitoraggio e valutazione che ne ha rafforzato la tenuta e la credibilità.<br />
Proprio per la sua natura sovracomunale ed europea, e dunque per il suo carattere di esperienza di amministrazione condivisa multilivello, il progetto ha potuto svilupparsi con una propria <strong>autonomia economica e organizzativa</strong>, tale da garantire non soltanto la nascita del patto, ma anche la sua effettiva attivazione, facilitando la costruzione di un’alleanza sia tra i cittadini, sia tra questi e l’amministrazione locale, anche grazie al ruolo attivo assunto da ANCI Toscana.<br />
Alla luce dell’esperienza di ADAPTWISE, sembra allora possibile ritenere che la dimensione europea possa rappresentare una direttrice particolarmente promettente per quei progetti di cura dei beni comuni che si caratterizzano per un più elevato <strong>tasso di innovazione</strong>. In tali contesti, infatti, lo scambio di esperienze su scala internazionale consente non solo di diffondere conoscenze e competenze, ma anche di mostrare concretamente che cosa significhi costruire percorsi di amministrazione condivisa dei beni comuni capaci di coniugare partecipazione, responsabilità diffusa e capacità trasformativa dei territori.</p>
<p style="text-align: justify;">Immagine di copertina: fotografia di Mario Morroni.</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.labsus.org/2021/04/la-pratica-quotidiana-della-amministrazione-condivisa-a-livorno/" target="_blank" rel="noopener">La pratica quotidiana dell’Amministrazione condivisa a Livorno</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2025/04/lamministrazione-condivisa-dei-rischi/" target="_blank" rel="noopener">L&#8217;amministrazione condivisa dei rischi</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2025/01/la-collaborazione-prima-durante-e-dopo-emergenze/" target="_blank" rel="noopener">La collaborazione prima, durante e dopo le emergenze</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2026/04/lamministrazione-condivisa-per-affrontare-i-cambiamenti-climatici-lesperienza-di-livorno/">Amministrazione condivisa e cambiamenti climatici &#8211; L&#8217;esperienza di Livorno</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;opportunità delle case della comunità in Toscana</title>
		<link>https://www.labsus.org/2025/06/lopportunita-delle-case-della-comunita-in-toscana-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2025 19:03:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[case della comunità]]></category>
		<category><![CDATA[esperienze concrete]]></category>
		<category><![CDATA[patti di collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[salute bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[salute relazionale]]></category>
		<category><![CDATA[toscana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=87439</guid>

					<description><![CDATA[<p>Si è svolto giovedì 18 giugno presso l’Auditorium del Consiglio Regionale della Toscana un convegno sul tema delle CdC (Case di comunità): secondo il DM 77/2022, questi saranno luoghi privilegiati per la progettazione di interventi di carattere sanitario, sociale e di integrazione sociosanitaria, ma anche luoghi di “co-produzione” di servizi con le comunità locali. L&#8217;iniziativa è stata realizzata da Labsus in collaborazione con l&#8217;Alleanza delle case della comunità (rete nazionale costituita da di 11 associazioni del Terzo Settore nazionali sorta nel giugno del 2024) e RiD (Rimediare in dialogo), col patrocinio della Regione Toscana e del Comune di Firenze. Hanno partecipato rappresentanti di Comuni e aziende sanitarie della Toscana e del mondo del terzo settore. Il convegno è stato aperto da S. Spinelli, Ass. alle politiche sociali della Regione Toscana e da N. Paulesu, Ass. al Welfare e integrazione sociale del Comune di Firenze: con entrambi gli organizzatori del convegno hanno sviluppato un programma condiviso articolato in tre panel ognuno finalizzato a tre specifici obiettivi convergenti, come evidenziato anche da R. Caselli (Labsus): Avviare un dialogo congiunto fra istituzioni, cittadini (singoli o organizzati) ed Enti del Terzo Settore basato sulle concrete esperienze della Toscana, evidenziando percorsi di amministrazione condivisa verso le CdC, la cui realizzazione è prevista nel 2026; Collegare le diverse esperienze valorizzando il necessario ruolo attivo delle istituzioni nel “fare comunità” e favorendo scambi di pratiche che possono costituire anche opportunità formative; Individuare alcune linee di lavoro comune e condivise per il futuro, anche in riferimento alla realtà dei patti di collaborazione e della stessa LRT 71/20 relativa all’amministrazione condivisa dei beni comuni. Alcune esperienze emblematiche toscane Nel primo panel, coordinato da R. Caselli, si è posta l’attenzione su due diverse esperienze concrete toscane che sono sembrate emblematiche: S. Chienni, Sindaco di Terranuova ha introdotto i tratti essenziali dell’esperienza realizzata in Valdarno, in cui si è previlegiata anche una salute relazionale, ossia in cui la promozione di stili di vita sani, sussidiarietà e prossimità sono stati centrali avvalendosi anche di strumenti quali i patti di collaborazione. Dormentoni e E. Rolle hanno poi evidenziato come una biblioteca possa diventare centro di promozione e cultura della salute in un territorio caratterizzato da una forte e attiva comunità, qual è quella dell’Isolotto, nel quartiere 4 di Firenze. M. Nerattini, Direttore della Società della salute di Firenze, ha ricordato in proposito il protocollo d’intesa sottoscritto il 22 ottobre 2024 fra Quartiere 4, Azienda Usl Toscana Centro e Comune di Firenze che formalizza una collaborazione nata spontaneamente e che diventa un importante tassello per le future CdC. Del resto la Biblioteca all’Isolotto ha sempre prodotto benessere sociale come componente della salute, sviluppando progetti di accompagnamento alla genitorialità, la Casa Parkinson (laboratori artistici con SDS e Fondazione Fresco), il Caffè Alzheimer con AIMA, Cocoon – ginnastica dolce per anziani – il gruppo di volontari “Nonni Leggendari” che leggono nelle RSA, le “Letture nell’orto” per educare i bambini all’alimentazione, “Nati per Leggere”, e iniziative come “Pillole di benessere” e molto altro. La biblioteca &#8211; con cui è stato siglato uno dei primi patti di collaborazione di Firenze &#8211; è quindi un presidio flessibile, che ha dimostrato di sapersi adattare ai bisogni del territorio e offrire alle associazioni un luogo di coordinamento e di attrazione: è quindi oggi una delle esperienze per la Casa della Comunità che è “davvero di comunità”, come ha affermato Nerattini. Alleanze per costruire comunità Nel secondo panel, N. Garuglieri ha evidenziato come le relazioni sociali siano sempre più rarefatte, i contesti sempre più liquidi ed anche il volontariato fatica ad innovarsi. Dunque, le istituzioni pubbliche devono assumere un ruolo proattivo e propulsivo: non solo accogliere la comunità, ma esserne costruttrici. I Comuni, le ASL, non possono limitarsi all’erogazione di servizi ma diventare sempre più costruttori di comunità. E le Case della Comunità diventano quindi una grossa opportunità per questo ruolo, innanzitutto dei Comuni. Francesco De Biase di Rimediare in Dialogo, dopo aver ribadito che la cerniera fondamentale delle CdC sono i Comuni, ha affermato che “i centri culturali, luoghi di cura, biblioteche, teatri, ecc. sono tutti tasselli che possono dimostrare che non c’è una soluzione puramente verticale verso le CdC. La medicina, da sola, non risolve tutto: serve un’alleanza vera fra cultura, sanità, sociale, economia civile. E servono quindi anche “dispositivi permanenti: non semplici tavoli ad hoc, ma organismi stabili che generino continuità, stabilità di relazioni per lavorare insieme, in modo continuativo, dentro i luoghi della cura e sui territori”. Pallucchi, portavoce del Forum del Terzo Settore, ha evidenziato anche le difficoltà che a volte hanno le diverse componenti del Terzo Settore a sviluppare sinergie per essere loro stesse promotrici di una sussidiarietà orizzontale che valorizzi il coinvolgimento diretto e la co-produzione delle comunità locali, che vada ben oltre l’art 55 e 56 del CTS. Carlo Beraldo di Alleanza per le Case della Comunità, ha ricordato infine che non mancano i riferimenti normativi a livello regionale sulla partecipazione, intesa come strumento importante anche di co-produzione nelle CdC. Ciò che manca è la loro reale attuazione e, in mancanza di questo, le CdC rischiano di diventare solo un cambio di etichetta rispetto alle precedenti società della salute. Quali prospettive e conclusioni Anche il Sindaco di Reggello, P. Giunti, ha ribadito che le Case della Comunità sono una grande sfida: “i processi vanno gestiti, non subiti”. Ma il Comune da solo non basta; c’è bisogno di Regione, ma anche di Asl, Terzo Settore, Associazioni. Solo una rete forte può fare in modo che i cittadini non si sentano utenti di una “scatola vuota”, ma parte viva di una comunità che si prende cura di e con loro stessi. Matteo Francesconi, a nome di ANCI Toscana, ha ribadito anche l’opportunità di promuovere ad autunno attività formative sul tema dell’amministrazione condivisa per i più giovani amministratori ANCI Toscana, ma anche di promuovere territori sperimentali dei percorsi verso le CdC con approccio di costruzione di comunità e amministrazione condivisa, partendo anche da un territorio come quello di Capannori di cui è vicesindaco. Luca Caterino di Federsanità</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2025/06/lopportunita-delle-case-della-comunita-in-toscana-2/">L&#8217;opportunità delle case della comunità in Toscana</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si è svolto giovedì 18 giugno presso l’Auditorium del Consiglio Regionale della Toscana un convegno sul tema delle CdC (Case di comunità): secondo il <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2022/06/22/22G00085/SG" target="_blank" rel="noopener">DM 77/2022</a>, questi saranno luoghi privilegiati per la progettazione di interventi di carattere sanitario, sociale e di integrazione sociosanitaria, ma anche <strong>luoghi di “co-produzione” di servizi con le comunità locali</strong>. L&#8217;iniziativa è stata realizzata da Labsus in collaborazione con l&#8217;Alleanza delle case della comunità (rete nazionale costituita da di 11 associazioni del Terzo Settore nazionali sorta nel giugno del 2024) e RiD (Rimediare in dialogo), col patrocinio della Regione Toscana e del Comune di Firenze. Hanno partecipato rappresentanti di Comuni e aziende sanitarie della Toscana e del mondo del terzo settore.<br />
Il convegno è stato aperto da <strong>S. Spinelli, Ass. alle politiche sociali della Regione Toscana e da N. Paulesu, Ass. al Welfare e integrazione sociale del Comune di Firenze</strong>: con entrambi gli organizzatori del convegno hanno sviluppato un programma condiviso articolato in tre panel ognuno finalizzato a tre specifici obiettivi convergenti, come evidenziato anche da <strong>R. Caselli</strong> (Labsus):</p>
<ol>
<li style="text-align: justify;">Avviare un dialogo congiunto fra istituzioni, cittadini (singoli o organizzati) ed Enti del Terzo Settore basato sulle concrete esperienze della Toscana, evidenziando <a href="https://www.labsus.org/2024/09/lamministrazione-condivisa-e-il-caso-delle-case-di-comunita/" target="_blank" rel="noopener">percorsi di amministrazione condivisa verso le CdC</a>, la cui realizzazione è prevista nel 2026;</li>
<li style="text-align: justify;">Collegare le diverse esperienze valorizzando il necessario ruolo attivo delle istituzioni nel “fare comunità” e favorendo scambi di pratiche che possono costituire anche opportunità formative;</li>
<li style="text-align: justify;">Individuare alcune linee di lavoro comune e condivise per il futuro, anche in riferimento alla realtà dei patti di collaborazione e della stessa <a href="https://raccoltanormativa.consiglio.regione.toscana.it/articolo?urndoc=urn:nir:regione.toscana:legge:2020-07-24;71" target="_blank" rel="noopener">LRT 71/20 relativa all’amministrazione condivisa dei beni comuni</a>.</li>
</ol>
<h4 style="text-align: justify;">Alcune esperienze emblematiche toscane</h4>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel primo panel</strong>, <strong>coordinato da R. Caselli</strong>, si è posta l’attenzione su due diverse esperienze concrete toscane che sono sembrate emblematiche: <strong>S. Chienni</strong>, Sindaco di Terranuova ha introdotto i tratti essenziali dell’<a href="https://www.labsus.org/2024/04/le-case-della-comunita-il-modello-valdarno/" target="_blank" rel="noopener">esperienza realizzata in Valdarno</a>, in cui si è previlegiata anche una <strong>salute relazionale, </strong>ossia in cui la promozione di stili di vita sani, sussidiarietà e prossimità sono stati centrali avvalendosi anche di strumenti quali i patti di collaborazione.<br />
<strong>Dormentoni e E. Rolle</strong> hanno poi evidenziato come una biblioteca possa diventare centro di promozione e cultura della salute in un territorio caratterizzato da una forte e attiva comunità, qual è quella dell’Isolotto, nel quartiere 4 di Firenze.<br />
<strong>M. Nerattini</strong>, Direttore della Società della salute di Firenze, ha ricordato in proposito il <strong>protocollo d’intesa</strong> sottoscritto il 22 ottobre 2024 fra Quartiere 4, Azienda Usl Toscana Centro e Comune di Firenze che formalizza una collaborazione nata spontaneamente e che diventa un importante tassello per le future CdC.<br />
Del resto la Biblioteca all’Isolotto ha sempre prodotto benessere sociale come componente della salute, sviluppando progetti di <strong>accompagnamento alla genitorialità</strong>, la <strong>Casa Parkinson</strong> (laboratori artistici con SDS e Fondazione Fresco), il <strong>Caffè Alzheimer</strong> con AIMA, <strong>Cocoon</strong> – ginnastica dolce per anziani – il gruppo di volontari “<strong>Nonni Leggendari</strong>” che leggono nelle RSA, le <strong>“Letture nell’orto”</strong> per educare i bambini all’alimentazione, “<strong>Nati per Leggere</strong>”, e iniziative come “<strong>Pillole di benessere</strong>” e molto altro. La biblioteca &#8211; con cui è stato siglato uno dei primi patti di collaborazione di Firenze &#8211; è quindi un presidio flessibile, che ha dimostrato di sapersi adattare ai bisogni del territorio e offrire alle associazioni un luogo di coordinamento e di attrazione: è quindi oggi una delle esperienze per la Casa della Comunità che è “davvero di comunità”, come ha affermato Nerattini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alleanze per costruire comunità </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel secondo panel, N. Garuglieri</strong> ha evidenziato come le relazioni sociali siano sempre più rarefatte, i contesti sempre più liquidi ed anche il volontariato fatica ad innovarsi. Dunque, le istituzioni pubbliche devono assumere un ruolo proattivo e propulsivo: non solo accogliere la comunità, ma esserne costruttrici. I Comuni, le ASL, non possono limitarsi all’erogazione di servizi ma diventare sempre più <strong><a href="https://www.labsus.org/2024/11/case-di-comunita-community-building-e-patti-di-collaborazione/" target="_blank" rel="noopener">costruttori di comunità</a>.</strong> E le Case della Comunità diventano quindi una grossa opportunità per questo ruolo, innanzitutto dei Comuni.<br />
<strong>Francesco De Biase</strong> di Rimediare in Dialogo, dopo aver ribadito che la cerniera fondamentale delle CdC sono i Comuni, ha affermato che “i centri culturali, luoghi di cura, biblioteche, teatri, ecc. sono tutti tasselli che possono dimostrare che non c’è una soluzione puramente verticale verso le CdC. La medicina, da sola, non risolve tutto: serve un’alleanza vera fra cultura, sanità, sociale, economia civile. E servono quindi anche “<strong>dispositivi permanenti</strong>: non semplici tavoli ad hoc, ma organismi stabili che generino continuità, stabilità di relazioni per <strong>lavorare insieme</strong>, in modo continuativo, dentro i luoghi della cura e sui territori”.<br />
<strong>Pallucchi</strong>, portavoce del Forum del Terzo Settore, ha evidenziato anche le difficoltà che a volte hanno le diverse componenti del Terzo Settore a sviluppare sinergie per essere loro stesse promotrici di una sussidiarietà orizzontale che valorizzi il coinvolgimento diretto e la co-produzione delle comunità locali, che vada ben oltre l’<a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2017;117~art55" target="_blank" rel="noopener">art 55 e 56 del CTS</a>.<br />
<strong>Carlo Beraldo</strong> di Alleanza per le Case della Comunità, ha ricordato infine che non mancano i riferimenti normativi a livello regionale sulla partecipazione, intesa come strumento importante anche di co-produzione nelle CdC. Ciò che manca è la loro reale attuazione e, in mancanza di questo, le CdC rischiano di diventare solo un cambio di etichetta rispetto alle precedenti società della salute.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Quali prospettive e conclusioni</h4>
<p style="text-align: justify;">Anche il <strong>Sindaco di Reggello</strong>, <strong>P. Giunti</strong>, ha ribadito che le Case della Comunità sono una grande sfida: “i processi vanno gestiti, non subiti”. Ma il Comune da solo non basta; c’è bisogno di Regione, ma anche di Asl, Terzo Settore, Associazioni. Solo una rete forte può fare in modo che i cittadini non si sentano utenti di una “scatola vuota”, ma parte viva di una comunità che si prende cura di e con loro stessi.<br />
<strong>Matteo Francesconi</strong>, a nome di ANCI Toscana, ha ribadito anche l’opportunità di promuovere ad autunno attività formative sul tema dell’amministrazione condivisa per i più giovani amministratori ANCI Toscana, ma anche di promuovere territori sperimentali dei percorsi verso le CdC con approccio di costruzione di comunità e amministrazione condivisa, partendo anche da un territorio come quello di Capannori di cui è vicesindaco.<br />
<strong>Luca Caterino</strong> di Federsanità Toscana ha poi ricordato l’esperienza dei <a href="https://partecipa.toscana.it/web/cantieri-della-salute/scopri-di-pi%C3%B9" target="_blank" rel="noopener">Cantieri della Salute</a> e delle esperienze promosse sui territori, affermando che se sino ad ora si è lavorato per costruire le CdC, adesso si tratterà di lavorare per la costruzione delle comunità stesse: comunità che assumono significati molti diversi in ogni luogo. Ha inoltre illustrato le sperimentazioni realizzate con i Cantieri, soffermandosi in particolare sull’esempio di <a href="https://partecipa.toscana.it/web/la-comunit%C3%A0-trova-casa-una-costruzione-di-salute/scopri-di-pi%C3%B9" target="_blank" rel="noopener">San Leonardo in Treponzio</a> nel comune di Capannori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gregorio Arena</strong>, fondatore di Labsus, nel coordinare e concludere questo terzo panel, ha ricordato che il tema delle CdC si intreccia con tre articoli della nostra Costituzione, tre “promesse” della Repubblica:</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><strong><a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/principi-fondamentali/articolo-3" target="_blank" rel="noopener">art. 3, secondo comma</a></strong> – la Repubblica rimuove gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza delle persone;</li>
<li><strong><a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-ii/articolo-32" target="_blank" rel="noopener">art. 32</a></strong> – la Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività;</li>
<li><strong><a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-ii/titolo-v/articolo-118" target="_blank" rel="noopener">art. 118, ultimo comma</a></strong> – Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini per attività di interesse generale;</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">L’art. 118, ultimo comma, introduce in particolare un paradigma <strong>sussidiario e paritario:</strong> per tutelare la salute come bene comune possono intervenire sia la Repubblica sia i cittadini. E gli strumenti sono due:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>Patti di collaborazione</strong> &#8211; aperti a Enti del Terzo Settore iscritti o meno al RUNTS, gruppi informali, singoli cittadini, fondazioni, imprese e stipulabili da Comuni, Regioni, scuole, università, musei, aziende sanitarie;</li>
<li><strong>Co-programmazione e co-progettazione</strong> (<a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2017-07-03;117!vig=" target="_blank" rel="noopener">55 CTS</a>) – riservate ai rapporti tra pubbliche amministrazioni ed enti del Terzo settore iscritti.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Sono modelli complementari. Il problema nasce quando si riduce l’amministrazione condivisa ai soli procedimenti dell’art. 55: ma non è così. I Patti di collaborazione coprono una gamma molto più ampia di relazioni ed hanno il pregio di far emergere le <strong>energie nascoste</strong> della comunità. “Per questo ritengo &#8211; ha affermato G. Arena &#8211; che i Patti di collaborazione possano garantire una governance pluralista e partecipata alle <strong>Case della Comunità </strong><strong>e </strong>sarebbe interessante sperimentarlo in Toscana con il laboratorio di amministrazione condivisa, facendo dei Patti la sua infrastruttura sociale.”<br />
Questi temi sono stati poi ripresi da <strong>E. Manzini</strong> nelle conclusioni: “Vorremmo &#8211; ha affermato come portavoce dei promotori dell’iniziativa &#8211; che l’incontro di oggi fosse l’assaggio di una possibile <strong>Alleanza Toscana per le Case della Comunità</strong>. L’Alleanza a livello nazionale esiste già, ma occorrono articolazioni regionali. E noi potremmo iniziare a lavorare su questo, iniziando a definire insieme un percorso basato su tre punti:</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><strong>Incontrarci di nuovo</strong> dopo l’estate per un seminario o riunione operativa;</li>
<li><strong>Portare altri casi concreti</strong>, confrontarli, fare emergere in particolare i <strong>casi emblematici</strong> che diventino faro: energie convergenti, comunità costruite attorno alla CdC;</li>
<li><strong>Creare un osservatorio diffuso</strong>, non un centro‐torre che “vede tutto”, ma un connettore orizzontale che ci permetta di mettere in rete casi importanti, far circolare competenze, conoscenze, mobilitare altre comunità.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><strong>In conclusione</strong>, gli organizzatori hanno sottolineato la volontà di giungere ad un programma futuro condiviso con le istituzioni, “piccolo, ma concreto”, con cui darsi un nuovo appuntamento di approfondimento programmato sin da ora per l’<strong>8 ottobre</strong>.</p>
<p><em>Immagine di copertina: Ringrazia kasabubu</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2025/06/lopportunita-delle-case-della-comunita-in-toscana-2/">L&#8217;opportunità delle case della comunità in Toscana</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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			</item>
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		<title>L’amministrazione condivisa e il “caso” delle Case di Comunità</title>
		<link>https://www.labsus.org/2024/09/lamministrazione-condivisa-e-il-caso-delle-case-di-comunita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2024 09:18:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Case di comunità]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[Servizi pubblici collaborativi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=84891</guid>

					<description><![CDATA[<p>I patti di collaborazione e i servizi pubblici collaborativi L’esperienza dei patti di collaborazione sta segnando una trasformazione sociale anche dei servizi pubblici: alcuni servizi si caratterizzano per un grado crescente di collaborazione che viene attivato con le comunità locali in alcuni contesti come scuole, biblioteche, centri culturali, che diventano sempre più anche luoghi di socializzazione e di comunità.  Anche negli spazi verdi urbani o negli immobili riutilizzati attraverso i patti, i cittadini operano sempre più creando luoghi di aggregazione e di rigenerazione delle comunità, sviluppando tessuti sociali talora in degrado e stimolando risorse comunitarie (Ezio Manzini e Michele D’Alema,  Fare assieme Una nuova generazione di servizi pubblici collaborativi, Ed.  Egea, Milano 2024). I patti, lo abbiamo verificato, creano comunità: comunità aperte in cui ci si prende cura dei beni comuni. E attraverso questi, ci si prende cura delle comunità stesse. Ciò favorisce anche una nuova gestione e sviluppo di servizi pubblici e attività che sono sempre più co-prodotti tra istituzioni e cittadini attivi (singoli o associati). Le Case di Comunità: luoghi di sperimentazione del protagonismo della società civile E’ questo anche il caso delle Case di Comunità. Le case di comunità (d’ora in poi CdC), secondo il DM 77/2022, saranno luoghi privilegiati per la progettazione di interventi di carattere sanitario, sociale e di integrazione sociosanitaria, ma anche luoghi di “co-produzione” di servizi con le comunità locali. Il PNRR prevede la costituzione di 1288 Case di comunità su tutto il territorio nazionale entro il 2026. Saranno luoghi di assistenza primaria aperti tutto il giorno e col compito di migliorare l’accesso a tutti i servizi dell’ASL. E la loro gestione sarà affidata in gran parte a tre tipi di soggetti: ASL, Comuni e società civile (cittadini singoli e organizzati). Una nuova idea di Salute come bene comune Sappiamo che il mondo del terzo settore produce da molti anni servizi “strutturati” (per es di assistenza domiciliare, trasporti sanitari, offerta di ausili e materiali, ecc) che possono oggi essere utilmente co-progettati e co-programmati con le istituzioni (ex art 55 CTS) favorendo le reti territoriali e le connessioni tra diverse componenti del terzo settore e l’interazione con i servizi delle istituzioni. Alcune associazioni hanno posto anche una crescente attenzione alle “povertà sanitarie” e disuguaglianze attivando propri servizi ed attività per contrastarla. Adesso però l’obiettivo non è solo di co-progettare e co-programmare servizi, ma con le CdC s’intende anche co-produrre attività, come ribadisce il DM 77/22. Come può il terzo settore, la comunità, diventare nuova componente protagonista dei servizi sociali e sanitari territoriali, in tal senso? Dare una risposta a questa domanda è un obiettivo che si sono posti anche alcune reti nazionali come “Prima la comunità” e la stessa Alleanza per le case di comunità costituitasi pochi mesi fa. Entrambe partono da una nuova idea di Salute come bene comune. &#160; Immagine condivisa da Rossana Caselli. Patti di collaborazione per sperimentare il protagonismo delle comunità e creare benessere: alcuni esempi Se la Salute è un bene comune, si possono adottare i patti di collaborazione per sperimentare attività co-prodotte che segnano percorsi sperimentali verso le CdC, proprio come ha indicato anche l’esperienza del Valdarno. Alcuni esempi concreti sono le cure di prossimità: forme di auto-mutuo aiuto per anziani e persone sole, per famiglie con persone problematiche o fragili, per minori, creando anche tipi di “affidi” temporanei di prossimità. Quindi si tratta di cittadini attivi, talora “esperti” sulla base talora della propria esperienza personale, o comunque è un auto e mutuo aiuto, un soccorso reciproco, nella prossimità del vivere, che si attua in collaborazione tra personale dell’ASL e dei Comuni,  associazioni e cittadini. Altri esempi concreti sono i patti per svolgere attività congiunte di prevenzione, quali la diffusione di stili di vita sani con iniziative per una buona alimentazione (per es. con corsi di cucina con attenzione ai diabetici, malati oncologici, ecc), di educazione al movimento e all’attività fisica per specifiche patologie (quali pressione alta, obesità, ecc); palestre di memorie intergenerazionali (per allenare la memoria in ogni fase della vita). Si tratta di attività svolte dal personale dell’ASL, da associazioni e cittadini, congiuntamente, che sviluppano anche socializzazione e comunità, creando benessere e solidarietà. Altri esempi ancora, sono i “punti di comunità” organizzati da cittadini per i cittadini: realizzati per rispondere alla necessità di offrire informazioni e accompagnamento ai servizi per percorsi di cure di alcune patologie o specifici bisogni soprattutto delle persone più “fragili” socialmente, favorendo connessioni tra associazioni del terzo settore e servizi socio-sanitari, sviluppando forme di volontariato e di “comunità di cure” sui territori. Non sono i PUA (Punti unici di accesso attivati dall’ASL), ma “sportelli leggeri” di informazione ed accompagnamento dei cittadini che vivono sui territori, talora lontani dai servizi sanitari territoriali quali sono le “zone interne”. I punti di prossimità o comunità sono innanzitutto luoghi di ascolto e di accoglienza, di socializzazione, che fungono da interfaccia con il sistema socio-sanitario territoriale, il terzo settore e la rete di cure di prossimità. Questi sono solo alcuni esempi, ma potrebbero esservene molti altri, di cosa significhi anche co-produrre con le comunità locali ed il terzo settore. Ma abbiamo anche visto che è assai difficile, nonostante le richieste dei cittadini e la disponibilità di alcune istituzioni e/o parte dei loro professionisti, mettere in pratica questi tipi di patti. Perché si scontrano con una organizzazione e percorsi decisionali diversi. Perché questo metodo dei patti di collaborazione per co-produrre richiede prioritariamente un nuovo paradigma organizzativo.  E’ innanzitutto necessario cambiare il paradigma organizzativo: il nodo da sciogliere che spetta in primis alle Regioni e ASL Occorre soprattutto a livello regionale il coraggio di uscire dalle secche attuali che da una parte consentono di mettere in pratica approcci di co-progettazione e co-programmazione (art 55 e LRT 65) per i servizi più strutturati, e con gli enti del terzo settore, ma dall’altra non riescono a sostenere concretamente l’utilizzo di strumenti per promuovere la missione di community building che hanno le amministrazioni pubbliche. Eppure, ormai da diversi anni, molte ricerche confermano l’importanza per le amministrazioni pubbliche di favorire la costruzione</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2024/09/lamministrazione-condivisa-e-il-caso-delle-case-di-comunita/">L’amministrazione condivisa e il “caso” delle Case di Comunità</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">I patti di collaborazione e i servizi pubblici collaborativi</h4>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza dei patti di collaborazione sta segnando una trasformazione sociale anche dei servizi pubblici: alcuni servizi si caratterizzano per un grado crescente di collaborazione che viene attivato con le comunità locali in alcuni contesti come scuole, biblioteche, centri culturali, che diventano sempre più anche luoghi di socializzazione e di comunità.  Anche negli spazi verdi urbani o negli immobili riutilizzati attraverso i patti, i cittadini operano sempre più <strong>creando luoghi di aggregazione e di rigenerazione delle comunità,</strong> sviluppando tessuti sociali talora in degrado e stimolando risorse comunitarie (Ezio Manzini e Michele D’Alema,  <em>Fare assieme Una nuova generazione di servizi pubblici collaborativi</em>, Ed.  Egea, Milano 2024). I patti, lo abbiamo verificato, creano comunità: comunità aperte in cui ci si prende cura dei beni comuni. E attraverso questi, ci si prende cura delle comunità stesse. Ciò favorisce anche una nuova gestione e sviluppo di servizi pubblici e attività che sono sempre più co-prodotti tra istituzioni e cittadini attivi (singoli o associati).</p>
<h4 style="text-align: justify;">Le Case di Comunità: luoghi di sperimentazione del protagonismo della società civile</h4>
<p style="text-align: justify;">E’ questo anche il caso delle Case di Comunità. Le case di comunità (d’ora in poi CdC), secondo il DM 77/2022, saranno luoghi privilegiati per la progettazione di interventi di carattere sanitario, sociale e di integrazione sociosanitaria, ma anche <strong>luoghi di “co-produzione” di servizi con le comunità locali</strong>. Il PNRR prevede la costituzione di 1288 Case di comunità su tutto il territorio nazionale entro il 2026. Saranno luoghi di assistenza primaria aperti tutto il giorno e col compito di migliorare l’accesso a tutti i servizi dell’ASL. E la loro gestione sarà affidata in gran parte a tre tipi di soggetti: ASL, Comuni e società civile (cittadini singoli e organizzati).</p>
<h4 style="text-align: justify;">Una nuova idea di Salute come bene comune</h4>
<p style="text-align: justify;">Sappiamo che il mondo del terzo settore produce da molti anni servizi “strutturati” (per es di assistenza domiciliare, trasporti sanitari, offerta di ausili e materiali, ecc) che possono oggi essere utilmente co-progettati e co-programmati con le istituzioni (ex art 55 CTS) favorendo le reti territoriali e le connessioni tra diverse componenti del terzo settore e l’interazione con i servizi delle istituzioni. Alcune associazioni hanno posto anche una crescente attenzione alle “povertà sanitarie” e disuguaglianze attivando propri servizi ed attività per contrastarla.<br />
Adesso però l’obiettivo non è solo di co-progettare e co-programmare servizi, ma con le CdC s’intende anche co-produrre attività, come ribadisce il DM 77/22. <strong>Come può il terzo settore, la comunità, diventare nuova componente protagonista dei servizi sociali e sanitari territoriali, in tal senso?</strong> Dare una risposta a questa domanda è un obiettivo che si sono posti anche alcune reti nazionali come <a href="https://www.primalacomunita.it/">“Prima la comunità”</a> e la stessa <a href="https://www.primalacomunita.it/2024/06/27/e-nata-lalleanza-per-le-case-della-comunita/">Alleanza per le case di comunità</a> costituitasi pochi mesi fa. Entrambe partono da <strong>una nuova idea di Salute come bene comune</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-84893 aligncenter" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2024/09/Casa-di-comunita_schema.jpg" alt="" width="629" height="439" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2024/09/Casa-di-comunita_schema.jpg 629w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2024/09/Casa-di-comunita_schema-300x209.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2024/09/Casa-di-comunita_schema-145x100.jpg 145w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2024/09/Casa-di-comunita_schema-600x419.jpg 600w" sizes="(max-width: 629px) 100vw, 629px" /></p>
<p><em>Immagine condivisa da Rossana Caselli.</em></p>
<h4 style="text-align: justify;">Patti di collaborazione per sperimentare il protagonismo delle comunità e creare benessere: alcuni esempi</h4>
<p style="text-align: justify;">Se la Salute è un bene comune, si possono adottare i patti di collaborazione per sperimentare attività co-prodotte che segnano percorsi sperimentali verso le CdC, proprio come ha indicato anche <a style="text-decoration: underline;" href="https://www.labsus.org/2024/04/le-case-della-comunita-il-modello-valdarno">l’esperienza del Valdarno</a>.<br />
Alcuni <strong>esempi concreti sono le cure di prossimità</strong>: forme di auto-mutuo aiuto per anziani e persone sole, per famiglie con persone problematiche o fragili, per minori, creando anche tipi di <a style="text-decoration: underline;" href="https://www.sdsempolesevaldarnovaldelsa.it/cms/custom/files/100000/ct50019_id102065_t3/82-2017_ALL._A.pdf">“affidi” temporanei di prossimità</a>. Quindi si tratta di cittadini attivi, talora “esperti” sulla base talora della propria esperienza personale, o comunque è un auto e mutuo aiuto, un soccorso reciproco, nella prossimità del vivere, che si attua in collaborazione tra personale dell’ASL e dei Comuni,  associazioni e cittadini.<br />
Altri esempi concreti sono i patti per svolgere <strong>attività congiunte di prevenzione</strong>, quali la diffusione di stili di vita sani con iniziative per una buona alimentazione (per es. con corsi di cucina con attenzione ai diabetici, malati oncologici, ecc), di educazione al movimento e all’attività fisica per specifiche patologie (quali pressione alta, obesità, ecc); palestre di memorie intergenerazionali (per allenare la memoria in ogni fase della vita). Si tratta di attività svolte dal personale dell’ASL, da associazioni e cittadini, congiuntamente, che sviluppano anche socializzazione e comunità, creando benessere e solidarietà.<br />
Altri esempi ancora, sono i <strong>“punti di comunità”</strong> organizzati da cittadini per i cittadini: realizzati per rispondere alla necessità di offrire informazioni e accompagnamento ai servizi per percorsi di cure di alcune patologie o specifici bisogni soprattutto delle persone più “fragili” socialmente, favorendo connessioni tra associazioni del terzo settore e servizi socio-sanitari, sviluppando forme di volontariato e di “comunità di cure” sui territori. Non sono i PUA (Punti unici di accesso attivati dall’ASL), ma “sportelli leggeri” di informazione ed accompagnamento dei cittadini che vivono sui territori, talora lontani dai servizi sanitari territoriali quali sono le “zone interne”. I punti di prossimità o comunità sono innanzitutto luoghi di ascolto e di accoglienza, di socializzazione, che fungono da interfaccia con il sistema socio-sanitario territoriale, il terzo settore e la rete di cure di prossimità.<br />
<strong>Questi sono solo alcuni esempi, ma potrebbero esservene molti altri, di cosa significhi anche co-produrre con le comunità locali ed il terzo settore</strong>. Ma abbiamo anche visto che è assai difficile, nonostante le richieste dei cittadini e la disponibilità di alcune istituzioni e/o parte dei loro professionisti, mettere in pratica questi tipi di patti. Perché si scontrano con una organizzazione e percorsi decisionali diversi. Perché questo metodo dei patti di collaborazione per co-produrre richiede prioritariamente un nuovo paradigma organizzativo.<strong> </strong></p>
<h4 style="text-align: justify;">E’ innanzitutto necessario cambiare il paradigma organizzativo: il nodo da sciogliere che spetta in primis alle Regioni e ASL</h4>
<p style="text-align: justify;">Occorre soprattutto <strong>a livello regionale il coraggio di uscire dalle secche attuali che da una parte consentono di mettere in pratica approcci di co-progettazione e co-programmazione (art 55 e LRT 65)</strong> per i servizi più strutturati, e con gli enti del terzo settore, ma dall’altra non riescono a sostenere concretamente l’utilizzo di strumenti per promuovere la missione di <strong>community building</strong> che hanno le amministrazioni pubbliche. Eppure, ormai da diversi anni, molte ricerche confermano l’importanza per le amministrazioni pubbliche di favorire la costruzione di comunità perché, al crescere del capitale sociale, la società risulta più resiliente e anche con tassi di sviluppo socio-economico maggiore. Ed i patti di collaborazione siglati direttamente con cittadini (singoli o organizzati) per co-produrre sono potenti strumenti di community building<strong>. Si tratta di due diversi “livelli” di amministrazione condivisa che debbono però necessariamente integrarsi e sostenersi l’un l’altro con una visione “bottom-up”. E non viceversa.<br />
</strong>Dal 2020 ad oggi invece, nonostante importanti ricerche valorizzino il coinvolgimento della comunità per la promozione della salute, si sta purtroppo di fatto diffondendo (anche in Toscana) una duplice forma di amministrazione condivisa che viaggia su “binari paralleli”. Come afferma Daniela Ciaffi (“Amministrare in modo condiviso: la prospettiva degli abitanti a partire dagli invisibili”, in Ezio Manzini e Michele D’Alema<em>,  Fare assieme</em>,  Egea, Milano  2024), l’amministrazione condivisa (AC) dei servizi pubblici attraverso<strong> la co-programmazione e co-progettazione con gli ETS, </strong>da una parte, <strong>e l’AC per la cura dei Beni Comuni con patti firmati anche da cittadini singoli e gruppi informali, </strong>dall’altra parte<strong>. L’intersezione tra i due tipi di AC, </strong>la mancata visione sistemica dei due aspetti, è la trappola che rischia di bloccare lo sviluppo dell’AC nel suo insieme e in specifico delle CdC. E’ questo il nodo da sciogliere prioritariamente: <strong>il cambio di paradigma</strong>, che non è più solo passare da un modello di amministrazione bipolare ad uno collaborativo, ma anche l&#8217;integrazione di diversi strumenti della collaborazione in un visione complessiva di amministrazione condivisa che opera su più livelli. Vi è un livello di prossimità e di relazioni territoriali su scala comunale, in cui i patti di collaborazione forniscono uno strumento concreto di sperimentazione di co-produzioni tra istituzioni e cittadini attivi singoli o organizzati. Vi è anche un livello di scala più ampia in cui le indicazioni dei territori possono essere la base per la co-programmazione e co-progettazione. <strong>Ma non viceversa, se vogliamo che le comunità ne siano protagoniste</strong> <strong>e se vogliamo costruire comunità per promuovere la salute</strong>.</p>
<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-84894 aligncenter" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2024/09/Casa-di-comunita-Schema-2.png" alt="" width="643" height="520" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2024/09/Casa-di-comunita-Schema-2.png 643w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2024/09/Casa-di-comunita-Schema-2-278x225.png 278w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2024/09/Casa-di-comunita-Schema-2-600x485.png 600w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /></p>
<p><em>Immagine condivisa da Rossana Caselli.</em></p>
<h4 style="text-align: justify;">Verso un modello di cura che sia anche delle relazioni</h4>
<p style="text-align: justify;">Spetta quindi innanzitutto alla Regione, all’ANCI, al mondo del TS, adottare una visione “sistemica” dell’AC delle CdC, su più “livelli”. Occorre <strong>un nuovo paradigma </strong>innanzitutto a livello anche regionale o sovracomunale: politiche che facciano della comunità una risorsa sviluppando un suo protagonismo inedito in cui il pubblico crea le condizioni favorevoli e di stimolo per un modello di cura e di comunità di cura. Non si tratta quindi per le CdC di operare solo per una integrazione tra servizi sociali e sanitari, ma di operare per la salute sviluppando<strong> una forte alleanza con le comunità </strong>nella loro interezza. E<strong> i patti di collaborazione </strong>sono lo strumento più idoneo per sperimentarlo.<br />
Questo tipo di servizi pubblici e di collaborazione e protagonismo attivo dei cittadini non solo offrirebbe una nuova risorsa alla salute sui territori, ma darebbe vita ad un recupero di sovranità dal basso capace di rigenerare energie democratiche, di migliorare i rapporti tra istituzioni e cittadini e anche di creare nuove alleanze tra enti del terzo settore e cittadini attivi. E naturalmente questo non vale solo per le CdC, ma per tutti gli ambiti di possibili collaborazioni tra istituzioni e cittadini.</p>
<p><em>Immagine di copertina: ua_Bob_Dmyt_ua su Pixabay</em></p>
<p><strong>LEGGI ANCHE: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.labsus.org/2024/04/le-case-della-comunita-il-modello-valdarno/"><strong>Le case della comunità: il “modello Valdarno”</strong></a></li>
<li><strong><a href="https://www.labsus.org/2024/02/negli-spazi-di-comunita-si-fa-esperienza-di-futuro/">Negli spazi di comunità si fa “esperienza di futuro”</a></strong></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2023/05/beeozanam-da-fabbrica-abbandonata-a-spazio-di-comunita/"><strong>Beeozanam: da fabbrica abbandonata a spazio di comunità</strong></a></li>
<li><strong><a href="https://www.labsus.org/2021/02/l-affido-di-comunita-per-una-pratica-quotidiana-di-cura/">L’affido di comunità: per una pratica quotidiana di cura</a></strong></li>
</ul>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2024/09/lamministrazione-condivisa-e-il-caso-delle-case-di-comunita/">L’amministrazione condivisa e il “caso” delle Case di Comunità</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le case della comunità: il “modello Valdarno”</title>
		<link>https://www.labsus.org/2024/04/le-case-della-comunita-il-modello-valdarno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2024 09:06:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Toscana]]></category>
		<category><![CDATA[ASL]]></category>
		<category><![CDATA[case della comunità]]></category>
		<category><![CDATA[cittadini]]></category>
		<category><![CDATA[collaborazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Pnrr]]></category>
		<category><![CDATA[salute bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[Valdarno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede diversi interventi in campo sanitario, tra cui la realizzazione, entro il 2026, di ben 1288 Case della Comunità su tutto il territorio nazionale. Che cosa sono e come saranno organizzate? Cosa sono le Case della comunità? Le Case della Comunità sono strutture promotrici di un modello di intervento multidisciplinare, nonché luoghi privilegiati per la progettazione di interventi di carattere sanitario, sociale e di integrazione sociosanitaria. La sede dovrà essere visibile e facilmente accessibile per la comunità di riferimento, mentre il concetto chiave del loro funzionamento è rappresentato sia dalla collocazione capillare sui territori, sia dal contributo delle comunità locali. Secondo il PNRR, la Casa della Comunità diventerà lo strumento attraverso cui coordinare i servizi offerti in particolare ai malati cronici, anziani e non autosufficienti; al Terzo settore spetterà anche un ruolo di co-produzione. Si tratta di un’importante opportunità per i cittadini di influire su questi cambiamenti rendendo le comunità locali protagoniste di interventi che sono sempre più caratterizzati da una forte valenza sociale e comunitaria e non solo sanitaria. Il caso toscano Tale opportunità si potrà esprimere anche in forme di amministrazione condivisa. In Toscana vi sono corsi di accompagnamento di ANCI e di Reti associative rivolti agli enti del Terzo settore, con l’obiettivo di preparare questi ultimi a ricoprire tale ruolo. Esistono, in effetti, vari modi di interpretare l’amministrazione condivisa: non solo con la co-progettazione e co-programmazione prevista dall’art. 55 del Codice del Terzo settore, ma anche quella con i patti di collaborazione che i cittadini possono attivare insieme alle istituzioni nell’interesse generale e per un bene comune. Oggi, più che mai, di fondamentale importanza sono la salute ed il sistema sanitario pubblico. Ciò è accaduto in Toscana, in Valdarno, dove la Conferenza integrata dei sindaci degli 8 Comuni che la compongono hanno chiesto a Labsus (insieme a Simurg) di sostenerli per avviare un percorso verso la costituzione delle 4 case della comunità previste dal PNRR su quei territori. Il progetto è stato pensato e proposto all&#8217;Autorità Regionale per la Partecipazione dal Comune di San Giovanni Valdarno ed ha coinvolto tutta la zona. Il percorso, durato circa 8 mesi e terminato nell’aprile del 2024, in seguito a convocazioni sui territori delle organizzazioni del Terzo settore e degli amministratori, nonché ad interviste, questionari e laboratori, si è concluso con la proposta dell’elaborazione di un “vademecum”; l’obiettivo è quello di descrivere la strada condivisa da realizzare per la creazione delle 4 case della comunità in Valdarno sperimentando insieme, sin da subito, alcune concrete modalità di collaborazione. Si tratto di un vademecum considerato, innanzitutto dal Terzo settore, necessario e “fattibile”, che propone i primi patti di collaborazione da cui iniziare questo cammino. Pertanto, accanto a iniziative congiunte con ASL e Comuni nell’ambito dell’educazione sanitaria, sono state elaborate proposte di patti sia per creare presidi di prossimità al fine di promuovere le cure di cui sono protagoniste le comunità, sia forme di auto-mutuo aiuto tra persone di uno stesso territorio o con problematiche di salute simili, sia la mappatura di ciò che fanno le reti e le associazioni già iniziata con il progetto. Insomma, i patti potranno permettere di sperimentare da subito la collaborazione rendendo protagoniste le reti delle cure (formali ed informali) delle comunità locali e co-producendo attività ed interventi. La collaborazione quale valore fondamentale Ne è risultata una grande ricchezza di proposte e di disponibilità a collaborare, espressione anche di una diffusa cultura di solidarietà e di “senso” di comunità che in gran parte caratterizza il vivere in questi stupendi borghi della Toscana dove è ancora forte il valore della prossimità e del prendersi cura reciprocamente. Amministratori e associazioni hanno espresso una variegata forma di modalità di collaborazioni valorizzando anche lo “strumento” dei patti, il quale può integrarsi con le altre forme di amministrazione condivisa (legge regionale Toscana 22 luglio 2020, n. 65) e al tempo stesso favorendo le attività dei cittadini, singoli o associati, nello svolgere concretamente alcune attività e divenendo di fatto, sia pure sperimentalmente, co-produttori di servizi innovativi sui territori. “La comunità che cura, curare la comunità” Di questo si è discusso l’11 aprile a San Giovanni Valdarno presentando i risultati del percorso partecipativo: la salute è un bene comune che può essere salvaguardato solo con una forte collaborazione tra cittadini ed istituzioni (ASL e Comuni) in tanti modi possibili. Ma questo richiede anche una integrazione di strumenti diversi, quali i patti di collaborazione, con la co-progettazione e co-programmazione con ETS, o con altri istituti partecipativi (come i Comitati di partecipazione previsti dalla Regione Toscana), per essere maggiormente efficaci ed inclusivi. In tutto questo percorso va evidenziato anche che è risultato fondamentale il ruolo dei Comuni e della conferenza integrata dei sindaci del Valdarno, non solo nel promuovere i patti, ma anche per “sbloccare” talora gli interlocutori dalla fase del c.d. “dilemma del porcospino”: da una parte si desidera avvicinarsi e collaborare, ma gli aculei non permettono di avvicinarsi senza farsi male l’un l’altro nonostante le intenzioni. In altre parole, i Comuni hanno permesso questo percorso sperimentale mettendo a frutto l’esperienza già maturata sui loro territori con i patti di collaborazione, riproponendola in ambito socio-sanitario e indicando nuovi percorsi di collaborazione tra ASL, Comuni e cittadini singoli ed organizzati. Si sta avviando così &#8211; forti anche della loro esperienza e di una visione di comunità di cui sono espressione &#8211; modalità diverse dalle sole previste con l’art. 55 del Codice del Terzo settore e dalla l.r. n. 65 del 2020 per gli enti del Terzo settore, favorendo una maggiore fiducia reciproca tra ASL e mondo del Terzo settore, per superare quel “dilemma del porcospino” che a volte rischia di bloccare la sottoscrizione di nuovi ed innovativi patti di collaborazione. Per approfondire il percorso che ha portato alla costituzione delle 4 case della comunità: Ascolta i protagonisti raccontare l&#8217;esperienza toscana Consulta i documenti che caratterizzano il progetto &#160; Immagine di copertina: Neil Thomas su Unsplash</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2024/04/le-case-della-comunita-il-modello-valdarno/">Le case della comunità: il “modello Valdarno”</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede diversi interventi in campo sanitario, tra cui la realizzazione, entro il 2026, di ben 1288 Case della Comunità su tutto il territorio nazionale. Che cosa sono e come saranno organizzate?</p>
<h4 style="text-align: justify;">Cosa sono le Case della comunità?</h4>
<p style="text-align: justify;">Le Case della Comunità sono strutture promotrici di un <strong>modello di intervento multidisciplinare</strong>, nonché luoghi privilegiati per la progettazione di interventi di carattere sanitario, sociale e di integrazione sociosanitaria. La sede dovrà essere visibile e facilmente accessibile per la comunità di riferimento, mentre il concetto chiave del loro funzionamento è rappresentato sia dalla collocazione capillare sui territori, sia dal contributo delle comunità locali.<br />
Secondo il PNRR, <em>la Casa della Comunità diventerà lo strumento attraverso cui coordinare i servizi offerti in particolare ai malati cronici, anziani e non autosufficienti; al Terzo settore spetterà anche un ruolo di co-produzione<strong>.</strong></em> Si tratta di un’importante opportunità per i cittadini di influire su questi cambiamenti rendendo le comunità locali protagoniste di interventi che sono sempre più caratterizzati da una forte valenza sociale e comunitaria e non solo sanitaria.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Il caso toscano</h4>
<p style="text-align: justify;">Tale opportunità si potrà esprimere anche in forme di amministrazione condivisa. In Toscana vi sono corsi di accompagnamento di ANCI e di Reti associative rivolti agli enti del Terzo settore, con l’obiettivo di preparare questi ultimi a ricoprire tale ruolo. Esistono, in effetti, <strong>vari modi di interpretare l’amministrazione condivisa</strong>: non solo con la <strong>co-progettazione e co-programmazione</strong> prevista dall’<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaArticolo?art.progressivo=0&amp;art.idArticolo=55&amp;art.versione=1&amp;art.codiceRedazionale=17G00128&amp;art.dataPubblicazioneGazzetta=2017-08-02&amp;art.idGruppo=14&amp;art.idSottoArticolo1=10&amp;art.idSottoArticolo=1&amp;art.flagTipoArticolo=0" target="_blank" rel="noopener">art. 55 del Codice del Terzo settore</a>, ma anche quella con i <strong>patti di collaborazione</strong> che i cittadini possono attivare insieme alle istituzioni nell’interesse generale e per un bene comune. Oggi, più che mai, di fondamentale importanza sono la salute ed il sistema sanitario pubblico.<br />
Ciò è accaduto in Toscana, in Valdarno, dove la Conferenza integrata dei sindaci degli 8 Comuni che la compongono hanno chiesto a Labsus (insieme a <a href="https://www.simurgricerche.it/">Simurg</a>) di sostenerli per avviare un percorso verso la costituzione delle 4 case della comunità previste dal PNRR su quei territori. Il progetto è stato pensato e proposto all&#8217;Autorità Regionale per la Partecipazione dal Comune di San Giovanni Valdarno ed ha coinvolto tutta la zona.<br />
Il percorso, durato circa 8 mesi e terminato nell’aprile del 2024, in seguito a convocazioni sui territori delle organizzazioni del Terzo settore e degli amministratori, nonché ad interviste, questionari e laboratori, si è concluso con la proposta dell’elaborazione di un <strong>“<em>vademecum”</em></strong>; l’obiettivo è quello di <strong>descrivere la strada condivisa</strong> da realizzare per la creazione delle 4 case della comunità in Valdarno sperimentando insieme, sin da subito, alcune concrete modalità di collaborazione.<br />
Si tratto di un vademecum considerato, innanzitutto dal Terzo settore, necessario e “fattibile”, che propone i primi patti di collaborazione da cui iniziare questo cammino. Pertanto, accanto a iniziative congiunte con ASL e Comuni nell’ambito dell’educazione sanitaria, sono state elaborate proposte di patti sia per creare presidi di prossimità al fine di promuovere le cure di cui sono protagoniste le comunità, sia forme di auto-mutuo aiuto tra persone di uno stesso territorio o con problematiche di salute simili, sia la mappatura di ciò che fanno le reti e le associazioni già iniziata con il progetto. Insomma, i<strong> patti </strong>potranno permettere di<strong> sperimentare </strong>da subito la<strong> collaborazione </strong>rendendo protagoniste le<strong> reti delle cure </strong>(formali ed informali) <strong>delle comunità locali </strong>e co-producendo attività ed interventi.</p>
<h4 style="text-align: justify;">La collaborazione quale valore fondamentale</h4>
<p style="text-align: justify;">Ne è risultata una grande ricchezza di proposte e di disponibilità a collaborare, espressione anche di una diffusa cultura di solidarietà e di “senso” di comunità che in gran parte caratterizza il vivere in questi stupendi borghi della Toscana dove è ancora forte il valore della prossimità e del prendersi cura reciprocamente. Amministratori e associazioni hanno espresso una variegata forma di modalità di collaborazioni valorizzando anche lo “strumento” dei patti, il quale può integrarsi con le altre forme di amministrazione condivisa (<a href="https://raccoltanormativa.consiglio.regione.toscana.it/articolo?urndoc=urn:nir:regione.toscana:legge:2020-07-22;65" target="_blank" rel="noopener">legge regionale Toscana 22 luglio 2020, n. 65</a>) e al tempo stesso favorendo le attività dei cittadini, singoli o associati, nello svolgere concretamente alcune attività e divenendo di fatto, sia pure sperimentalmente, co-produttori di servizi innovativi sui territori.</p>
<h4 style="text-align: justify;">“La comunità che cura, curare la comunità”</h4>
<p style="text-align: justify;">Di questo si è discusso l’<a href="https://www.labsus.org/events/la-comunita-che-cura/" target="_blank" rel="noopener">11 aprile a San Giovanni Valdarno</a> presentando i risultati del percorso partecipativo: <strong>la salute è un bene comune </strong>che può essere salvaguardato solo con una<strong> forte collaborazione tra cittadini ed istituzioni (ASL e Comuni) </strong>in tanti modi possibili. Ma questo richiede anche una<strong> integrazione di strumenti diversi</strong>, quali<strong> i patti di collaborazione</strong>, con la<strong> co-progettazione e co-programmazione con ETS, o con altri istituti partecipativi </strong>(come i Comitati di partecipazione previsti dalla Regione Toscana), per essere maggiormente efficaci ed inclusivi.<br />
In tutto questo percorso va evidenziato anche che è risultato fondamentale il ruolo dei Comuni e della conferenza integrata dei sindaci del Valdarno, non solo nel promuovere i patti, ma anche per “sbloccare” talora gli interlocutori dalla fase del c.d. <strong><em>“dilemma del porcospino”: </em></strong>da una parte si desidera avvicinarsi e collaborare, ma gli aculei non permettono di avvicinarsi senza farsi male l’un l’altro nonostante le intenzioni.<br />
In altre parole, i Comuni hanno permesso questo percorso sperimentale mettendo a frutto l’esperienza già maturata sui loro territori con i patti di collaborazione, riproponendola in ambito socio-sanitario e indicando nuovi percorsi di collaborazione tra ASL, Comuni e cittadini singoli ed organizzati. Si sta avviando così &#8211; forti anche della loro esperienza e di una visione di comunità di cui sono espressione &#8211; modalità diverse dalle sole previste con l’art. 55 del Codice del Terzo settore e dalla l.r. n. 65 del 2020 per gli enti del Terzo settore, favorendo una <strong>maggiore fiducia reciproca tra ASL e mondo del Terzo settore, </strong>per superare quel “dilemma del porcospino” che a volte rischia di bloccare la sottoscrizione di nuovi ed innovativi patti di collaborazione.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Per approfondire il percorso che ha portato alla costituzione delle 4 case della comunità:</h4>
<ul>
<li style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://www.youtube.com/watch?v=Lf--837qGeg" target="_blank" rel="noopener">Ascolta i protagonisti raccontare l&#8217;esperienza toscana</a></span></strong></span></li>
<li style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://partecipa.toscana.it/fr/web/comunitachecura/documenti" target="_blank" rel="noopener">Consulta i documenti che caratterizzano il progetto</a></span></strong></span></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Immagine di copertina: Neil Thomas su Unsplash</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2024/04/le-case-della-comunita-il-modello-valdarno/">Le case della comunità: il “modello Valdarno”</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>In Toscana l&#8217;amministrazione condivisa è &#8220;fragile&#8221;: che fare?</title>
		<link>https://www.labsus.org/2023/07/in-toscana-lamministrazione-condivisa-e-fragile-che-fare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jul 2023 09:34:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[leggi regionali]]></category>
		<category><![CDATA[monitoraggio]]></category>
		<category><![CDATA[regioni]]></category>
		<category><![CDATA[sovracomunale]]></category>
		<category><![CDATA[toscana]]></category>
		<category><![CDATA[valutazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=80158</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il 23 maggio si è tenuto a Lucca un incontro in occasione della presentazione del nuovo Rapporto Labsus “Le Scuole: da beni pubblici a beni comuni”. È stata l’occasione sia per fare il punto sullo stato dell’arte dell’amministrazione condivisa dei beni comuni in Toscana, sia per parlare di alcuni patti in particolare del territorio lucchese. Circa il primo aspetto, sono stati resi noti i risultati di alcuni primi dati elaborati in una specifica indagine di Labsus da cui risulta che l’amministrazione condivisa dei beni comuni in Toscana gode nel complesso di buona salute, ma con note preoccupanti che ne compromettono il futuro. Note su cui forse vale la pena di riflettere, non solo per la Toscana, ma per indicare un percorso. Le buone notizie… In Toscana si registra una delle più alte percentuali regionali dei comuni che hanno adottato il Regolamento, con una crescita costante dal 2014 ad oggi: si tratta di 48 comuni, che rappresentano quasi il 20% dei comuni italiani col Regolamento. Siena è stato il secondo comune d’Italia, subito dopo il comune di Bologna. Si tratta di comuni distribuiti in maniera abbastanza omogenea sull’intero territorio regionale: sono prevalentemente di dimensioni medio-piccole (il 50% ha meno di 20.000 abitanti, a differenza di altre regioni); di ogni colore politico (Pistoia – centrodestra &#8211; è attualmente il Comune con maggior numero di patti siglati, 139 nel momento in cui scriviamo); nell’insieme coprono un territorio in cui vivono 1.800.000 abitanti della Toscana, quindi circa la metà dei toscani; si tratta soprattutto di comuni delle zone interne della regione e sono inoltre compresi 9 dei 10 comuni capoluoghi di provincia. In questi comuni sono stati siglati circa 700 Patti di collaborazione: noi ne abbiamo sino ad ora raccolti e catalogati oltre il 50%. Ciascun patto coinvolge mediamente, in iniziative e attività varie, circa 1.000/1.200 presenze. Nel complesso si stimano circa 800.000 cittadini coinvolti. I beni comuni oggetto dei Patti sono per più del 60% di tipo “materiale” (soprattutto spazi pubblici verdi, corsi d’acqua e alcuni immobili) e per meno del 40% di tipo immateriale (welfare di comunità, cultura, educazione e apprendimento, ecc). Sono un vero “tesoretto civico”, perché non solo creano benessere per le comunità producendo “beni relazionali”, momenti di socializzazione e di inclusione sociale, ma sono anche espressione e rafforzano quella cultura ed identità dei luoghi che costituisce l’humus su cui si sono sviluppate le esperienze dei “distretti”: ossia di produzioni che si basano sulla cooperazione dei soggetti che vivono in certo un luogo. E che oggi hanno permesso di costruire anche i distretti di economia civile, le filiere del cibo, le reti dei “pattisti” diffuse in vari territori provinciali toscani. …e quelle cattive Si fa, ma non si dice: dei 48 comuni toscani che hanno adottato il Regolamento, l’80% non offre alcun tipo di informazione sul sito (più di quanto normalmente accade in Italia). Né sul Regolamento e i patti esistenti, né sulle modalità per avanzare proposte di amministrazione condivisa e a chi rivolgersi. Quindi non si comunicano in alcun modo queste esperienze sui territori, ai propri cittadini, spesso neppure all’interno dell’ente stesso. Non si interviene sull’assetto organizzativo: solo 5 Comuni (il 10%) hanno un ufficio preposto con un referente interno stabilmente assegnato in organico e hanno una modalità standardizzata per presentare delle proposte di collaborazione. Prevale il rapporto diretto tra cittadino (singolo o organizzato) con un settore, un assessore o un funzionario: si rafforza quindi un metodo basato sulla informalità talvolta a scapito della trasparenza e della natura stessa dei patti di collaborazione, pensati invece come un ponte tra «la piazza ed il palazzo». In queste condizioni, è sufficiente che nel corso del tempo cambi un’amministrazione politica o l’assessore che aveva favorito l’adozione del Regolamento, che sia spostata ad altro ufficio la persona di riferimento sia pure “informale” dei patti, o che questa vada in pensione, per far sì che le esperienze dei patti di collaborazione si blocchino, senza che ne rimanga traccia nell’organizzazione dell’ente e nessun riferimento per i cittadini. L’amministrazione condivisa dei beni comuni in Toscana è in questa situazione: quindi è “fragile”. E quindi, che fare? I cittadini e gli enti si trovano così oggi a dover faticare molto nel rendere stabile l’Amministrazione condivisa e soprattutto per non fare passi indietro di fronte ad una mancata continuità delle esperienze avviate. Alcuni Patti non vengono così rinnovati, talora ponendo la parola “fine” ad esperienze anche già radicate nelle comunità locali. Sarebbe pertanto necessaria una nuova fase per rendere “a bassa intensità di fatica” l’azione dei cittadini attivi, ma anche quella degli enti, facendo così uscire queste esperienze da un fenomeno “di nicchia&#8221;, per trasformale in normali prassi amministrative. Ma come? La prima proposta di una possibile “normalizzazione trasformativa” per gli enti locali si basa su 5 punti in parte già enunciati: Specifici uffici preposti con responsabilità chiare all’interno della struttura organizzativa e che siano l’interfaccia di riferimento per i cittadini/e; Comunicazione alla città (come minimo sul sito istituzionale) delle esperienze avviate (regolamenti e patti siglati) e delle opportunità aperte a tutti/e (a chi rivolgersi e come fare una proposta di patto); Monitorare e valutare non solo i singoli patti, ma l’insieme, in modo da rilevare anche il loro impatto complessivo sia sui beni comuni, sia sulle comunità e persone (aspetti quindi sia economici che sociali); Formare ed informare il personale dell’ente, in specifico quello preposto a queste funzioni; Collaborare sviluppando la co-progettazione, senza ridurla ad un rituale procedurale, ma valorizzando anche la dimensione intersettoriale. Se tutto questo non verrà attuato si rischia di bloccare non solo i futuri sviluppi, ma anche le innovazioni sino ad ora avviate. Occorre una nuova capacità progettuale degli enti ed una nuova governance collaborativa con l’intervento anche delle istituzioni a livello sovracomunale. Occorre un vero sostegno dal livello regionale Ma è proprio questo il problema: perché non esistono, in Toscana, sostegni istituzionali a nessun livello sovracomunale, nonostante la LRT 71/20 o la LRT 65/20. Al pari degli enti locali non ci risulta esistere, per esempio, da parte della Regione Toscana, nessuna</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2023/07/in-toscana-lamministrazione-condivisa-e-fragile-che-fare/">In Toscana l&#8217;amministrazione condivisa è &#8220;fragile&#8221;: che fare?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 23 maggio si è tenuto a Lucca un incontro in occasione della presentazione del nuovo Rapporto Labsus “<a href="https://www.labsus.org/rapporto-labsus-2022/" target="_blank" rel="noopener">Le Scuole: da beni pubblici a beni comuni</a>”. È stata l’occasione sia per fare il punto sullo stato dell’arte dell’amministrazione condivisa dei beni comuni in Toscana, sia per parlare di alcuni patti in particolare del territorio lucchese.<br />
Circa il primo aspetto, sono stati resi noti i risultati di alcuni primi dati elaborati in una specifica indagine di Labsus da cui risulta che l’amministrazione condivisa dei beni comuni in Toscana gode <strong>nel complesso di buona salute, ma con note preoccupanti che ne compromettono il futuro</strong>. Note su cui forse vale la pena di riflettere, non solo per la Toscana, ma per indicare un percorso.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Le buone notizie…</strong></h4>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Toscana si registra una delle più alte percentuali regionali dei comuni che <a href="https://www.labsus.org/i-regolamenti-per-lamministrazione-condivisa-dei-beni-comuni/" target="_blank" rel="noopener">hanno adottato il Regolamento</a>, </strong>con una crescita costante dal 2014 ad oggi<strong>: </strong>si tratta di 48 comuni, che rappresentano quasi <strong>il 20% dei comuni italiani</strong> col Regolamento. <a href="https://www.labsus.org/2014/05/siena-approva-il-regolamento-sui-beni-comuni-allunanimita/" target="_blank" rel="noopener">Siena è stato il secondo comune d’Italia</a>, subito dopo il comune di Bologna. Si tratta di comuni distribuiti in maniera abbastanza omogenea sull’intero territorio regionale: sono prevalentemente di dimensioni <strong>medio-piccole</strong> (il 50% ha meno di 20.000 abitanti, a differenza di altre regioni); di ogni <strong>colore politico</strong> (Pistoia – centrodestra &#8211; è attualmente il Comune con maggior numero di patti siglati, 139 nel momento in cui scriviamo); nell’insieme coprono un territorio in cui vivono <strong>1.800.000 abitanti della Toscana</strong>, quindi circa la metà dei toscani; si tratta soprattutto di comuni delle zone interne della regione e sono inoltre compresi <strong>9 dei 10 comuni capoluoghi</strong> di provincia.<br />
In questi comuni sono stati siglati <strong>circa 700 Patti di collaborazione</strong>: noi ne abbiamo sino ad ora raccolti e catalogati oltre il 50%. Ciascun patto coinvolge mediamente, in iniziative e attività varie, circa 1.000/1.200 presenze. Nel complesso si stimano <strong>circa 800.000 cittadini coinvolti.<br />
</strong>I beni comuni oggetto dei Patti sono per più del <strong>60% di tipo “materiale”</strong> (soprattutto spazi pubblici verdi, corsi d’acqua e alcuni immobili) e per meno del 40% di tipo immateriale (welfare di comunità, cultura, educazione e apprendimento, ecc). <strong>Sono un vero “tesoretto civico”,</strong> perché non solo creano benessere per le comunità producendo “beni relazionali”, momenti di socializzazione e di inclusione sociale, ma sono anche espressione e rafforzano quella cultura ed identità dei luoghi che costituisce l’humus su cui si sono sviluppate le <a href="https://www.bollatiboringhieri.it/libri/giacomo-becattini-distretti-industriali-e-made-in-italy-9788833910970/" target="_blank" rel="noopener"><strong>esperienze dei “distretti”</strong></a>: ossia di produzioni che si basano sulla cooperazione dei soggetti che vivono in certo un luogo. E che oggi hanno permesso di costruire anche i distretti di economia civile, le filiere del cibo, le reti dei “pattisti” diffuse in vari territori provinciali toscani.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>…e quelle cattive </strong></h4>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si fa, ma non si dice</strong>: dei 48 comuni toscani che hanno adottato il Regolamento, l’80% non offre alcun tipo di informazione sul sito (più di quanto normalmente accade in Italia). Né sul Regolamento e i patti esistenti, né sulle modalità per avanzare proposte di amministrazione condivisa e a chi rivolgersi. Quindi <a href="https://www.labsus.org/2022/07/volete-rigenerare-la-democrazia-comunicate-bene-con-i-cittadini/" target="_blank" rel="noopener">non si comunicano</a> in alcun modo queste esperienze sui territori, ai propri cittadini, spesso neppure all’interno dell’ente stesso.<br />
<strong>Non si interviene sull’assetto organizzativo</strong>: solo 5 Comuni (il 10%) hanno un ufficio preposto con un referente interno stabilmente assegnato in organico e hanno una modalità standardizzata per presentare delle proposte di collaborazione. Prevale il rapporto diretto tra cittadino (singolo o organizzato) con un settore, un assessore o un funzionario: si rafforza quindi un metodo basato sulla informalità talvolta a scapito della trasparenza e della natura stessa dei patti di collaborazione, pensati invece come un ponte tra «la piazza ed il palazzo».<br />
In queste condizioni, è sufficiente che nel corso del tempo cambi un’amministrazione politica o l’assessore che aveva favorito l’adozione del Regolamento, che sia spostata ad altro ufficio la persona di riferimento sia pure “informale” dei patti, o che questa vada in pensione, per far sì che<strong> le esperienze dei patti di collaborazione si blocchino, senza che ne rimanga traccia nell’organizzazione dell’ente e nessun riferimento per i cittadini.<br />
</strong>L’amministrazione condivisa dei beni comuni in Toscana è in questa situazione: quindi è “<strong>fragile</strong>”.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>E quindi, <em>che fare?</em></strong></h4>
<p style="text-align: justify;">I cittadini e gli enti si trovano così oggi a dover faticare molto nel rendere stabile l’Amministrazione condivisa e soprattutto per non fare passi indietro di fronte ad una mancata continuità delle esperienze avviate. Alcuni Patti non vengono così rinnovati, talora ponendo la parola “fine” ad esperienze anche già radicate nelle comunità locali. <strong>Sarebbe pertanto necessaria una nuova fase per rendere “<a href="https://www.che-fare.com/almanacco/politiche/partecipazione-a-bassa-intensita/" target="_blank" rel="noopener">a bassa intensità di fatica</a>” l’azione dei cittadini attivi, ma anche quella degli enti, facendo così uscire queste esperienze da un fenomeno “di nicchia&#8221;, per trasformale in normali prassi amministrative</strong>. Ma come?</p>
<p style="text-align: justify;">La prima proposta di una possibile “normalizzazione trasformativa” <strong>per gli enti locali</strong> si basa su 5 punti in parte già enunciati:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>Specifici uffici</strong> preposti con responsabilità chiare all’interno della struttura organizzativa e che siano l’interfaccia di riferimento per i cittadini/e;</li>
<li><strong>Comunicazione</strong> alla città (come minimo sul sito istituzionale) delle esperienze avviate (regolamenti e patti siglati) e delle opportunità aperte a tutti/e (a chi rivolgersi e come fare una proposta di patto);</li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2017/02/monitorare-i-patti-di-collaborazione-per-fare-emergere-la-citta-sommersa/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Monitorare e valutare</strong></a> non solo i singoli patti, ma l’insieme, in modo da rilevare anche il loro impatto complessivo sia sui beni comuni, sia sulle comunità e persone (aspetti quindi sia economici che sociali);</li>
<li><strong>Formare ed informare</strong> il personale dell’ente, in specifico quello preposto a queste funzioni;</li>
<li><strong>Collaborare</strong> <a href="https://www.labsus.org/2021/09/la-coprogettazione-e-cruciale-per-il-successo-dei-patti/" target="_blank" rel="noopener">sviluppando la co-progettazione</a>, senza ridurla ad un rituale procedurale, ma valorizzando anche la dimensione intersettoriale.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Se tutto questo non verrà attuato si rischia di bloccare non solo i futuri sviluppi, ma anche le innovazioni sino ad ora avviate. <strong>Occorre una nuova capacità progettuale degli enti ed una nuova governance collaborativa </strong>con l’intervento anche delle istituzioni a livello sovracomunale.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Occorre un vero sostegno dal livello regionale</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Ma è proprio questo il problema: perché <strong>non esistono, in Toscana, sostegni istituzionali a nessun livello sovracomunale, nonostante <a href="https://www.labsus.org/2020/10/toscana-una-legge-per-il-governo-collaborativo-dei-beni-comuni-e-del-territorio/" target="_blank" rel="noopener">la LRT 71/20</a> o la <a href="https://raccoltanormativa.consiglio.regione.toscana.it/articolo?urndoc=urn:nir:regione.toscana:legge:2020-07-22;65" target="_blank" rel="noopener">LRT 65/20</a></strong>. Al pari degli enti locali non ci risulta esistere, per esempio, da parte della Regione Toscana, nessuna comunicazione delle esperienze avviate dagli enti sui territori: non è stata creata la banca dati pubblica dei beni comuni (art. 6 della LRT 71/20), né sono state attivate agevolazioni (art 10) o effettuato o anche avviato quel confronto pubblico che si prevedeva entro 18 mesi dall’approvazione della legge (art. 11), ossia entro la fine del 2021. Vi sono quindi strumenti che già potrebbero essere attivati con quelle LRT già esistenti, ma che rimangono solo enunciati. Così, alle condizioni di fragilità strutturale dei Comuni nell’organizzazione interna, come quelle rilevate, <strong>fa eco la mancanza di indirizzi e attività per facilitare l’Amministrazione Condivisa dei beni comuni a livello sovracomunale</strong>, anche se non solo sarebbero possibili azioni di “normalizzazione trasformativa” della cura dei beni comuni, ma <strong>addirittura già previste dalle normative regionali. </strong> Possiamo quindi concludere che se è vero che <strong>c</strong>ome ogni riforma, anche quella dell’Amministrazione condivisa dei beni comuni può dirsi realizzata solo nel momento in cui viene tradotta in pratica, è anche vero che adesso il compito “sussidiario” spetta soprattutto agli enti di dimensione sovracomunale che<strong> dovrebbero favorire, sostenere e coordinare queste realtà già esistenti tanto diffuse quanto ignorate, favorendone anche di nuove.</strong></p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Un pungolo necessario</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">È questa la sfida che adesso abbiamo davanti nelle regioni, come la Toscana, dove per prime e più diffusamente sono stati adottati i regolamenti di amministrazione condivisa dei beni comuni. Perché a fronte della grande disponibilità ed interesse a collaborare per la cura dei beni comuni mostrata dai cittadini, <strong>il cambiamento istituzionale non è ancora adeguato</strong>, più ancora che sul piano normativo su quello delle attività promozionali necessarie e/o previste dalle stesse leggi regionali. Chissà se la Regione Toscana potrà avere una funzione di apripista in questa direzione nei prossimi mesi ed anni, a cui anche altre Regioni potranno ispirarsi! Fors’anche la stessa ANCI. È ciò che ci auguriamo: ma per adesso non vediamo ancora segnali di fumo all’orizzonte, nonostante un <a href="https://www.regione.toscana.it/-/la-toscana-dei-beni-comuni" target="_blank" rel="noopener">protocollo d’intesa</a> a tal fine richiesto da Labsus e già siglato da ANCI e Regione Toscana circa due anni fa. Ma anch’esso quasi del tutto inattuato sino ad oggi.<br />
Quindi, se è vero che i cittadini fanno la cura dei beni comuni (ma ciò non si racconta) è anche vero che spesso <strong>le istituzioni dicono di voler fare (ma non fanno)</strong> quelle attività e cure necessarie perché queste esperienze e forme di cittadinanza attiva siano rese più semplici e normali per tutti/e. A noi tutti/e il compito di essere il loro “pungolo”.<a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>
<p><em>Immagine di copertina: Engjell Gjepali su Unsplash </em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2023/07/in-toscana-lamministrazione-condivisa-e-fragile-che-fare/">In Toscana l&#8217;amministrazione condivisa è &#8220;fragile&#8221;: che fare?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Comunità, giovani e innovazione sociale</title>
		<link>https://www.labsus.org/2022/06/comunita-giovani-e-innovazione-sociale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jun 2022 06:32:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Storie e notizie]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione sociale]]></category>
		<category><![CDATA[patti di collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[Patti educativi]]></category>
		<category><![CDATA[rigenerazione urbana]]></category>
		<category><![CDATA[San Giovanni Valdarno]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola di cittadinanza e comunità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=76484</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il 18 giugno a San Giovanni Valdarno è stato un giorno di festa: si è concluso in grande stile il progetto “Scuola di cittadinanza e comunità”. Una giornata che è stata ricca di indicazioni per chi volesse trarre ispirazione su come un’amministrazione comunale può promuovere la partecipazione e il protagonismo dei giovani nell’alveo del percorso dell’Amministrazione condivisa dei beni comuni. Una giornata in cui, confrontandoci anche con altre esperienze nazionali, si sono individuate alcune interessanti prospettive future di sviluppo. Una giornata di festa animata dai tanti giovani e adolescenti che hanno anche creato, con le loro scuole, alcuni eventi musicali serali e ne hanno progettati altri ancora per i prossimi mesi. Cosa è accaduto e cosa ci insegna questa esperienza La giornata è iniziata col Consiglio comunale straordinario in cui si è svolta la presentazione di alcuni degli esiti di progetto: un Consiglio aperto a cui hanno partecipato ragazzi/e, insegnanti e dirigenti scolastici, cittadini singoli e associati, durante il quale sono stati ringraziati e premiati da parte dell’amministrazione comunale coloro che hanno partecipato al percorso attivato con la collaborazione di Labsus, insieme a Simurg. Il Consiglio Comunale ha voluto premiare i ragazzi/e (tutti tra i 14 ed i 18 anni) quali “animatori di cittadinanza”, ma nella stessa mattina ha anche istituito la Consulta dei Giovani. Il progetto ha quindi innescato l’adozione di processi che renderanno il percorso avviato più stabile e strutturato sul territorio e nel tempo, attraverso: i Patti di collaborazione firmati e in via di definizione, l’elaborazione di altre proposte di collaborazione che saranno valutate fattivamente dalla Giunta, il patto educativo di comunità elaborato con le Scuole, sia con la stessa istituzione della Consulta dei giovani. Le 5 mosse “vincenti” del progetto Il progetto, quindi, sembra aver funzionato nell’avviare un percorso di protagonismo giovanile in città. Perché ha funzionato? 5 passi si sono rivelati fondamentali in questa esperienza: Rovesciare il problema iniziale: è importante non fermarsi alla conflittualità mostrata in questi mesi/anni, negli spazi della città, con ragazzi/e finiti al pronto soccorso, un oratorio chiuso perché “ingestibile” e cittadini che avrebbero voluto l’intervento delle forze dell’ordine. La scelta è stata non di sfoderare il braccio di ferro, ma suscitare l’autonoma iniziativa, la libera espressione e propositività dei giovani cittadini per individuare soluzioni condivise e impegni concreti. Ideare &#8220;La scuola di cittadinanza e comunità&#8221;, ossia uno spazio “esterno” ed iniziale in cui sono confluiti i ragazzi delle scuole, i cittadini singoli e organizzati, amministratori e dipendenti pubblici, favorendo il dialogo e la condivisione, sviluppando life skills, ma anche competenze progettuali e di elaborazione di proposte di patti di collaborazione. Uno spazio nuovo e ibrido, ma non all’interno di cornici già predefinite (quali associazioni, scuole, spazi ricreativi predefiniti, ecc.), ma di tutti e tutte. Creare il gruppo dei “costruttori”, ossia dei cittadini singoli e associati che intendono sostenere le idee, proposte di Patti e progetti dei ragazzi/e, diventando una sorta di organismo parallelo che collabora per “mettere a terra” i percorsi avviati, in un’ottica di sussidiarietà anche educativa e che affianca in alcune fasi la cabina di regia costruita con e dall’ente locale. Coinvolgere attivamente le Scuole proponendo un concorso con premi per le classi e insegnanti. Si tratta di una sorta di “pacchetto” con cui si propone un bando, criteri di partecipazione e di premiazione, modalità di adesione, giuria, ecc.: si offre, cioè, un concorso di idee (ma anche di proposte di Patti) a cui aderire, ma su cui per le Scuole sarà possibile continuare, dopo questa iniziale sperimentazione loro offerta, nei modi ritenuti da loro opportuni e che permetteranno il riconoscimento dei crediti formativi e di PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento). Promuovere i Patti di collaborazione: sono lo strumento utile per concretizzare gli impegni reciproci e dare corpo al principio di sussidiarietà (già recepito dall’amministrazione comunale di San Giovanni Valdarno con il Regolamento dei beni comuni). Perché i Patti permettono di legare le idee ai fatti, aiutano a creare comunità e sviluppare prossimità, a svolgere concrete azioni fattibili a breve condividendo gli obietti con l’ente locale e abituandosi a co-progettare tutti insieme le modalità operative. Aiutano anche a sperimentare e sperimentarsi, come hanno fatto i giovani di San Giovanni che hanno aderito all’iniziativa. Patti quindi di collaborazione, ma anche patti educativi di comunità. Le prospettive per il futuro Nel pomeriggio del 18 giugno l’assessora Nadia Garuglieri, insieme alla sindaca Valentina Vada, hanno creato un momento di dibattito pubblico sul come continuare nella strategia già adottata di politiche di sviluppo di comunità e di prossimità, partendo proprio dalle valutazioni del percorso svolto con i giovani. Hanno partecipato insieme a Rossana Caselli di Labsus, Annibale d’Elia, esperto di innovazione e politiche pubbliche del Comune di Milano, ed Ezio Manzini, esperto di innovazione sociale del Politecnico di Milano. Ne è emersa una valutazione congiunta del progetto e delle modalità con cui è possibile continuare a sviluppare in futuro le comunità di prossimità e in particolare quando queste rendono protagonisti i giovani. Tre sono state le principali indicazioni emerse: smettere di pensare sempre e solo ai servizi (sia pubblici che del privato sociale) bensì sviluppare e valorizzare soprattutto tutte quelle attività che promuovono la partecipazione della comunità, nelle varie forme. Questo sia in ambito sociale, urbanistico, scolastico, ma anche nell’ambito delle politiche occupazionali giovanili e non solo. Previlegiare il “fare” e “fare insieme”, utilizzando lo “strumento” dei Patti di collaborazione o con tante altre modalità concrete, anche in occasione di iniziative quali feste, giochi e appuntamenti di socialità della città, ecc. Adottare il metodo della “leggerezza”, senza voler prefigurare troppo, bensì rimanendo flessibili nei processi, sviluppando un aggiustamento in corso d’opera verso gli obiettivi, anche adottando soluzioni “temporanee” (come uso temporaneo di immobili o altro) perché spesso i beneficiari non sanno che possono essere proprio loro ad ottenere i maggiori risultati positivi dei cambiamenti. Quindi: meglio far provare, per poi decidere, senza temere la mancanza del disegno strategico predefinito a monte, ma col coraggio di sperimentare innovazioni! Ma i ragazzi vanno più veloci della luce. E sembrano aver</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2022/06/comunita-giovani-e-innovazione-sociale/">Comunità, giovani e innovazione sociale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il <strong>18 giugno</strong> a <strong>San Giovanni Valdarno</strong> è stato un <strong>giorno di festa</strong>: si è concluso in grande stile il progetto “<a href="https://www.labsus.org/2022/05/san-giovanni-valdarno-quando-la-rigenerazione-urbana-e-un-gioco-da-ragazzi/" target="_blank" rel="noopener">Scuola di cittadinanza e comunità</a>”. Una giornata che è stata ricca di indicazioni per chi volesse trarre <strong>ispirazione su come un’amministrazione comunale può promuovere la partecipazione e il protagonismo dei giovani</strong> nell’alveo del percorso dell’Amministrazione condivisa dei beni comuni. Una giornata in cui, confrontandoci anche con altre esperienze nazionali, si sono individuate alcune <strong>interessanti prospettive future di sviluppo</strong>. Una giornata di festa animata dai tanti giovani e adolescenti che hanno anche creato, con le loro scuole, alcuni eventi musicali serali e ne hanno progettati altri ancora per i prossimi mesi.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Cosa è accaduto e cosa ci insegna questa esperienza </strong></h4>
<p style="text-align: justify;">La giornata è iniziata col Consiglio comunale straordinario in cui si è svolta la presentazione di alcuni degli esiti di progetto: un Consiglio aperto a cui hanno partecipato ragazzi/e, insegnanti e dirigenti scolastici, cittadini singoli e associati, durante il quale sono stati ringraziati e premiati da parte dell’amministrazione comunale coloro che hanno partecipato al percorso attivato con la collaborazione di <strong>Labsus</strong>, insieme a <a href="https://www.simurgricerche.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Simurg</strong></a>.</p>
<div id="attachment_76485" style="width: 171px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-76485" class="wp-image-76485 size-medium" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/06/Animatori-di-cittadinanza-attiva_2022-161x225.jpg" alt="" width="161" height="225" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/06/Animatori-di-cittadinanza-attiva_2022-161x225.jpg 161w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/06/Animatori-di-cittadinanza-attiva_2022-730x1024.jpg 730w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/06/Animatori-di-cittadinanza-attiva_2022-768x1077.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/06/Animatori-di-cittadinanza-attiva_2022-1096x1536.jpg 1096w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/06/Animatori-di-cittadinanza-attiva_2022-1461x2048.jpg 1461w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/06/Animatori-di-cittadinanza-attiva_2022-810x1135.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/06/Animatori-di-cittadinanza-attiva_2022-1140x1598.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/06/Animatori-di-cittadinanza-attiva_2022-600x841.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/06/Animatori-di-cittadinanza-attiva_2022-scaled.jpg 1826w" sizes="(max-width: 161px) 100vw, 161px" /><p id="caption-attachment-76485" class="wp-caption-text">La medaglia conferita dal Consiglio comunale ai ragazzi che hanno preso parte al progetto</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il Consiglio Comunale ha voluto premiare i ragazzi/e (tutti tra i 14 ed i 18 anni) quali “<strong>animatori di cittadinanza</strong>”, ma nella stessa mattina ha anche istituito la <strong>Consulta dei Giovani</strong>. Il progetto ha quindi innescato l’adozione di processi che renderanno il <strong>percorso avviato più stabile e strutturato</strong> sul territorio e nel tempo, attraverso: i Patti di collaborazione firmati e in via di definizione, l’elaborazione di altre proposte di collaborazione che saranno valutate fattivamente dalla Giunta, il patto educativo di comunità elaborato con le Scuole, sia con la stessa istituzione della Consulta dei giovani.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Le 5 mosse “vincenti” del progetto</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Il progetto, quindi, sembra aver funzionato nell’avviare un percorso di protagonismo giovanile in città. Perché ha funzionato? 5 passi si sono rivelati fondamentali in questa esperienza:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>Rovesciare il problema iniziale</strong>: è importante non fermarsi alla conflittualità mostrata in questi mesi/anni, negli spazi della città, con ragazzi/e finiti al pronto soccorso, un oratorio chiuso perché “ingestibile” e cittadini che avrebbero voluto l’intervento delle forze dell’ordine. La scelta è stata non di sfoderare il braccio di ferro, ma suscitare l’<strong>autonoma iniziativa, la libera espressione e propositività dei giovani cittadini</strong> per individuare soluzioni condivise e impegni concreti.</li>
<li><strong>Ideare &#8220;La scuola di cittadinanza e comunità&#8221;</strong>, ossia uno spazio “esterno” ed iniziale in cui sono confluiti i ragazzi delle scuole, i cittadini singoli e organizzati, amministratori e dipendenti pubblici, favorendo il dialogo e la condivisione, sviluppando <em>life skills</em>, ma anche competenze progettuali e di elaborazione di proposte di patti di collaborazione. Uno spazio<strong> nuovo e ibrido, ma non all’interno di cornici già predefinite </strong>(quali associazioni, scuole, spazi ricreativi predefiniti, ecc.), ma di tutti e tutte.</li>
<li><strong>Creare il gruppo dei “costruttori”</strong>, ossia dei cittadini singoli e associati che intendono sostenere le idee, proposte di Patti e progetti dei ragazzi/e, diventando una sorta di organismo parallelo che collabora per “mettere a terra” i percorsi avviati, in un’ottica di sussidiarietà anche educativa e che affianca in alcune fasi la cabina di regia costruita con e dall’ente locale.</li>
<li><strong>Coinvolgere attivamente le Scuole proponendo un concorso con premi per le classi e insegnanti</strong>. Si tratta di una sorta di “pacchetto” con cui si propone un bando, criteri di partecipazione e di premiazione, modalità di adesione, giuria, ecc.: si offre, cioè, un concorso di idee (ma anche di proposte di Patti) a cui aderire, ma su cui per le Scuole sarà possibile continuare, dopo questa iniziale sperimentazione loro offerta, nei modi ritenuti da loro opportuni e che permetteranno il riconoscimento dei crediti formativi e di PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento).</li>
<li><strong>Promuovere i Patti di collaborazione</strong>: sono lo strumento utile per concretizzare gli impegni reciproci e dare corpo al principio di sussidiarietà (già recepito dall’amministrazione comunale di San Giovanni Valdarno con il Regolamento dei beni comuni). Perché i Patti permettono di legare le idee ai fatti, aiutano a creare comunità e sviluppare prossimità, a svolgere concrete azioni fattibili a breve condividendo gli obietti con l’ente locale e abituandosi a co-progettare tutti insieme le modalità operative. Aiutano anche a sperimentare e sperimentarsi, come hanno fatto i giovani di San Giovanni che hanno aderito all’iniziativa. Patti quindi di collaborazione, ma anche patti educativi di comunità.</li>
</ul>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Le prospettive per il futuro</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Nel pomeriggio del 18 giugno l’assessora <strong>Nadia Garuglieri</strong>, insieme alla sindaca <strong>Valentina Vada</strong>, hanno creato un momento di dibattito pubblico sul come continuare nella strategia già adottata di politiche di sviluppo di comunità e di prossimità, partendo proprio dalle valutazioni del percorso svolto con i giovani. Hanno partecipato insieme a <strong>Rossana Caselli</strong> di Labsus, <strong>Annibale d’Elia</strong>, esperto di innovazione e politiche pubbliche del Comune di Milano, ed <strong>Ezio Manzini</strong>, esperto di innovazione sociale del Politecnico di Milano. Ne è emersa una valutazione congiunta del progetto e delle modalità con cui è possibile continuare a sviluppare in futuro le comunità di prossimità e in particolare quando queste rendono protagonisti i giovani. Tre sono state le principali indicazioni emerse:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>smettere di pensare sempre e solo ai servizi (sia pubblici che del privato sociale) bensì sviluppare e valorizzare soprattutto tutte quelle <strong>attività che promuovono la partecipazione della comunità, nelle varie forme</strong>. Questo sia in ambito sociale, urbanistico, scolastico, ma anche nell’ambito delle politiche occupazionali giovanili e non solo.</li>
<li>Previlegiare il <strong>“fare”</strong> e “fare insieme”, utilizzando lo “strumento” dei Patti di collaborazione o con tante altre modalità concrete, anche in occasione di iniziative quali feste, giochi e appuntamenti di socialità della città, ecc.</li>
<li>Adottare <strong>il metodo della</strong> <strong>“leggerezza”,</strong> senza voler prefigurare troppo, bensì rimanendo flessibili nei processi, sviluppando un aggiustamento in corso d’opera verso gli obiettivi, anche adottando soluzioni “temporanee” (come uso temporaneo di immobili o altro) perché spesso i beneficiari non sanno che possono essere proprio loro ad ottenere i maggiori risultati positivi dei cambiamenti. Quindi: meglio far provare, per poi decidere, senza temere la mancanza del disegno strategico predefinito a monte, ma col coraggio di sperimentare innovazioni!</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Ma i ragazzi vanno più veloci della luce. E sembrano aver capito molto bene il senso della sperimentazione avviata a san Giovanni. Ora si apre una nuova fase: la fase della costruzione della stabilità e continuità, secondo i tre punti di cui sopra, rafforzando le radici comunitarie del territorio. E l’Assessora, la Sindaca e il presidente del Consiglio stanno già operando in tal senso. E alcuni dei ragazzi di San Giovanni Valdarno si stanno già accordando con altri ragazzi delle Scuole di cittadinanza della Toscana per incontrarsi e scambiarsi le esperienze. E per chi volesse saperne di più può trovare ulteriori informazioni <a href="https://partecipa.toscana.it/es/web/scuola-cittadinanza-comunita" target="_blank" rel="noopener">qui</a>.</p>
<p><em>Foto di copertina: il Consiglio comunale di sabato 18 giugno, tenutosi in forma aperta </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2022/06/comunita-giovani-e-innovazione-sociale/">Comunità, giovani e innovazione sociale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Quando la rigenerazione urbana è un gioco da ragazzi</title>
		<link>https://www.labsus.org/2022/05/san-giovanni-valdarno-quando-la-rigenerazione-urbana-e-un-gioco-da-ragazzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 May 2022 07:24:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Casi beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Storie e notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Alleanza]]></category>
		<category><![CDATA[cittadini attivi]]></category>
		<category><![CDATA[co-progettazione]]></category>
		<category><![CDATA[comunità ]]></category>
		<category><![CDATA[costruttori]]></category>
		<category><![CDATA[patto di collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[rigenerazione urbana]]></category>
		<category><![CDATA[San Giovanni Valdarno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È possibile pensare di ridisegnare i luoghi di una città per renderli più a misura dei giovani? Avviare un percorso di rigenerazione urbana di cui i giovani, che usano quegli spazi, ne siano i protagonisti e non solo gli “utenti” finali? È quanto sta accadendo in un borgo medievale, un gioiello nel cuore della Toscana che ha dato i natali a Masaccio ed a Beato Angelico, che affonda le sue radici nel Rinascimento ed ha tanti vicoli bui e stetti in cui perdersi inseguendo odori di buona cucina toscana: questo è San Giovanni Valdarno. In questo borgo è stata fatta una sorta di scommessa straordinaria da parte di un’assessora, Nadia Garuglieri, e noi di Labsus le abbiamo dato una mano! Ed abbiamo fatto un progetto insieme, anche con la partecipazione di Simurg. Il problema Da tempo questo borgo rinascimentale era troppo stretto per i ragazzi che vi vivono o per i molti altri che vi arrivano tutti i giorni dal Valdarno per studiare ai licei, all’ISIS o ad altre scuole. Con la pandemia ed il lockdown, con la DAD, gli spazi della città sono diventati sempre più stretti ed angusti per molti di loro che non riuscivano a dare espressione alla vitalità e talora rabbia che molti adolescenti hanno dentro, soprattutto quando vivono in condizioni familiari e sociali difficili. Episodi di bullismo, di liti tra ragazze/i finiti al pronto soccorso, vandalismi e schiamazzi notturni, hanno acuito le difficoltà di convivenza tra generazioni diverse, richiamando l’attenzione del Comune per gestire situazioni difficili. Tanto che anche l’oratorio, con il suo prete, Don Stefano, seppur essendo un prete “informale” ed aperto al gioco e al dialogo con i ragazzi, ha preferito chiudere i battenti per le tante situazioni difficili. Un pensiero si fa strada Perché non provare a chiedere ai ragazzi stessi come la vorrebbero questa città? Che proposte hanno per gestire direttamente loro alcuni di questi spazi? In fin dei conti il Comune di San Giovanni Valdarno ha il Regolamento dei beni comuni e loro potrebbero anche fare proposte di Patti di collaborazione per prendersi cura di alcuni spazi della città. Una scommessa? Un pensiero assurdo? Una di quelle visioni candide per non accettare con realismo il fatto che la “meglio gioventù” è morta e seppellita? Un progetto Abbiamo pensato ad un progetto, partendo dal bando regionale della partecipazione, ossia la legge 46 del 2013 con cui la Regione Toscana, ormai da quasi 10 anni, co-finanza i processi partecipativi. Un progetto che ha coinvolto tutte le scuole di San Giovanni Valdarno con un concorso di idee con cui si chiedeva di presentare elaborati che indicassero come avrebbero voluto la città e cosa avrebbero voluto fare, anche direttamente, i ragazzi/e dai 14 ai 18 anni, per renderla più a loro misura. Poi, una scuola di cittadinanza per diventare “animatori della comunità”. Così, attraverso tre incontri on line e tre laboratori in presenza, abbiamo affrontato le risposte da dare a tre domande di base: perché è meglio essere cittadini attivi che passivi? Perché è meglio dare libera espressione a ciò che si sente dentro invece di tenerselo in fondo al cuore e nella pancia? Perché è meglio “fare” insieme agli altri, invece che stare da soli? Abbiamo cercato e valutato insieme le risposte con relazioni di esperti e le testimonianze di chi portava la propria esperienza, con chi ha “fatto comunità” con i beni comuni. E poi si è creato un altro gruppo, quello dei “costruttori”, ossia di persone che vogliono essere un supporto concreto per dare gambe alle idee dei ragazzi: rappresentanti di associazioni culturali, sportive, cittadini attivi che puliscono spazi verdi, o cittadini stufi degli schiamazzi notturni, ma che vorrebbero dare una mano a trovare soluzioni. Anche don Stefano, naturalmente, ha preso parte all’iniziativa! Insomma un gruppo di cittadini disponibili e responsabili, pronti non a reprimere ma a far esprimere e ad ascoltare i ragazzi. Ed anche insegnanti e dirigenti scolastici stanno dalla loro parte, pronti a diventare “costruttori”, dando radici solide alle idee dei ragazzi/e. Un gruppo di “costruttori” che abbiamo chiamato a riconoscersi come cittadini attivi e di cui San Giovanni Valdarno è ricca. Quali idee di cambiamento dei ragazzi e ragazze di San Giovanni Valdarno E le idee non sono mancate ed hanno sorpreso tutti per la bellezza dei luoghi che i ragazzi hanno saputo vedere anche dove c’era solo degrado e dove hanno espresso il desiderio di prendersene cura, animando la città. Sono uscite 4 o 5 proposte particolarmente interessanti e “fattibili” di cui due sono già diventate Patti di collaborazione, dopo solo 5 mesi dall’inizio del progetto. Altre lo saranno, ma richiedono tempi più lunghi. Il primo Patto di collaborazione è già iniziato: è relativo al “centro storico”. Daniele, con altri ragazzi e con alcuni “costruttori”, hanno aperto un gazebo accanto alla pro-loco e, con le ragazze AVO – le “clown in corsia” che regalavano giochi e sorrisi a tutti i bambini –, hanno presentato il loro Patto spiegandone le ragioni. È stata scelta l’occasione della festa europea per i 70 anni dell’Europa unita, oggi gravemente minacciata dalla guerra ed in crisi. Ma è stato solo l’inizio delle loro attività. Un altro Patto è relativo ad uno spazio in cui i ragazzi si ritrovano aspettando di entrare a scuola o prima di tornare a casa: è denominato le “4 panche”. Vorrebbero rendere quello spazio colorato, pulito e con fiori, dedicato ai pensieri sulla convivenza delle diversità, coinvolgendo gli abitanti vicini e animandolo anche con attività sportive e ludiche. Sono stati individuati anche altri due spazi della città di cui prendersi cura: Lungarno e Fornaci. Ed infine vi è anche il progetto di rigenerazione di uno spazio abbandonato, vicino alla stazione. Il progetto si chiama “Tuà”, ossia come si pronuncia “tu” in francese: tu cosa sei disposto a fare? Un appello ad essere cittadini attivi! Questi ultimi tre possibili Patti richiedono però anche un investimento da parte del Comune per risanare luoghi che i ragazzi potrebbero poi gestire almeno in parte. E, per queste ragioni, sarà necessario</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2022/05/san-giovanni-valdarno-quando-la-rigenerazione-urbana-e-un-gioco-da-ragazzi/">Quando la rigenerazione urbana è un gioco da ragazzi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È possibile pensare di <strong>ridisegnare i luoghi di una città per renderli più a misura dei giovani</strong>? Avviare un percorso di rigenerazione urbana di cui i giovani, che usano quegli spazi, ne siano i <strong>protagonisti</strong> e non solo gli “utenti” finali? È quanto sta accadendo in un borgo medievale, un gioiello nel cuore della Toscana che ha dato i natali a Masaccio ed a Beato Angelico, che affonda le sue radici nel Rinascimento ed ha tanti vicoli bui e stetti in cui perdersi inseguendo odori di buona cucina toscana: questo è <strong>San Giovanni Valdarno</strong>. In questo borgo è stata fatta una sorta di scommessa straordinaria da parte di un’assessora, <strong>Nadia Garuglieri</strong>, e noi di Labsus le abbiamo dato una mano! Ed abbiamo fatto un progetto insieme, anche con la partecipazione di <a href="https://www.simurgricerche.it/" target="_blank" rel="noopener">Simurg</a>.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Il problema </strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Da tempo questo borgo rinascimentale era<strong> troppo stretto</strong> per i ragazzi che vi vivono o per i molti altri che vi arrivano tutti i giorni dal Valdarno per studiare ai licei, all’ISIS o ad altre scuole. Con la pandemia ed il <em>lockdown</em>, con la DAD, gli spazi della città sono diventati sempre più stretti ed angusti per molti di loro che <strong>non riuscivano a dare espressione alla vitalità</strong> e talora rabbia che molti adolescenti hanno dentro, soprattutto quando vivono in condizioni familiari e sociali difficili. Episodi di bullismo, di liti tra ragazze/i finiti al pronto soccorso, vandalismi e schiamazzi notturni, hanno acuito le <strong>difficoltà di convivenza tra generazioni diverse</strong>, richiamando l’attenzione del Comune per gestire situazioni difficili. Tanto che anche l’oratorio, con il suo prete, <strong>Don Stefano</strong>, seppur essendo un prete “informale” ed aperto al gioco e al dialogo con i ragazzi, ha preferito chiudere i battenti per le tante situazioni difficili.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Un pensiero si fa strada </strong></h4>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché non provare a chiedere ai ragazzi stessi come la vorrebbero questa città</strong>? Che proposte hanno per gestire direttamente loro alcuni di questi spazi? In fin dei conti il Comune di San Giovanni Valdarno ha il <strong><a href="https://www.comunesgv.it/content/uploads/2020/05/Regolamento-Beni-Comuni.pdf" target="_blank" rel="noopener">Regolamento dei beni comuni</a> e loro potrebbero anche fare proposte di Patti di collaborazione </strong>per prendersi cura di alcuni spazi della città. Una scommessa? Un pensiero assurdo? Una di quelle visioni candide per non accettare con realismo il fatto che la “meglio gioventù” è morta e seppellita?</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Un progetto</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo pensato ad un progetto, partendo dal bando regionale della partecipazione, ossia la <a href="https://www.labsus.org/2018/09/ancora-partecipazione-la-legge-toscana-46-2013-allo-specchio/" target="_blank" rel="noopener">legge 46 del 2013</a> con cui la Regione Toscana, ormai da quasi 10 anni, co-finanza i processi partecipativi. Un progetto che ha coinvolto tutte le scuole di San Giovanni Valdarno con <strong>un concorso</strong> <strong>di idee</strong> con cui si chiedeva di presentare elaborati che indicassero come avrebbero voluto la città e cosa avrebbero voluto fare, anche direttamente, i ragazzi/e dai 14 ai 18 anni, per renderla più a loro misura. Poi, una <strong>scuola di cittadinanza</strong> per diventare “animatori della comunità”. Così, attraverso <strong>tre incontri <em>on line</em></strong> e <strong>tre laboratori</strong> in presenza, abbiamo affrontato le risposte da dare a tre domande di base: perché <strong>è meglio essere cittadini attivi</strong> che passivi? Perché <strong>è meglio dare libera espressione a ciò che si sente dentro</strong> invece di tenerselo in fondo al cuore e nella pancia? Perché <strong>è meglio “fare” insieme agli altri</strong>, invece che stare da soli? Abbiamo cercato e valutato insieme le risposte con relazioni di esperti e le testimonianze di chi portava la propria esperienza, con chi ha “fatto comunità” con i beni comuni.<br />
E poi si è creato un altro gruppo, quello dei <strong>“costruttori</strong>”, ossia di persone che vogliono essere <strong>un supporto concreto</strong> per dare gambe alle idee dei ragazzi: rappresentanti di associazioni culturali, sportive, cittadini attivi che puliscono spazi verdi, o cittadini stufi degli schiamazzi notturni, ma che vorrebbero dare una mano a trovare soluzioni. Anche don Stefano, naturalmente, ha preso parte all’iniziativa! Insomma un gruppo di cittadini disponibili e responsabili, pronti non a reprimere ma a far esprimere e ad ascoltare i ragazzi. Ed anche insegnanti e dirigenti scolastici stanno dalla loro parte, pronti a diventare “costruttori”, dando radici solide alle idee dei ragazzi/e. Un gruppo di “costruttori” che abbiamo chiamato a riconoscersi come cittadini attivi e di cui San Giovanni Valdarno è ricca.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Quali idee di cambiamento dei ragazzi e ragazze di San Giovanni Valdarno </strong></h4>
<p style="text-align: justify;">E <strong>le idee non sono mancate</strong> ed hanno sorpreso tutti per la bellezza dei luoghi che i ragazzi hanno saputo vedere anche dove c’era solo degrado e dove hanno espresso il desiderio di prendersene cura, animando la città. Sono uscite 4 o 5 proposte particolarmente interessanti e “fattibili” di cui <strong>due sono già diventate Patti di collaborazione</strong>, dopo solo 5 mesi dall’inizio del progetto. Altre lo saranno, ma richiedono tempi più lunghi.<br />
Il <strong>primo Patto di collaborazion</strong>e è già iniziato: è relativo al “<strong>centro storico</strong>”. <strong>Daniele</strong>, con altri ragazzi e con alcuni “costruttori”, hanno aperto un gazebo accanto alla pro-loco e, con le ragazze AVO – le “clown in corsia” che regalavano giochi e sorrisi a tutti i bambini –, hanno presentato il loro Patto spiegandone le ragioni. È stata scelta l’occasione della festa europea per i 70 anni dell’Europa unita, oggi gravemente minacciata dalla guerra ed in crisi. Ma è stato solo l’inizio delle loro attività.<br />
Un <strong>altro Patto</strong> è relativo ad uno spazio in cui i ragazzi si ritrovano aspettando di entrare a scuola o prima di tornare a casa: è denominato le “<strong>4 panche</strong>”. Vorrebbero rendere quello spazio colorato, pulito e con fiori, dedicato ai pensieri sulla convivenza delle diversità, coinvolgendo gli abitanti vicini e animandolo anche con attività sportive e ludiche.<br />
Sono stati individuati anche altri due spazi della città di cui prendersi cura: <strong>Lungarno e Fornaci</strong>. Ed infine vi è anche il progetto di rigenerazione di uno spazio abbandonato, vicino alla stazione. Il progetto si chiama “<strong>Tuà</strong>”, ossia come si pronuncia “tu” in francese: <strong>tu cosa sei disposto a fare</strong>? Un appello ad essere cittadini attivi! Questi ultimi tre possibili Patti richiedono però anche <strong>un investimento da parte del Comune</strong> per risanare luoghi che i ragazzi potrebbero poi gestire almeno in parte. E, per queste ragioni, sarà necessario un <a href="https://www.labsus.org/2021/09/la-coprogettazione-e-cruciale-per-il-successo-dei-patti/#:~:text=La%20coprogettazione%20%C3%A8%20lo%20strumento,le%20istituzioni%20quanto%20la%20comunit%C3%A0." target="_blank" rel="noopener">periodo più lungo di co-progettazione</a>.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>La sussidiarietà educativa</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Labsus sta conducendo questa esperienza entusiasmante. Chi volesse vedere i video delle proposte dei ragazzi/e, le caratteristiche e le fasi principali del progetto, può trovarle <a href="https://partecipa.toscana.it/es/web/scuola-cittadinanza-comunita" target="_blank" rel="noopener"><strong>QUI</strong></a>!<br />
Certo: magari tra poco tutto si potrebbe fermare perché la scuola finisce, i ragazzi vanno in vacanza, e si sa che i ragazzi non sono continuativi con i loro impegni. Ma <strong>questi ragazzi hanno dimostrato di essere capaci</strong> e hanno comunque evidenziato che questo tipo di percorso è possibile. Adesso bisogna dare continuità d’impegno. <strong>Sta ai cittadini tutti diventare davvero dei “costruttori”</strong>, attivi per e nella nuova “città dei giovani” da realizzare insieme. Anche alle scuole sta di dimostrare il proprio impegno, magari facendo un Patto educativo di comunità. Il Comune, da parte sua, ha mostrato di voler esserci ed i Patti di collaborazione possono essere un ottimo strumento per iniziare a cambiare in tal senso. Agli adulti spetta il compito di dimostrare che sanno fare la loro parte, sostenendo i giovani secondo i metodi che sono fondati sul principio di sussidiarietà, anche educativa. Ed è per questo che è prevista <strong>un’altra importante tappa del</strong> <strong>progetto il 18 giugno</strong>: l’ultima, prima che questo percorso entri a camminare in autonomia da solo senza più il sostegno di un progetto d’avvio come quello finora intrapreso. Quel giorno, il Consiglio Comunale, in seduta straordinaria, ascolterà e premierà i ragazzi/e protagonisti del percorso e saranno presentante anche le linee future. All’evento ci saranno ospiti d’eccezione con cui confrontarsi, tra cui <strong>Annibale d’Elia</strong>, che si occupa da anni di rigenerazione urbana e politiche di innovazione (presso il Comune di Milano) e ha diretto il<strong><a href="http://bollentispiriti.regione.puglia.it/" target="_blank" rel="noopener"> programma “Bollenti spiriti”</a> della Regione Puglia</strong>. Non mancherà l’intrattenimento musicale degli stessi giovani. Noi di Labsus vi terremo aggiornati sui risultati di quest’ultimo appuntamento!</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Foto di copertina: i firmatari del Patto di collaborazione relativo il &#8220;centro storico&#8221; con le ragazze dell&#8217;AVO e l&#8217;assessora Nadia Garuglieri (credits:i firmatari del Patto)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2022/05/san-giovanni-valdarno-quando-la-rigenerazione-urbana-e-un-gioco-da-ragazzi/">Quando la rigenerazione urbana è un gioco da ragazzi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Laboratori di cittadinanza per la sostenibilità ambientale</title>
		<link>https://www.labsus.org/2022/05/laboratori-di-cittadinanza-per-la-sostenibilita-ambientale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2022 13:21:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Storie e notizie]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Bagni di foresta]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[ecoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Lucca]]></category>
		<category><![CDATA[patti di collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola di cittadinanza e comunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dai 7 incontri online della Scuola di Cittadinanza e Comunità di Lucca è emerso con evidenza come mettere al centro dei nostri Patti di collaborazione l’ambiente naturale in cui si vive voglia dire prendersi cura delle nostre vite e del benessere anche delle generazioni future. Del  resto anche la recente modifica all’art. 9 della Costituzione ha introdotto il diritto alla tutela dell’ambiente, della biodiversità ed ecosistemi nell’interesse delle future generazioni. Su questa base hanno preso avvio tre laboratori che, su diversi territori periferici della città, hanno posto al centro del confronto con i cittadini proprio il tema della sostenibilità ambientale e del tipo di benessere che si intende perseguire: tre laboratori che riteniamo possano essere utili per un confronto con tutti coloro che sono impegnati in Italia in Patti di collaborazione su questi temi. La funzione terapeutica del prendersi cura dell’ambiente naturale A Pontetetto, un gruppo di cittadine/i ha attivato dal 2019 un Patto di collaborazione per la cura di uno spazio verde e di un canale che lo attraversa, l’Ozzeri: questo canale ha causato in passato numerosi allagamenti. Nei secoli sono state costruite opere idrauliche, con vasche di espansione che nel tempo hanno favorito una particolare fauna acquatica. È questo un ambiente ove, con il Patto, il gruppo di cittadini provvedono alla cura degli spezi verdi e blu, attivando 4 sentieri di trekking o in bici attraverso cui si possono percorrere circa 15 km immersi nella natura. Nel Laboratorio di Pontetetto il tema affrontato – con la guida dello psicoterapeuta Giorgio Piccinino – è stato il tipo di benessere che vogliamo creare con il “Patto-natura”: perché proprio il prendersi cura dell’ambiente ha innanzitutto una funzione terapeutica su noi stessi. Prendersi cura dell’ambiente naturale aiuta infatti ad aver cura della nostra natura umana, della parte forse migliore e più costruttiva. E nel farlo insieme agli altri, ci aiuta a creare anche un ambiente sociale in cui è più facile aprirsi, provare stima e gratitudine per le persone vicine, rafforzando i legami. E si gioisce quando possiamo curare i lati migliori del nostro ambiente e di noi stessi. Comunicare anche agli altri questo tipo di benessere, ossia la cura ambientale come terapia anche per noi stessi, diventa quindi un fondamentale messaggio di questi Patti. Co-progettare i territori e il ruolo della Regione Un altro Laboratorio si è svolto al Bucaneve, luogo dove tre cittadine/i sono diventati/e firmatarie del primo Patto di collaborazione di Lucca, attivando dal 2017 un Centro di cittadinanza nell’Oltreserchio in una ex scuola elementare, dove hanno creato moltissime attività per cittadine/i. Al Bucaneve è emerso subito un problema comune: la cura che si ha di ampi luoghi, come boschi, fiumi, mari, va spesso oltre le responsabilità dell’ente locale e chiamano in causa altri enti, di dimensioni sovracomunali, tra cui anche il Genio Civile e la stessa Regione. Benché i cittadini del Bucaneve svolgano da anni numerosi compiti inerenti a vari corsi d’acqua della zona, il progetto “Le scalette del Nottolini”, finalizzato a riportare alla luce l’antico accesso al fiume ed alle spiagge sottostanti, si è dovuto fermare, per la mancata collaborazione del Genio Civile. È stato attivato quindi un contatto con l’assessorato all’ambiente della Regione Toscana per poter avviare un dialogo istituzionale più ampio, anche in virtù della Legge della Regione Toscana n. 71/2020: l’unica legge regionale in Italia, dopo quella del Lazio, che prevede anche un Regolamento in materia di beni comuni. Sarà questo quindi un banco di prova per l’applicazione della stessa legge sui beni comuni. Ed il problema evidenzia la necessità, per tutti i Patti su temi ambientali, di una normativa di Amministrazione condivisa dei beni a dimensione sovracomunale. Bagni di foresta: una risorsa di benessere e di attrazione turistica Infine il terzo laboratorio si è svolto al Piaggione, dove sorge un altro Centro di cittadinanza, in un territorio alle porte della Garfagnana che ha subito in tempi recenti un forte declino industriale. In questo laboratorio è tornato con forza il tema del benessere con una proposta molto concreta: i bagni di foresta quale forma di ecoterapia. Con l’ausilio di un antropologo, Fabio Malfatti, e di un agronomo dell’Università di Pisa, Massimo Rovai, si sono valutate le modalità concrete e le ricadute turistiche di un percorso di progettazione e di sviluppo di comunità intorno alla valorizzazione del verde e dei bagni di foresta, tenendo conto anche della donazione di un ampio spazio verde. “Bagno di foresta” è un termine che descrive un metodo della medicina recente, denominato ecoterapia: passeggiare nella natura, infatti, grazie alle proprietà di alcuni alberi, apporta numerosi benefici per la salute, tra cui la diminuzione della frequenza cardiaca, della pressione sanguigna e dei livelli di cortisolo, l&#8217;aumento delle capacità immunitarie. Questo grazie in particolar modo a delle sostanze rilasciate dagli alberi, i fitonicidi. Proporre spazi verdi di cui i cittadini si prendono cura al Piaggione può anche costituire una leva per rivitalizzare un borgo abbandonato, posto in una stupenda valle tipica toscana.  Conclusioni: la strada dei Patti di collaborazione Dai tre laboratori sono emerse alcune opportunità riguardanti i possibili sviluppi dei Patti, caratterizzando i laboratori come spazi di futuro. Da una parte, è necessario ampliare il contributo di diversi attori presenti con competenze diverse sui territori, dall’altro è opportuno valorizzare e comunicare la dimensione terapeutica del prendersi cura dell’ambiente naturale, sia come motivazione dei firmatari dei Patti, sia anche come attrazione turistica dei territori. Ed è proprio per questo filo comune di sviluppo emerso dai laboratori che al termine è stato ipotizzato di sviluppare un percorso a piedi e in bicicletta che colleghi i tre luoghi dei Patti (e dei laboratori) accanto ai percorsi d’acqua che li uniscono: l’abbiamo chiamata “la strada dei Patti di collaborazione”. LEGGI ANCHE: Le Scuole di cittadinanza e comunità: laboratori di futuro Foto di copertina: Andrea D&#8217;Angiolo su Flickr</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2022/05/laboratori-di-cittadinanza-per-la-sostenibilita-ambientale/">Laboratori di cittadinanza per la sostenibilità ambientale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dai 7 incontri <em>online</em> della <strong><a href="https://www.labsus.org/2021/12/si-va-a-scuola-di-cittadinanza-e-di-comunita/" target="_blank" rel="noopener">Scuola di Cittadinanza e Comunità di Lucca</a></strong> è emerso con evidenza come mettere al centro dei nostri Patti di collaborazione l’<strong>ambiente naturale</strong> in cui si vive voglia dire prendersi cura delle nostre vite e del benessere anche delle generazioni future. Del  resto anche la recente modifica all’<a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/principi-fondamentali/articolo-9" target="_blank" rel="noopener"><strong>art. 9 della Costituzione</strong></a> ha introdotto il diritto alla tutela dell’ambiente, della biodiversità ed ecosistemi nell’interesse delle future generazioni.<br />
Su questa base hanno preso avvio <strong>tre laboratori</strong> che, su diversi territori periferici della città, hanno posto al centro del confronto con i cittadini proprio il <strong>tema della sostenibilità ambientale</strong> e del <strong>tipo di benessere</strong> che si intende perseguire: tre laboratori che riteniamo possano essere utili per un confronto con tutti coloro che sono impegnati in Italia in Patti di collaborazione su questi temi.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>La funzione terapeutica del prendersi cura dell’ambiente naturale</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">A <strong>Pontetetto</strong>, un gruppo di cittadine/i ha attivato dal 2019 un Patto di collaborazione per la<strong> cura di uno spazio verde e di un canale</strong> che lo attraversa, l’<strong>Ozzeri</strong>: questo canale ha causato in passato numerosi allagamenti. Nei secoli sono state costruite opere idrauliche, con vasche di espansione che nel tempo hanno favorito una particolare fauna acquatica. È questo un ambiente ove, <a href="https://www.facebook.com/Progetto-Ozzeri-La-Guscianella-116353969765464/" target="_blank" rel="noopener">con il Patto</a>, il gruppo di cittadini provvedono alla cura degli spezi verdi e blu, attivando <strong>4 sentieri di trekking o in bici</strong> attraverso cui si possono percorrere circa 15 km immersi nella natura. Nel Laboratorio di Pontetetto il tema affrontato – con la guida dello psicoterapeuta <strong>Giorgio Piccinino</strong> – è stato il tipo di benessere che vogliamo creare con il “<strong>Patto-natura</strong>”: perché proprio il <strong>prendersi cura dell’ambiente ha innanzitutto una funzione terapeutica su noi stessi</strong>. Prendersi cura dell’ambiente naturale aiuta infatti ad aver cura della nostra natura umana, della parte forse migliore e più costruttiva. E nel farlo insieme agli altri, ci aiuta a creare anche un ambiente sociale in cui è più facile aprirsi, provare stima e gratitudine per le persone vicine, rafforzando i legami. E si gioisce quando possiamo curare i lati migliori del nostro ambiente e di noi stessi. <strong>Comunicare </strong>anche agli altri <strong>questo tipo di benessere</strong>, ossia la cura ambientale come terapia anche per noi stessi, <strong>diventa</strong> quindi<strong> un fondamentale messaggio di questi Patti</strong>.</p>
<div id="attachment_75986" style="width: 653px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-75986" class="wp-image-75986 size-full" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/05/Ozzeri.jpg" alt="" width="643" height="361" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/05/Ozzeri.jpg 643w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/05/Ozzeri-300x168.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/05/Ozzeri-600x337.jpg 600w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><p id="caption-attachment-75986" class="wp-caption-text">Il canale Ozzeri (Fonte: Rossana Caselli)</p></div>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Co-progettare i territori e il ruolo della Regione</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Un altro Laboratorio si è svolto al <strong>Bucaneve</strong>, luogo dove tre cittadine/i sono diventati/e firmatarie del <a href="https://www.labsus.org/2018/07/storia-di-un-magazzino-che-diventa-luogo-di-comunita/" target="_blank" rel="noopener">primo Patto di collaborazione di Lucca</a>, attivando dal 2017 un <a href="https://www.facebook.com/centrocittadinanzaoltreserchio/" target="_blank" rel="noopener">Centro di cittadinanza nell’Oltreserchio</a> in una ex scuola elementare, dove hanno creato moltissime attività per cittadine/i.<br />
Al Bucaneve è emerso subito un <strong>problema comune</strong>:<strong> la cura che si ha di ampi luoghi</strong>, come boschi, fiumi, mari,<strong> va spesso oltre le responsabilità dell’ente locale e chiamano in causa altri enti, di dimensioni sovracomunali</strong>, tra cui anche il Genio Civile e la stessa Regione.<br />
Benché i cittadini del Bucaneve svolgano da anni numerosi compiti inerenti a vari corsi d’acqua della zona, il progetto “<strong>Le scalette del Nottolini</strong>”, finalizzato a riportare alla luce l’antico accesso al fiume ed alle spiagge sottostanti, si è dovuto fermare, per la mancata collaborazione del Genio Civile. È stato attivato quindi un<strong> contatto con l’assessorato all’ambiente della Regione Toscana</strong> per poter avviare un dialogo istituzionale più ampio, anche in virtù della <a href="https://www.labsus.org/2020/10/toscana-una-legge-per-il-governo-collaborativo-dei-beni-comuni-e-del-territorio/" target="_blank" rel="noopener">Legge della Regione Toscana n. 71/2020</a>: l’unica legge regionale in Italia, dopo quella del <a href="https://www.labsus.org/2019/07/regione-lazio-il-nostro-commento-alla-legge-per-i-beni-comuni/" target="_blank" rel="noopener">Lazio</a>, che prevede anche un Regolamento in materia di beni comuni. Sarà questo quindi <strong>un banco di prova per l’applicazione della stessa legge sui beni comuni</strong>. Ed il problema evidenzia la<strong> necessità</strong>, per tutti i Patti su temi ambientali,<strong> di una normativa di Amministrazione condivisa dei beni a dimensione sovracomunale</strong>.</p>
<div id="attachment_75987" style="width: 820px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-75987" class="wp-image-75987 size-large" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/05/Piaggione-1024x680.jpg" alt="" width="810" height="538" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/05/Piaggione-1024x680.jpg 1024w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/05/Piaggione-300x199.jpg 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/05/Piaggione-768x510.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/05/Piaggione-810x538.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/05/Piaggione-1140x757.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/05/Piaggione-600x398.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/05/Piaggione.jpg 1413w" sizes="(max-width: 810px) 100vw, 810px" /><p id="caption-attachment-75987" class="wp-caption-text">Il Piaggione, ponte sul fiume Serchio (Fonte: Rossana Caselli)</p></div>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Bagni di foresta: una risorsa di benessere e di attrazione turistica</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Infine il terzo laboratorio si è svolto al <strong>Piaggione</strong>, dove sorge un altro <a href="https://www.facebook.com/Centro-Civico-Piaggione-404072790056422/" target="_blank" rel="noopener">Centro di cittadinanza</a>, in un territorio alle porte della Garfagnana che ha subito in tempi recenti un forte declino industriale. In questo laboratorio è tornato con forza il tema del benessere con<strong> una proposta molto concreta</strong>: <strong>i bagni di foresta quale forma di ecoterapia</strong>. Con l’ausilio di un antropologo, <strong>Fabio Malfatti</strong>, e di un agronomo dell’Università di Pisa, <strong>Massimo Rovai</strong>, si sono valutate le modalità concrete e le ricadute turistiche di un percorso di progettazione e di sviluppo di comunità intorno alla valorizzazione del verde e dei bagni di foresta, tenendo conto anche della <a href="https://www.youtube.com/watch?v=UI3WTL8SJRg" target="_blank" rel="noopener">donazione di un ampio spazio verde</a>. “Bagno di foresta” è un termine che descrive un metodo della medicina recente, denominato ecoterapia: passeggiare nella natura, infatti, grazie alle proprietà di alcuni alberi, apporta<strong> numerosi benefici per la salute</strong>, tra cui la diminuzione della frequenza cardiaca, della pressione sanguigna e dei livelli di cortisolo, l&#8217;aumento delle capacità immunitarie. Questo grazie in particolar modo a delle sostanze rilasciate dagli alberi, i fitonicidi. Proporre spazi verdi di cui i cittadini si prendono cura al Piaggione può anche <strong>costituire una leva per rivitalizzare un borgo abbandonato</strong>, posto in una stupenda valle tipica toscana.<strong> </strong></p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Conclusioni: la strada dei Patti di collaborazione</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Dai tre laboratori sono emerse alcune <strong>opportunità riguardanti i possibili sviluppi dei Patti</strong>, caratterizzando i laboratori come spazi di futuro. Da una parte, è necessario ampliare il contributo di diversi attori presenti con competenze diverse sui territori, dall’altro è opportuno <strong>valorizzare e comunicare la dimensione terapeutica del prendersi cura dell’ambiente naturale</strong>, sia come motivazione dei firmatari dei Patti, sia anche come attrazione turistica dei territori. Ed è proprio per questo filo comune di sviluppo emerso dai laboratori che al termine è stato ipotizzato di sviluppare <strong>un percorso a piedi e in bicicletta che colleghi i tre luoghi dei Patti </strong>(e dei laboratori) <strong>accanto ai percorsi d’acqua che li uniscono: </strong>l’abbiamo chiamata <strong>“la strada dei Patti di collaborazione”</strong>.</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.labsus.org/2022/02/le-scuole-di-cittadinanza-e-comunita-laboratori-di-futuro/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Le Scuole di cittadinanza e comunità: laboratori di futuro</strong></a></li>
</ul>
<p><em>Foto di copertina: <a id="yui_3_16_0_1_1652706643076_33635" class="owner-name truncate" title="Vai al fotostream di Andrea D'Angiolo" href="https://www.flickr.com/photos/darea62/" target="_blank" rel="noopener" data-track="attributionNameClick">Andrea D&#8217;Angiolo</a> su Flickr</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2022/05/laboratori-di-cittadinanza-per-la-sostenibilita-ambientale/">Laboratori di cittadinanza per la sostenibilità ambientale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Vulcania: quando la biblioteca è un bene comune</title>
		<link>https://www.labsus.org/2022/04/vulcania-quando-la-biblioteca-e-un-bene-comune/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rossana Caselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 07:47:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Casi beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[Storie e notizie]]></category>
		<category><![CDATA[bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[biblioteca]]></category>
		<category><![CDATA[collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[comunità ]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[scuole]]></category>
		<category><![CDATA[welfare comunitario]]></category>
		<category><![CDATA[welfare sociale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=75608</guid>

					<description><![CDATA[<p>Uno dei progetti più recenti sostenuto dalla legge regionale Toscana sulla partecipazione n. 46 del 2013 è quello realizzato nel Comune di Colle Val d’Elsa, uno dei 44 Comuni che in Toscana hanno adottato il Regolamento per l’Amministrazione condivisa e che, in particolate, ha svolto un percorso partecipativo finalizzato alla definizione delle funzioni della nuova biblioteca. Vulcania è il titolo di questo progetto e deve il suo nome alla vecchia fabbrica ormai abbandonata, individuata dalla Amministrazione quale luogo ideale per la nuova biblioteca; ma Vulcania è anche l’acronimo di Valdelsa Urban library Cultura Aggregazione Natura Innovazione ed Arte. Labsus è stata chiamata a svolgere questo percorso, insieme a Simurg, a fianco del Comune. Il progetto, iniziato a ottobre all’interno dell’iniziativa “Abbiccì leggiamo insieme”, si concluderà il prossimo 23 aprile, giornata mondiale del libro, dopo l’incontro di restituzione dei risultati avvenuto il 12 aprile al Teatro del Popolo. E se lo slogan della giornata mondiale è “Leggere unisce il mondo”, a Colle Val d’Elsa il progetto ha fatto emergere come leggere unisca tutta la comunità colligiana e la sua voglia di aprirsi sempre più al mondo ed alle diversità. E la biblioteca esprime il “senso”, la direzione che s’intende sviluppare in futuro. Il percorso partecipativo Il percorso ha coinvolto direttamente circa 1000 persone, attraverso incontri pubblici, focus istituzionali, riunioni con le associazioni, con gli studenti universitari, interviste individuali a testimoni privilegiati, il concorso lanciato nelle scuole di ogni ordine e grado, questionari compilati dai cittadini/e, ecc. Questo grazie anche ad una campagna di comunicazione promossa con la collaborazione di giovani “talenti” della città, delle librerie e di tutte le scuole della città. È emerso un grande potenziale di disponibilità di collaborazione alla costruzione della nuova biblioteca-bene comune. L’amministrazione comunale, del resto, ha mostrato la sua volontà a valorizzare tale “energia sociale” sin dall’inizio del progetto stesso. È un percorso che può essere utile a tutti quei territori che intendono potenziare la dimensione della biblioteca come luogo di rafforzamento e identità della comunità locale, in una fase di profondi cambiamenti. Infatti da una parte l’importanza delle biblioteche cresce a fronte di nuove forme di povertà educativa, analfabetismo funzionale, tensioni migratorie; ma dall’altra diminuiscono le risorse pubbliche e gli effetti di trasformazioni nelle fruizioni dei contenuti culturali, che si fanno individuali, frammentari, grazie alla disponibilità di dispositivi (smartphone e tablet) e alla diffusione di Internet. Quale futuro, dunque? I risultati: la biblioteca che si vorrebbe Da questo percorso partecipativo sono emerse 6 funzioni che caratterizzano la biblioteca-bene comune di Colle: Oltre alla conservazione e prestiti dei libri, è importante l’ascolto dei fabbisogni di informazioni e di conoscenze degli utenti, valorizzando ancor più quella disponibilità e competenza di chi lavora in biblioteca (dipendenti e volontari) già oggi molto apprezzata. La biblioteca dev’essere un luogo di incontro, aperto e accessibile, con spazi verdi, attraente non solo per chi cerca i libri, ma piacevole per stare insieme. Uno spazio quindi in cui anche con-vivere, con caffetteria, musica, con dibattiti culturale, dove favorire la lettura ad alta voce e l’arte. Ma anche una biblioteca che va a casa di chi non può muoversi per leggere insieme. Gli spazi della biblioteca saranno ridisegnati per i cittadini più piccoli e gli adolescenti: con sale “attrezzate” di pc, dotate di pareti mobili per poter stare sia da soli che con altri, dove si possa rimanere a fare i compiti e studiare. Sale studio silenziose anche per studenti universitari dove poter portare i propri testi, una sala co-working, wi-fi e spazi multimediali, spazi sonorizzati per la musica o leggere a voce alta. Iniziative culturali che favoriscano l’innovazione, aprendo alle diversità e al futuro, iniziative proposte dai e con i cittadini per promuovere l’apprendimento permanete e l’inclusione, in rete talora con gli altri centri culturali del territorio, (le librerie, gli spazi museali, la rete delle biblioteche dei territori vicini, ecc.). Valorizzare la memoria del territorio, il suo “genius loci”, con appositi nuovi spazi per i patrimoni librari acquisiti e per l’archivio. Come prendersi cura di questa nuova biblioteca? Questa “biblioteca-bene comune” però non è la biblioteca dei sogni: è invece la biblioteca che si co-progetta. Perché circa la metà dei cittadini/e del nostro campione si è dichiarata disponibile a collaborare attivamente a questo progetto offrendo il proprio tempo, le proprie competenze o risorse economiche, gli spazi associativi. Queste in concreto le 5 proposte-base emerse: Individuare subito “luoghi-ponte” dove avviare attività/funzioni sperimentali per la realizzazione di ciò che poi sarà la nuova biblioteca da realizzare nell’ex-fabbrica Vulcania. Tavolo di co&#8211;progettazione per dare continuità al percorso partecipativo avviato condividendo sia la progettazione degli spazi per le funzioni della nuova biblioteca da realizzare nello spazio ex-Vulcania, sia le attività culturali da realizzare dando voce alle proposte/collaborazione dei cittadini e diffondendo le relative informazioni/comunicazione. Patto per la lettura che coinvolga soprattutto le organizzazioni del Terzo settore per allargare la base dei lettori abituali. Patto di collaborazione proposto dai ragazzi di alcune classi nel concorso per le scuole per favorire la lettura con incontri periodici da realizzare nelle scuole con e per i coetanei (“tra pari”). Successivo patto educativo di comunità per rafforzare l’alleanza educativa che permetta anche di utilizzare gli spazi delle scuole per iniziative culturali e quale “biblioteca diffusa” sul territorio. Conclusioni Se cambiamenti sociali e cambiamenti tecnologici investono oggi l’identità delle biblioteche, facendo ripensare  alle loro funzioni e modelli  operativi, Colle Val d’Elsa indica una strada da seguire: non solo superare la visione tradizionale che assegna come mission esclusiva la promozione del libro e della lettura, ma un percorso partecipativo per condividere una pluralità di servizi culturali e di interventi per e con la comunità, tanto da poter identificare la funzione della biblioteca quale incubatore socio-culturale, diventando così un luogo di welfare comunitario. Foto di copertina: la &#8220;biblioteca che vorrei&#8221; immaginata da uno dei bambini di Colle Val d&#8217;Elsa (credits:Rossana Caselli)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2022/04/vulcania-quando-la-biblioteca-e-un-bene-comune/">Vulcania: quando la biblioteca è un bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Uno dei progetti più recenti sostenuto dalla <a href="https://www.labsus.org/2018/09/ancora-partecipazione-la-legge-toscana-46-2013-allo-specchio/" target="_blank" rel="noopener">legge regionale Toscana sulla partecipazione n. 46 del 2013</a> è quello realizzato nel <strong>Comune di Colle Val d’Elsa</strong>, <a href="https://www.labsus.org/2022/03/1001-esercizi-di-pace-alla-base-del-rapporto-labsus-2021/" target="_blank" rel="noopener">uno dei 44 Comuni che in Toscana hanno adottato il Regolamento per l’Amministrazione condivisa</a> e che, in particolate, ha svolto un percorso partecipativo finalizzato alla <strong>definizione delle funzioni della nuova biblioteca</strong>. <strong>Vulcania</strong> è il titolo di questo progetto e deve il suo nome alla vecchia fabbrica ormai abbandonata, individuata dalla Amministrazione quale luogo ideale per la nuova biblioteca; ma Vulcania è anche l’acronimo di <a href="https://partecipa.toscana.it/es/web/vulcania-valdelsa-urban-library-cultura-aggregazione-natura-innovazione-arte" target="_blank" rel="noopener">Valdelsa Urban library Cultura Aggregazione Natura Innovazione ed Arte</a>. <strong>Labsus</strong> è stata chiamata a svolgere questo percorso, insieme a <a href="https://www.simurgricerche.it/" target="_blank" rel="noopener">Simurg</a>, a fianco del Comune. Il progetto, iniziato a ottobre all’interno dell’iniziativa “<strong>Abbiccì leggiamo insieme</strong>”, si concluderà il prossimo 23 aprile, giornata mondiale del libro, dopo l’incontro di restituzione dei risultati avvenuto il 12 aprile al Teatro del Popolo. E se lo slogan della giornata mondiale è “<strong>Leggere unisce il mondo</strong>”, a Colle Val d’Elsa il <strong>progetto ha fatto emergere come leggere unisca tutta la comunità colligiana e la sua voglia di aprirsi sempre più al mondo ed alle diversità.</strong> E la biblioteca esprime il “senso”, la direzione che s’intende sviluppare in futuro.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Il percorso partecipativo</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Il percorso ha coinvolto direttamente circa <strong>1000 persone</strong>, attraverso incontri pubblici, focus istituzionali, riunioni con le associazioni, con gli studenti universitari, interviste individuali a testimoni privilegiati, il concorso lanciato nelle scuole di ogni ordine e grado, questionari compilati dai cittadini/e, ecc. Questo grazie anche ad una campagna di comunicazione promossa con la collaborazione di giovani “talenti” della città, delle librerie e di tutte le scuole della città.<br />
È emerso un <strong>grande potenziale di disponibilità di collaborazione</strong> alla costruzione della nuova biblioteca-bene comune. L’amministrazione comunale, del resto, ha mostrato la sua volontà a valorizzare tale “<strong>energia sociale</strong>” sin dall’inizio del progetto stesso. È un percorso che può essere utile a tutti quei territori che intendono potenziare la dimensione della biblioteca come luogo di rafforzamento e identità della comunità locale, in una fase di profondi <strong>cambiamenti</strong>. Infatti da una parte l’importanza delle biblioteche cresce a fronte di nuove forme di povertà educativa, analfabetismo funzionale, tensioni migratorie; ma dall’altra diminuiscono le risorse pubbliche e gli effetti di <strong>trasformazioni nelle fruizioni dei contenuti culturali</strong>, che si fanno individuali, frammentari, grazie alla disponibilità di dispositivi (<em>smartphone</em> e <em>tablet</em>) e alla diffusione di Internet. Quale futuro, dunque?</p>
<div id="attachment_75610" style="width: 653px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-75610" class="wp-image-75610 size-full" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/04/Incontro.png" alt="" width="643" height="389" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/04/Incontro.png 643w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/04/Incontro-300x181.png 300w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2022/04/Incontro-600x363.png 600w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><p id="caption-attachment-75610" class="wp-caption-text">Incontro di apertura con l&#8217;amministrazione comunale</p></div>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>I risultati: la biblioteca che si vorrebbe</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Da questo percorso partecipativo sono emerse 6 funzioni che caratterizzano la <strong>biblioteca-bene comune di Colle</strong>:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Oltre alla conservazione e prestiti dei libri, è importante <strong>l’ascolto dei fabbisogni di informazioni e di conoscenze degli utenti</strong>, valorizzando ancor più quella disponibilità e competenza di chi lavora in biblioteca (dipendenti e volontari) già oggi molto apprezzata.</li>
<li><strong>La biblioteca </strong>dev’essere un luogo di incontro, aperto e accessibile, con spazi verdi, attraente non solo per chi cerca i libri, ma piacevole per stare insieme. <strong>Uno spazio quindi in cui anche con-vivere</strong>, con caffetteria, musica, con dibattiti culturale, dove favorire la lettura ad alta voce e l’arte. Ma anche una biblioteca che va a casa di chi non può muoversi per leggere insieme.</li>
<li>Gli spazi della biblioteca saranno ridisegnati <strong>per i cittadini più piccoli e gli adolescenti</strong>: con sale “attrezzate” di pc, dotate di pareti mobili per poter stare sia da soli che con altri, dove si possa rimanere a fare i compiti e studiare.</li>
<li>Sale studio silenziose anche <strong>per studenti universitari </strong>dove poter portare i propri testi, una sala co-working, wi-fi e spazi multimediali, spazi sonorizzati per la musica o leggere a voce alta.</li>
<li><strong>Iniziative culturali che favoriscano l’innovazione, aprendo alle diversità e al futuro, iniziative proposte dai e con i cittadini per promuovere l’apprendimento permanete e l’inclusione, </strong>in rete talora con gli altri centri culturali del territorio, (le librerie, gli spazi museali, la rete delle biblioteche dei territori vicini, ecc.).</li>
<li>Valorizzare <strong>la memoria</strong> del territorio, il suo “genius loci”, con appositi nuovi spazi per i patrimoni librari acquisiti e per l’archivio.</li>
</ul>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Come prendersi cura di questa nuova biblioteca?</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Questa “biblioteca-bene comune” però non è la biblioteca dei sogni: è invece la biblioteca che si co-progetta. Perché circa la metà dei cittadini/e del nostro campione si è dichiarata disponibile a <strong>collaborare attivamente a questo progetto offrendo il proprio tempo, le proprie competenze o risorse economiche, gli spazi associativi</strong>. Queste in concreto le 5 proposte-base emerse:</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li>Individuare subito <strong>“luoghi-ponte”</strong> dove avviare attività/funzioni sperimentali per la realizzazione di ciò che poi sarà la nuova biblioteca da realizzare nell’ex-fabbrica Vulcania.</li>
<li><strong>Tavolo di co</strong>&#8211;<strong>progettazione </strong>per dare continuità al percorso partecipativo avviato condividendo sia la progettazione degli spazi per le funzioni della nuova biblioteca da realizzare nello spazio ex-Vulcania, sia le attività culturali da realizzare dando voce alle proposte/collaborazione dei cittadini e diffondendo le relative informazioni/comunicazione.</li>
<li><strong>Patto per la lettura</strong> che coinvolga soprattutto le organizzazioni del Terzo settore per allargare la base dei lettori abituali.</li>
<li><strong>Patto di collaborazione proposto dai ragazzi di alcune classi nel concorso per le scuole </strong>per favorire la lettura con incontri periodici da realizzare nelle scuole con e per i coetanei (“tra pari”).</li>
<li><strong>Successivo patto educativo di comunità</strong> per rafforzare l’alleanza educativa che permetta anche di utilizzare gli spazi delle scuole per iniziative culturali e quale <strong>“biblioteca diffusa” sul territorio.</strong></li>
</ol>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Conclusioni</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Se cambiamenti sociali e cambiamenti tecnologici investono oggi l’identità delle biblioteche, facendo ripensare  alle loro funzioni e modelli  operativi, Colle Val d’Elsa indica<strong> una strada</strong> <strong>da seguire</strong>: non solo superare la visione tradizionale che assegna come <em>mission</em> esclusiva la promozione del libro e della lettura, ma <strong>un percorso partecipativo per condividere una pluralità di servizi culturali e di interventi per e con la comunità</strong>, tanto da poter identificare la funzione della biblioteca quale incubatore socio-culturale, diventando così un <strong>luogo di welfare comunitario</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Foto di copertina: la &#8220;biblioteca che vorrei&#8221; immaginata da uno dei bambini di Colle Val d&#8217;Elsa (credits:Rossana Caselli)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2022/04/vulcania-quando-la-biblioteca-e-un-bene-comune/">Vulcania: quando la biblioteca è un bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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